Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2
Part 10
Come potrei io descrivere il miserabile stato del nostro bastimento? Tutte le vele squarciate, e senza averne di cambio; il corpo faceva acqua in ogni lato a segno che le pompe dovevano sempre essere in azione; tutte le genti ammalate; venti che sembravano prossimi a spirare: uno era morto il giorno 4, ed il suo corpo era stato gettato in mare, un altro morì il giorno che si prese porto, due altri erano agonizzanti, e due impazziti. Gli uomini dell'equipaggio ajutandosi a vicenda per iscendere a terra fuggirono tutti lasciando il capitano a bordo con tre o quattro marinaj turchi. Tutti ci affrettammo di sbarcare. Gli abitanti in vista dell'infelice stato del bastimento, se ne allontanarono: niuno voleva montare a bordo; e fu duopo che il governatore della città ordinasse ad alcuni calafattaj di chiudere almeno le principali aperture del carcasso per salvar la nave, che faceva temere di colare ben tosto al fondo.
Si pretese che la cattiva acqua dell'isola Sapienza avesse pregiudicata la salute della nostra gente, e che il vapore di alcuni quintali di zafferano avesse viziata l'aria del bastimento: ma il peggio di tutto fu, che in molti giorni che fummo agitati dalle burrasche, furonvi sempre più d'ottanta persone chiuse sotto senza la menoma apertura per respirare: tutti eravamo tristi ed abbattuti non avendo altro che pochi cibi freddi, e gli escrementi di tante persone gettate in fondo alla cala. Da ciò è facile l'immaginarsi lo stato di quegl'infelici. Rispetto a me, fortunatamente la camera di poppa ov'io ero solo, non aveva comunicazione colla sotto coperta.
Allorchè sbarcai a Limassol mi si presentarono alcuni Turchi e Greci; ai quali avendo chiesto un alloggio, mi condussero in una bella casa, di cui ne presi possesso coi miei domestici. In seguito venne ad offrirmi i suoi servigi il governatore turco che è un agà, e spedì due scialuppe con un ufficiale per isbarcare i miei effetti, che alla dogana non furono visitati. In ogni cosa fui trattato con quella delicatezza che avrei potuto desiderare nella più cortese città d'Europa.
Colui che qui aveva cura de' miei affari era il più ricco greco, Dometrio Francondi, allora vice console d'Inghilterra, e di Russia, e console di Napoli: parlava assai bene l'italiano, ed era egualmente rispettato dai greci, e dai turchi.
Era alloggiato in sua casa un inglese chiamato il sig. Rich, che risiedeva al Cairo, come egli diceva, per amministrarvi gli affari della compagnia delle Indie. Questo giovane preveniente che parlava senza stento il turco, ed il persiano, ed aveva adottati gli usi e le costumanze mussulmane mi accompagnava spesso a pranzo, e parlavami sempre con entusiasmo di Mamlouk Ali-Bey.
Trovavasi pure presso il sig. Francondi un eunuco nero, ch'era uno dei quattro capi del serraglio del Gran Signore: chiamavasi Lala, e si recava alla guardia del sepolcro del Profeta a Medina. Allorchè arrivò a Limassol rimase mortalmemte ferito da alcuni soldati, che avevano attaccato uno de' suoi domestici; e questo uomo dotato del più dolce carattere che mai possa immaginarsi, perì vittima di tale accidente.
Uno de' miei domestici era ammalato in conseguenza delle fatiche sofferte sul bastimento. Eranvi nella moschea molti altri sventurati nello stato medesimo.
Il 21 marzo morì una delle donne ch'erano sulla nave, il 25 si perdette un altro passeggiere, ed un altro mio domestico ammalossi il giorno 23.
CAPITOLO XXIV.
_Viaggio a Nicosia. — Descrizione di questa città. — Architettura. — Visite d'etichetta. — Arcivescovi, e Vescovi. — Tributi dei Greci. — Donne. — Ignoranza. — Chiese Turche. — Moschee._
Trovandomi nel paese reso famoso dalle descrizioni che fecero i poeti delle gentili avventure della madre d'Amore, volli visitare i siti più celebri di Citera, d'Idalia, di Pafo, d'Amatunta, accompagnato soltanto dal sig. Francondi, da suo figlio, e da quattro domestici. Il 28 marzo 1806 partii alle cinque del mattino, prendendo la strada all'E.
Appena passato il fiume d'Amatunta che scorre al S. per isboccare poco dopo in mare, trovai in riva al mare stesso le ruine della città, di cui vedremo più sotto la descrizione. Di là seguendo la stessa direzione al N. O., entrai nelle montagne, ove a mezzogiorno fui sorpreso dalla burrasca, ed all'un'ora e un quarto giunsi al villaggio di _Togui_.
Il paese attraversato questo giorno offre le più ridenti prospettive. Da Limassol alle ruine la strada costeggia il mare, e la terra offre piccole pianure dolcemente inclinate che vanno a terminarsi in amene colline coperte di un bel verde. Al di là delle colline innalzasi una catena di alte montagne, le di cui cime erano coronate di neve. Il suolo formato di una terra vegetabile rossiccia è fertilissimo.
Le montagne attraversate dalla strada hanno un pendio assai dolce, e la più rigogliosa vegetazione anima questo grazioso paesaggio.
Il villaggio di Togui, le di cui case sono brutte, e mal fabbricate, trovasi in una pittoresca situazione sul declivio di due colline, abitata l'una dai greci, l'altra dai turchi. Passa tra le due colline un piccolo fiume sotto un ponte d'un solo arco, sopra il quale è fabbricata la chiesa de' greci dedicata a S. Elena.
Il 23 marzo partii alle sette ore ed un quarto, seguendo sempre la direzione dell'E., un'ora dopo si attraversò il fiume Scarino, che scorre al S., ed alle tre ore un altro fiume che va dalla stessa banda.
Alle nove e mezzo la strada piegò al N E., s'incominciò a salire sulle alte montagne. Si giunse alla sommità alle undici, e discendendo per un dolce pendio si attraversò mezz'ora dopo un villaggio, chiamato Corno, ove si entrò a mezzogiorno nel monastero greco di _Aià Tecla_ (Santa Tecla).
Sortendo dal monastero ad un'ora e mezzo mi diressi al N. N. O. Alle due si guadò un piccolo fiume, e dopo un altro mi lasciai alle spalle il villaggio Traforio posto a piccola distanza dalla strada. Proseguendo trovammo a destra altro villaggio detto Tisdarchavi, ed attraversato un torrente, si giunse alle sei ore, tenendo sempre la stessa direzione, nella città di Nicosia capitale dell'isola.
Il paese ci presenta in principio piccole montagne fatte a scaglioni, e coperte di freschissima verzura, che ad ogni tratto ci offrivano ridenti prospettive veramente degne dell'amabile divinità cui era consacrata l'isola. Il suolo è composto di una eccellente terra vegetabile, quale potrebbe desiderarsi per un giardino. Le alte montagne sono formate da una roccia cornea a varie degradazioni di color verde, dal verde pomo fino al verde cupo; e vi si trovano ancora dei pezzi di cornea assai bella, e lucidissima.
Fermai un'istante il mio cavallo per esaminare queste roccie. Il sig. Francondi mi disse: _queste roccie chiamansi Rocche di Corno_. Gli chiesi, com'erasi formato tal nome, ed egli mi rispose; _da un luogo che vedremo tra poco_. È questo quel luogo di cui feci cenno nel descrivere la strada. Se è accidentale quest'incontro del nome vernacolo d'un villaggio colla denominazione mineralogica, sarebbe assai singolare; e nel contrario supposto qual mineralogista avrà fondato, o denominato così il villaggio di Corno? Sulla origine di questo villaggio non poterono darmi veruna notizia, lo che è una prova della sua antichità. Può avere, a dir molto trenta case, ma la sua posizione in mezzo ad una valle coperta d'ulivi e di cavoli è veramente deliziosa. Gli abitanti sono quasi tutti fabbricatori di stoviglie.
Queste montagne sono tutte sparse di cipressi selvaggi che formano macchie assai graziose. Quest'albero indigeno di Cipro, ne ha pure ricevuto il nome. Tra gli strati di roccia cornea vedonsi alcune vene e piccoli filoni di quarzo; ma non mi riuscì di vedervi verun indizio di granito. Che tali montagne siano metallifere, ne fanno prova la mica ch'esse contengono, e gli ossidi di rame e di ferro.
Dopo avere attraversato due ore dopo mezzogiorno un ruscello si entrò in un piano di una cattiva terra argillosa. Il piano può avere una lega di diametro, ed è chiuso all'E. da montagnette di pura argilla bianca, affatto sterile ed ignuda. Trovasi in sull'uscita di questo piccolo deserto un poco di terra vegetale, ma d'inferiore qualità. Tutte le pianure seguenti non presentano nè la fertilità, nè la bellezza della parte meridionale dell'isola.
Il monastero di Santa Tecla è in una ridente situazione sul pendio delle montagne cornee. Vi abita un solo monaco con molti domestici, e lavoratori che coltivano le terre del monastero. L'Arcivescovo di Nicosia, vero principe dell'isola, gode le entrate di questo monastero e di molti altri. Sotto alla chiesa di Santa Tecla sorge una fonte di eccellente acqua. La chiesa è ben tenuta; è nel monastero vi sono celle, ed abitazioni pei viaggiatori.
L'estensione di Nicosia, capitale dell'isola, la renderebbe capace di centomil'abitanti; ma è spopolata affatto: vi si vedono in vece di case molti orti assai vasti, e molti tratti di terreno ingombrati di ruine. Mi fu detto che attualmente non aveva più di mille famiglie turche, ed altrettante greche.
Questa città, posta sopra un rialto di alcuni piedi in mezzo ad un vasto piano, gode di un'aria purissima e di una amena vista. Scoscesa è la circonferenza del rialto, che serve di muro alla città con parapetto di pietre tagliate, e mezze lune ad angoli salienti e rientranti, di modo che è suscettibile di regolare difesa, ciò che gli dà un'importante aspetto. Ha tre porte dette di Pafo, di Chirigna, di Famagosta. L'ultima è magnifica essendo formata di una volta cilindrica che copre tutta la salita dall'inferior piano della campagna fino al superiore ov'è posta la città. A metà della salita v'è una cupola compressa, o segmento di sfera, nel centro della quale trovasi una fenestrella circolare per ricevere la luce. Questo monumento tutto formato di pietre tagliate, e di marmo comune rammenta l'eccellenza della greca architettura. La parte di città abitata dai greci non è affatto priva di belle strade; ma tutte le altre sono anguste affatto, ed inoltre sucide. e non selciate. Vedonsi alcune case molto belle, ed alcune ancora assai grandi. Quella in cui io alloggiai, e che apparteneva al _dragomano di Cipro_ primo impiegato della nazione greca nell'isola può dirsi un vero palazzo, ed è vagamente ornata di colonne, di giardini, di fontane.
Qui gli edifici sono costrutti affatto diversamente da quelli di Barberia: colà non ricevono luce che dalla porta, qui per lo contrario non vedesi muro interno od esterno che non abbia due ranghi di finestre poste le une sopra le altre, ed in tanto numero, che nella camera da me più frequentata, la quale aveva 24 piedi in lunghezza sopra dodici di larghezza, se ne contavano quattordici oltre la porta. Il superiore ordine di finestre è chiuso da una griglia esterna, ed internamente di vetri: le inferiori hanno griglie, vetri ed imposte. Questa disposizione produce un buon effetto in case che hanno il tetto assai alto; e non devo dimenticar di dire che anche i muri di separazione, hanno le loro finestre come gli esterni. I corritoi o gallerie sono egualmente provvedute di griglie.
Il tetto ed una parte della scala sono fatti di legno; di marmo i pavimenti di tutte le camere, come pure i pilastri delle porte e delle finestre, ed il primo filare delle case: il rimanente delle muraglie è fatto di sassi comuni, di mattoni malcotti, e di calce. Il coperto non è di tegole, è piano, ed assai pesante: ed è forse a questa dannosa pratica che si deve imputare la distruzione di tutti gli antichi edificj, de' quali non altro rimane al presente che il palazzo, il quale vien chiamato _Scraya_, ossia Serraglio, monumento vasto e mal distribuito ove dimora il governatore generale dell'isola.
L'antica cattedrale d'_Aïa Sophia_ (Santa Sofia), grandioso fabbricato gotico, fu ridotto in moschea di turchi, che coprirono le colonne con un grosso strato di calce, onde sembrano mostruosi cilindri: vi aggiunsero due torri assai ben fatte, ma discordanti affatto dal totale della fabbrica.
Perchè la legge ordina di pregare volgendosi verso la Mecca, non essendo questo tempio stato fatto pel culto mussulmano, si dovette nell'interno del medesimo alzare delle facciate o frontispicj di legno, posti obliquamente nella direzione della linea della Mecca, onde poter pregare nella situazione prescritta.
Tutti i Vescovi dell'isola erano venuti a Nicosia per ricevervi il nuovo governatore generale; e vi si trovavano egualmente molti de' più distinti personaggi dell'isola.
All'indomani del mio arrivo venne a trovarmi il Vescovo di Lamarca accompagnato da numerosa comitiva. Lo conobbi uomo di buon senso, di molto giudizio, ed assai istruito.
Il susseguente giorno accolsi la visita del Vescovo di Pafo, che quantunque giovane, mi parve assai destro, l'altro Vescovo di Chiriga, era gravemente indisposto.
L'Arcivescovo ritenuto dall'estrema sua vecchiaja, e dai dolori della gotta, mi mandò il suo Vescovo _in partibus_ che ne fa le veci; il quale venne a trovarmi accompagnato dall'_archimandrita_, dall'economo, e da altri cinquanta preti. I tre dignitarj mi fecero mille scuse in nome dell'Arcivescovo, che malgrado il suo stato, voleva assolutamente farsi trasportare, se non n'era impedito.
Tra le molte riguardevoli persone, che mi frequentavano, distinsi in particolar maniera il sig. Nicolao Nicolidi, incaricato della dragomania di Cipro in assenza del Dragomano. Egli parla con tanta eloquenza anche improvvisamente, ch'io gli diedi il soprannome di moderno Demostene.
Il terzo giorno andai a visitare il governatore generale, che mi ricevette in grande cerimonia, circondato da molti ufficiali, soldati, e domestici armati fino ai denti. Alla porta della sala eravi una sentinella in piedi con una scure in ispalla.
Il governatore si alzò per ricevermi, e mi fece sedere al suo fianco sopra un magnifico sofà. Lo trovai uomo di spirito, pieno di fuoco, e mi fu detto ch'era assai colto. La conferenza che fu molto lunga, s'aggirò specialmente intorno ad oggetti politici. I signori Nicolidi e Francondi, che mi avevano accompagnato, mi servirono da interpreti, perchè il governatore non parlava l'arabo, nè alcuna lingua europea, ed io non intendeva la turca. Il governatore riccamente vestito, aveva una superba pelliccia. Gli fu recata la sua pipa persiana, che presentò a me, ed io rifiutai per non essere avvezzo a fumare. Sei paggi dell'età di quindici anni, di bella e vantaggiosa statura, doviziosamente vestiti di raso, e di finissimi _scialli cachemiri_ servivano di caffè; ed in appresso mi profumarono e mi spruzzarono d'acqua di rose. Partendo, il governatore volle accompagnarmi fino alla porta dell'appartamento.
Passai in seguito nella camera d'un suo fratello, che è un buon vecchio: ci fece anch'egli servire di caffè, e si accese d'entusiasmo per me quando seppe ch'io mi disponeva a fare il viaggio della Mecca, ov'egli era stato più volte. Mi diede alcuni consigli, e ci separammo egualmente contenti l'uno dall'altro.
Terminata la visita al serraglio passai al palazzo dell'Arcivescovo. Trovai alla porta l'archimandrita e l'economo, con venti in trenta domestici per ricevermi. A piè della scala fui preso da molti preti, e portato fino alla prima galleria, ove mi ricevette il Vescovo _in partibus_, con molti altri preti. Nella seconda galleria trovai l'Arcivescovo. Questo venerabile vecchio quantunque avesse le gambe straordinariamente enfiate, erasi fatto colà trasportare dal Vescovo di Pafo, e da cinque o sei altre persone, per venirmi incontro. Gli feci degli amichevoli rimproveri per essersi presa tanta pena, e presolo per mano lo seguii nella sua camera.
Il dottor Brunoni medico italiano domiciliato a Nicosia, il quale aveva tutte adottate le usanze, i costumi, e le greche maniere, mi servì d'interprete. È questi un uomo di bell'umore, accorto assai, e senza verun pregiudizio.
Il venerabile Arcivescovo mi fece il racconto delle violenti vessazioni sofferte nel precedente anno dai turchi ribelli dell'isola; ed io procurai di consolare questo cuore ancora esulcerato dalle recenti ingiurie. Si parlò assai intorno a ciò, e dopo i consueti onori del caffè, de' profumi, e dell'acqua nanfa, ci separammo presi da vicendevole affetto.
Visitai in appresso nelle loro abitazioni l'economo e l'archimandrita, ove trovai pure il Vescovo di Pafo, ed il Vescovo _in partibus_. Ma quale non fu la mia sorpresa, allorchè sortendo vidi ancora il venerabile Arcivescovo nella galleria, ov'erasi fatto condurre per darmi un'ultimo addio! Non saprei dire quanto mi toccasse questo tratto del venerando vecchio. Volli fargliene un dolce rimprovero, ma la parola si spense sulle mie labra.
L'Arcivescovo di Cipro patriarca indipendente in seno della chiesa greca, è inoltre il principe, o capo supremo spirituale e temporale della nazione greca nell'isola. Egli risponde verso il Gran Signore delle imposte e della condotta de' Ciprioti greci. Per non entrare nelle particolarità degli affari criminosi, e per iscaricarsi di una parte del governo temporale, ha delegati i suoi poteri al _dragomano di Cipro_, il quale in forza di tale delegazione è diventato la primaria autorità civile: egli trovasi per il rango e per le attribuzioni eguale ad un principe della nazione, perchè il governatore non può far nulla contro un greco senza la partecipazione e l'intromissione del dragomano, che trovasi pure incaricato di portare a' piè del trono del Gran Signore i voti della nazione.
Eravi stata l'anno avanti nell'isola una gagliarda sommossa de' turchi contro il dragomano. Essendosi costoro impadroniti di Nicosia vi commisero infinite atrocità contro l'Arcivescovo e contro gli altri greci, uccidendo coloro che rifiutavansi di dar loro del danaro. Il dragomano fuggì a Costantinopoli, ove non solo vinse la causa in favore dei greci, ma ottenne ancora l'ordine di far marciare un pascià con truppe della Caramania, contro i ribelli ch'eransi chiusi in Nicosia.
In così difficile situazione l'economo fu l'angelo tutelare della nazione, essendo riuscito coi suoi talenti a calmare alquanto il furore dei faziosi.
Dopo varj combattimenti questi entrarono in trattative col pascià, il quale per l'intromissione di alcuni consoli europei, promise di non castigarli. A tale condizione i ribelli aprirono le porte della città: ma senza aver riguardo alla data fede, il pascià appena entratovi ne fece decapitar molti.
Questo avvenimento umiliò i turchi dell'isola, ed incoraggiò i greci che affettano una certa qual'aria d'indipendenza. Il dragomano trattenevasi tuttavia a Costantinopoli; ma se io non potei conoscerlo personalmente, le sue opere da me vedute lo fanno conoscere per un uomo dotato di spirito e di talento.
Ho di già fatto osservare che in ciò che spetta allo spirituale l'Arcivescovo di Cipro è patriarca indipendente: e perciò egli non ha veruna relazione col patriarca di Costantinopoli, ma bensì con quello di Gerusalemme per rispetto ai luoghi santi, i di cui sacerdoti possedono alcune proprietà nell'isola.
L'Arcivescovo conferisce i vescovadi e le altre dignità, ed impieghi ecclesiastici dietro la presentazione del popolo; ed accorda le dispense matrimoniali ne' gradi proibiti.
L'Arcivescovo, i Vescovi, e gli altri grandi dignitarj non possono ammogliarsi: ma viene permesso d'aver moglie ai semplici sacerdoti secolari, i quali la sposarono avanti di diventar preti: e se questa muore non possono passare a seconde nozze. L'attuale Arcivescovo è vedovo, ed ha un figlio. I monaci sono a perpetuità obbligati al celibato.
L'insegna distintiva de' preti consiste in una berretta di feltro nero, angolare per gli ammogliati; rotonda in forma di cono rovesciato per i celibatarj, e per i monaci. I Vescovi hanno il distintivo di un piccolo nastro violetto intorno al capo, e vestono frequentemente una stoffa dello stesso colore. Gli altri preti sono per lo più vestiti di nero.
I greci sono subordinati assai e rispettosi verso i loro Vescovi: quando li salutano, si prostrano, si cavano la berretta, gliela presentano rovesciata; e quasi in presenza loro non osano parlare. Vero è che i Vescovi sono come punti di riunione per questa nazione schiava, e quelli cui devono la loro qualsiasi esistenza; e quindi l'interesse loro proprio vuole che diano ai prelati quella importanza politica che i medesimi turchi riconoscono, se dobbiamo giudicarlo dal modo con cui questi li trattano, e per la deferenza, e, dirò ancora, per il rispetto che gli dimostrano. Nelle loro case, i Vescovi spiegano un lusso principesco, non sortendo mai senza un numeroso seguito; e facendosi portare quando ascendono una scala.
I greci pagano al Vescovo la decima e la primizia de' frutti, gl'incerti, le dispense, ed altre molte elemosine.
Siccome questi principi riscuotono le imposte della nazione per pagare al governo turco l'ordinario tributo, ciò dà luogo tra di loro ad una specie di monopolio. Il governo turco non potè mai sapere con precisione il numero de' greci dell'isola. Essi confessano un totale di trentaduemila anime: ma le persone istruite portano la popolazione greca a centomila. Nel precedente anno il governo aveva mandato un commissario per fare il censo esatto della popolazione greca, ma questi fu guadagnato coll'oro, e partì senza far nulla. Quest'amministrazione delle imposte produce ai capi un immenso guadagno; ed il popolo soffre in silenzio per timore di peggio.
I greci pagano al governo il tributo di cinquecentomila piastre all'anno per il soldo della guarnigione di quattromila soldati turchi; numero ben lontano dall'essere giammai compiuto. In oltre il Gran Signore percepisce ancora due in trecentomila piastre sull'esportazione dei cotoni, ed altri prodotti dell'isola. Tali somme riunite a quelle che il governo generale, ed i governatori particolari esigono, possono portare le imposizioni ad un millione di piastre che i Ciprioti greci pagano ai turchi. Ma i Vescovi, e gli altri capi della nazione ne percepiscono assai di più.
I greci non sono meno gelosi dei turchi; e tengono le donne loro in luoghi così appartati, che non è possibile di vederle. Quelle che io scontrai sulle strade erano coperte ed avviluppate in una tela bianca, come le donne turche; e non si vedono a viso scoperto se non le vecchie, e le deformi affatto. Il loro abito non è senza eleganza: ma dispiacemi assai una specie di berretta in figura di cono ch'esse portano in capo. Rispetto agli uomini sono generalmente ben fatti, ed hanno una bella tinta. I ricchi portano sempre degli abiti lunghi come i turchi, dai quali non si distinguono che pel turbante turchino; e molti ne hanno pure di altri colori, e perfino di bianchi, senza che i turchi gli muovano querela. In generale osservai, che tutti i greci dell'isola, non esclusi i pastori, i giornalieri, ed i poveri, erano decentemente vestiti.
Mancando i greci di scuole pubbliche nell'isola per istudiarvi le scienze sublimi, sono assai poco istruiti. Pure si fa ancora travedere l'antico spirito de' loro padri, e vi si trovano non di rado uomini pieni di fuoco, e di eccellenti disposizioni; ma la massa della nazione avvilita dalla schiavitù è pusillanime, ignorante, e vile.
Essi adoprano l'antico calendario senza la correzione gregoriana, onde il loro computo trovasi arretrato di dodici giorni da quello d'Europa; resta ugualmente indietro dal corso solare, talchè se non viene corretto, verrà un tempo in cui il calendario noterà il mese di luglio nel solstizio d'inverno, o i giorni del freddo nella canicola.
La quaresima che i greci osservano rigorosamente è più lunga una settimana di quella dei cattolici. Durante questo tempo di penitenza non mangiano nè carne, nè pesce, nè cose di latte; e si fanno per fino scrupolo di adoperar l'olio; onde il loro cibo si riduce al pane, ed a poche olive. Essi credonsi i soli ortodossi, perchè suppongono d'aver conservato il rito greco primitivo, e trattano di scismatici i cristiani latini. Hanno tutti i Sacramenti ammessi dalla chiesa Romana; ma consacrano l'Eucaristia col pane fermentato.