Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1

Part 5

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Le stessa sera, accompagnato dal mio buon kadi, andai a render visita al primo ministro _Sidi Mohamet Salaoui_ che mi ricevette seduto in su le calcagna in un angolo della cameretta di legno, in cui avevo veduto il Sultano; ma egli stava sul suolo senza pur avere una semplice stuoja, al lume d'una miserabile lucerna di latta con quattro vetri, posta sul suolo al suo fianco. Egli aveva poc'anzi ricevuto nella medesima maniera il console generale di Francia che sortiva nell'atto ch'io entrai. Sedemmo in terra presso di lui, trattenendoci un quarto d'ora in complimenti.

Fui in appresso col kadi a visitare Muley Abdelmélek cugino germano del Sultano, uomo rispettabilissimo che era generale della guardia. Accampato sotto la tenda, stava co' suoi figliuoletti sdrajato sopra un matterasso, ed aveva a lato il suo fakih. Appena entrati, il fakih si alzò; Muley Abdelmélek si pose a sedere, e fece che noi pure sedessimo presso di lui sopra un altro matterasso. La nostra conversazione che durò quasi un'ora fu assai amichevole. Nel fare queste visite il kadi servivasi della sua mula, ed io del mio cavallo, e la mia gente ci accompagnava a piedi colle lanterne. Regalai tutte le persone visitate, senza scordarmi di dar la mancia agli usceri ed ai domestici. Feci pure qualche regalo ad alcuni grandi ufficiali e favoriti del Sultano.

Mercoledì 12, il Sultano partì di buon mattino alla volta di Mequinez. In tal modo ebbe fine il mio ricevimento alla corte del sovrano di Marocco.

Il Sultano _Muley Solimano_ mostra l'età di quarant'anni. È grande di statura, e la sua carnagione è assai fresca. Il volto non bianco, ma non soverchiamente bruno porta i segni della bontà; ha grandi e vivacissimi occhi; semplicissimo è il suo vestire, per non dir di più, essendo solito di portare un grossolano hhaïk; sono disinvolti i suoi movimenti; parla con rapidità, agevolmente comprende ogni cosa. Egli è fakih, ossia dottore della legge, e la sua istruzione è puramente ed interamente musulmana.

Ogni lusso è sbandito dalla sua corte. Durante il soggiorno ch'egli fece a Tanger rimase accampato sotto le tende poste all'ouest della città senza alcun ordine. Le sue erano in mezzo ad un grandissimo spazio vuoto, e circondato da un parapetto di tela dipinta in forma di muraglia. Nella tenda di Muley Abdelmélek ch'era molto grande, non vedevansi che due matterassi, un gran tappeto, un candelliere d'argento con una gran torchia acceso. Intorno ad ogni tenda stavano attaccati i cavalli ed i muli del padrone, ed in tutto il campo non vidi che due cammelli. Malgrado la confusione ed il disordine di questo campo, calcolai che poteva contenere all'incirca sei mille uomini.

Il kaïh accompagnò il Sultano fino alla prima stazione della sera; ed allorchè ritornò a Tanger mi fece replicate istanze a chiedergli tutto quanto poteva abbisognarmi. Lo pregai di farmi venir tende ed altri oggetti necessarj ai miei progetti.

CAPITOLO VII.

_Uscita di Tanger. — Viaggio a Mequinez, ed a Fez._

Avendo tutto disposto per il mio viaggio, impiegai il giorno di martedì 25 ottobre a far sortire il mio equipaggio da Tanger. Si dispose il campo a cento tese all'ouest dalle mura, ove aveva fatte riunire le mie genti ed ogni mia cosa.

Dopo fatta la mia preghiera nella moschea, ed abbracciati i miei amici, sortii di casa a cavallo alle cinque ore della sera, accompagnato dal kadi, ch'era pure a cavallo, da tutti gli altri fakih e talbi della città, ed alcuni domestici ne seguivano a piedi. Arrivai con questo seguito fino al luogo del mio campo, ove mi lasciarono solo affinchè potessi riposarmi.

Prima ch'io sortissi di casa un fakih mi prese l'indice della mano diritta, e lo girò sopra una parete della camera, facendomi formare certi caratteri misteriosi per ottenere buon viaggio e felice ritorno.

La notte era già fatta quando il kadi e gli altri fakih ritornarono alla mia tenda. Presero meco il tè, e m'inbandirono una squisita cena. Vennero pure a trovarmi i principali santi, e tutti ritiraronsi per entrare in città, prima che si chiudessero le porte.

Il giorno fu bello; e la mattina il barometro segnava 28 pollici e due linee e mezzo. La notte fu serena e tranquilla, e la luna risplendeva di tutto il suo lume. Le mie genti eransi accampate sopra un'altura; la mia tenda aveva alla sua base diciotto piedi di diametro, e tredici alla sua sommità: aveva un doppio ordine di cortine ermeticamente chiuse, illuminata da due fanali. Il termometro marcava alle nove ore della sera 15° 1′, e l'igrometro 85°.

_Mercoledì 26 ottobre._

La mattina si levò il campo, e quando stavo per montare a cavallo, il kadi e tutti i fakih tornarono per l'ultima volta. Essi mi posero in mezzo, e facemmo due preghiere all'Eterno perchè renda felice il mio viaggio, e dopo i più teneri abbracciamenti, ci separammo colle lagrime agli occhi: erano le sette ore e mezzo del mattino.

Appena rimasi solo caddi in un profondo pensiero.

Diffatti allevato com'ero io in varj paesi dell'Europa civilizzata, mi trovava per la prima volta alla testa d'una carovana, viaggiando in un paese selvaggio senz'altra garanzia per la mia individuale sicurezza, che le mie proprie forze. Partendo dalla costa N. dell'Africa, ed internandomi verso il mezzodì, dicevo a me medesimo: sarò io in ogni luogo ben ricevuto?... quali vicende m'aspettano?... quale sarà l'esito delle mie imprese?.... Sarò io la sventurata vittima di qualche tiranno?.... Ah no! no senza dubbio.... Il sommo Dio che dall'alto del suo trono vede la purità delle mie intenzioni, mi darà il suo appoggio. Uscito da questo stato di turbamento, ne dedussi questa conseguenza: poichè Dio colla sua mano onnipotente mi ha felicemente condotto fin qui a traverso di tanti pericoli, mi condurrà colla medesima prosperità sino al fine.

La mia carovana era composta di diecisette uomini, di trenta bestie, e di quattro soldati di scorta. La tenda destinata alla mia sola persona, aveva per mobili un letto, alcuni tappeti e guanciali, uno scrittojo, e due casse contenenti i miei strumenti, i miei libri e le mie biancherie per uso giornaliero. Tre altre tende erano occupate dal mio equipaggio, dalla mia scorta e dalla mia cucina.

Si viaggiò verso il S. ¼ S. E. fino alle undici ore del mattino che si piegò al S. O. Ad un'ora dopo mezzogiorno si prese la direzione del S. ¼ S. O. fino alle ore tre e mezzo che si fece alto. Quel giorno viaggiando si passò in vicinanza di cinque _dovar_[8], due de' quali formati di case fabbricate di fango e di pietre, e gli altri tre di semplici tende. Il nostro campo si pose in distanza di cento tese da un dovar di più di sessanta tende divise in quattro gruppi, val a dire in quattro famiglie. Le tende sono fatte di pelo di cammello, e gli sgraziati che vi dimorano non hanno altra abilità che quella di condurre e di aver cura delle gregge. In quel giorno la monotonia abituale del luogo era interrotta dalla ceremonia d'un maritaggio festeggiato col romore del tamburro, delle picche, e di pochi colpi di fucile: non s'udivano le strida delle donne perchè quivi vanno scoperte, e vivono in società cogli uomini. Io non saprei a cosa attribuire questa prevaricazione della santa legge del profeta, che proibisce tale costumanza. Mi riferirono pure i miei domestici d'averne vedute alcune mal vestite e quasi nude.

[8] _Gruppo di casuccie mal fabbricate, o di tende più o meno grandi che servono d'abitazione ad una o più famiglie d'Arabi Beduini._ (Nota dell'Editore)

Il suolo composto di una buona terra vegetale è coperto da una eccellente verdura per i bestiami, ma inutile per le api e per i botanici perchè quasi affatto priva di fiori. Io non potei raccogliere che tre o quattro piante pel mio erbolajo.

Il paese vien circondato di colline da ogni banda: da quella dell'E. vedesi la catena delle montagne di Tetovàn, che si prolunga nella direzione N. S.; ma quivi s'avvanzano all'ouest in guisa che non sono più di due leghe lontane dalla costa occidentale dell'Africa.

All'un'ora e mezzo dopo mezzogiorno attraversammo una ramificazione di queste montagne, che prolungasi fino al mare. Vidi cammin facendo alcuni pezzi di granito di color rosso incarnato con pochissimo feldspato. Dalla sommità di queste montagne scoprivasi perfettamente il Capo Spartel al N. O., ed una immensa estensione della costa. Vedemmo pure ad una grandissima distanza due gruppi di vascelli di linea che sembravano essere quaranta all'incirca[9].

[9] _Erano le flotte che diedero la battaglia di Trafalgar._ (Nota dell'Estensore.)

Scendendo al S. della montagna trovasi una vasta e bella pianura, lungo la quale s'aggira il fiume _Meschavaalaschef_ abbondante di acque quantunque diviso in due rami, che passammo a guazzo.

Il cielo era questo giorno alquanto coperto; l'aria rinfrescata da un vento del mattino si fece assai forte dopo il mezzogiorno, in modo d'esserci incomoda perchè accampati sopra un'altura.

Scontravansi varie sorgenti, ed una ne avevamo presso al campo d'un'eccellente acqua.

Alle otto della sera il termometro e l'igrometro esposti all'aria aperta segnavano, il primo 14° e l'altro 85°. Il vento N. E. era fortissimo.

Lungo la strada vidi molte mandre, unica ricchezza di quegli abitanti; ma tutto il terreno era incolto.

_Giovedì 27._

Sì riprese il cammino a sett'ore ed un quarto nella direzione di S. E., e due ore dopo si piegò a S. O. fino alle dieci e tre quarti, quando trovandomi sopra un'altura scoprii il Capo Spartel quasi esattamente al N., alla distanza di sei leghe. Vedevasi il mare lontano due leghe e mezzo all'O.; avevamo all'E. la catena delle montagne che dopo tre leghe piega al S. Proseguendo a camminare tra il S. ed il S. ¼ S. O. si perdette di vista il mare, ma non le montagne, che mantennero la stessa apparente distanza sulla nostra sinistra fino alle quattro della sera quando feci alzar le tende.

Il terreno è somigliante a quello percorso nel precedente giorno. Il paese viene formato da vaste pianure qua e là sparse di colline, e coperte d'una verzura, che le uguaglierebbe ai prati dell'Inghilterra se fossero coltivate. La vista di prati così belli affatto abbandonati toccavano vivamente il mio cuore, pensando che nell'Asia e nell'Europa gli uomini circoscritti entro piccoli spazj, periscono in parte, o strascinano una miserabil vita: laddove qui nissuno gode dei benefizj della natura!

Trovai lungo la strada molte sorgenti non discoste le une dalle altre, e di un'acqua assai buona; ed inoltre due piccoli fiumi. Vidi parecchi dovar di tende ai due lati della strada, ed alcuni pochi arabi che aravano coi buoi; mentre da ogni banda osservavansi numerose mandre di pecore, di capre e principalmente di animali bovini.

Le piante di questa contrada non diversificano da quelle che avevo di già raccolte, ad eccezione soltanto di molte palme, _palma agrestis latifolia_, e di varie felci.

Il tempo ch'era stato assai freddo al mattino a cagione d'un gagliardo vento N. E., si fece caldissimo dopo le dieci ore in cui, calmato il vento, e fattosi il cielo sereno, rimanevo esposto ai cocenti raggi del sole, che mi percuotevano violentemente il capo, quantunque difeso dal turbante, e dal capuccio del _bonruons_: onde non so comprendere in qual maniera possano i cristiani, che viaggiano in Affrica con cappelli tanto leggieri, resistere ai colpi di così ardente sole.

Gli abitanti d'un dovar vicino al mio campo mi donarono del latte e dell'orzo. La notte non poteva essere migliore, essendosi mantenuta sempre serena e placida.

Avendo prese quattro altezze del sole, trovai col cronometro la longitudine del 23 di tempo O. da Tanger, lo che s'avvicinava assaissimo alla mia stima geodesica: come dall'osservazione del passaggio della luna al meridiano trovai la latitudine N. — 35° 11′ 44″.

Alle nove ore e 20 minuti della sera il termometro nella mia tenda aperta segnava 13° e l'igrometro 64°.

Il luogo in cui eravamo accampati è consacrato ad un pubblico mercato che vi si tiene ogni martedì quantunque non sia che una campagna aperta senza il menomo distintivo. Il vicino Dovar chiamasi _Daraïzàna_ ed è abitato dalla tribù _Sahhèl_. Gli abitanti mi dissero che _Laraisch_ ossia _Larache_ è posta all'O. ed assai vicina al luogo in cui mi trovavo: se ciò è vero la sua latitudine sarebbe troppo alta nelle carte di Chénier e di Arrowsmith.

_Venerdì 28._

Alle sett'ore ed un quarto c'incamminammo al S. O. a traverso una macchia di quercie larga un quarto di lega, chiamata la macchia di _Daraïzàna_. Alle nove attraversammo il fiume _Wademhàzen_, e proseguendo la strada nella direzione di S. S. E. scopersi a dieci ore una cappella ed alcune case di campagna, che mi fu detto essere assai vicine a Larache, ed erano da noi lontane circa quattro leghe al N. O. Piegando allora al S. S. O. arrivammo poco dopo il mezzodì ad _Alcassar-kibir_.

Il paese è formato di bellissime praterie chiuse all'ouest da piccole colline, ed all'est da una catena di monti che s'innalza a tre leghe di distanza. Un'appendice di queste montagne sembrava staccarsi all'ouest per prolungarsi fino al mare ad una lega al sud da Alcassar. Si attraversarono quattro burroni non molto profondi.

Il terreno non diversifica da quelli esaminati ne' giorni antecedenti, fuorchè sembra alquanto più arenoso. Si passò in vicinanza di tre o quattro dovar composti di tende e di baracche, il più grande de' quali non ne aveva più di venti. Feci mettere il campo in distanza di circa sessanta tese da Alcassar. Essendo venerdì entrai in città per fare la mia preghiera nella moschea, che trovai piccola, e di cattivo aspetto; ma la sua principale facciata interna vedesi adorna di alcuni disegni arabeschi.

Alcassar è più grande di Tanger. Le case sono fatte di mattoni, ed i tetti colle capriate a schiena d'asino, sono coperte di tegole come in Europa. Vi si trovano molte botteghe di mori e molte officine in cui lavorano gli ebrei. Questa città, quantunque ricca, mi parve trista e monotona. Vidi varie persone signorilmente vestite: qui tutte le donne portano le calze, e sortono come a Tanger sempre coperte con un velo.

Il cielo in questo giorno fu sempre oscuro, ed insoffribile il caldo soffocante dell'atmosfera nebbiosa. Il governatore d'Alcassar mi fece portare alle otto ore della sera un'abbondante cena, ed accrebbe di sei soldati la mia scorta. Un altro ragguardevole personaggio mi mandò una seconda cena. Il tempo coperto non mi permise di fare veruna osservazione astronomica. Alle otto ore e mezzo il mio termometro all'aria aperta segnava 16° 3, e l'igrometro 40°. Poco dopo incominciò la pioggia; ma l'idrometro indicava che l'aria non era presso alla terra carica d'umidità. Pure una terribile borrasca imperversò tutta la notte.

_Sabbato 29._

Non fu possibile di partire avanti le dieci; alcuni muli caddero in quel terreno argilloso ed ancora molle. Attraversai varj orti, ed in seguito si varcò il fiume _Luccos_ che scorre al sud d'Alcassar, e non già al nord, come erroneamente lo indicano tutte le carte. Venni assicurato che questo fiume si getta in mare presso a Larache, nel quale supposto convien dire che piega assai verso il nord nord ouest. Nel luogo in cui io lo varcai a non molta distanza da Alcassar scorre ad ouest ¼ nord est; ed in tal luogo è povero d'acque, comecchè per altro si sappia che le sue escrescenze sono terribili.

Continuammo il cammino ora in una, ora in altra direzione, ma generalmente al sud sud est; ed al sud dalle due ore dopo mezzodì fino alle cinque, allorchè si fece alto.

Dopo avere attraversato il fiume si trovò il paese continuamente montuoso, e la vista era sempre circoscritta dalle sommità vicine. Ad un'ora dopo mezzogiorno scendemmo in una bella pianura di circa una lega di diametro, sparsa di alcuni _dovar_, e fiancheggiata di montagne, lungo le quali si camminò fino a sera.

Il terreno era di quando in quando arenoso, ma per lo più composto d'una terra argillosa tutta ingombra di cardi secchi assai bianchi, che presentavano l'immagine d'un paese coperto di nevi. Osservai altresì alcuni tratti sparsi di sassi calcarei rotolati dalle acque.

In questo giorno si videro passare sopra di noi, ma ad una sterminata altezza nella direzione nord est immense schiere di uccelli, di cui, per la soverchia distanza, non si potè conoscerne la specie. Una di queste schiere di circa quattro mille individui, aveva l'apparenza d'un'armata ordinata in battaglia.

Il cielo fu coperto di nubi, ed alle tre ore pioveva leggermente. La notte fu simile al giorno; e mi tolse il piacere di occuparmi di qualche operazione astronomica. Alle tre ore, essendo esposti all'aria libera, il termometro segnava tredici gradi e sei linee, e l'igrometro 85.

_Domenica 30._

Erano sett'ore ed un quarto allorchè feci movere il campo, dirigendomi al sud-est, indi al sud-sud est fino alle dieci ore e mezzo, che si prese la direzione al sud-sud-ouest, ed un altr'ora dopo al sud. Arrivai ad un'ora dopo mezzogiorno sulla sponda diritta del fiume _Sebou_, che si attraversò con una barca per accamparsi sulla riva sinistra.

Questo fiume nel luogo in cui io lo varcai è molto grande, e mi si disse essere formato da due fiumi il _Verga_ che viene dall'est, ed il _Sebou_ dal sud. Al luogo in cui trovasi la barca riceve un altro fiume poco considerabile chiamato l'_Ardat_.

La larghezza del Sebou mi sembrò di circa cento ottanta piedi: è profondo e rapido assai. Il suo letto forma una vasta fossa in mezzo a due coste quasi perpendicolari, alte ventisei piedi sopra il livello dell'acqua, che corre all'ouest; e le rive sono d'una terra argilloso-arenosa. Tutt'i fiumi ed i ruscelli attraversati in questo viaggio hanno i loro letti tagliati nella stessa maniera, e siccome attraversano il paese da levante a ponente, dalla catena delle montagne fino al mare, possono riguardarsi come fossero fatti dalla natura per difesa, renduta ancora più facile dagli angoli assai frequenti delle rive opposte.

Fino alle undici ore si camminò per un paese montuoso, e finalmente ci si aperse innanzi un vastissimo orizzonte, ed allora scoprimmo la catena delle montagne ad otto o nove leghe di distanza all'est. Un'alta montagna isolata, al di cui piede mi fu detto trovarsi la città di Fez, non sembravami essere a maggior distanza di dodici leghe al sud-est. L'orizzonte veniva chiuso all'ouest da una linea di collinette, ed una vasta pianura occupava lo spazio intermedio. Alle dieci ore costeggiai alcuni piccoli laghi abbondantissimi di tartarughe.

Il terreno è argilloso nelle montagne ed in qualche parte del piano; il rimanente arenoso misto di terra calcarea. Alle undici ore ed un quarto eravamo a fianco d'un picco isolato di pietra calcarea primitiva, composto di strati quasi verticali. Lo strato di argilla che ricopre il paese è rotto, e scosceso, come si può vedere negli smottamenti e nei letti dei fiumi, ed è formato di depositi orizzontali. Io inclino a credere che questi immensi strati siano prodotti da eruzioni vulcaniche sotto-marine accadute in remotissimi secoli.

Tutti i terreni argillosi vedonsi interamente coperti di cardi secchi; come gli arenosi sono sparsi di palme, di lecci, e d'alcune altre piante; ma in questa stagione non avevano nè fiori, nè frutto.

In questo giorno vidi molti dovar, in uno de' quali festeggiavasi un matrimonio. Secondo la costumanza di questo paese, lo sposo uscì tutto coperto da capo ai piedi di una gran tela, ed alcuni Arabi che lo accompagnavano chiesero alle persone del mio seguito qualche piccola cosa, compensandoli con una grande quantità di radici secche. È cosa straordinaria che quest'usanza non produca verun abuso, e conviene darne merito alla buona fede di questi popoli. Osservavo con piacere l'innocenza e la semplicità de' costumi dipinte sul loro volto, ed indicate ancora dai loro abiti.

Si consumarono tre ore nel passaggio del fiume, perchè oltre l'imbarrazzo dello scaricare, e caricare i muli, non essendovi veruna tavola per agevolare l'entrata e l'uscita dalla barca, le bestie adombravansi, ed era duopo farle entrare e sortire a forza di braccia, e sempre con molta difficoltà. La fatica delle mie genti fu resa ancor maggiore da una orribile borrosca accompagnata da continui tuoni e da una dirotta pioggia.

S'alzò il campo presso ad un dovar, il di cui capo mi regalò un montone molto eccellente orzo e latte.

Il cielo sempre coperto di nubi non mi permise di fare le consuete dimostrazioni astronomiche. Alle otto ore della sera il termometro, e l'igrometro posti all'aria aperta, segnavano il primo 12° 5, l'altro 100. La terra e l'aria erano saturati d'acqua.

_Lunedì 31 ottobre._

Ci rimettemmo in cammino alle sett'ore ed un quarto dirigendoci al sud ouest fino alle undici che si piegò al sud-est, ed in appresso al sud ¼ sud-est, finchè si arrivò ad un'ora e mezzo dopo mezzo giorno sulla riva destra del fiume _Ordom_, che si costeggiò per qualche tratto. Attraversammo una piccola montagna, e dopo avere passato due volte il fiume, feci alzar le tende a quattr'ore e tre quarti della sera.

Da principio il paese presentò vaste pianure chiuse da ogni lato da piccole colline, scoprendosi di quando in quando sopra quelle a sinistra le sommità delle montagne dell'est distanti dieci in dodici leghe. Si seguì per una mezza lega all'incirca la sinistra del _Sebon_ che aveva sempre la medesima larghezza. Il fiume Ordom, che si costeggiò pure lungo tratto, è largo e profondo assai; ma guadabile in varj luoghi, non però senza qualche difficoltà a motivo del suo rapido corso. I suoi margini sono argillosi, e tagliati quasi a picco come quelli degli altri fiumi. Attraversando la montagna che occupa la vista dell'orizzonte al sud, si scopre un vasto paese terminato all'est ed al sud da una seconda linea di montagne, ed all'ouest da bassi colli.

Il suolo tutto argilloso e fino ad una certa distanza coperto di cardi secchi, presentava qua e là alcuni tratti calcarei ed arenosi sparsi d'arboscelli spinosi ugualmente secchi, e pochi tratti di terra lavorata e seminata. La montagna che noi attraversammo era di una roccia calcarea, avvicinandosi nel totale al tessuto dell'ardesia con strati obliqui.

Vidi molti dovar, e feci far alto in vicinanza dell'ultimo. Trovammo pure lungo la strada alcune cappelle o eremitaggi, ove si fece la preghiera.

Il giorno era cupo e piovoso, e la notte fu uguale al giorno, ma senza vento. Alle tre ore all'aria libera il termometro era al 12° 5, l'igrometro al 34°.

_Martedì primo novembre._

Si partì alle sette ed un quarto prendendo la direzione ora verso il sud-sud-est ora verso il sud-sud-ouest a motivo dell'ineguaglianza del terreno, che si forzava a mutare direzione ad ogni istante. Alle otto ore si attraversò per l'ultima volta il fiume Ordom, che in questo luogo scorre colla medesima rapidità all'ouest. Alle undici e tre quarti passai per la paralella di Fez, che ci stava all'est in distanza di sei o sette leghe; lo che rettificava altre inesatte nozioni che mi erano state date negli antecedenti giorni. Ad un'ora dopo mezzo giorno si attraversò un piccolo fiume che scorre all'est, e di là salendo sopra una vicina altura, ci trovammo sopra Mequinez, che vedevasi perfettamente distante in retta linea soltanto un quarto di lega. Essendo finalmente scesi dal monte si passò il fiume di Mequinez e salito un basso poggio, s'entrò alle due e mezzo della sera in una cappella vicinissima alla porta della città.

Il paese veduto jeri, e che al primo aspetto pareami una vasta pianura, lo trovai formato di un laberinto di colline rotonde, e d'un uguale altezza, tra le quali serpeggiano l'Ordom, ed alcuni altri minori fiumi. La catena delle montagne all'est mostrava ancora le sue sommità ad una considerabile distanza.