Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2

Part 11

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Il santuario delle chiese greche è separato dalla nave per una sbarra di legno coperta di quadri dipinti secondo il cattivo gusto che regnava in tempo del basso Impero. Questa sbarra ha nel mezzo una larga porta, ed altre più strette, una da ogni lato, che servono per entrare nel santuario, in mezzo al quale s'inalza un piedestallo quadrato coperto, e circondato da una piccola balaustrata di legno. Vedonsi su questo piedestallo alcuni piccoli quadri, il messale, ed altri arredi. I ministri del culto che possono soli entrare in questa parte della chiesa, dicono la messa, per quanto mi fu detto, colle tre porte chiuse, che si aprono soltanto a certi tempi fissati dal rituale. I fedeli stanno nella nave, e la loro immaginazione supplisce alla grandezza dei misteri che non vedono. Le donne stanno in una tribuna alta, chiusa di dense griglie, ove non possono essere vedute.

I greci portano i mustacchi, e si radono la barba come i turchi; ma gli uomini d'età avanzata, ed i preti la lasciano ordinariamente crescere. È loro proibito il portar armi; ma tutti tengono sotto l'abito nascosto uno stile, o un coltello.

I greci fanno quasi esclusivamente il commercio dell'isola, il di cui principale prodotto è il cotone; ed i turchi in questa parte gli sono di lunga mano inferiori. L'indolenza del loro carattere è abbastanza conosciuta; soddisfatti del clima, e degli abitanti di Cipro, fumano tranquillamente le loro pipe, e non si scompongono che quando possono fare una soverchieria ad un greco, sotto pretesto d'un fallo reale, o apparente. Il più grave delitto viene perdonato, quando il reo pone sulla bilancia la quantità d'oro, che, secondo l'avidità del giudice, equivale alla gravità del fatto. La proprietà non è rispettata se non allora quando il proprietario è più forte, o più protetto del rapitore; quindi si vedono frequentemente degli sgraziati villani greci spossessati dai turchi, che si usurpano il loro patrimonio.

Per evitare queste arbitrarie vessazioni, alcuni greci si mettono sotto la protezione dei consoli europei, che possono accordare tale favore ad un determinato numero di famiglie. Questi _protetti_ godono delle immunità accordate agl'individui della nazione che li protegge. Portano per segno distintivo una gran mitra di pelle d'orso, detta _calpàc_, col pelo assai nero. Ho però veduti alcuni greci portare la mitra senza essere protetti, e senza che i turchi guardino troppo per minuto[6].

[6] _Questi privilegi cessarono posteriormente in Turchia._ (N. dell'Edit.)

Le moschee del paese, tranne quella di Santa Sofia chiamata dai turchi _Aïa Sophia_, sono meschine e sudicie.

Abbiamo già detto che ogni venerdì, avanti la preghiera del mezzogiorno, l'Iman deve fare un sermone in arabo; ma qui, siccome nissuno Iman turco conosce quella lingua, i loro sermoni riduconsi ad alcune frasi assai brevi che imparano a memoria, e ripetono sempre come papagalli senza intendersi, e senza essere intesi dagli uditori. Quantunque l'araba sia la lingua sacra de' musulmani, non ve n'hanno appena dieci in tutta l'isola che l'intendano.

Con osservazioni soddisfacenti ebbi la latitudine N. di Nicosia 35° 13′ 14″, e la longitudine E. dall'osservatorio di Parigi 31° 6′ 30″.

È da notarsi che in questo paese il gesto negativo, ossia il segno che tien luogo del vocabolo _non_, consiste nell'alzare il capo nel modo medesimo con cui in Europa si suole indicar disprezzo, o derisione. Il gesto del disprezzo si fa ponendo la punta della lingua tra le labra, e pronunciando _potu_, quasi si volesse sputare. Il segno negativo degli europei di girar la testa a diritta ed a sinistra, non è conosciuto in Cipro.

CAPITOLO XXV.

_Viaggio a Citera. — Ruine del palazzo della regina. — Osservazioni intorno alla loro origine. — Ritorno a Nicosia. — Viaggio ad Idalia. — Larnaca. — Ritorno a Limassol._

Partii da Nicosia il giorno tre di aprile alle otto del mattino prendendo la direzione di N. E. per andare a Citera: alle nove attraversava un villaggio detto _Diamiglia_; e dopo tre quarti d'ora ero giunto al termine del mio viaggio. La vasta pianura di Nicosia stendesi fin presso a Citera posta in mezzo a collinette d'argilla. Quanto riscalderebbesi un'immaginazione poetica all'aspetto di questi luoghi consacrati un tempo alla madre d'amore!... A Limassol aveva trovato il sig. Rook viaggiatore inglese, il quale avendo visitato Citera, mi disse che la sua immaginazione aveva supplito al difetto della realtà, e ch'erasi figurata innanzi agli occhi la Dea circondata dalla sua corte. Il mio capo mal proprio alle illusioni non seppe presentarmi immagini opposte a quelle che ricevono dai sensi. Le Ninfe, le Grazie, gli Amori non vollero abbellire a' miei occhi l'aspetto della povera Citera, ch'io non seppi rassomigliare che al più misero casale del contado Venosino, o della Limagna dell'Alvernia. Citera non è infatti che un piccolo quartiere di forma irregolare coperto di orti, e di gelsi sopra lo spazio d'una lega dal nord al sud, e d'un quarto di lega da levante a ponente.

Questo piccolo villaggio deve la sua esistenza ad un'abbondante fontana, che dividendosi in due ruscelli bagna il piano di una valle formata da colline affatto nude d'argilla pura, che giammai non hanno potuto rendersi fertili. Vedonsi in questa valle qua e là sparse diverse case, ed alcuni mulini che provvedono Nicosia di farine. Il terreno non è di sua natura fertile, ma la rarità dell'acqua in tutta l'isola fa sì, che non si trascurino i mezzi d'innaffiamento; e questa valle è ben coltivata dovunque può essere irrigata. Sonovi molti orti, e molti gelsi, e questi non isolati gli uni dagli altri come costumasi in Europa, ma per l'opposto fitti in modo da formare una densa macchia che direbbesi un vivajo, tanto le pianticelle sono piccole e sottili. Pretendesi che con tal metodo producano maggior abbondanza di foglie; ed inoltre si ha l'avvantaggio di poterle spogliare stando in terra.

Citera presenta dunque una foresta di gelsi per i bachi da seta, alcuni carrubi, ulivi, alberi fruttiferi, ed erbaggi nel fondo di una valle, che per lo stagnamento dell'aria, il riverbero delle colline, e la vicinanza di una catena di montagne vulcaniche al nord, deve essere in estate un soggiorno infernale. Pure gli abitanti vogliono che il caldo siavi moderato; ma perchè l'uomo è un animale che s'avvezza a tutti i climi, devesi piuttosto dar fede alla sua posizione topografica, che a tutte le loro asserzioni.

Io non aveva in questo viaggio altri compagni che un domestico, ed il dottor Brunoni che facevami da interprete e da _Cicerone_. Fummo per ordine dell'Arcivescovo alloggiati in casa del parroco, che era un ottimo vecchio. Desideravo di vedere qualcuna delle donne che hanno così universale opinione di bellezza, ma tanto nelle case, che nelle strade non vidi che donne al disotto della mediocrità. Pretendeva il mio dottore non esservene di veramente belle, ma che sono le più scostumate dell'isola, e sono spesso cagione di procedure innanzi ai magistrati di Nicosia. Non è inverosimile che il calore del clima, la separazione delle case, le fitte macchie di gelsi, e la frequente assenza dei mariti, che vanno al mercato della città, siano cagioni della loro dissolutezza, o non la rendano, se non altro, più facile.

Assicurasi che l'antica Citera era posta sopra una piccola altura alla distanza di un miglio. Io non crederò mai che colà vi potesse essere un giardino; o almeno non vedesene traccia. Ma noi dobbiamo descrivere assai più interessanti oggetti. Partendo da Nicosia fui prevenuto, che tornando da Citera, potevo visitare le ruine del _palazzo della Regina_: ma ciò mi fu detto con certa quale non curanza, siccome di cosa di non molto rilievo. Il dottore m'avea strada facendo indicato il luogo di queste ruine sopra la più elevata sommità delle montagne poste al nord di Nicosia. Credetti, osservandole col cannocchiale, vedervi oggetti degni della mia curiosità; onde mi proposi di visitarle nel ritorno da Citera. Dalla casa del parroco in cui eravamo alloggiati, vedesi di fianco la montagna del palazzo della Regina. Congedatomi dopo il pranzo dal nostro ospite, partimmo per vedere la fonte che bagna Citera. Ai piedi delle colline argillose che sono al sud d'una catena di montagne basaltiche, l'acqua sorge in abbondanza da cinque luoghi, ed in minore quantità da molti altri, e forma ben tosto un piccolo fiume. È trasparente, leggiera, perfettamente pura, e freddissima, per quanto mi fu detto in estate; lo che prova derivare da profondo deposito posto nelle montagne, e non mai nelle colline d'argilla. Credono gli abitanti che abbia origine nei monti della Caramania continentale, e si faccia strada per di sotto al mare. Nè ciò sarebbe, rigorosamente parlando, impossibile; ma è ben più probabile che provenga dalle montagne basaltiche dell'isola, facendosi strada sotto alle colline d'argilla, senza però toccarle, perchè in tal caso perderebbe le sue buone qualità; tanto più che queste colline sono di più moderna formazione, e sovrapposte alla massa primordiale delle montagne.

Soddisfatta in tal modo la mia curiosità, lasciai con tutta indifferenza la povera Citera, cui ben poco rimane del bello, ch'ebbe allorquando vi dimorava la Dea della Grazie. Salimmo verso il nord fino alla prima linea delle montagne che signoreggiano le colline d'argilla, e la grande pianura al sud, di dove dirigendomi all'ovest sul piano superiore di questa linea coperta di lava e di prodotti vulcanici, e costeggiando la catena delle montagne basaltiche che ci stavano a destra, riprendemmo dopo due ore la direzione del nord, finchè si giunse al monastero di S. Giovanni Grisostomo posto a poca distanza della roccia, sulla quale sono le ruine del palazzo della Regina, che chiamasi _Buffavento_.

Questo monastero che ha press'a poco la forma di quello di Santa Tecla appartiene ai luoghi di Terra Santa. Tre monaci greci, la sorella del priore vecchia e vedova, ed una giovane serva assai bella, sono i soli abitanti di questa solitudine. Gli ortolani, e gli altri lavoratori alloggiano fuori del monastero.

All'indimani 4 aprile uscii accompagnato da due guide, non avendo avuto coraggio di seguirmi nè il dottore, nè il mio domestico troppo pingue per arrampicarsi sulla rupe. Montato sopra un mulo andai fino alle falde della rupe lontana del cammino mezz'ora di viaggio; e colà dovetti smontare per salir l'erta. Dopo un quarto d'ora eravamo giunti al piede dell'aguglia, ove trovansi due quadrati di muraglie rovinate. È quest'aguglia una rupe tagliata quasi perpendicolarmente in ogni lato, che non offre niuna traccia di sentiero. Approfittavamo dell'ineguaglianza del sasso, e delle stenditure per aggrapparci colle mani e co' piedi, ajutandoci a vicenda l'un l'altro: talvolta le guide si fermavano per riconoscere il lato che offriva minori ostacoli, comecchè tutti difficilissimi, e tutti sparsi di orribili precipizj. Finalmente dopo molti stenti arrivammo alla porta del palazzo ove si prese un istante di riposo.

Questo edificio può considerarsi come diviso in quattro parti le une più alte delle altre, che io indicherò così; il primo l'alloggio delle guardie, il secondo quello de' magazzini, il terzo il luogo di parata, ossia la corte, il quarto il dormitorio de' padroni posto sulla più elevata parte dell'aguglia.

La costruzione di questo edificio che posa sopra camere sotterranee parvemi anteriore all'epoca istorica: onde per quanto mi fu detto non viene ricordato in veruna storia degna di fede; ed io, per quanto attentamente ne esaminassi ogni parte, non vi scorsi alcun indizio d'iscrizioni, o di geroglifici.

Le mura sono formate di pietre prese in sul luogo, ed unite con cemento di calce; e molti angoli sono fatti di mattoni ancora rossi, e ben cotti. Quelli ch'io misurai sono lunghi due piedi, e larghi un piede, ed hanno la spessezza di due dita: i pilastri delle porte e delle finestre sono di marmo composto di nicchi marini di diverse specie, ed assai ben conservati: alcune camere dell'edificio hanno ancora il coperto. Pensando al lavoro ed alla spesa di quest'edificio posto in tal luogo, e ponendo mente alla sua antichità, non si può non esserne sorpresi. Si vede abbellito di tutto ciò che di più magnifico e signorile aver poteva il lusso de' tempi in cui fu eretto. Le finestre sono regolari e simmetricamente disposte, i pilastri, le cornici, i fregi delle porte e delle finestre sono tutti di marmo colassù trasportato da lontane parti; come non hanno potuto fabbricarsi in luogo, la calce, i mattoni, ec. La bellezza, o dirò meglio, la magnificenza dell'appartamento in cui io penso che si radunasse la corte, e perfino la provvista dell'acqua necessaria alla costruzione di così vasto edificio in così elevato luogo, tutto concorre a farci credere che il di lui fondatore fu un sovrano fornito di non comuni talenti, e di molte ricchezze.

Se vuol supporsi che quest'edificio non fosse che una semplice rocca, potrebbesi press'a poco determinare l'epoca in cui fu fatta, senza farsi scrupolo del silenzio della storia perchè potrebbe non aver meritato per alcun fatto importante, l'attenzione degli storici. Se vuole risguardarsi come l'abitazione di piacere di alcun ricco privato somigliante a quelle ch'io vidi sovr'alcune montagne dell'Affrica, direi che tal'edificio si fece in eguali circostanze, cioè quando non eranvi case nel paese piano. Ma se poi riguardo alla magnificenza ed al lusso di questo palazzo, prezioso monumento dei progressi dell'arte all'epoca della sua costruzione, ed alla singolare inattaccabile sua posizione; son chiamato a crederlo la dimora di un gran sovrano.

Parmi adunque che il palazzo della Regina sia stato fatto avanti i tempi storici, ed abitato da un ricco e potente sovrano dell'isola, il quale volle farne a un tempo una rocca inespugnabile, ed un magnifico soggiorno, ove i piaceri della società abbellivano e rallegravano l'apparato della potenza. Ma qual è il principe che lo fece inalzare?

Il nome di _palazzo della Regina_ fu da costante tradizione trasmesso fino ai nostri tempi, non essendovi persona nell'isola, che non lo conosca sotto tal nome. Siccome ogni culto ha le sue misticità, mi fu mostrato nel convento di S. Giovan Grisostomo un antico quadro in legno, rappresentante, come mi fu detto, la regina fondatrice, cui i monaci attribuiscono ancora la fondazione del loro convento. Questa principessa vedesi in atto supplichevole avanti ad una immagine della Vergine Maria. Il pittore ha fatta la regina più bella ch'egli ha potuto, ma gli diede un abito greco moderno. A piè del quadro trovasi una iscrizione greca quasi affatto perduta, ove leggesi ancora il preteso nome di questa signora, _Maria figlia di Filippo Molinos_, ec.

Pretendono i monaci che si conservasse nel loro convento un antico manoscritto, portante che questa sovrana era loro protettrice. Niuno però vide tale manoscritto, ed il confronto dei due edificj disvela l'anacronismo. Certo è intanto che quando fu fabbricato il palazzo della regina non conoscevansi ancora nè la Maria, nè i Filippi, nè i Molinos, ed ancora meno il monastero di S. Giovanni Grisostomo. Questi poveri Greci dopo l'epoca del basso impero non vedono per tutto che monaci e monasteri: essi chiamano chiesa la superior parte del palazzo, quantunque composta di due piccole camere quadrate, con porte anguste che escludono ogni verisimiglianza d'avere servito per luogo di riunione di molte persone. Altre ruine poste quasi a' piè della rupe vengono pure risguardate come reliquie d'un monastero; quando non sono meno antiche delle altre. Io per me le ritengo essere stati ridotti, ed opere avanzate per difendere l'ingresso del palazzo.

Trovansi discendendo alquanto più a basso le ruine di una vera chiesa; e queste apertamente dimostrano la falsità dell'origine attribuita alle prime. Ma inalziamo il nostro pensiero, e troviamo a questo singolare monumento un'origine più analoga alla sua forma, alle sue ruine, alla sorprendente sua situazione. Il nome di palazzo della regina, come osservai poc'anzi è stato conservato e trasmesso dalla più uniforme tradizione. Nella rimotissima epoca in cui fu fatto, se l'autore fosse stato un uomo, avrebbe fatto soltanto una rocca, limitandosi ad una ristretta abitazione per proprio uso, ma il buon gusto ed il lusso estremo che campeggiano in quella parte da me chiamata salone della corte, o della società, mi fa sospettare che sia stata l'opera di una donna. È questa composta di quattro sale quadrate poste l'una dietro l'altra con grandi finestre a settentrione ed a mezzogiorno, talchè da ogni lato godesi l'aspetto di quasi tutta l'isola: le porte fatte nel mezzo sono della stessa grandezza, e dall'ingresso della prima si vedono tutte quattro le sale. Non può supporsi che tale appartamento si facesse per luogo di difesa, perchè la sua forma non è punto appropriata a tale uso: non potrebbe pure risguardarsi come un luogo di abituale residenza, poichè le sue grandi finestre, postate fino a terra, ed aperte fino ad ogni vento escludono questa supposizione. Nemmeno può risguardarsi come un luogo destinato al culto, fuorchè a quello di Venere, essendo privo di quella misteriosa oscurità, che caratterizza gli antichi tempj. Io non trovo verun'altra spiegazione che quadrar possa a questa continuazione di camere, fuorchè quella di essere state destinate ad uso di loggia ossia d'appartamento di corte e di società. Il gusto altresì e l'eleganza delle parti mi consigliano a riguardarlo come l'opera di una donna: e quando altronde troviamo dalla tradizione conservato a questo luogo il nome di palazzo della regina, è difficile il non prestarvi fede.

Considerando la posizione di questo monumento, non si può a meno di non essere sorpresi che niun viaggiatore l'abbia ricordato sotto il suo vero punto storico e filosofico. Lo stesso signor _Rooke_ che aveva lasciato libero il corso alla sua immaginazione in questi luoghi popolati da tante antiche memorie, non fece un solo cenno di questo singolare edificio che signoreggia quasi tutta l'isola, ed in particolar modo Citera ed Idalia. Riferisce la tradizione che negli antichi tempi potevano fino alla sommità montarvi i carri. Citera ed Idalia sono i luoghi più vicini, ove trovinsi acque abbondanti in modo da poter innaffiare ed abbellire i vasti giardini della potente padrona del palazzo. Allora se questa signora era..! sì voi l'indovinate, lettore, una vera _Venere_, o uno dei tipi della _Venere_ poetica..! se altri viaggiatori visitarono queste ruine, e ne diedero una più fondata spiegazione[7], non vogliate togliermi alla mia illusione d'avere soggiornato un istante nell'abitazione delle grazie, e d'essermi introdotto nel più elevato e più segreto gabinetto della Dea d'Amore. Senza dubbio, quand'ella voleva compartire i suoi favori ai mortali, riceveva a Citera e ad Idalia gl'incensi ed i non cruenti sacrificj, indi ritiravasi a godere la compagnia degli Dei nella sua celeste dimora al di sopra delle nubi.... Ah _Rooke_! io sono al par di te in preda all'immaginazione.

[7] _Sembra che i pochi viaggiatori che parlano di queste ruine non le esaminassero che stando a molta distanza, considerandole soltanto sotto il punto di vista rappresentato dai monaci._ (Nota dell'Edit.)

Per ultimo se paragonisi la costruzione, la posizione, e l'antichità di questo edificio colla tradizione e la favola, risulta in un modo assai probabile che fu l'opera di una donna; che questa donna era assai potente nell'isola; che Citera ed Idalia devono risguardarsi siccome parte dei giardini della Dea; che essendovi allora qualche poeta nell'isola, avrà senza dubbio divinizzati questi oggetti, facendo l'apoteosi della regina, rassembrandola a _Venere_ figlia di _Giove_: allegoria della fecondità della materia, e forse dell'attrazione universale, che precedette di molto tempo la civiltà de' Greci e degli Egiziani. In tale ipotesi il genio poetico avrebbe fatto immortale un oggetto che forse era ben lontano del meritarlo.

Nella camera più alta che non ha più tetto evvi un cipresso selvaggio. Ne colsi un ramo col frutto; poi salito sul muro staccai la più elevata pietra dell'edificio.

Da questo luogo si gode la più magnifica veduta. Ad eccezione d'un piccolo angolo di terra coperto dalle montagne di Pafo o del monte Olimpo, l'occhio abbraccia quasi tutta la circonferenza dell'isola a vista d'occhio come sopra una carta geografica. Verso la costa del nord scopresi la piccola città di _Chirigna_, che sembra posta alle falde della montagna. Avendo di là fatto le mie osservazioni trovai che la latitudine di _Chirigna_, è di 35° 25′ 0″ nord, e la sua longitudine 31° 1′ 30″ est, dall'osservatorio di Parigi. L'orizzonte del mare è così vasto, che la vista confonde il mare col cielo, rassomiglianti ad un caos o densa nebbia. Attualmente su questa rupe non avvi acqua, come forse eravene in antico; e forse l'acqua del monastero di S. Giovanni Grisostomo non è che un'antica sorgente deviata dalla pristina sua destinazione.

Respirasi su quest'altura un aere purissimo, ma di una tale temperatura che non avrà permesso alla Dea di vestire tanto leggermente, come piacque ai pittori ed agli scultori di vestirla. Questa guglia spingesi in alto isolatamente sopra la catena delle montagne vicine, e forma una specie di conduttore elettrico. Ho più volte notato, trovandomi nel sottoposto piano, che le nubi che si alzano dalle minori montagne, o sono portate dai venti, s'attaccavano alla sua cima: fenomeno favorevole alle religiose illusioni della misticità[8].

[8] _Intorno a questo argomento vuol leggersi quanto acutamente ha scritto nella sua _Scienza Nuova_ Giovanni Battista Vico._

Alle nove ore del mattino uscii del palazzo della regina. Non incontrammo minori difficoltà nello scendere di quelle sostenute nel salire. Giunto ai piedi della guglia, rimontai sul mio mulo, ed alle dieci ore mi trovai al monastero per riunirmi al dottore ed al mio domestico.

Dopo un'ora di riposo scendemmo le falde delle montagne basaltiche, poi le colline d'argilla, ed eravamo in sul piano mezz'ora dopo mezzogiorno. Occorrono dunque due ore ed un quarto per iscendere dal palazzo della regina in sul piano.

Camminando verso S. O. passai ad un'ora dopo mezzogiorno il torrente di Nicosia, che non ha acqua che nella stagione delle pioggie, ed un quarto d'ora dopo attraversai il villaggio Caïmakà, di dove giunsi a Nicosia alle due ore.

All'indomani 5 aprile partii da questa capitale alle otto ore ed un quarto, andando pel gran piano verso S. O., poi avanzando tra mezzo a colline d'argilla, piegai alle undici al sud, costeggiando la riva sinistra di un torrente, che attraversammo a mezzogiorno poco prima d'entrare in Idalia. Questo luogo un tempo così famoso pei suoi boschetti non è che un miserabil villaggio posto in una valle circondata di colline d'argilla pura, sterili, e assai triste. Le case sono mal fatte e meschine, e gli abitanti poveri all'eccesso. Sonovi pochi alberi, e pochi erbaggi, non coltivandovisi che frumento ed orzo; onde si può dire che la moderna Idalia somigliante ai più poveri villaggi delle pianure della Beozia, è il più tristo soggiorno che immaginar si possa. Credesi in questo paese che l'antica Idalia fosse situata sopra una piccola altura distante un miglio dalla presente. Mi recai in sul luogo, ma non mi fu dato di scoprirvi alcun'orma di antichità. Di là vedesi perfettamente il palazzo della regina.