Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2
Part 7
Rinfrescandosi il vento alle tre ore dopo mezzogiorno il bastimento si trovò in mezzo ad una straordinaria meteora. Il mare s'alzò tutt'ad un tratto, ed invece di muovere le onde sulla superficie le une dietro le altre, l'acqua slanciavasi verticalmente in piramidi o coni diafani a punte acute, le quali sostenevansi lungo tempo senza piegare da veruna parte, finchè cadevano perpendicolarmente sopra se medesime. La cagione di questo fenomeno, che s'avvicina assai a quello delle trombe, parvemi prodotto dalla elettricità di alcune grosse nubi che ci stavan sopra, ed esercitavano così violente attrazione per equilibrarsi alla elettricità del mare. In pari tempo rinforzò il vento, onde il vascello saltellando a traverso di queste acute piramidi ne faceva sentire spaventose scosse accresciute dal volume dell'alberatura affatto sproporzionato al corpo del bastimento; e perchè erano aperte le cannoniere, entravano da ogni banda torrenti d'acqua. Non eranvi sgraziatamente che due pompe; una del tutto inservibile, e l'altra in cattivo stato, onde non veniva assorbita che una piccola quantità d'acqua. I pertugi, e condotti onde doveva uscire l'acqua al di sopra della tolda e de' ponti, erano chiusi dalle balle di mercanzia, e dalle spazzature, perciò l'acqua ch'entrava a torrenti, e non poteva uscirne minacciava di affogare ad ogn'istante il bastimento. Il fondo della stiva era sott'acqua, e non vedendosi veruna terra, non si aveva alcuna speranza di soccorso. I marinai, ed i passaggieri atterriti erano saliti sopra la tolda persuasi di dover soccombere. Si chiusero le cannoniere alla meglio, e gettaronsi in mare le balle, e gli effetti che potevano sopraccaricare la nave. Tutti travagliavano intorno alla sola tromba, che poteva ancora servire, e si ottenne con infinita pazienza e fatica di sbarazzare alcuni dei condotti onde dare sfogo all'acqua. In pochi momenti la fregata erasi sensibilmente alleggerita; ma a fronte di ciò e malgrado gli sforzi dell'equipaggio, la nave periva infallibilmente, se la meteora in vece di soli dieci minuti avesse avuto una maggior durata.
Ne' più terribili istanti della nostra situazione ebbi la ricompensa di alcuni atti di beneficenza fatti sul bastimento. Il capitano, il contro maestro, e molti marinai vennero a dirmi all'orecchio gli uni dopo gli altri ch'io non dovessi temere, perchè sarei stato salvato a preferenza d'ogni altro. Compresi da tale discorso ch'erasi formato un complotto per assicurarsi della scialuppa; la quale in sul finire della meteora andavasi preparando, e che sarebbesi difesa col coltello alla mano contro chiunque non era destinato ad entrarvi. Fortunatamente che la cosa si terminò colla perdita degli effetti spettanti alla fregata, ed ai passaggieri, il di cui valore ammontava a parecchie migliaja di piastre: io non ne perdetti che circa trecento, perchè in quest'occasione mi fu utile la riconoscenza dell'equipaggio. Alcuni effetti conosciuti di mia spettanza furono nell'istante, che volevansi gettare in mare, ritolti a chi li portava, e rimessi nella camera nel tempo stesso che non si perdonava agli effetti più preziosi del naviglio e de' passaggieri; di modo che inclino a credere che io non avrei perduta alcuna cosa, se nella confusione di così terribili momenti si fossero conosciuti di mia proprietà. Dopo la partenza da Laraïsch aveva gratuitamente distribuiti medicamenti ed altri soccorsi agli sventurati che ne abbisognavano; ecco la cagione del loro attaccamento.
_Venerdì 25._
Si seguì in quel giorno lo stesso rombo fino al tramontar del sole, ed allora si piegò al N. E.
_Sabbato 26._
Il bastimento trovandosi a mezzodì sotto il 38 grado di latitudine, si volse con leggier vento all'E. S. E.
_Domenica 27._
Si scoprì a mezzogiorno Capo Bugaroni, sulla costa d'Affrica, e fu presa quella direzione.
_Lunedì 28._
In sul far della sera eravamo fra l'isola di Galita e la costa d'Affrica.
Quest'isola osservata col mio grande canocchiale parvemi formata da una vasta rupe di granito rosso di mattone con larghe vene di quarzo puro ondeggiate. È una montagna assai elevata, il di cui aspetto ha qualche rapporto con quello di Gibilterra.
Buono è il canale tra Galita ed il continente. I Tripolitani non passavano giammai al largo dell'isola, vale a dire tra l'isola e la Sardegna per la continua guerra che hanno cogli abitanti di quel regno; i quali, secondo m'assicurava il capitano della fregata, sogliono appiccare tutti i comandanti di nave che hanno la sventura di cadere nelle loro mani.
[Illustrazione: VEDUTA DELLE ROVINE DEL PALAZZO DELLA REGINA DALLA PARTE DEL MONASTERO DI S. GRISOSTAMO.]
_Martedì 29._
In questo giorno si avanzò assai poco; ed a mezzodì il bastimento trovavasi in faccia a Biserta o Capo Bianco.
_Mercoledì 30._
Dopo avvicinato il Capo Bon, che si oltrepassò avanti mezzogiorno, il capitano si diresse col favore d'un leggier vento al S. S. E. 5° E.
_Giovedì 31._
Continuando lo stesso rombo con un vento più fresco, si scoprì avanti sera l'isola di Lampidosa o Lampedusa in distanza di cinque leghe dalla banda d'E.
Se il movimento del mio cronometro non soffrì una considerabile anomalia da un giorno all'altro, convien dire che la posizione di Lampedusa è posta d'un mezzo grado più all'O. nella carta del deposito idrografico di Madrid, secondo l'osservazione astronomica ch'io feci in vista della medesima. Rimetto questa quistione alla parte scientifica de' miei viaggi, ove vengono discusse le osservazioni astronomiche.
Alle nove della sera il vento rinfrescò, ed andò rinforzandosi in maniera che a mezzanotte la burrasca era terribile. Il bastimento faceva molt'acqua, il mare spingeva le onde sopra il cassero ch'era a metà coperto, ed inondava l'interno. La nostra cattiva tromba agiva sempre, ma con poco successo. Gli attrezzi del vascello erano vecchi, ed il mare li consumava. Il moto del vascello era tanto forte, che le antenne entravano più di sei piedi sott'acqua: l'equipaggio credevasi perduto, e di già intuonava la cantilena della morte. Il capitano pallido e spaventato venne ad avvisarmi che il vascello non poteva durarla a lungo andare; e mi chiedeva consiglio intorno ai mezzi da adoprarsi in tale frangente.
Gli chiesi se trovavansi ancora delle vele spiegate; e dietro la sua risposta affermativa, lo consigliai ad ammainarle tutte, fuorchè una piccola per governare. Il capitano partì all'istante per ordinare la manovra; e momentaneamente calcolando con difficoltà il mio punto di stima, mi trovai press'a poco a ventiquattro leghe al N. di Tripoli.
Allorchè tornò il capitano gli chiesi se il vascello poteva orzare, «Non lo so, rispose; ma proveremo». E bene, soggiunsi volgetelo all'O. N. O. e procurate, se è possibile, d'imboccare il canale tra Kerkeni e Zerbi.
Mi ubbidì, e poco dopo si riuscì a sottrarci a quel terribile filo di vento che minacciava di farci rompere sulla costa di Tripoli. Il vento incominciò a calmarsi, ed il mare abbonacciò quantunque le onde fossero ancora grosse.
_Venerdì primo novembre._
Dopo aver seguito tutto il giorno lo stesso rombo, resosi il mare più tranquillo, si gettò l'ancora alle otto ore della sera in quindici braccia d'acqua, sopra un banco presso Kerkeni.
Tutte le persone del vascello risguardavansi come risuscitate, s'abbracciavano, e si felicitavano vicendevolmente.
_Sabato 2._
Io riconobbi il nostro punto lontano tre leghe da Kerkeni, che trovavasi all'O. N. O. 6° N.
Eravamo sopra un gran banco di sabbia di feldspato rosso di tegola e di quarzo, che stendesi per una superficie di molte leghe, e sul quale si sta all'ancora con egual sicurezza come in un porto chiuso, perchè col vento più gagliardo, siccome quello che faceva allora, le onde non si alzavano, e le acque del mare sembravano uno stagno.
Questo banco forma un piano inclinato quasi insensibile fino alle isole di Kerkeni, ed alla costa del regno di Tunisi. Alcune miglia prima di giugnervi, si riconosce al color biancastro dell'acqua, e quando vi si è sopra per la tranquillità della medesima.
Due sono le isole di Kerkeni poste a breve distanza dalla costa di Tunisi, tra di loro separate da un canale; sono così basse che appena si vedono uscir fuori dal mare. Vi si vedevano alcuni alberi, ossia palme. Il capitano scese a terra più volte; e mi riferì che lo sbarco è difficilissimo, perchè la più piccola scialuppa non trova acqua bastante: onde non vi si può giugnere che per alcuni punti conosciuti dai piloti pratici.
Queste isole che i loro abitanti, e quelli delle vicine coste chiamano Kàrgnana vengono indicate sulle carte con quello di Kerkeni.
Il dubbio che io avevo intorno alla longitudine dell'isola di Lampedusa abbraccia pure la situazione di queste isole. La latitudine del punto medio tra le due isole è di 34° 39′; alquanto diversa dalla sua posizione sulle carte.
Non vi sono in queste isole nè sorgenti nè fiumi; e gli abitanti non hanno altr'acqua per bevere che quella che piove; e questa ancora è così scarsa, che per portarne un poco al bastimento convenne raccoglierla presso gli abitanti in piccoli vasi.
Il suolo che è una roccia quasi scoperta non produce che poche palme, e perciò quegl'infelici abitanti non hanno altro alimento che quello dei datteri, del _palma christi_, e del pesce che seccano per la provvisione dell'anno.
La popolazione vi abita riunita in capanne bassissime, che offrono l'aspetto della più grande miseria.
Hanno una specie di battello estremamente cattivo, con una piccola vela, che non può portare più di quattro uomini. Questi battelli detti _Sandal_ scorrono la costa fino a Tripoli, e non si scostano mai più d'una lega da terra. Uno di questi venne a portare l'acqua che noi avevamo richiesta, ed i pochi volatili che avevano potuto raccogliere. Gli uomini non vestono che un chaïk bruno, grossolano, sono magri, ed hanno il colore di cuojo. Interamente dediti alla pesca, usano varj artificj per rinchiudere, e per prendere i pesci, che formano la base della loro sussistenza.
Non potei avere accurate notizie intorno al numero degli abitanti di queste isole; ma credo che non arrivi a quello di seicento, e forse è minore assai. Professano la religione mussulmana, e sono governati da un _cheik_ nominato da loro, il quale manda ogni anno a Tunisi un tributo al Pascià, che non percepisce da queste isole verun altro prodotto.
La nostra nave rimase sul banco di Kerkeni fino alla notte del 7 di novembre, ed in questo frattempo i venti furono sempre impetuosi in maniera che spezzarono una volta l'albero, e squarciarono la vela della scialuppa che portava il capitano a terra, mentre al nostro ancoraggio il mare era affatto tranquillo. Questi giorni furono impiegati nel riattamento delle vele, ed a chiudere con lastre di rame le fessure per cui penetrava l'acqua in fondo alla cala.
_Giovedì 7._
Si levò l'ancora alle otto della sera, e si prese la direzione di S. E. con un leggier vento.
_Venerdì 8._
Dopo aver seguita tutto il giorno la medesima direzione, il vascello bordeggiò durante la notte per non avvicinarsi troppo alla costa di Tunisi, ch'era a breve distanza.
_Sabato 9._
La mattina il cielo era coperto; ma prima di mezzogiorno vedevasi chiaramente la costa di Tripoli. Si governò verso il porto. Passando innanzi al castello si salutò col cannone, e fu risposto al saluto. La scialuppa del governatore venne a riconoscerci all'ingresso del porto; alcuni individui montarono a bordo, e presero una specie di dichiarazione dal capitano. La nave continuò ad avanzarsi tirando molte salve d'artiglieria, finchè si gettò l'ancora in mezzo alla baja. Erano allora le tre dopo mezzo giorno: il capitano scese subito a terra.
_Domenica 10._
In questo giorno sbarcò l'equipaggio; ed io rimasi a bordo aspettando che mi fosse preparata una casa in città.
_Lunedì 11._
A mezzo giorno andai a terra dopo avere felicemente terminato questo faticoso tragitto.
Devesi notare che il grande sollevamento del mare il 24 ottobre accadde _due giorni dopo la nuova luna, e quasi ad un'ora e mezzo dopo il suo passaggio per il nostro meridiano_.
La gagliarda burrasca della notte del 31 ottobre sopraggiunse _due giorni dopo il primo quarto_; e cominciò _un'ora e mezzo circa dopo il passaggio della luna per il nostro meridiano_.
In questi due casi la luna trovavasi nella sua _costituzione boreale_. Spetta al dotto Lamarck l'apprezzare queste osservazioni.
CAPITOLO XXI.
_Sbarco. — Presentazione al Pascià. — Intrighi. — Descrizione di Tripoli. — Governo. — Corte. — Moschee. — Tribunali. — Caffè. — Viveri. — Giudei. — Commercio. — Misure, pesi, monete. — Clima. — Antichità. — Regno di Tripoli._
Ho di già osservato, che quando giugnemmo nel porto di Tripoli, il capitano era subito sceso a terra, per presentarsi al Pascià, e rimettergli le sue carte, ed alcune lettere di Marocco.
All'indomani mattina il capitano venne a bordo coll'ordine di sbarcare i passaggeri; e si scusò verso di me di non avermi ancora potuto preparare una casa, pregandomi d'aspettare fino a sera. Quando tutta la gente fu sbarcata, tornò dopo mezzo giorno per dirmi di pazientare fino alla susseguente mattina. Io non ignoravo che il Pascià Salaovi di Laraïsch aveva scritto contro di me; e diffidavo pure di due passaggeri ch'erano a bordo, ma ero pienamente sicuro degli altri: lo era ancora dell'equipaggio, e del capitano. Non presi dunque pensiero di nulla, e quantunque mi fossi accorto che il ritardo procedeva da tutt'altro che da mancamento d'alloggio, io rimasi affatto tranquillo. Non tardai a verificare che non erami ingannato ne' miei sospetti. Il susseguente giorno il capitano mi prevenne, che potevo andare a terra. Feci sbarcare i miei equipaggi; e sortendo di nave fui condotto nella casa in cui dovevo alloggiare, la quale trovavasi in faccia a quelle del primo ministro, e del console generale di Spagna.
Mi trovavo già da tre giorni in Tripoli quando il capitano mi portò l'ordine di presentarmi al Pascià. L'udienza fu solenne; ed ebbe luogo in una vasta sala, ove il Pascià stava seduto sopra una specie di trono, o di piccolo soffà alquanto alto, intorno al quale stavano i suoi figli, e molti cortigiani. Gli fu presentato il mio dono, ch'egli accolse dignitosamente, mi colmò di gentilezze, e mi rese ogni sorta d'onori. Rimasi lungo tempo seduto sopra una sedia ch'egli avevami fatta preparare, intrattenendomi col Pascià intorno a diversi oggetti; ed intanto fui servito di tè, d'acqua odorifera, e di profumi. Dopo aver molto parlato ci separammo assai contenti l'uno dell'altro; egli mi porse la mano come ad un amico, e senza permettermi di baciargliela come costumasi con un sovrano; in somma mi diede la più sincera prova d'affezione.
Partendo ordinò a due de' suoi grandi ufficiali di condurmi dal primo ministro, personaggio veramente rispettabile, che aveva quasi affatto perduta la vista. Lunga ed amichevole assai fu la nostra conferenza, onde rientrai in casa assai contento delle due visite che avevo fatte.
Alcune persone di Marocco, e specialmente il Pascià Salaovi avevano scritto dipingendomi coi più neri colori: uno de' passeggieri, forse di commissione dello stesso Pascià, nulla aveva trascurato di tutto quanto poteva rendermi odioso; ma i suoi tenebrosi raggiri furono disprezzati dal Pascià e dalla sua corte, dopo le prese informazioni, e le dichiarazioni fatte da tutte le persone del bastimento. Il passeggiere che era un negoziante Marocchino non ottenne che l'universale aversione. Io ero così sicuro del fatto mio, che presentandomi al Pascià non volli far uso della commendatizia dell'imperatore di Marocco. Avevo precedentemente dichiarato al capitano, ed a qualcun'altro, che in vista della condotta tenuta dal Sultano quando sortii da Laraïsch, rifiutavo la sua protezione: il mio procedere franco e leale, mi rese più rispettabile agli occhi del pascià e della sua corte. Frattanto per cancellare affatto la memoria dell'affare di Marocco, come anco a cagione del Ramadan e d'una indisposizione sopraggiuntami, uscii poche volte di casa finchè rimasi a Tripoli, fuorchè per andare alla moschea, per visite di etichetta, e per fare qualche passeggio a piedi. Le addotte cause non mi permisero di estendere molto le mie ricerche. Dalle poche osservazioni astronomiche ch'io feci, mi risulta la longitudine E. di Tripoli 11° 8′ 30″ dall'osservatorio di Parigi, e la latitudine N. 32° 56′ 39″. La declinazione magnetica osservata 18° 41′ 2″ O.
Tripoli di Barbaria vien detto _Tarabla_ dagli abitanti; ed è una città assai più bella di qualunque del regno di Marocco: è posta in riva al mare, e le sue strade sono diritte, ed abbastanza larghe. Le case regolarmente fabbricate sono quasi tutte bianche. L'architettura s'accosta assai più all'europea che all'araba; ed in ispecial modo le porte quasi tutte d'ordine toscano, i cortili con colonne di pietra ed archi di ottimo stile invece degli arabi acuti che vedonsi a Marocco. I fabbricati di pietra seno frequentissimi, e vedonsi pure alcuni marmi fini ne' cortili, nelle porte, nelle scale, e nelle moschee. Le case hanno finestre verso strada, cosa non praticata a Marocco, ma per altro sono sempre chiuse da fitte griglie.
Osservai nelle case di Tripoli un'usanza assai singolare; cioè, che in quasi tutte le camere per lo più lunghe e strette, trovasi a ciascheduna delle due estremità un palco di tavole press'a poco alto quattro piedi dal suolo, sopra il quale si ascende per angusti scalini. Questi rialti hanno una balaustrata, ed alcuni ornamenti di legno, e si va sotto ai medesimi per una piccola porta. Esaminando quale potesse essere lo scopo di questa singolare disposizione, trovai che ogni camera poteva contenere le masserizie complete di una donna, poichè sopra l'uno collocasi il letto, sull'altro gli arredi de' fanciulli; sotto di uno si pone il vassellame e le altre cose occorrenti al pranzo, e sotto l'altro gli altri effetti della famiglia. Questa distribuzione lascia in mezzo alla sala il luogo necessario per ricevere le visite; ed un uomo in una casa, o in un appartamento composto di tre o quattro camere, può tenere tre o quattro donne con tutte le comodità possibili, ed affatto indipendenti le une dalle altre. Tripoli non ha fontane nè fiumi; e gli abitanti bevono l'acqua che cade dal cielo conservata entro le cisterne, di cui ne è provveduta ogni casa: per i bagni, per le abluzioni, ed altri usi, valgonsi dall'acqua salsa dei pozzi.
La peste distrusse gran parte della popolazione; e vedonsi ancora molte case rovinate in conseguenza di quel flagello che mandò sotterra molte intere famiglie. Di presente il numero degli abitanti può calcolarsi di dodici in quindici mila.
Questa popolazione è composta di Mori, di Turchi, e di Giudei: e perchè da prima il governo era assolutamente Turco, gli abitanti sono più civilizzati che a Marocco. La seta ed i metalli preziosi s'impiegano negli abiti; e la corte si mantiene con estremo lusso. La maggior parte degli abitanti conosce e parla diverse lingue Europee, e lo stesso Pascià parla l'italiano: ciò che a Marocco risguarderebbesi come un peccato più o meno grave.
La società vi è pure più sincera, e più libera che a Marocco; i Consoli Europei mi visitavano frequentemente, e nessuno se ne formalizzava. I rinnegati Europei possono ottenervi avanzamento, ed elevarsi alle prime cariche dello stato: l'ammiraglio o capo della marina Tripolitana è un inglese che sposò una parente del pascià. Gli schiavi cristiani sono ben trattati, hanno il permesso di servire ai particolari, corrispondendo parte dei loro profitti al governo.
Il sovrano di Tripoli conserva ancora il titolo di Pascià, perchè da prima quel paese era governato da un Pascià mandato di tre in tre anni dal gran Signore. Questi efimeri comandanti non altro vedendo nei loro firmani che un mezzo di spogliare inpunemente gli abitanti, si resero in modo insoffribili che questi massacrarono l'ultimo Pascià mandato dalla Porta. Dopo tale rivoluzione accaduta circa ottant'anni sono, scelsero per loro principe _Sidi Hhamet Caramanli_ nativo della Caramania, che fu il fondatore della regnante dinastia. In seguito a Sidi Hhamet suo figliuolo Sidi Ali padre dell'attuale sovrano montò sul trono; ma obbligato da alcune rivoluzioni ad abbandonare la patria, riparossi a Tunisi. Il figlio di Sidi Ali chiamato Sidi Hhamet, come suo avo, prese le redini del governo. Era questi un uomo vizioso, le di cui malvage qualità gli costarono il trono e la vita; e gli succedette Sidi Youssouf, suo fratello, oggi regnante.
Sidi Youssouf, ossia sig. Giuseppe è un uomo di bella presenza di circa quarant'anni. Non è privo di spirito, parla assai bene l'italiano, ama il fasto, la magnificenza, e si mantiene dignitosamente senza trascurare d'essere manieroso e gentile. Sono ormai dieci anni e mezzo che occupa il trono, ed il popolo si mostra di lui contento.
Sidi Youssouf non ha che due consorti propriamente tali: una delle quali sua cugina e bianca, gli ha già dati tre figli e tre figlie; e l'altra è una negra, da cui ebbe un maschio e due femmine. Tiene molte schiave negre, ma veruna bianca. Spiega tutto il lusso e la magnificenza negli abiti delle sue donne, e negli arredi delle loro abitazioni. I figli del pascià assumono il titolo di _Bey_, e l'uno di essi ha il mio nome Ali-Bey; ma quando dicesi soltanto _Bey_, intendesi per antonomasia il primogenito, che è di già conosciuto erede del trono.
Fui assicurato che le rendite del pascià non ammontano ad un milione di franchi all'anno.
Il portiere interno del palazzo è uno schiavo negro; e sonovi più di quaranta schiavi cristiani tutti italiani pel servizio interno.
Il giorno di Pasqua nell'istante ch'io entravo in palazzo per vedere il pascià, la sua orchestra che stava entro una camera più interna cominciava a suonare, ma quand'egli mi vide fece segno di far cessare la musica, siccome un divertimento che un grave mussulmano deve risguardare con disprezzo. Nei brevi momenti che io l'udii, la trovai passabile ed infinitamente migliore di quella di Marocco. Mi fu detto che l'orchestra era composta di ventiquattro parti.
I principali impiegati sono _l'hasnadàr_, ossia tesoriere, il _guardian bàchi_ capo e maggiorduomo di palazzo, il _Kiàhia_, luogotenente del Pascià, il quale occupa un magnifico sofà nel vestibulo; poi il secondo _Kiàhia_, cinque ministri incaricati di diversi rami d'amministrazione, l'agà de' Turchi, ed il generale della cavalleria araba. La guardia del Pascià è composta di trecento Turchi, e di cento mammaluchi a cavallo.
Ad eccezione delle guardie, il Pascià non mantiene verun'altra truppa regolata in attività. Allorchè deve sostenere qualche guerra, aduna le tribù arabe che si presentano colle loro bandiere o stendardi in sul davanti; e può in tale circostanza mettere in piedi dieci mila cavalli, e quaranta mila pedoni.
Abbiamo già detto che l'ammiraglio del Pascià è un rinnegato inglese ammogliato con una sua parente. Le sue forze marittime consistono ne' seguenti legni.
1. Fregata o corvetta di cannoni N.º 28 1. _Idem_ di » 16 3. Sciabecchi di 10 cannoni ciascuno » 30 1. Saica di » 8 2. Galeoni di sei cadauno » 12 1. Piccolo sciabecco di » 4 1. battello di » 1 1. Galeotta di » 4 ——————— In tutto 11 bastimenti, e cannoni N. 103
A quest'epoca si fabbricavano due altri galeoni, lo che formerà un totale di 13 bastimenti armati.
Tripoli contiene sei moschee del primo ordine con torri, e sei moschee minori.