Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1

Part 11

Chapter 113,816 wordsPublic domain

Il tempo fu costantemente coperto; di tratto in tratto pioveva, ed il freddo rendevasi sensibile. Queste circostanze davano al paese l'apparenza d'un cantone settentrionale della Francia o dell'Inghilterra, e non sembrava altrimenti una contrada dell'arsa Affrica.

Alle sei della sera il termometro marcava 10° e l'igrometro 100°, il cielo cominciava a rischiararsi, ed il vento veniva dall'O. Sarebbe stata per me cosa assai interessante l'osservazione dell'eclissi d'un satellite, ma le nubi non me lo permisero.

_Domenica 4._

Queste malaugurate pioggie continuarono tutta la notte e tutto il giorno; ma non pertanto ci posimo in viaggio alle sette e mezzo del mattino verso l'O. S. O. declinando alquanto al S. O. Alle due e mezzo dopo mezzogiorno giugnemmo presso le mura di _Salè_. Per timore di ritardare il viaggio non volli visitare questa città; e varcato il fiume, entrammo in Rabat posta sulla riva sinistra.

Il paese presenta da ogni lato vastissime pianure, il di cui terreno è fermato da un'arena rossa. Partito di buon ora, incontrai un bosco di lecci più piccoli, ma più fitti che quelli veduti il giorno avanti, fra i quali eranvi molti mandorli fioriti. Le altre piante non erano così abbondanti, e le poche che vi si vedevano incominciavano appena a dar segno di vegetazione. Finalmente a mezzogiorno si sortì dal bosco, ed allora scopersi una vasta estensione di coste sul grand'Oceano Atlantico.

Il tempo era malvagio: la pioggia cadeva a torrenti, e soffiava un gagliardo e continuo vento d'ouest.

La città di Salè mi parve piccola, e tutt'altro che ricca, mentre a Rabat si vedono alcuni edificj molto ben fatti. Convenne impiegare un'ora e mezzo nel passaggio del fiume dovendosi scaricare, e caricare i muli. Venticinque in trenta battelli posti sulle due rive servono al passaggio: ogni battello vien condotto da un solo uomo provveduto di due remi. Il fiume può avere trenta tese di larghezza nel luogo in cui si attraversa, e non è che circa 300 tese lontano dal lido. — Al di sopra del passaggio eranvi ancorati tre bastimenti musulmani, ed uno francese di 80 tonnellate.

Appena sbarcato a Rabat feci avvisare il governatore del mio arrivo, il quale mi spedì subito uno de' suoi ufficiali per complimentarmi, e dichiararmi esente dal pagamento del pedaggio sul fiume. Fui alloggiato nell'alcassaba, ossia castello, che ha una sorprendente veduta tanto dalla banda di terra, che da quella di mare. Poco dopo arrivato in castello, il governatore mi spedì un'abbondante provvisione di viveri e di foraggi, ciò che praticò ogni giorno finchè rimasi a Rabat.

I giorni 5 e 6 furono assai belli, onde potei determinare con osservazioni sicure la posizione di Rabat, a 34° 57′ 30″ di latitudine settentrionale, e di 8° 57′ 30″ di longitudine meridionale dall'osservatorio di Parigi.

Rimanemmo cinque giorni a Rabat per ristorarci dai patimenti sofferti per le pioggie, e per le cattive strade tanto dagli uomini che dalle bestie. Rendevasi pure necessaria la riparazione delle tende assai danneggiate, e nuove provvigioni per il viaggio.

Il ricevere e render visite occupò tutto il tempo della mia dimora. Il visir Sidi Mohamed Salaavi che trovavasi a Rabat mi regalò un bellissimo hhaïk.

Non altro rimane dell'antico splendore marittimo di questa città che qualche capitano appena capace di dirigere un grosso bastimento, di modo che volendo il sultano armare alcuni bastimenti di mediocre portata difficilmente troverebbe abbastanza uomini per governarli. Ma se le cognizioni marittime degli abitanti di Rabat devono servire a ripristinare l'antica pirateria, è desiderabile che non cerchino di occuparsene.

Le case sono meglio fabbricate, e promettono più che quelle delle altre città, ma l'interna loro distribuzione è la medesima. Siccome Rabat è posta sopra un'eminenza, le strade sono ripide, ed incomode. Sembra che questa città fosse destinata a diventare la capitale del celebre _Jacob El-Mansour_[18]; e perciò le sue mura guarnite di torri girano un immenso spazio occupato da bellissimi orti ben irrigati. Colà trovasi il sepolcro del Sultano Sidi Mohamed, padre dell'attuale Sultano, situato in una piccola cappella ch'io visitai. Il castello in cui io alloggiavo è posto all'estremità occidentale della città: nel punto più elevato avevo un grande terrazzo, di dove lo sguardo vagava sull'immensità dei mari, sul fiume, e sulla campagna. Sgraziatamente così ridente e deliziosa vista viene qua e là rattristata da considerabili rovine che attestano il decadimento della passata prosperità.

[18] _El mansour significa soltanto vittorioso. Gli Europei ne fecero un nome proprio, ch'essi pronunciano_ Almanzor. (N. dell'E.)

Nella parte orientale della città vedonsi tuttavia gli avanzi dell'antica _Schella_, che il sig. Schénier suppone essere stata la metropoli delle colonie cartaginesi. Leone chiama questa città _Salla_, e Marol _Mansalla_. Io avvertirò a questo proposito che in vicinanza di tutte le città verso il quarto di S. E. trovasi un luogo chiamato _El Emsàlla_ destinato alla preghiera pasquale. Lascio che tutti interpretino a modo loro questa coincidenza di nomi. Schella è circondata da altissime mura, ed ai cristiani non è permesso d'entrarvi. Contiene i sepolcri di alcuni santi; e quello d'El-Mansour è collocato in una bella moschea assai frequentata. Quand'io vi andai per visitarla, era così piena di donne, che durai fatica per entrarvi. La scesa della montagna a piè della quale trovasi il tempio pare veramente fatta per incanto; vi si vedono molt'acque limpidissime precipitarsi fra roccie coperte di rose silvestri, d'aranci, di cedri, e di altre piante aromatiche, che spargono una deliziosa fragranza.

Sortendo dalla moschea feci un giro entro i giardini d'agrumi situati sulle sponde del fiume, che sono proprio un'immagine del giardino terrestre. Gli alberi quasi sempre coperti di fiori e di frutti, spargono un grato odore, ed offrono i più dilicati frutti: gli aranci sono così fitti, così grandi, così fronzuti che vi si passeggia sotto di bel mezzogiorno senza vedere il sole, e senza sentirne gli effetti. La sorpresa che mi fecero i giardini di Rabat fu tale, che io li preposi per ogni rispetto ai più famosi d'Europa, a fronte dell'estremo lusso dei cristiani. Dal centro di questi giardini io m'imbarcai per fare un giro sul fiume entro una scialuppa a molti remi diretta da un capitano di galea, che me l'aveva fatta preparare.

La città è difesa verso il mare da alcune batterie, ed il suo porto non è esposto che ai gagliardi venti d'ouest. A Rabat trovansi acqua e viveri assai buoni, e pane eccellente. Gli abitanti hanno molta vivacità, ed intelligenza, e sono più speculatori che nelle altre città. Vi si trovano alcune famiglie che si dicono discendere dagli Spagnuoli rifuggiati in Affrica a diverse epoche, per sottrarsi alle persecuzioni de' loro compatriotti. _Sidi Matte Moreno_ appartenente ad una di queste famiglie è il solo letterato dell'impero che abbia alcune cognizioni astronomiche, antichissime, gli è vero, ma non pertanto fondate sopra buoni principj. Il suo eccellente carattere, il suo spirito, me lo fecero apprezzare assai: onde gli regalai un sestante, un orizzonte, ed alcune tavole astronomiche, delle quali gliene indicai l'uso.

CAPITOLO XIII.

_Viaggio a Marocco._

Alle dieci ore del mattino di sabbato 10 marzo io sortj da Rabat per passare a Marocco. La strada era prima a S. S. O., poi a S. O. fino alle tre ore dopo mezzogiorno, in cui declinò più all'O. S. O. da che ebbimo attraversato il fiume _Yatkem_. Alle cinque della sera si fece alto presso ad un _dovar_. Qui la strada asseconda la spiaggia del mare, sparsa di scogli inaccessibili, e furiosamente battuta dalle onde quando ancora il tempo è tranquillo.

In questo paese composto di basse colline di roccia calcarea la vegetazione trovavasi molto avanzata, e tutto il littorale sparso di bellissimi fiori; onde vi raccolsi varie piante molto interessanti per arricchire il mio erbolajo.

Il suolo è formato di terra arenosa con poca argilla, e qualche parte d'ocri. La spiaggia vedesi tutta coperta di frammenti di conchiglie estremamente piccole, e delle quali malgrado le mie attente ricerche, non mi riuscì di trovarne una sola intiera.

Eranvi presso al mio campo due grandi rupi assai notabili terminate in punte acute perpendicolari e formate di strati obbliqui ineguali, avvicendati di cristalli misti di quarzo, che formano altresì delle vene ramificate negli strati d'ardesia argillosa: e questa è la prima roccia d'un aspetto primitivo di tale specie, che io finora abbia trovato in Affrica.

Cadde un poco di pioggia: alle sei della sera il termometro segnava 15° e l'igrometro 100°. Il vento era ouest.

_Domenica 11._

Si riprese il cammino alle otto della mattina nella direzione di O. S. O. Alle nove ed un quarto attraversammo da prima il fiume _Sarrat_, poi camminando a S. O. a dieci ore il fiume _Busteka_, e finalmente due altri ruscelli. Ad un'ora ed un quarto dopo mezzogiorno passai per _Mansourìa_; ed alle tre arrivò la mia carovana sulla sponda del fiume Infìfe ove fu d'uopo aspettare lungo tempo che la marea fosse abbastanza bassa per poterlo guadare; mezz'ora dopo averlo passato, si giunse a Fidàla, ove feci far alto.

Questo paese è ondeggiato a collinette e la strada costeggia il mare. Il suolo è composto d'uno strato argilloso misto d'arena sopra roccia d'ardesia, e d'argilla dura.

La vegetazione prosiegue ad essere assai rigogliosa, onde potei arricchire la mia raccolta di molte magnifiche piante.

Il tempo fu coperto; e si dovettero soffrire forti burrasche con vento ed acqua. Alle otto e mezzo della sera la pioggia cadeva in abbondanza, ed il termometro nella mia tenda segnava 14°, l'igrometro 100°.

Mansouria, e Fidàla presentano amendue un quadrato formato da alte mura con torri: ognuno di questi quadrati può avere 65 tese di fronte da ogni lato. Nell'interno d'ogni quadrato v'è una moschea, ed alcune case assai popolate in ragione dello spazio. La moschea di Fidàla è molto bella. Gli abitanti sembraronmi poveri; tra i quali sono assai numerosi i Giudei.

_Lunedì 12._

La dirotta pioggia della notte, e di parte del mattino non mi permise di mettermi in viaggio che ad un'ora dopo mezzogiorno. Presi la direzione al S. S. O., e poi declinando al S. O. si passò un fiume alle due e mezzo. Dopo aver attraversate, e fiancheggiate in parte alcune terre paludose, giunsi verso le sei ore a Darbeïda ove si passò un altro fiume poco considerabile.

Il paese conserva la medesima natura di quelli attraversati ne' precedenti giorni. Sono collinette che s'aggirano entro vaste pianure sparse qua e là di terreni pantanosi. La strada si scosta rare volte dal mare, la di cui costa è di così difficile abbordaggio, che non vi si trova che il porto di Darbeïda; e questo ancora molto angusto.

Il terreno d'ordinario è argilloso con qualche mescolanza di arena, e talvolta tutto arenoso. S'incontrano di quando in quando roccie calcaree, e qualche traccia d'argilla ardesia e l'arena del mare non è che una scomposizione più o meno fina di conchiglie.

La vegetazione non presentava veruna novità se non che parvemi alquanto meno variata, e le palme più numerose che tutte le altre specie d'alberi.

Il tempo fu abbastanza tranquillo dopo il mezzogiorno; ma in sul far della sera incominciò una dirotta pioggia, che continuò fino alle nove ore. Alle otto nella tenda il termometro segnava 14° 8′, e l'igrometro 98°.

_Martedì 13._

La pioggia che continuò tutto il giorno non mi permise di viaggiare. Il nostro campo era fuori delle mura di Darbeïda presso la spiaggia del mare.

Malgrado il cattivo tempo potei fare qualche osservazione astronomica, e trovai la mia longitudine — 9° 50′ 0″ O. dell'osservatorio di Parigi; la mia latitudine — 33° 37′ 40″ N., e la mia declinazione magnetica — 20° 43′ 30″ O.

Ad un'ora dopo il mezzogiorno il termometro segnava 17°, e l'igrometro 96°. Il vento era O. S. O., il cielo qua e là coperto di nuvole isolate, l'orizzonte molto carico, ed il mare assai grosso.

Darbeïda è un piccolo villaggio posto entro un vastissimo ricinto di mura, e povero assai, e piccolissimo il suo porto. Mi fu detto che i suoi abitanti appartengono alla provincia di Chaovia. Sul piccol fiume che gli scorre vicino sonovi alcuni mulini.

Il governo rinforzò la mia guardia di quattro soldati.

_Mercoledì 14._

Partj alle sette ore del mattino dirigendomi al sud-ouest. Alle undici e tre quarti attraversammo un ruscello; ed a mezzogiorno avevamo alla destra un Capo o punta sul mare. Ad un'ora si entrò in una vasta foresta di lentischi assai fitti, ed alle due e mezzo si attraversarono molti pantani che occupavano più d'una mezza lega di terreno, nei quali i cavalli si sprofondavano talvolta fino al ventre. Finalmente alle cinque si alzarono le tende presso alle rovine d'una borgata detta _Lela Rotma_.

Il paese presenta grandi pianure chiuse in lontananza da piccole colline: ebbi sempre a qualche distanza in vista il mare.

Il terreno viene composto di roccia calcarea, coperta d'uno strato sottilissimo di terra vegetale argillo-arenosa fertilissima. La vegetazione offriva le più belle produzioni della natura.

Il tempo fu quasi sempre coperto, e verso sera pioveva dolcemente. Alle otto e mezzo il termometro marcava 13°, e l'igrometro 100°. Il vento d'ouest copriva il cielo di grosse nubi.

Eravamo passati in vicinanza di due _dovar_, uno de' quali innalzato sulle ruine di Lela Rotma.

_Giovedì 15._

Alle sett'ore e mezzo della mattina si riprese il cammino nella direzione di S. O.; attraversando alle otto ed un quarto un piccolo fiume. Alle dieci si passò presso due _dovar_, e due poderi ove vedevansi pochi terreni coltivati. A poca distanza vedevansi pure le ruine d'un altro podere; e verso il mezzogiorno ci trovavamo vicini a tre cappelle o eremitaggi, e ad alcuni orti con qualche casuccia. La _hhenna_, parzialmente coltivata in questo paese è una pianta colla quale le donne si tingono di rosso le mani e le palpebre. Alle due ore giugnemmo sulla riva destra del fiume _Morbea_ sul quale serviva di porto una piccola barca capace soltanto d'un leggere carico; ma convenne accontentarsene per non esservi altro di meglio, e si dovettero impiegare cinque ore nel passare tutta la mia carovana. Giace sulla riva sinistra la città d'Azamor, presso alla quale feci alzare le tende verso le sette della sera.

Il paese che si attraversò avanti mezzogiorno offriva grandissime pianure, ma dopo era un misto di pianura e di colline. Ebbimo sempre il mare a mezza lega di distanza, ed il terreno della medesima natura dell'antecedente.

La prima traccia di vegetazione ch'io scopersi fu una densa macchia di lecci; in appresso d'ogni qualità di piante, e specialmente di palme. Tutto era in fiore. Osservai due spiche d'orzo già formate, ma in generale le seminagioni erano ancora piccole.

Il tempo coperto nel mattino, si rischiarò in appresso non rimanendo che alcune nuvole staccate. Alle otto ed un quarto della sera il termometro segnava entro la tenda 12° 8′, e l'igrometro 98°.

_Venerdì 16._

Il tempo burrascoso, il cielo sempre coperto, una pioggia a reffoli mi forzarono a non levare il campo. Malgrado tali ostacoli potei fare alcune osservazioni astronomiche, che mi diedero la latitudine d'Azamor a 33° 18′ 46″ N. e la longitudine di 10° 24′ 15″, nella quale può essere corso l'errore tutt'al più d'un 10″.

La principale moschea mi sembrò elegante, la città non affatto brutta. È cinta di mura, e di fossa; e vi si tiene un gran mercato ogni venerdì in una piazza destinata a tale uso. Intorno ad un eremitaggio fuori della città vedesi un bel sobborgo.

Il fiume può esser largo 150 piedi, ma assai profondo, e rapido a segno che le barche lo attraversano con qualche difficoltà, per essere strascinate dalla corrente, a rischio talvolta di perdersi. Questo pericolo fa dire agli abitanti che alcuni diavoli alloggiano nel fiume. In questo luogo la sponda sinistra è assai alta e tagliata a picco; mentre la destra è bassa e piana, e le maree sono sensibili anche molto al di sopra. Mi fu detto che questo fiume scende dalle montagne di Tedla, ossia dal grande Atlante. Le sue acque a cagione delle pioggie erano rosse e cariche di melma come quelle del Nilo in tempo dell'inondazione, onde non si può beverne senza averla prima lasciata deporre.

Facevasi altra volta un vivissimo commercio su questo fiume sempre coperto allora di bastimenti. Il mare non dev'essere a maggior distanza d'un quarto di lega, e ne udiva il muggito senza vederlo; ma il giorno innanzi l'aveva osservato tinto di rosso dalle acque del fiume a più di due leghe dalla spiaggia. Le rive della Morbea in questo luogo sono di una terra vegetale argillo-arenosa con pietre calcaree.

Alle otto ore del mattino il termometro segnava 15° 5′, il barometro 27 poll., 9 lin., e l'igrometro 98°. Il vento fu sempre S. O. ed a mezzodì il termometro salì a 15°.

_Sabbato 17._

Si riprese la strada alle otto e tre quarti del mattino dirigendoci al S. S. O., e piegando alle dieci verso S. E. Alle quattr'ore dopo mezzogiorno feci spiegare le tende in vicinanza di un grande _dovar_.

Il paese è sparso senza interrompimento di colline sopra un suolo di bella terra vegetale argillo-arenosa.

Vedevansi molte palme, i liliacei, e diverse piccole piante tutte fiorite; osservai molte terre seminate, e piantagioni di popponi, di fichi, e di altri alberi fruttiferi. Questo spettacolo mi fu di grata sorpresa dopo tanto tempo che più non vedevo che terreni incolti.

Il tempo fu sempre coperto. Alle sette il termometro segnava 13°, e l'igrometro 98°. Il vento spirò costantemente da S. O.

Il cheik o capo del vicino _dovar_ mi regalò un montone, molto latte, frutti, polli, ed orzo. La tribù è composta di due rami: _Oulèd-el Faràch_, ed _Oulèd-Emhhammed_.

_Domenica 18._

Alle quattro del mattino pioveva dirottamente, e continuò fino alle otto ed un quarto; quando essendosi alquanto rischiarato il cielo, si ponemmo in viaggio prendendo la direzione S. S. O. Alle dieci meno un quarto passammo per un gran mercato che si tiene ogni domenica in vicinanza di alcune cappelle; ed a mezzogiorno, dopo esserci riposati un istante, si ripigliò la strada verso il S. ¼ S. E. e si rialzarono le tende presso un _dovar_ alle quattro della sera.

Il paese presenta a principio alcune collinette d'un eguale altezza, in appresso grandi pianure chiuse al sud da un alta montagna distante sei in otto leghe; e da altre ancora più lontane al S. E., ed al S. ¼ S. O.: io suppongo che queste montagne siano una diramazione di quelle di Tetovan, e di quelle che vedonsi stando sulla strada di Fez; ma qui molto più alte, forse perchè più vicine alla grande Cordelliera dell'Atlante.

Il suolo è composto di terra vegetale rossa alquanto arenosa, che forma uno strato assai alto. L'arena, ed il quarzo contengono molto feldspato rosso radiato. Proviene questo dalle vicine montagne che forse sono di granito?... Io non posso assicurarlo, perchè tutte quelle che io vidi sono montagne calcaree secondarie.

La vegetazione era vivacissima; ed io osservai con piacere molti campi di biade, di cocomeri, di fave, e di altri grani.

Il giorno fu perverso: cadde molta pioggia accompagnata da gagliardo vento, che talvolta obbligava la carovana a fermarsi. Alla fine il tempo si abbonacciò. Alle sei della sera il termometro segnava 12° 8, l'igrometro 100°. Il vento spirò da S. O., e le nubi si spezzarono.

_Lunedì 19._

Alle sette ore e mezzo del mattino eransi già levate le tende, ed io m'ero posto in cammino dirigendomi verso l'alta montagna veduta jeri, alle di cui falde arrivammo a mezzo giorno meno un quarto. Si piegò al S. ¼ S. O., ed alle tre ore e tre quarti scopersi le sommità di molte montagne che ci stavano in faccia al sud. Uno de' miei domestici mi disse che Marocco era situata poco più in qua della più alta montagna, che vedevasi mezzo coperta di neve. Alle quattro ed un quarto si fece alto.

Da principio si attraversarono alcune pianure di dove scoprivansi le sommità delle alte montagne a grandissima distanza. Alle dieci s'incominciò a salire le più vicine che chiudevano successivamente l'orizzonte: ed avvicinandoci lentamente alla più alta si trovò meno alta di quel che sembrasse la vigilia. Si viaggiò in seguito lungo una valle in cui si attraversarono tre ruscelli; e salito sopra un eminenza, scopersi un altro orizzonte formato di collinette che andavano a terminare in grande distanza nella catena del monte Atlante, che tagliava l'orizzonte in tutta la parte del sud; di dove si staccavano quattro grandi masse gigantesche quasi affatto isolate. Quale sensazione provai io trovandomi, in vista di questa famosa catena...!

La terra vegetale non era diversa da quella d'jeri. Trovai in seguito delle roccie calcaree nella prima costiera; l'alta montagna era tutta da cima a fondo composta d'argilla ardesiata, e d'ardesia argillosa, formando transizione all'ardesia per il coperto in istrati orizzontali. Il terreno fu costantemente calcareo, ed arenoso; ma alle quattro della sera mi trovai sopra un vero _strato di roccia granitica_. Mi affrettai di esaminarla, e trovai che era granito ma già passato allo stato di decomposizione per la conversione del _feldspato_ in terra argillosa. Il suo colore è rossiccio con un poco di mica cristallizzata in specchietti; il grano inegualissimo passa dal _grosso grano_ al _piccolo grano_, e da questo al fino. Queste roccie continuarono fino al luogo del nostro accampamento; e mentre alzavansi le tende io salj sopra una rupe, di dove ebbi la soddisfazione di contemplare con tutto comodo le masse colossali che innalzavansi in faccia mia.

La vegetazione era assai ritardata; e non vidi in tutto il giorno verun terreno coltivato.

Mi fu detto che l'alta montagna, alle di cui falde eravamo passati serviva d'abitazione ad alcuni santi eremiti. Vidi molte persone, ed una donna, che supposi essere pure una santa.

Non trovai che un solo villaggio, ed il luogo in cui eravamo poteva dirsi un vero deserto.

_Martedì 20._

Si riprese la strada alle otto del mattino dirigendoci al S. Dopo avere attraversati tre piccoli ruscelli, si fece alto a quattr'ore e mezzo presso ad un dovar poco lontano da alcune montagne.

Il luogo in cui ci trovavamo era sparso di ciottoli di diaspro bianco.

La vegetazione non aveva nulla di seducente, tranne alcuni tratti di terreno coperti di fiori.

Il tempo si mantenne bello fino alle due dopo mezzogiorno, quando ci sorprese una burrasca di pioggia e vento. Alle sett'ore della sera il termometro segnò 14° e l'igrometro 78°. Il vento soffiava dall'O., ed il cielo era carico di nubi.

_Mercoledì 21 marzo 1804._

Alle sette e mezzo si levarono le tende, camminando sempre al S., e s'incominciò poco dopo a salire le montagne. Alle nove ore essendo giunto sulla sommità, vidi perfettamente la città di Marocco. Scesimo bentosto; ed alle dieci eravamo sulla pianura detta di _Marocco_.

A mezzo giorno ed un quarto arrivai al lunghissimo ponte sul quale si passò il fiume di _Tensit_. Feci far alto fino ad un'ora e mezzo, e poco dopo entrai in città termine del mio viaggio.

Il paese percorso presenta prima una montagna, in appresso piani che stendonsi fino alla Cordelliera dell'Atlante al S. e S. E., ed all'O. non ha limiti.

[Illustrazione: VISTA DI MAROCCO E DELLA CORDELLIERA DEL MONTE ATLANTE.]

Il terreno della montagna è composto d'ardesia argillosa, e d'ardesia è il coperto con molto _schisto_ micaceo, che sorte dal terreno in istrati sottilissimi ardesiati perpendicolarmente, che scomponendosi pel contatto dell'atmosfera, rimangono isolati, ed hanno l'aspetto d'un cimitero immenso con pietre sepolcrali situate a perpendicolo.

CAPITOLO XIV.

_Arrivo a Marocco. — Generosità del Sultano. — Semelalia. — Partenza del Sultano. — Viaggi di Ali Bey a Mogador. — Saarra. — Mogador. — Feste pubbliche. — Ritorno a Marocco._