Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1
Part 9
Dopo la preghiera un _fakih_ del Sultano salì sulla tribuna, pronunciò un sermone, e la ceremonia si chiuse con una breve preghiera. Il Sultano sortito dal recinto, montò a cavallo, e tutta la sua corte ne imitò l'esempio. Dopo aver fatto un passeggio, durante il quale i diversi corpi delle provincie gli vennero incontro per salutarlo, si ritirò; ed in allora, ebbero cominciamento le corse dei cavalli, le scaramuccie, i colpi di fucile, le grida d'allegrezza ohe si prolungarono tre giorni nella città e nei contorni.
Rimarcabile è la maniera con cui ogni corpo salutava il Sultano. Dopo essersi disposti in linea si presentavano al Sultano coi loro lunghi fucili che si tenevano perpendicolarmente davanti colla mano destra, ed appoggiati sul pomo della sella piegavano il corpo avanti, facendo una riverenza, e gridando ad alta voce tutte le volte _Allàh jebark òmor sidina! Dio benedica la vita del nostro Signore!_ Poi ritiravansi per lasciar luogo agli altri. Il capo di ogni truppa veniva alquanto innanzi, ed avvicinandosi al Sultano, lo salutava in particolare, facevasi conoscere, e faceva segno alla sua gente di avanzarsi e di ritirarsi.
A poca distanza dal Sultano erano molte compagnie della sua guardia a cavallo con un infinito numero di stendardi, ed una banda di tamburri rauchi, e di cornamuse assai discordi. Marciavano presso al Sultano i grandi ufficiali ed alcuni servitori a piedi; e due di questi stavano sempre ai fianchi del suo cavallo con un fazzoletto di seta in mano per scacciare le mosche.
Tra i musulmani non trovansi preti propriamente detti. Quelli che assistono alle moschee non hanno altra marca distintiva che possa farli conoscere, nè alcun carattere che gli dispensi dalle obbligazioni di cittadino: hanno mogli, travagliano e pagano le imposte; in una parola, l'ordine sacerdotale, che negli altri culti forma nello stato una classe separata, non esiste presso i musulmani. Qui gli uomini sono in ogni casa eguali in faccia al Creatore; i templi non hanno luoghi riservati, nè posti privilegiati. La virtù o il vizio sono i soli mezzi che avvicinano o allontanano l'uomo dalla Divinità.
Gl'impiegati delle moschee sono prima gl'_Imani_, che dirigono la preghiera, predicano i venerdì, e fanno talvolta la lettura de' libri sacri; ed in appresso i _Mudden_, che chiamano il popolo dall'alto delle torri, e che ajutano gl'Imani nella direzione delle preghiere. Quest'impieghi non imprimono verun carattere in coloro che gli esercitano; e quindi tosto che hanno terminate le loro funzioni, si occupano in altri affari come semplici cittadini. Durante l'assenza d'un Imano dalla moschea, il _Mudden_, o un altro individuo, o qualunque del popolo si pone alla testa dell'assemblea; dirige la preghiera, e fa le funzioni di vero Imano.
I musulmani non hanno altre feste in tutto l'anno che quelle della Pasqua, e della nascita del Profeta. Il venerdì il musulmano lavora come gli altri giorni della settimana, incominciando la mattina fino ad un'ora avanti mezzogiorno, in cui abbandona la sua officina, o altre sue occupazioni per andar a fare le sue abluzioni, e la sua preghiera alla moschea: torna in appresso al suo travaglio.
Dal fin qui detto si vede che l'_islam_, o la religione di _Maometto_, è austera. La parola _islamismo_ vuol dire _abbandono di se medesimo a Dio_; e su questa primaria base è fondato questo culto.
La credenza nella missione di _Noè_, di _Abramo_, di _Mosè_, di _Gesù Cristo_ e di altri antichi Profeti, è un articolo indispensabile per l'introduzione all'_islamismo_; di modo che un giudeo non può essere ammesso al corpo dei fedeli, senza che preventivamente abbia dato prove della sua credenza nella missione di Gesù Cristo, riconosciuto come lo spirito di Dio (_Rouh Oullàk_) e figliuolo di una Vergine: lo che viene attestato dal _Corano_.
I musulmani sono d'opinione che gli evangelj che trovansi tra le mani de' cristiani siano stati viziati, o corrotti da interpolazioni. Essi negano la morte di Gesù Cristo, che secondo il _Corano_ salì vivo al cielo senza subire il supplizio della croce; non ammettono il domma della Trinità, nè per conseguenza l'unione ipostatica della seconda persona in Gesù Cristo, e nell'eucaristia.
Sgraziatamente sonosi pure introdotte nell'_islamismo_ varie superstizioni, che il musulmano filosofo detesta. Le ceremonie esteriori del culto hanno soverchiato in modo le dottrine fondamentali della religione, che quando un musulmano faccia ogni giorno il numero della prostrazioni o dei _rihat_ prescritti dalla legge, non si guarda alla sua morale, e sarà tenuto buon musulmano; sarà pure inalzato alla dignità di santo, se eccede il numero delle preghiere e dei digiuni legali, quantunque la sua condotta sia quella d'un uomo perverso, com'io ebbi occasione di vederne alcuni esempi.
La venerazione pei sepolcri dei santi ha un utile effetto quando le loro cappelle sono l'asilo dell'innocenza contro gli attentati del despotismo. La venerazione in cui sono tenuti gl'imbecilli, protegge la sgraziata loro esistenza; ma l'asilo delle cappelle conserva altresì un ragguardevole numero di delinquenti, dai quali dovrebbesi liberare la società, ed il rispetto verso gl'imbecilli è cagione di mille attentati contro la pubblica morale. I _safi_, o talismani, le reliquie, le corone, i recitatori di preghiere per gl'infermi, per le cose smarrite, ec. ec., sono altrettante pie frodi che macchiano il puro deismo di _Maometto_. Altronde qual è il culto in terra che non sia stato alterato dalla cupidigia dei ciarlatani, o dalla sciocca timidità del popolo? Fortunatamente che nell'impero di Marocco non si vedono quelle greggie monastiche, ossia quei _Dervis_, che scontransi in tutta la Turchia.
CAPITOLO XI.
_Sceriffi di Muley Edris. — Affare del pendolo. — Ingresso del Sultano in Fez. — Messo del Sultano. — Interrogatorio del capo degli astrologi. — Sua ipocrisia, mala fede. — Intrighi dell'astrologo. — Trionfo d'Ali Bey. — Compera d'una Negra. — Almanacco. — Partenza del Sultano. — Eclissi._
Abbiamo veduto, che le ceneri di _Muley Edris_ fondatore di quest'impero sono venerate nel suo santuario a Fez, ove dimorano i suoi discendenti, risguardati ancora come la più illustre famiglia del paese sotto il nome di _Sceriffi_ di _Muley Edris_. Il capo di questa famiglia prende il titolo di el _Emkaddem_, o _l'antico_. _L'Emkaddem_ attuale è un vecchio venerabile chiamato _Hadj Edris_, il quale ha l'amministrazione dei fondi posti ne' coffani accanto al sepolcro del santo, come pure dell'elemosine in granaglie, in bestiami, ed in altri effetti che gli abitanti gli danno a titolo di tributo: egli stesso le ripartisce tra i scheriffi della tribù, la maggior parte de' quali si mantiene con questi fondi, comecchè ve n'abbiano di ricchissimi di beni stabili, o pel commercio che fanno, siccome l'_Emkaddem_. È tanto grande la venerazione degli abitanti per _Muley Edris_, che in tutti gli accidenti della vita, e ancora per uno spontaneo movimento, in luogo d'invocare l'onnipossente, invocano _Muley Edris_.
Venendo da Mequinez a Fez mi passò innanzi un ufficiale del Sultano apportatore d'un ordine sovrano ad _Hadj Edris_ perchè mi preparasse un alloggio e mi assistesse e servisse di tutto quanto potessi desiderare. In conseguenza, al mio arrivo fui alloggiato in casa sua; e perchè la vecchiaja appena gli permette di far pochi passi, non che di occuparsi di tutti i doveri dell'ospitalità, fu il suo maggior figliuolo _Hadj Edris Rami_[15] che s'incaricò esclusivamente di tutti i miei affari, e perciò qualunque volta io parlerò di _Hadj Edris_ si deve intendere del figliuolo, ammeno che io non indichi espressamente il padre. Amendue colle rispettive loro famiglie abitano nella medesima casa. _Hadj Edris Ràmi_ è della mia età; il suo stimabile carattere, la dirittura de' suoi principj, e la sua fedeltà, che giammai non si smentirono, lo resero il mio migliore amico: possa egli essere tanto felice quanto io lo desidero, e possano i suoi anni essere numerosi come le sue virtù!
[15] _È lo stesso personaggio che fu a Parigi nel 1808 in qualità d'ambasciatore straordinario dell'Imperatore di Marocco._ (N. dell'E. F.)
All'indomani del mio arrivo a Fez ricevetti la visita dei principali scheriffi della tribù _d'Edris_ e di molti altri della città. Infinite erano le domande che mi si facevano in tali visite, e le osservazioni; come pure le ricerche che facevansi ai miei domestici, al quale oggetto valevansi di tutti i mezzi immaginabili. In somma facevansi loro subire formali interrogatorj sul conto mio; ma ne ottennero così soddisfacenti risposte, che avanti che terminasse il secondo giorno, mi avevano baciata cento volte la barba, ed i più ragguardevoli mi avevano pregato a riceverli nel numero de' miei amici.
Gli _Edris_ affezionatisi al loro ospite pensavano ad avermi lungo tempo in loro casa, e nulla trascuravano di tutto ciò che poteva, rendermene aggradevole il soggiorno; ma siccome io non mi trovo mai bene che in casa mia, si viddero forzati dalle mie istanze a cercarmene una, e pochi giorni dopo io mi trovavo già stabilito in quella ch'essi mi procurarono delle migliori di Fez. Il susseguente giorno mi recai a visitare il principe _Muley Abdsulem_ che allora era a Fez. Quest'augusto e rispettabile cieco mi fece infinite carezze, e mi pregò caldamente d'andare a trovarlo ogni giorno; glielo promisi, e poche volte mancai alla promessa.
Il despotismo che da tanto tempo pesa su quest'impero avvezzò gli abitanti a nascondere il loro danaro, e ad adottare nei loro abiti, e nella economia famigliare tutto ciò che può allontanare da loro il sospetto dell'agiatezza; talchè niuno ardisce, per ricco ch'egli sia, fare la menoma spesa di lusso; ad eccezione dei più prossimi parenti del Sultano e dei scheriffi _Edris_, che godono di una maggiore libertà, e perciò non temono di vestirsi, e di alloggiare più decentemente. I miei amici mi vedevano tenere un sistema diverso dal loro, perchè accostumato al lusso orientale, non sapevo ridurmi alla miseria ed agli usi di Fez. Essi tremavano per me, e non mi dissimulavano i loro timori; ma lontano dal pensare a correggermi, non declinai un sol punto dalle mie abitudini; onde i miei amici terminarono coll'avvezzarvisi, e qualcuno ancora incominciò ad imitarmi. La mia società s'accresceva ogni giorno. I _Fachik_, i _Sceriffi_, i dotti, non isdegnavano di farne parte.
Non molto dopo arrivato a Fez fui condotto nella moschea di _Muley Edris_, ed in una bella casa dipendente dalla moschea, ove vidi un singolare assortimento d'oriuoli a pendolo: seppi che il Sultano aveva ordinato che mi fosse preparata quell'abitazione, affinchè potessi andarvi per leggere o per studiare, e che i dottori dovevano venire ogni giorno a parlare con me intorno a cose scientifiche.
Per verun conto non mi conveniva assoggettarmi a qualsiasi vincolo; e quindi dopo avere testificata tutta la mia riconoscenza verso il sovrano, ed accettata l'abitazione, ordinai ai miei domestici di portarvi tappeti, cuscini, un soffà, e tutto quanto poteva abbisognarmi; dissi che sarei talvolta venuto a leggere, dichiarando in pari tempo francamente che _ciò non avrebbe luogo ogni giorno_. Questo linguaggio li sorprese.
Ne' primi dieci giorni non v'andai che due volte; vi capitarono molti dottori, ma la nostra conversazione si restrinse ai complimenti vicendevoli, ed a discorsi di niuna importanza.
Intanto si ebbe notizia che il Sultano arriverebbe ben tosto a Fez. Allora _Hadj Edris_ mi fece sapere che due giorni dopo il mio arrivo suo padre aveva ricevuto un ordine dal Sultano, col quale gli partecipava, ch'io dovevo prendermi cura dell'andamento regolare dei pendoli di _Muley Eddris_, e dare l'ora per le preghiere canoniche; che a tale oggetto mi assegnava una pensione sulle entrate della moschea. Io saltai come un capretto udendo un così fatto ordine. Declamai contro l'ingiusta pretesa di voler impormi obbligazioni quando io non chiedevo nulla a chicchessia; mi alterai, giurando, che mai più non avrei posto piede in quella sala, e che se non mi si dava soddisfazione non andrei in avvenire nella moschea di _Muley Edris_. Il buono _Hadj Edris_ arrabbiava; m'assicurò, ch'esso, e quanti erano stati informati di questo affare, erano del mio sentimento; che per tale motivo non me ne avevano parlato fino al presente, vedendosi costretti a farlo in vista dell'imminente arrivo del Sultano, onde non esporsi a qualche dispiacere per non aver eseguito il suo ordine. Tutti gli amici non trascuravano intanto di calmarmi, pregandomi d'addolcire il mio rifiuto coll'andare qualche volta presso _Muley Edris_; ma io non ascoltavo alcuno, e montato a cavallo partii come un lampo per recarmi da _Muley Abdsulem_.
Feci conoscere a questo rispettabile amico le mie acerbe lagnanze, osservandogli, che io veniva degradato in faccia al pubblico, e che ciò doveva farmi credere ben poco avanti nella considerazione del Sultano, a cui lo pregavo di far conoscere i miei sentimenti su quest'argomento. _Muley Abdsulem_ mi diede ogni possibile soddisfazione, assicurandomi che doveva esservi qualche mal inteso, e che s'egli ne avesse avuta prima conoscenza, non avrebbe permesso di parlarmene; che dovevo risguardarmi come suo figlio, e come figlio del Sultano _Muley Solimano_, e che per conseguenza sarebbe sempre in mio arbitrio di fare quanto mi piacesse, senza che alcuno debba o possa immischiarsene; e ch'egli non soffrirebbe mai che mi si desse il menomo dispiacere.
Per tre giorni questo buon principe si compiaque di darmi ragione intorno a quest'affare; ond'io conobbi evidentemente la favorevole opinione ch'egli, ed il Sultano avevano di me, e che l'ordine relativo ai pendoli era opera di qualche ministro ambizioso, che aveva interesse di degradarmi agli occhi di tutto il mondo: ma invece d'abbassarmi, quest'affare accrebbe il mio credito. I miei amici celebrarono questo trionfo come una cosa non mai più udita; il mio nome si rese famoso; ed io spiegai tutto l'apparato che si conveniva al mio grado. Non vi fu alcuna persona di qualche distinzione a Fez, che non si desse premura di visitarmi, onde la mia casa rifluiva di gente mattina e sera.
Non si tardò molto ad annunciare il vicino arrivo del Sultano. Io sortii accompagnato da alcuni domestici e molti dei più principali della città tutti a cavallo per incontrarlo ad una ragguardevole distanza. Tosto che lo vedemmo, gli facemmo i nostri saluti, ai quali egli corrispose affettuosamente; indi frammischiandoci ai signori del suo seguito l'accompagnammo al palazzo. Il Sultano si ritirò nei suoi appartamenti, ed il suo seguito, e la truppa ritiraronsi col popolo.
L'accompagnamento del Sultano era composto di un distaccamento di quindici in venti uomini a cavallo: cento passi a dietro veniva il Sultano sopra un mulo, ed al suo fianco, montato pure sopra un mulo, stava l'ufficiale che gli portava l'ombrello, che a Marocco è il segno distintivo del sovrano, non potendo farne uso ch'egli, i suoi figli e fratelli; onore straordinario, ch'io per altro ottenni. Otto o dieci domestici venivano dopo il Sultano, indi il ministro _Salaoui_ con un domestico a piedi, e chiudevano la marcia alcuni impiegati, ed un migliajo di soldati bianchi e neri a cavallo, con lunghi fucili in mano formanti una specie di linea di battaglia, che aveva nel suo centro dieci in dodici uomini di fondo, e le di cui estremità andavano a terminare in un solo uomo; ma tutti senz'ordine di gradi, di file, o di distanze. Nel centro della linea eranvi in sul davanti tredici grandi stendardi, ciascuno d'un solo colore, altri rossi, altri verdi, bianchi, gialli. Questo gruppo di bandiere serve alla truppa di punto di vista per marciare, per fermarsi, o per cambiare di fronte; movimenti tutti che si fauno in disordine e tumultuariamente. Quattro o sei tamburri rauchi con alcune cattive cornamuse stanno dietro agli stendardi; ma non si fecero sentire che dopo che il Sultano entrò in palazzo.
Lo stesso giorno mi recai da _Muley Abdsulem_, e gli chiesi consiglio sul modo che doveva tenere per essere presentato al Sultano. Egli mi rispose che se ne sarebbe occupato all'istante egli medesimo.
_Muley Abdsulem_ andò subito a corte, ed al suo ritorno mi disse che il Sultano mi riceverebbe tutti i venerdì, e che non mi chiedeva ogni giorno per non incomodarmi, nè privarmi della mia libertà; che mi manderebbe uno de' suoi letterali per accompagnarmi ogni volta al palazzo.
Effettivamente all'indomani, mentre trovavansi presso di me circa venti persone, mi venne annunziato un messo del Sultano: lo feci entrare: egli era il primo astrologo di corte. Presentandosi mi diede segni del più profondo rispetto, e ponendomi sulle mani da parte del Sultano un magnifico _hhaïk_, mi disse, ch'egli, _Sidi Ginnàm_, avea l'onore d'essere stato scelto da sua maestà per accompagnarmi al palazzo ogni venerdì.
Dopo avere baciato il _hhaïk_, ed avermelo posto sul capo secondo l'uso, lo lasciai sul mio cuscino, e ricevetti i complimenti di tutte le persone presenti.
Fu portato il tè, e dopo una mezz'ora di conversazione _Sidi Ginnàm_ mi chiese se poteva dirmi una parola in segreto. Lo condussi in un'altra sala con uno scrivano o segretario, che aveva seco condotto. Appena fummo seduti incominciò a farmi varie interrogazioni. Mi chiese nome, età, patria, ed il luogo de' miei studj; indi mi pregò di sciogliergli alcuni problemi astronomici, come la longitudine, e la declinazione del sole dello stesso giorno, la periodica sua rivoluzione, la precessione dell'equinozio, la longitudine e latitudine della mia patria, quella del mio alloggio a Londra, ec. Tale trattenimento non poteva in verun modo piacermi, perchè ne ignorava lo scopo. Risposi con qualche durezza, ma non per questo lo scrivano lasciò di scrivere. V'aggiunsi le predizioni di due vicini ecclissi del sole e della luna, de' quali lo scrivano ne marcò la data e le ore. Dopo ciò io li congedai, regalandoli amendue.
Nel tempo di questa specie di interrogatorio _Hadj Edris_ non cessava d'andare e venire d'una in altra sala con molta inquietudine; e quando ebbi congedato il mio astrologo, entrando nella sala ov'era la società, viddi tutti i miei amici divisi in gruppi di quattro persone che pregavano per me. Io rimasi commosso dall'interesse che quest'onesta gente prendeva al mio ben essere, il buon _Hadj Edris_ si tranquillizzò, e tutti mi replicarono i più affettuosi complimenti.
Il susseguente giorno si andò per divertimento ad un giardino di campagna di _Hadj Edris_: ma essendo tutti uomini, e non permettendoci la gravità musulmana d'intrattenerci in qualche giuoco, o colla musica, o colla danza; privi dell'uso de' liquori proibiti dalla legge; ed altronde non essendo la società composta di persone abbastanza dotte per potersi universalmente occupare delle scienze; e per ultimo mancanti affatto di notizie politiche, che sogliono somministrare largo trattenimento alle società europee, come potevasi ingannare piacevolmente il tempo?... A mangiare cinque o sei volte al giorno come tanti Eliogabali, a bere tè, e a far preghiere comuni, a giuocare come fanciulli, ed a nominare fra di noi i _pascià_, i _califfi_, i _kaid_, i quali avessero impero sul rimanente della società ad ogni pranzo, ad ogni tè, ad ogni passeggiata? Con tali e somiglianti altri divagamenti restammo colà tre giorni, e due notti. L'ultimo giorno era giovedì, e siccome avevo annunciato al Sultano che in tal giorno vedrebbesi la nuova luna, se le nubi non la nascondevano, il Sultano fece proclamare il cominciamento del Ramadan pel venerdì, quantunque la luna rimanesse coperta.
In esecuzione degli ordini sovrani questo venerdì _Sidi Ginnàn_ venne a prendermi per condurmi al palazzo. Montai a cavallo ed andai seco alla moschea del palazzo, ove, dopo avermi fatto sedere, mi lasciò solo. Un'ora dopo il Sultano venne nella tribuna, ove suole recitare la preghiera del venerdì senz'essere veduto dal popolo. Dopo la preghiera il Sultano partì subito, senza che io potessi vederlo.
Appena era egli sortito, _Sidi Ginnàn_ aprì la porta della tribuna, mi chiamò, e mi fece entrare; e dopo aver chiusa la porta, facendomi molte carezze, mi mostrò il luogo in cui il Sultano aveva costume di fare la preghiera, e m'assicurò; _che gli aveva detto ogni cosa; che lo aveva informato della mia predizione delle ecclissi; che il Sultano avevagli risposto, essere soddisfatto, e che ordinava di condurmi ogni venerdì alla moschea, come aveva fatto al presente_.
Conobbi all'istante la mala fede di quest'uomo, e gli risposi seccamente: _benissimo; ma mi riesce affatto indifferente il venir qui per la mia preghiera, o l'andar altrove_. Il mio uomo imbarrazzato da tale risposta cercava di nascondere il suo turbamento. Mi condusse sulla strada per una porta interna del palazzo, dicendomi misteriosamente: _usciamo da questa banda, perchè siccome tutto il mondo sa che il Sultano vi ha chiamato, si saprà più presto ch'egli vi accorda simili distinzioni_. Sdegnato degl'intrighi di costui, gli replicai bruscamente: _per me è lo stesso l'uscire per di qui, o per tutt'altra porta_, e montando subito a cavallo, partii con i miei domestici. Montò egli pure sul suo mulo, sforzandosi di raggiungermi, e venne a porsi al mio fianco, chiedendomi se volevo far una passeggiata, al che mi rifiutai di mal garbo. Mi accompagnò fino a casa, e si ritirò.
Gli amici che m'aspettavano vedendomi entrare come un furibondo, s'affrettarono di chiedermi se avevo veduto il Sultano. Gli contai l'accaduto, e rimasero storditi.
Io conoscevo l'ascendente della mia influenza, come i motivi della condotta di _Sidi Ginnàn_, ed il bisogno di fare un colpo assai clamoroso. Presi dunque all'istante la penna e stesi una memoria divisa in dodici articoli. Dimostrai geometricamente l'ingiustizia di questa specie di disprezzo, poichè io non avea chiesto nulla, ed il sultano all'opposto non avevami chiamato che per avvilirmi. Terminavo l'ultimo articolo con queste parole: _in conseguenza io parto alla volta d'Algeri._ Feci sapere agli amici la presa risoluzione, e pregai _Hadj Edris_ di disporre subito quanto mi abbisognava pel viaggio, incaricando un individuo della società di portare la mia lettera a _Muley Abdsulem_.
Dopo aver udito quanto scriveva, e vedendo la mia ferma risoluzione, i miei amici tremarono, e fecero ogni possibile per ritenermi; ma io non ascoltai ragione finchè non mi fu fatto osservare che senza estremo bisogno un musulmano non deve viaggiare in tempo del Ramadan. A ciò mi acquietai, e promisi di passare il Ramadan a Fez, dichiarando in pari tempo che partirei subito dopo.
All'indomani _Muley Abdsulem_ mi fece dire d'andare da lui. Mi arresi al suo invito. _Io ho parlato, mi disse, del vostro affare al Sultano, che gravemente si adirò contro Ginnàn, dicendo che quest'uomo aveva un cuore malvagio: quando il Sultano ordinò di condurvi tutti i venerdì al palazzo non era già per lasciarvi nella moschea, ma per introdurvi innanzi a lui a fine di vedervi e di parlarvi: che in tal modo doveva fare ogni venerdì; ma che poteva ben essere che Ginnàn, e qualcun altro avessero motivo di pentirsi....._ Terminò dicendomi, che ordinava allora l'arresto di quel miserabile. Allora presi a parlare a favore di _Ginnàn_, dichiarando ch'io ero soddisfatto, e che desideravo che questo disgustoso affare non avesse ulteriori conseguenze.