Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1
Part 10
I miei amici festeggiarono il mio trionfo; ma non molto dopo ritornò uno di loro assai triste, e mi disse: voi per soverchia bontà commetteste un errore — quale? Avete comunicati al traditore _Ginnàn_ i giorni e le ore in cui succederanno gli eclissi del sole e della luna; or bene, non solo nulla disse di esserne a voi debitore, ma presentò il vostro lavoro, e se ne fece egli stesso autore — pover'uomo, soggiunsi io all'istante, mi fa pietà — ma perchè? — perchè nè egli, nè altra persona conosce a Fez i giorni o le ore delle vicine eclissi. — Come non gli avete voi detta ogni cosa? e non scrisse egli quanto voi gli diceste? — No; io conobbi subito il carattere dell'uomo, e rispetto alle cose astronomiche non gli dissi la verità, e per conseguenza egli ha spacciati dei falsi pronostici..... A questo tratto tutti slanciaronsi verso di me, baciandomi le mani, abbracciandomi, alzandomi sulle loro braccia, e proclamandomi uomo superiore agli altri.
Il seguente venerdì, fingendo d'ignorare tutto il passato, _Sidi Ginnàn_ venne a prendermi per condurmi al palazzo. Lo feci aspettare più di mezz'ora, e montando a cavallo, gli ordinai di seguirmi. Entrammo in una cappella interna del palazzo, ove venne subito un figlio del Sultano per tenermi compagnia, e pochi momenti dopo il Sultano mi fece chiamare.
Andai, come porta l'etichetta, accompagnato da due ufficiali, i quali mi presentarono al Sultano, che trovavasi nella casetta di legno della terza corte. Appena entrato, mi fece sedere sopra un piccolo matterasso. Fra molt'altre cose mi domandò se piacevami il paese: se non mi era contrario il clima; quindi chiamandomi _suo figlio_ e dandomi altri soprannomi onorevoli, mi replicò più volte, ch'_egli era mio padre_. Volli baciargli la mano, ma egli la rivolse e mi presentò da baciare la palma, come ai suoi figliuoli. _Essendosi poi spogliato del suo bournous, me lo pose in dosso colle sue mani_, ripetendo ch'io potevo presentarmi a lui qualunque volta lo desiderassi, ch'egli non mi fissava verun tempo, perchè non voleva altrimenti incomodarmi. La conferenza durava da molto tempo quando il Sultano mi domandò l'ora: guardai l'orologio, e gli dissi essere quella della preghiera. Allora ripetendomi di nuovo più volte che io ero suo figlio, si levò, ed andammo alla moschea.
Questo intrattenimento ebbe luogo alla presenza di molte persone, e tra le altre del _Muftì_, o principale Imano del Sultano. Questi prendendomi per la mano mi condusse nella moschea, ch'era affollata di gente, e non mi lasciò finchè non fui seduto. Quest'ingresso nella moschea con il mio seguito, e col _bournous_ del Sultano sovrapposto al mio, chiamò sopra di me gli sguardi di tutta l'assemblea. Io sortj di mezzo alla folla; tutti quelli che trovavansi sul mio passaggio baciavanmi la spalla, o il lembo della veste. Chiesi dov'era _Ginnàn_; ed il _Muftì_ facendo un atto di disprezzo; _non prendetevi cura_, mi rispose, _di questo miserabile, cui non devesi più verun riguardo_. Feci qualche elemosina alla porta della moschea, secondo la mia costumanza, e ben tosto s'invocarono le bendizioni del cielo sopra _Muley Solimano_, e sopra di me. Montai in seguito a cavallo e mi restituj a casa compiutamente soddisfatto, poichè pubblico era stato il soddisfacimento della ricevuta ingiuria, e così luminoso. Fui complimentato da tutti; e più non si parlò di andare ad Algeri, e proseguj a frequentare il Sultano, ed a fare con lui la preghiera alla tribuna.
Un musulmano senza donne vedesi generalmente di mal occhio. I piaceri dello spirito occupandomi più di quelli del corpo, non avevo fin ora pensato a quest'articolo. I miei amici me ne parlarono tanto, che mi convenne cedere alle loro istanze. Sapendo che non volevo ammogliarmi che dopo aver fatto il pellegrinaggio alla casa di Dio, mi fu posta innanzi una schiava negra, ch'io presi senza pure osservarla. Le donne d'_Hadj Edris_ avendola riconosciuta nella qualità di mia concubina, la bagnarono, la purificarono, la profumarono diversi giorni; gli fu poi fatto il suo corredo; indi mi fu condotta a casa. A fronte degli abbigliamenti, de' profumi, delle purificazioni, rimase isolata in un'abitazione separata dalla mia, ove venne ben servita e trattata; ma io, non saprei dirne il motivo, non ho mai potuto vincere la mia ripugnanza per una negra colle labbra grosse, e col naso schiacciato: quindi la sventurata donna dovette trovarsi ben delusa della sua aspettazione.
Aveva promesso a _Muley Abdsulem_ un calendario per i quattro ultimi mesi dell'anno arabo. Io lo feci indicando la corrispondenza delle date coll'anno solare, i giorni della settimana, del mese e della luna, la longitudine e la declinazione del sole nell'istante del mezzogiorno a Fez, l'ora del levarsi e del tramontare nello stesso luogo; l'ora del passaggio della luna al meridiano, la differenza dal tempo medio al tempo vero, le fasi ed altri punti lunari, ed i più notabili fenomeni degli altri pianeti.
Siccome in quest'epoca dovevano precisamente accadere le due eclissi del sole e della luna, l'almanacco diventò più interessante assai pel pronostico di questi fenomeni da me descritti interamente: aggiungendovi inoltre le figure ch'essi dovevano presentare. Posi in fine due altri disegni che mostravano, uno la grandezza dei pianeti relativamente al sole, l'altro il sistema solare con tutte le nuove scoperte. Quando presentai quest'almanacco, _Muley Abdsulem_ ed il Sultano ne furono in modo sorpresi, che predissero la rovina di tutti coloro che senza saper nulla godevano in Fez opinione d'uomini scienziati.
Pubblicatisi una volta i giorni e le circostanze delle eclissi, n'ebbe ben tosto notizia tutta la città, e perchè ognuno voleva aggiungere alla notizia qualche cosa del proprio, si spacciarono mille stranezze: e gli astrologhi predissero sventure, che dovevano essere precedute da tre giorni di dense tenebre. Non è credibile la pena ch'io mi diedi per distruggere l'impressione di tali ridicole predizioni.
Terminato il Ramadan, si celebrò la pasqua nel modo solito, e poco dopo il Sultano partì alla volta di Marocco, invitandomi a seguirlo: glielo promisi.
L'eclissi della luna fu dal popolo poco notata perchè il cielo era ingombro di nubi, e pioveva: ma gran Dio! quale spaventoso rumore non produsse l'eclissi del sole! Il cielo era affatto sgombro, ed era verso mezzogiorno: il sole oscurossi quasi interamente, non rimanendo che un mezzo dito del disco scoperto. Gli abitanti correvano per le strade gridando come insensati; i tetti ed i terrazzi erano coperti di gente; ed il mio alloggio era così affollato, ch'era impossibile il fare un passo dalla porta fino al luogo più elevato.
L'eclissi finì poco dopo mezzogiorno. Stavo pranzando quando mi fu annunciato che il figlio del kadi desiderava di parlarmi. Fattolo introdurre, mi disse, colle lagrime agli occhi, e nel più compassionevol modo, che la malattia di suo padre attratto non permettendogli di sortire, veniva egli in sua vece a pregarmi, poichè il buon Dio li aveva felicemente salvati dell'eclissi[16], d'avere la bontà di dirgli, _se doveva ancora temersi di altra cosa_. Io lo rassicurai, come seppi meglio, e lo rimandai soddisfatto.
[16] _Un'eclissi riguardasi nel regno di Marocco come una grande sventura._ (N. dell'E.)
Non è possibile persuadere a queste genti, che si possono saper fare osservazioni e calcoli astronomici, senza essere astrologo, e senza saper dire a ciascuno la sua buona o cattiva sorte. Io mi abbattevo ogni giorno in taluno che mi pregava a dargli indizio delle cose perdute o rubate, altri a chiedermi la guarigione di un'ostinata malattia; i più discreti si limitavano a domandarmi una preghiera per loro, o un _Flous_, o piccola moneta per conservarla come un prezioso regalo. Tanta è la costoro ignoranza che io mi affaticavo, ma con poco profitto, di guarirli da sì grande semplicità.
Determinai il giorno della partenza alla volta di Marocco. I miei amici tentarono ogni mezzo per ritenermi; le preghiere, le offerte, le cabale, gl'intrighi, tutto fu posto in opera: ma finalmente io diedi i miei ordini, presi commiato da tutti, e mi disposi a mantenere la promessa fatta al Sultano.
CAPITOLO XII.
_Partenza da Fez. — Viaggio a Rabat. — Descrizione di questa città._
Avendo preventivamente fatta sortire dalla città la mia caravana, io sortii di casa mia a piedi il 27 febbrajo del 1804 accompagnato dai principali _scheriffi_, e dal venerabile _Emkaddem Hadj Edris_; ed attraversando la folla che mi circondava, ed ingombrava i cortili della mia casa, e le vicine strade, ci recammo alla moschea di _Muley Edris_, ove dopo aver recitata la preghiera, ci separammo colle lagrime agli occhi. Io montai a cavallo innanzi alla porta della moschea, e seguito soltanto da due domestici, da due soldati a cavallo, e da un domestico a piedi; attraversai lentamente la folla ch'era immensa, lo che diede tempo ai _scheriffi_, e ad altri considerabili personaggi di montare a cavallo, e di seguirmi. Questo corteggio mi seguì fino ad una lega fuori della città, ove assolutamente volli che si ritirassero; lo che si eseguì dopo nuovi reiterati abbracciamenti, e nuove lagrime.
Ero sortito da Fez ad un'ora dopo mezzo giorno, prendendo la strada di Mequinez, che poscia abbandonai per volgermi all'O. avvicinandomi alle montagne. Alle tre arrivai presso alcuni laghi d'acque salse da cui ricavasi molta quantità di sale. Moltissime truppe di anitre selvatiche coprivano quelle acque e specialmente presso le rive. Lasciate a sinistra queste lagune, e tenendo sempre la medesima direzione, alle quattro e mezzo la carovana si fermò sopra un'altura, presso ad un vasto _dovar_ chiamato _Elmogàfra_.
Immense pianure si stendono al S. fino alle falde di lontanissime montagne. Il suolo è composto di una terra vegetale mista a molta arena. La vegetazione era così poco avanzata, che le erbe non avevano più di due pollici d'altezza, e non erano ancora in fiore.
Il tempo fu affatto coperto, e cadde pure interrottamente alcun poco di pioggia. Alle cinque e mezzo il termometro segnava 12° di _Reaumur_, e l'igrometro 64°. Il vento soffiava debolmente dall'O.
Nell'atto che s'alzavano le tende venne a visitarmi un santo imbecille.
_Martedì 28._
Alle due della mattina pioveva fortemente.
La carovana si mosse alle nove e mezzo. La direzione cambiava frequentemente per causa delle montagne; ma generalmente era verso l'O. N. O. A mezzogiorno, o poco dopo, giungemmo alla riva destra dell'_Emkes_, fiume abbastanza considerabile, che va al N. Dall'altro lato le montagne serrano di più la strada; e seguendo generalmente la medesima direzione, feci alto alle cinque ed un quarto.
Il paese da noi attraversato era coperto da basse montagne, ma verso le tre e mezzo vidi alla diritta una montagna alta e scoscesa non molto lontana dalla strada. Dietro le notizie avute, ha molta estensione ed è abitata dall'indomabile tribù di _Beni-Omàr_, che vive quasi affatto indipendente dal sovrano.
Fin presso al fiume il suolo è composto d'una terra vegetale assai arenosa, ed allora sterile a cagione della siccità. Dall'altro lato del fiume incomincia ad essere frammischiata d'argilla, e perciò la vegetazione era assai più rigogliosa, le seminazioni bellissime, le praterie ancor migliori, e sparse di fiori, specialmente di radiati e di vaghissimi ranuncoli.
È cosa notabile che molte di queste montagne sono unicamente formate di ciottoli rotolati, o di frantumi calcarei ammonticchiati, i più grossi de' quali hanno quattro a sei pollici di diametro; il tutto coperto da uno strato sottile di terra vegetale argillosa.
Il tempo fu costantemente nebbioso, fuorchè un istante prima del tramontare del sole. L'orizzonte si ricoperse ben tosto, ed alle otto ore pioveva. Alle sei ed un quarto il termometro segnava 13°, l'igrometro 98°, ed il barometro 27 pollici 4 linee, ciò che nello stato presente dell'atmosfera prova che la mia altezza sul livello del mare era minore di quella di Fez, benchè mi trovassi in mezzo alle montagne.
La mattina mentre passavamo in vicinanza d'un _dovar_ due de' principali abitanti vennero in mezzo alla strada per chiedermi una preghiera. Fermai il cavallo, ed alzando le mani, soddisfeci al loro desiderio. Queste oneste persone non sapendo in qual modo attestarmi la loro riconoscenza mi baciarono più volte il ginocchio. La stessa domanda mi fu poi fatta in quasi tutti gli altri _dovar_ posti lungo il cammino.
_Mercoledì 29._
La mattina pioveva dirottamente, ed il mio seguito non potè mettersi in cammino che alle dieci ore e tre quarti; volgendoci all'O. N. O., e montando sempre fino alle undici e mezzo in cui si cominciò a discendere. Alle tre e mezzo sboccando da una strettissima valle mi trovai all'improvviso fuori delle montagne, ed in faccia ad un vasto paese. Sceso sul piano continuai a camminare all'O. fino alle cinque e mezzo. Avendo allora attraversato la strada di Tanger, ed il fiume _Ordom_, feci alzar le tende sulla riva sinistra.
Il terreno di quella contrada è tutto argilloso, le montagne presentano roccie di marmo grossolano, e di argilla indurita a strati obbliqui, e qua e là confusi. La linea viene rotta da una roccia arenosa tenera coperta da un denso strato d'argilla, e talvolta della densità di quindici piedi.
Appena sceso sul piano trovai la vegetazione assai avanzata, alta l'erba dei prati, ed una straordinaria abbondanza di fiori variati che formavano un colpo d'occhio più bello e magnifico di quello, che presentino i giardini d'Europa.
I miei amici di Fez conoscevano il mio trasporto per le collezioni di storia naturale, e conoscevano le attrattive di questa inclinazione per un'anima che si commova alle bellezze della natura; ma i selvaggi che mi circondavano, non potevano comprenderlo. Io mi sarei guardato di fare sugli occhi loro ciò ch'essi biasimano negli Europei che viaggiano nelle loro contrade, vale a dire di dimostrare quell'amore per le ricerche, quell'ardore per le scienze, quello zelo d'ingrandirne la sfera colla scoperta di nuove cose. Questo gusto, questa liberalità d'opinione sono idee affatto straniere alla infingarda gravità che deve caratterizzare un Principe della mia santa religione, e questa maniera di pensare può riuscire dannosa, e quasi sempre avere tristi conseguenze. Mi vidi perciò costretto di sagrificare le mie inclinazioni ai pregiudizj delle persone che mi accompagnavano, e di rinunciare alla ricchezza d'un terreno, che mi offriva migliaja di piante: ne raccolsi soltanto una dozzina con una cert'aria di non curanza, che non poteva urtare la loro estrema ignoranza, e stupidità.[17]
[17] _Malgrado gli accennati ostacoli le collezioni di Ali Bey sono ricchissime. Ad ogni modo non bastavano a saziare la sua passione per la storia naturale._ (N. dell'E.)
Noi eravamo passati vicino a molti _dovar_, i più grandi de' quali composti d'una ventina di tende, e gli altri soltanto di cinque o sei. Nere sono le tende e collocate in giro: alcuni _dovar_ avevano intorno una siepe di roveti, ed ogni tenda è lontana dieci in dodici passi dalle altre. I popoli che le abitano sono pastori, e le loro sostanze sono formate delle mandre che allevano; in tempo d'estate le conducono sulle alte montagne poste a levante, e nell'inverno le custodiscono nei luoghi piani. Quando s'avvicina la notte le fanno entrare nel circondario del _dovar_. Vidi più animali bovini assai, che pecore, e capre.
Lungo la strada molti Arabi sortivano dalle loro tende, e venivano sulla strada per complimentarmi, invitandomi alla loro casa: altri mi domandavano preghiere, pochissimi l'elemosina.
Feci disporre il mio accampamento presso certe cappelle ove sono i sepolcri dei santi, a cui non omisi di mandare le mie elemosine. In questo luogo si tiene mercato tutti i giovedì.
Tutto il giorno aveva continuato il cattivo tempo, ed alle nove della sera pioveva dirottamente. Spirò un vento d'O. fino al levar del sole; ed allora incominciò un vento d'E. Alle sei della sera il termometro segnava 16° 2, e l'igrometro 36°.
_Giovedì primo Marzo._
La mattina venne molta gente al mercato, che chiamasi di _Sidi Càssem_ dal nome della cappella principale. Quando io partivo eranvi di già molte tende, e calcolando dalla folla che vedevo venire, supposi che tra venditori e compratori non vi dovevano essere meno di tre mille persone; lo che mi fu pure confermato dagli abitanti, che interpellai su quest'oggetto. In ogni mercato vendonsi grani, frutti e simili prodotti del paese; inoltre cavalli, buoi, pecore, capre, ed altri oggetti. Vi vengono gli abitanti di _dovar_ assai lontani sì per vendere che per comprare. Vidi molte donne col volto scoperto, che sembraronmi non meno povere che brutte.
Il capo del santuario di _Sidi Càssem_ mi mandò la mattina un regalo di aranci.
Partimmo alle otto e mezzo del mattino camminando all'O. S. O. con leggiero deviamento. Ad un'ora dopo mezzogiorno si attraversò il fiume _Bet_, che qui va dal S. S. O. al N. N. E. Mi fu detto che metteva foce in alcuni grandi laghi una giornata al di là di Rabat; e non si univa al fiume _Sebou_, come suppone la carta del sig. _Chenier_. Questo fiume che volge molte acque ha un corso assai rapido. Alle due meno un quarto fummo costretti di accampare per mettersi al coperto da una orribile burrasca.
Il paese attraversato questo giorno era quella vasta pianura veduta jeri, e terminata al S. dalle montagne costeggiate nel precedente giorno. Vidi pure un'altra linea di piccole montagne al N., ma a grandissima distanza: verso l'O. la pianura sembrava perdersi coll'orizzonte, ma verso il mezzodì essendo giunto ai confini dell'O., conobbi che questo vasto piano non era che una grande spianata assai elevata sul resto del continente all'O., di dove lo sguardo spaziava come da un elevato balcone. Si scese tra alcune montagne, le cui sommità sono più basse della spianata. M'accorsi allora, che le montagne che avevamo prima alla sinistra stendevansi considerabilmente al S. Al di là del fiume la strada segue l'andamento delle valli tra le colline. Il terreno dell'alto piano è argilloso, in appresso calcareo, arenoso, ed alquanto misto d'argilla.
Sull'eminenza la vegetazione era ritardata, ma la trovai molto avanzata nella parte più bassa, benchè tutte le piante fossero delle più piccole specie: i pruni ne formavano la principal quantità. Dopo Fez non aveva veduto un solo albero, ad eccezione di alcuni ne' giardini prossimi all'eremitaggio di _Sidi Càssem_. Sonovi pochissime terre lavorate; e non vi si vedono che uccelli di passaggio.
Trovammo varj _dovar_ assai poveri, ed uno assai esteso. Era formato di molti cerchi di tende, ed ogni cerchio, attorniato da una siepe di pruni, conteneva, secondo che appariva, tutti i rami di una famiglia primitiva. Mi si disse che uno di questi cerchi apparteneva al ministro _Salaoui_. Ogni cerchio contiene da quattro fino a dodici tende fatte di peli di cammello, nere, e succide come gli abitanti, che sono di color di cuojo o giallastro, piccoli, e smilzi; hanno l'aria di diffidenza, e di malinconia propria dell'uomo che sente, che dovrebbe essere libero, e che non pertanto soggiace al più terribile despotismo.
Le donne di questo _dovar_ sono alquanto più gaie, e mi parvero di un carattere dolce e sincero. Sono piccolissime; hanno il volto largo, gli occhi penetranti, ed il portamento meno disaggradevole che le donne delle città: quelle che io vidi sono più bruciate dal sole che gli uomini. Il loro abito consiste in un giubbone, e in un turbante, o fazzoletto sul capo. L'abito degli uomini ristringesi ad un semplice _hhaïk_; ed i più ricchi hanno pure un pajo di pantaloni, ed una camicia di lana, che portano sotto al _hhaïk_; ma d'ordinario hanno la testa nuda.
Questi abitanti dei _dovar_, e delle montagne sono dai mori conosciuti ed indicati col nome _el Aàrab_ (Arabi) o _el Bedàoui_ (Bedovini). La maggior parte sta sempre a cavallo col fucile, e colla spada, e rarissime volte accade che sortano dalla tenda senza sciabla, senza pugnale. Molti mi vennero all'incontro per baciarmi il ginocchio o la mano, quando loro la presentavo; altri mi chiesero la preghiera, ma nissuno l'elemosina. Io non vidi alcun individuo di colore che fosse grosso e grande, niuno che avesse l'apparenza, non dirò d'uomo ricco, ma di qualche agiatezza. Colui che possiede danaro lo tiene nascosto, e non lascia di vestirsi da misero.
Questa giornata fu orribile, e fummo costretti a fare alto prima d'arrivare al luogo fissato atteso il gagliardo vento, accompagnato da diretta pioggia. Vicino al nostro campo era un _dovar_, e quella gente mi disse, che a non molta distanza trovavansi dei lioni. Alle sei della sera il termometro segnava 12° 6, e l'igrometro 100°.
Alle undici ore continuava la pioggia; ed io trovai entro la mia tenda varj preziosi insetti ch'erano venuti per porsi al sicuro dal cattivo tempo. Un bellissimo rospo saltò sul mio scrittojo, guardandomi tranquillamente lungo tempo; io mi alzai per aprire la porta, ed il povero animale, quasi avesse indovinato quello ch'egli voleva, sortì all'istante.
_Venerdì 2._
Il tempo era così cattivo, che i miei domestici mi pregarono di restare; ma perchè avevo somma premura d'arrivare a Marocco, ordinai che si levassero le tende.
Alle dieci ore e mezzo del mattino ci rimettemmo in cammino, prendendo la direzione al S. O., ma bentosto si smarrì la strada facendo mille viziosi ravvolgimenti entro un grandissimo bosco di vincaja: e vi saremmo probabilmente rimasti più lungo tempo, se non avevamo la fortuna d'incontrare una guida. Il vento e la pioggia continui non mi permettevano d'osservare la bussola, ed il cielo era così coperto che non potevo assolutamente rimarcare un solo rombo; i ravvolgimenti del bosco m'avevano fatto perdere le traccie della stima, di maniera che più non conoscevo la posizione del campo, che stabilj in vicinanza d'un _dovar_ alle quattro meno un quarto della sera.
Il paese è composto di vaste pianure rotte di tratto in tratto da qualche burroncello, o da strette valli assai profonde.
Il suolo è d'una terra vegetale leggerissima, con molta arena.
Un'ora dopo mezzodì si attraversò prima un bosco di grandi lentischi, poi un secondo di lecci, e di mandorli silvestri, che fiorivano allora.
Non vidi altro essere animato fuorchè una farfalla assai bella; stava sopra una foglia, e si lasciò prendere dolcemente.
Il tempo si rischiarò avanti sera, ed alle sei il termometro segnò 10° 8, l'igrometro 98°.
Trovavansi a poca distanza alcuni luoghi paludosi, ove una sorprendente quantità di rannocchi cantarono tutta la notte vigorosamente come in tempo d'estate.
_Sabbato 3._
Il giorno incominciò coll'acqua, e malgrado l'incostanza del tempo la mia carovana si pose in marcia alle dieci ore e mezzo, dirigendosi all'O. S. O., e continuando nella stessa direzione con poca varietà al S. O.
Alle due e tre quarti s'attraversò il piccolo fiume _Filisto_ che in questo luogo scorre all'O. N. O.; ed alle quattr'ore feci spiegare le tende presso ad un _dovar_.
Il paese è formato di basse colline divise da larghe valli. Un'arena rossiccia mista con poca terra vegetale forma la natura del suolo.
La vegetazione era proporzionata alla stagione. Alle undici dal mattino entrammo in un bosco di altissimi lecci, di grandi ginestre, e di mandorli fioriti in tanta quantità, che dietro ciò che la terra produce spontaneamente, non v'ha dubbio che se gli uomini del cantone coltivassero questo ramo d'agricoltura e di commercio, potrebbero provvedere i mercati d'una parte dell'Europa; ed intanto malgrado queste ricchezze della natura quegli abitanti vanno quasi nudi, o coperti di cenci, e dormono sulla nuda terra, o al più sopra una stuoja..!! Giuriamo odio al governo dispotico, i di cui sudditi sono tanto infelici a dispetto di tutti i doni di cui gli fu la natura liberale! Questo bosco che si prolunga rasente la strada ci parve opportuno per alzarvi le nostre tende.