Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2
Part 5
Io non vidi mai altrove un paese più bello, più popoloso, e meglio alimentato, nè più belle messi. Onde convien credere che la Divina grazia protegga in particolar modo questi abitanti. Il paese è tutto sparso di grandi dovar disposti affatto diversamente da tutti gli altri: qui le tende sono poste in linea retta, e negli altri luoghi in cerchio.
In tutta l'estensione del piano non vedesi un albero; e non vi si trova che l'acqua di alcune piccole sorgenti.
Il mio campo trovavasi distante dalla montagna di Wazéin all'O. Dalle osservazioni astronomiche ebbi il risultato di 6° 55′ 0″ di longitudine orientale, e di 34° 42′ 29″ di latitudine.
Notai ne' due ufficiali condottieri una cert'aria misteriosa, e segni di connivenza; pure continuavano a trattarmi con profondo rispetto; ed io non potevo dir loro alcuna cosa, nè manco concepire verun dubbio sui loro segreti abboccamenti. Le tribù stazionate sul mio passaggio venivano a rendermi tutti gli onori, ed a offrirmi i doni di viveri e di foraggi; ed io continuavo a far uso del parasole; ero in somma sempre trattato come un figlio o fratello del Sultano. Questo stato di cose potev'egli durare? Ecco ciò che vedremo tra poco.
_Venerdì 16._
Si riprese in cammino verso le sei del mattino dirigendoci all'O. in mezzo a piccole montagne, ed un'ora dopo la nostra partenza essendo arrivati sulla strada da Fez a Tanger, ci volgemmo direttamente al N. fino alle tre ore della sera, ed allora ordinai di spiegare le tende tra i giardini situati al N. della città d'Alcassar.
Feci una cattiva osservazione intorno alla longitudine; ma non mi riuscì d'afferrare il passaggio d'alcuna stella, nè meno quello della luna in su lo spontar del giorno, per causa di alcune grosse nubi che ingombravano l'emisfero.
_Sabbato 17 Agosto._
In questo giorno finalmente cadde il velo che copriva il misterioso contegno de' miei ufficiali; allorchè mi annunciarono che dovevasi andare a Laraïsch, o Larache, e non già a Tanger, ov'essi avevano prima detto di andare. Questo procedere spiacquemi assaissimo, ma dopo avervi riflettuto, mi lasciai condurre, essendomi affatto indifferente l'andare in uno, o in altro luogo.
In conseguenza di ciò alle sei ore del mattino si riprese la strada all'O.; ed un'ora dopo si piegò al N. o al N. O. Entrammo in un bosco di lecci assai alti abbondante di felci, del quale non uscimmo che a mezzogiorno dopo aver fatti molti giri. Finalmente si passò un fiume, ed un'ora dopo mezzogiorno giungemmo a Larache.
_Laroïsch_ che i Cristiani dimandano Larache è una piccola città di circa quattrocento case, poste sul pendio settentrionale d'una ripida collina, di dove le case si prolungano fino sulla riva del fiume, la di cui imboccatura serve di baja alle grandi navi. I bastimenti che non oltrepassano la portata di duecento tonnellate possono entrare nel fiume, ma sono costretti di scaricarsi onde passare la _barra_.
Larache abbonda di moschee, la principale delle quali è pregevole per la sua architettura. Vi si trova un grande mercato, circondato da portici sostenuti da piccole colonne di sasso; ed è il più bel mercato ch'io vedessi nell'impero di Marocco. Fu fabbricato dai Cristiani, ugualmente che le principali fortificazioni. La città appartenne agli Spagnuoli, ai quali fu tolta da Muley Ismaïl.
Dalla parte di terra la città è difesa da buone mura con larga fossa; e due bastioni proteggono la porta ed il ponte. L'alcassaba o castello posto verso terra al S. della città è un piccolo quadrato di bastioni ad orecchioni circondato da una fossa. Ogni cosa trovasi bastantemente conservata, fuorchè il parapetto estremamente guasto. Sgraziatamente la piazza non ha acqua, e quella che vi si beve deriva da una sorgente che scaturisce in riva al mare a cento ottanta tese di distanza dalle mura, in luogo coperto dal fuoco della piazza. Ne viene presa ancora da un'altra sorgente lontana una lega. All'estremità della città, presso la foce del fiume, avvi un castello che mi si disse fabbricato per ordine di Muley Edris. La fortezza quadrata è provveduta di molte piccole colombrine. La bocca del porto viene difesa da due batterie poste al S., e da una specie di castello situato dalla stessa banda a tre cento cinquanta tese di distanza, con cannoni e mortai. Non avvi veruna fortificazione al N. del fiume o del porto.
A trecento tese al S. dell'ultima batteria di cannoni e mortai, sonovi presso all'acqua alcune opere, che viste dal mare, hanno l'apparenza di fortezza, ma che in realtà non sono che le ruine d'una casa e d'un molino a vento.
A sessanta leghe all'E. S. E. del castello quadrato trovasi una Cappella o santuario di una santa femmina patrona della città, chiamata Làla Minàna. Vi si onora il suo sepolcro. Io non ho giammai potuto dicifrare la complicazione delle idee che risvegliò in me l'esistenza della canonizzazione d'una donna, colla credenza mussulmana dell'esclusione di questo sesso dal paradiso. Ma Dio ne sa più che gli uomini.
La costa del S. è formata da una rupe assai alta, mentre quella del N. ha un piccolo banco di sabbia.
Per ordine del Sultano, Sidi Mohamed Safaxi, che era pascià di Larasche, mi destinò la miglior casa, situata sul gran mercato a lato alla principale moschea.
Malgrado questa vantaggiosa posizione, non potendo salire sopra la casa per osservare il cielo senza impedimenti, non potei prendere le distanze lunari; a fronte di ciò per mezzo degli ecclissi dei satelliti ho potuto fissare la longitudine O. dell'osservatorio di Parigi ad 8° 21′ 45″; come la latitudine per il passaggio del sole a 35° 13′ 15″ N. La declinazione magnetica è di 21° 39′ 15″ orientale. La temperatura è assai dolce e corrispondente a quella dell'Andalusia.
La città è circondata da un'arena rossiccia, ch'io riguardo come una decomposizione di feldspato, con molta disposizione a conglutinarsi. La rupe alta del mezzodì è formata di strati perfettamente orizzontali, sottili assai, e vicinissimi gli uni agli altri, lo che forma un'ardesia tagliata perpendicolarmente in riva al mare. Questi strati di roccia sono formati soltanto di arena rossa di già conglutinata nella sottile tessitura d'ardesia.
La città non è affatto sprovveduta di giardini. I viveri sono buoni, e l'acqua, quantunque alquanto cruda, non è malsana.
Le fatiche sofferte nel viaggio d'Ouschda mi cagionarono una malattia di quindici giorni. Furono pure indisposti alcuni miei domestici, e le bestie da soma, alcune delle quali rimasero storpiate; ma non morì che un mulo. Feci i bagni di mare, ed approfittai dell'opportunità per arricchire la mia collezione di piante marine.
Una corvetta di Tripoli, che da più mesi era entrata nelle acque del fiume, trovavasi a Larache. Il Sultano ordinò di equipaggiarla a sue spese, destinandomi la camera di poppa per il mio viaggio in Levante. Visitai questa nave che dovea tra pochi giorni mettere alla vela per Tripoli, e feci disporre per questo lungo viaggio la camera che mi era stata destinata.
La Domenica 13 ottobre 1805, giorno fissato per la mia partenza andai la mattina a congedarmi dal pascià, che mi diede tutte le migliori dimostrazioni di stima, e di considerazione, soggiungendo, che se volevo differire il mio imbarco fino alle tre ore dopo mezzogiorno, egli avrebbe assistito alla mia partenza. Tale inchiesta era per me troppo lusinghiera per non la poter rifiutare.
Essendo i miei equipaggi già imballati e caricati a bordo, andai al porto all'ora concertata per imbarcarmi colle mie genti. Chiesi conto del Pascià, e mi fu risposto che non tarderebbe ad arrivare. Mentre veniva la scialuppa, mi trattenni alcun tempo sulla spiaggia, ove la muraglia forma un angolo rientrante, e dove trovasi un vicoletto che sbocca dall'angolo.
Arrivata la scialuppa, e non vedendo venire il Pascià, mi disponevo di andare a bordo, quando due distaccamenti di soldati si presentarono a dritta ed a sinistra, e un terzo uscì dal vicolo in fondo all'angolo. I due primi s'impadronirono bruscamente di tutte le mie genti, l'altro mi prende in mezzo, e mi comanda d'imbarcarmi solo, e di partire all'istante. Chiedo la ragione di così strano procedere; e mi viene risposto: _così ordina il Sultano_. Domando di parlare al Pascià, e mi vien detto, _imbarcatevi_. Conobbi allora apertamente la mala fede del Sultano, e del Pascià, che fino all'ultimo istante, avevano ordinato che mi fossero resi i più grandi onori dalle truppe e del popolo, mentre meditavano il colpo che doveva profondamente ferirmi, poichè io non avevo meno premura per le persone che mi erano affezionate, che per me medesimo.
M'imbarcai nella scialuppa col cuore lacerato dalle grida di alcune persone della mia famiglia desolate da così subita separazione. Scesi il fiume divorato dalla rabbia e dalla disperazione finchè si giunse al passaggio della barra, ove i violenti colpi dell'onda mi sconvolgevano lo stomaco; lo che mi fu salutare, essendomi scaricato di un'enorne quantità di bile: ma spossato da così violenti scosse morali e fisiche, arrivai quasi privo di sensi alla corvetta che stava ancorata a poca distanza dalla barra. Mi trasportarono nella mia camera, e coricaronmi a letto.
In tal modo uscii dall'impero di Marocco. Sopprimo tutte le riflessioni che qui sarebbero inopportune. Forse avranno luogo in altra opera.
CAPITOLO XIX.
_Dell'antica isola Atlantide. — Dell'esistenza di un mare Mediterraneo nel centro dell'Affrica._
Prima di visitare la parte occidentale dell'Affrica, l'accurato studio della geografia fisica di questa parte del mondo, confrontato colle nozioni che la tradizione e l'istoria ne trasmisero intorno alle grandi rivoluzioni del globo, ed alcuni indizj somministrati dai recenti geografi e viaggiatori rispetto alla situazione interna di questo continente, mi guidarono quasi simultaneamente a due idee che emanano dal principio medesimo, ed appoggiandosi vicendevolmente, sembrano concorrere a dare un grado di probabilità più grande di quello che possa sperarsi in simili argomenti alla seguente opinione:
1.º Che l'antica Atlantide era formata dalla catena del monte Atlante;
2.º Che trovasi nell'Affrica un mare Mediterraneo, che siccome il Caspio nell'Asia esiste isolato senza aver comunicazione cogli altri mari.
Dopo tanti sistemi e visioni sul luogo che doveva altra volta occupare l'isola Atlantide, si risguarderà forse come una pazzia il voler di nuovo far rivivere una quistione tante volte agitata, e che ora sembrava dimenticata: ma siccome io mi limito ad indicare soltanto leggermente quest'idea troppo spesso messa in campo da altri scrittori; la sua coincidenza con quella dell'esistenza d'un mare interno nell'Affrica, mi scuserà presso al lettore; il quale non pertanto potrà risguardare questo capitolo come un episodio della storia de' miei viaggi. Per leggerlo è duopo avere innanzi agli occhi la carta generale dell'Affrica settentrionale.
Benchè niun viaggiatore Europeo attraversasse giammai nel suo centro il Sahhara, o grande deserto dell'Affrica, noi abbiamo sufficienti dati per essere quasi assolutamente certi, che dal N. al S. non è tagliato da veruna cordelliera di montagne, la quale leghi quelle dell'Atlante con quelle di Kong, e con quelle che sono al S. E. del deserto, e stendonsi nella direzione E. O. fino nell'Abissinia.
Nell'estremità orientale della catena Atlantica trovansi i deserti che s'avvicinano a Godemesch ed a Tripoli, quello di Soudah e quello di Borca, che da un lato toccano al Sahhara, e dall'altro il mare Mediterraneo; quindi la catena degli Atlanti circondata al N. ed all'O. dal Mediterraneo e dall'Oceano, confinata al S. ed all'E, da deserti di sabbia, che da una banda arrivano all'Oceano Atlantico, e dall'altra al Mediterraneo, viene ad essere una vera isola senza apparente legame colle altre montagne dell'Affrica.
Tutto ciò che si sa intorno ai deserti di sabbia che circondano la catena dell'Atlante all'E. e al S. prova, che non sono composti come quelli della Tartaria dell'_humus depauperatus_ di Linneo, val a dire, di una terra che a forza di travagliare, e di produrre, è rimasta esinanita, e priva delle molecole organiche necessarie alla vegetazione. Si può far illazione ai deserti che sono al S. dell'Atlante da quelli che io ho veduti al N. ed all'O. In questi io non trovai che strati estesissimi d'argilla glutinosa, che viene considerata come un prodotto vulcanico sotto-marino, pianure di sabbia sciolta tutta composta di una polvere selciosa di quarzo, e di feldspato, mischiata di un _detritus_ di conchiglie estremamente fino, e di banchi di una marna calcarea assai moderna, evidentemente formata dalla conglomerazione della sabbia, o del _detritus_ animale.
Vero è ch'io non trovai in questi deserti intieri avanzi di animali marini; ma perchè la situazione in cui io mi trovavo, non permettevami di fare accurate ricerche; ed è altronde verosimile che questi avanzi, quando esistano, non potrebbero trovarsi che a molta profondità al S o all'O. dell'Atlante, perciocchè la violenza delle onde polverizza qualunque oggetto che in questi luoghi s'innalza alla superficie del mare. L'urto delle onde è così terribile, che senza borrasca, nella più perfetta calma, e quando di lontano la superficie del mare sembra tranquilla, le onde battono così furiosamente sulla costa, che frequentemente innalzano montagne di schiuma alte cinquanta o sessanta piedi, non solamente sulle coste sparse di scogli, ma ancora sulla spiaggia d'arena.
Non esaminerò adesso le cagioni di tale fenomeno, che dovrebbero forse ricercarsi nel movimento generale della grande massa delle acque dell'Oceano, accresciuta o diminuita dalla projezione o configurazione delle coste: ma devonsene soltanto considerare i risultati sotto i rapporti che hanno colla presente quistione.
Quando il mare lambisce dolcemente una riva, le conchiglie ed i zoofiti vi si stabiliscono, germoglianvi le piante marine, e si moltiplicano come gli animali: la successiva decomposizione di tutti questi corpi organici ingrassa il terreno, lo rende proprio alle posteriori generazioni; e dall'ammasso di tante spoglie, nel corso di più secoli, che per la natura non sono che un giorno, ne risulta finalmente una ricca terra vegetale abbondantemente provveduta di mollecole organiche proprie ad alimentare, ed a dare la vita agli animali terrestri, che devono anch'essi servire ai bisogni dell'uomo.
Ma quando per lo contrario il mare batte furiosamente una costa, i moluschi e gli altri animali marini se ne allontanano come da uno scoglio contro di cui sarebbero infranti, le piante marine non possono allignarvi perchè vengono sradicate prima d'essersi profondamente fissate nel terreno che loro serve di sostegno. L'infelice animale, o la pianta che la corrente porta su queste rive periscono vittime del furore delle onde, ed i loro rottami sono spinti a grandissime distanze. Quando per effetto delle correnti dell'Oceano, e per lo scemamento dei mari, e per qualsiasi altra cagione, questa costa rimane scoperta e fuori dell'acqua, non può offrire che un ammasso informe di pietre, di arena, o di particelle selciose isolate, improprio alla vegetazione, e per conseguenza ad essere abitazione d'animali, in una parola, inutile all'esistenza dell'uomo: e questo avendo molta estensione sarà chiamato _deserto_.
Una gran parte delle coste di Marocco trovansi in tale stato. Tanger è circondato da un suolo arenoso, Rabat ugualmente: Mogador, che è il punto più meridionale da me visitato, è posto nel centro d'un piccolo Sahhara, la di cui sabbia forma colline mobili assai alte. Se, come io lo suppongo, questi deserti diventano più estesi a misura che c'innoltriamo verso il S., noi dobbiamo trovarvi il Sahhara o grande deserto, il quale non è che una replica in grande del fenomeno che vedesi in piccolo a Mogador, ed in miniatura a Rabat ed a Tanger.
Non è a dubitarsi che queste pianure di sabbia non siano depositi del mare, che sensibilmente si ritira da queste rive: la baja di Tanger si colma; il fiume di Rabat va egualmente colmandosi e restringendosi, e lo stesso fenomeno si riproduce a Mogador, nel canale, che lo separa dall'isola, e serve di porto. Questi fatti sono provati dagli ancoraggi che ogni giorno diventano più ristretti, e vedonsi ad ogni istante vortici di sabbia levati dalla spiaggia del mare dal vento d'O. formare in poco tempo _dune_ o colline ne' luoghi ove non eranvene per lo innanzi, senza che giammai un contrario vento, una forza contraria equilibri questi effetti, di modo che la sabbia viene levata sempre dalla riva del mare senza più ritornarvi. Quindi se il Sahhara è una replica in grande dello stesso fenomeno, come tutto c'induce a crederlo, ben lungi d'essere composto dell'_humus depauperatus_ di Linneo, non sarà che una superficie di sabbia abbandonata dal mare, come quella di Tanger e di Mogador, e che non fu giammai atta alla vegetazione.
Tale congettura si spinge ben presso all'evidenza quando si fa attenzione alla piccola elevazione del Sahhara sopra il livello del mare. Noi vediamo il Wad-Dràd, il Wad-Taffilet, e gli altri fiumi che si precipitano dal piovente settentrionale dei monti Atlante nel deserto, perdersi senza poter arrivare al mare per mancanza di declive per proseguire il corso.
Il Senegal e la Gambia si precipitano dalle vicine montagne di Kong verso il N., ed il N. O.: arrivati, il primo sui confini del Sahhara, ed il secondo in altra pianura, ritorconsi bruscamente all'O., e dopo infinite sinuosità somiglianti a quelle del Meandro dell'Asia minore, giungono al mare a traverso un piano quasi insensibilmente inclinato, formando nel loro corso innumerabili isolette, perchè la caduta di un albero, o qualunque altro leggero ostacolo basta a deviare, e dividere la loro debole corrente.
Ciò sembra indicare, che quando le montagne del Kong formavano un'isola, questi grandi fiumi precipitavansi nel mare del Sahhara, e che quando questo mare fu colmato dalla sabbia ammonticchiata a poco a poco, i fiumi diressero il loro corso verso l'Oceano, a misura che la sabbia successivamente aumentandosi li forzava a ripiegare dalla prima direzione. Debole essendo la loro corrente, bastava a farli piegare il più leggero ostacolo, come a' nostri giorni accade rispetto al Senegal quando questo fiume è vicino a metter foce nel mare.
Queste considerazioni corroborate dall'immensa quantità di conchiglie trovate nei deserti all'O. dell'Atlante, e dalla considerabile quantità di sale che trovasi nel Sahhara, e da altri fatti da me osservati, mi fanno credere che il Sahhara fu un mare fino ai tempi assai vicini all'età nostra, quando si paragoni colle grandi epoche della natura; ed allora troviamo che la Cordelliera dell'Atlante era un'isola.
Questa Cordelliera dai naturali è chiamata _Tedla_, e siccome questo vocabolo, secondo il costume delle lingue orientali, è scritto senza vocali, può ancora pronunciarsi _Atdla_; cui i Greci aggiunsero la finale come comportava il genio della loro lingua: ed ecco questo nome conservato dalla prima antichità tradizionale fino al presente.
Se consultinsi gli autori e le carte antiche, si troveranno i mari che circondano l'Affrica dalla parte di levante, di mezzogiorno, o d'occidente, indicati col nome di _mare Atlantico_; e poichè il paese d'Atlante dava il proprio nome a mari tanto lontani, a più forte ragione l'avrà dato ancora al mare di Sahhara che bagnava le sue coste, ed in allora l'isola dell'Atlante, e l'Atlantide si presenta circondata dal mare dello stesso nome, e dal Mediterraneo, offrendo esattamente le prime circostanze annunciate a Platone dal sacerdote di Sais, il quale dice che quest'isola era situata _sulle rive del mare Atlantico_.
Un'altra particolarità di quest'isola è quella di trovarsi _in faccia all'imboccatura che i greci chiamano nel loro linguaggio le Colonne d'Ercole_. Il sacerdote non dice solamente che l'isola fu in faccia alle Colonne d'Ercole, ma ne indica più circostanziatamente il luogo dicendo, ch'era in faccia _all'imboccatura che i Greci chiamano nella loro lingua le_ Colonne d'Ercole. Ora quest'imboccatura non fu mai altro che lo stretto di Gibilterra; ed il piccolo Atlante, che è una diramazione della Cordelliera che prolungasi fino a Tezza, a Tetovan soddisfa esattamente a questa seconda condizione.
Quest'isola era _più estesa della Libia e dell'Asia insieme_[3]. Ecco press'a poco l'estensione del grande e del piccolo Atlante.
[3] _Val a dire di quella parte d'Asia conosciuta dagli antichi a quell'epoca._ (N. dell'Edit.)
Aggiugne il sacerdote di Saïs che _i viaggiatori potevano da quest'Atlantide recarsi ad altre isole, di dove era loro agevole il passare sul continente_. Chiara cosa è che le molte isole del Mediterraneo potevano facilitare le comunicazioni dell'Atlantide coi diversi punti del continente d'Europa e d'Asia, bagnati dallo stesso mare, tanto più che nello stato di potenza in cui suppongonsi i re Atlantici, dovevano avere esteso il loro dominio sulle piccole isole vicine, per valersene, secondo l'espressione dello stesso sacerdote di Saïs, come di scala.
La dominazione dai re atlantici stabilita da una banda sopra la Libia fino in Egitto, e dall'altra fino alla Tirrenia, e le loro minaccie contro la Grecia s'accordano perfettamente colla posizione di quest'isola, situata sopra una linea centrale di questo paese, e colla sua popolazione.
Una sola opposizione può essere fatta a questo sistema che al primo aspetto sembra distruggerlo affatto. Questa è la narrazione fatta dal sacerdote di Saïs della _scomparsa_ dell'isola prodotta da _spaventosi tremuoti, e da disastrose inondazioni_. In fatti l'isola lasciò di essere isola da che fece parte del continente: non è pure improbabile che qualche parte dall'isola sia stala inghiottita dai tremuoti, come per esempio la porzione che occupava lo spazio oggi coperto dal golfo di Tripoli, dal Capo Bon presso Tunisi fino al Capo Ras Sem presso di Derna: i gran banchi di Kerkena e quelli di Sydra, che sono in quei golfo appoggerebbero quest'ipotesi, ove si vogliano considerare come avanzi di una terra sommersa; lo che combinerebbe coll'ultima circostanza riferita dal sacerdote di Saïs intorno all'isola Atlantide. Quanto alla sommersione totale effettuatasi in ventiquattr'ore di un'isola così estesa quanto si suppone l'Atlantide, e sparsa di alte montagne; è un avvenimento che a stento si ammette, qualunque volta si voglia rappresentarsi all'immaginazione gl'immensi abissi che debbono supporsi per concepire un così prodigioso effetto: supposizione altronde affatto gratuita, e non convalidata da veruno avvenimento analogo preso dall'istoria naturale dopo l'ultimo grande cataclisma.
Se si voglia supporre che l'Isola d'Atlante arrivasse fin al Capo Ras Sem, allora questa parte dell'Atlantide sarebbesi trovata in faccia ed a poca distanza della Tirrenia, dalla Grecia, dall'Asia, dall'Egitto, e dalla Libia; ed ecco il teatro delle conquiste degli Atlanti, la di cui metropoli trovavasi nel centro.