Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India
Part 9
Rosa, tutto color di rosa per compiacere il gusto di un Re! E la folla che passa per queste vie si direbbe pur essa scelta, istruita, abbigliata per uno scenario coreografico. In nessuna città indiana, nemmeno ad Haiderabad, nemmeno a Delhi ho ritrovato così intatto l'Oriente di maniera. Non rotaie di tram, non automobili, non europei in casco e gambali, ma elefanti da nolo, dalle gualdrappe numerate, elefanti nuziali gualdrappati di rosso e d'oro, dipinti di tutti i colori più vivi come giocattoli di Norimberga, cammelli, dromedari che passano di corsa, col collo proteso, ricordando la figura e l'aire di certi polli spennati, muletti candidi dagli occhi rosei e dalle ciglia mansuete, e cavalli — i cavalli che mancano nell'India meridionale — cavalli bai, pomellati, bianchi: destrieri classici, dal tipo arabo, dalla criniera e dalla coda ondulata e prolissa, montati da cavalieri fantastici che si direbbero eroi cinematografici o comparse d'operetta se non si vedesse, se non si sentisse che sono _veri_: veri nonostante la scimitarra gemmata e lo scudo all'arcione, il casco — turbante adorno di penne svolazzanti, la barba imbiondita al _hennè_, i sopraccigli, le ciglia annerite con l'inchiostro di _kool_. Ma per chi, ma per che cosa questo abbigliamento scenico da principi di Mille e una notte? Forse non tanto per piacere alle loro donne mansuete, quanto per servire degnamente la Dea Illusione, la Dea Poesia, la Maja-Devi della teogonia indiana: quella che pone tra noi e _le cose quali sono il velo delle cose quali devono apparire_. Certo io penso con un sogghigno al nostro sommario vestito occidentale: un unito nero o bigio, un solino rigido, un cappello a cencio o a staio: non altro è concesso, non una tinta vivace, una penna, un velluto per illeggiadrire la nostra già sempre più scarsa avvenenza mascolina. Tutti hanno qui una eleganza principesca: principi e bovari; ma non per l'abbigliamento soltanto. Tutti hanno la pura bellezza del tipo ariano, hanno innata la grazia del gesto, del passo, dell'atteggiamento.
La bellezza e la grazia raggiunge nelle donne una perfezione forse eccessiva: si direbbe che avanzano per via a un passo di danza, avvicendando i piedi nudi e gemmati sulla stessa linea retta, il che fa ondulare le anche con un ritmo procace, mentre le braccia ignude, cerchiate di smaniglie, sono sollevate in alto ad equilibrare strane anfore di argilla variopinta o di rame. Sono vestite di stoffe e di veli vivaci, fasciate, inorpellate pudicamente fino alla gola: la scollatura, se così si può dire, traspare invece alla vita, dove il giubbino e la sottana disgiunti, s'allontanano talvolta scoprendo una buona parte del torso bronzeo e la base dei seni: una scollatura alla rovescia, che non dà nessun brivido sensuale, tanto l'atteggiamento è dignitoso, e perfetta la bellezza dei volti. Forse eccessiva, forse un po' monotona la bellezza di queste indiane raiputi: sembrano tutte sorelle. E tutte ricordano singolarmente la Vergine Maria: non la Vergine bionda della tradizione occidentale ma la Vergine _nigra sed formosa_ dei musaici bizantini e degli smalti copti: l'ovale eccessivo, la bocca dal sorriso triangolare, il naso anche troppo minuscolo tra gli occhi lunghissimi, custoditi dai capelli ordinati con cura impeccabile, simili a due bende di raso nero e lucente.
Città della favola! Passano i veicoli più strani: vetture triangolari, semicircolari ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga di bronzo ignudo grida ed incita, in piedi, non i cavalli, ma gli _zebu_, il bue indiano, piccolino, gibboso, dai garretti impazienti e velocissimi, dallo sguardo mansueto, fatto più dolce dalle lunghe corna ricurve ripiegate lungo la gobba, quasi col timore prudente di ferire qualcuno. Altre vetture passano, simili a piccole berline tutte d'oro, dalle cortine di broccato rosso; e passano portantine singolari, sormontate da una specie di guglia a pagoda, dov'è adagiato un ricco mercante parsi, una bajadera d'alta casta, un dignitario dal vestito e dalla barba candida, con non altro di nero che gli occhi imperiosi: ed ogni veicolo è preceduto e seguito da otto, dieci servi che avanzano su una canzone d'allarme, agitando a destra e a sinistra flabelli di palma dipinta o bastoni con un lungo pennacchio di seta candida e nera che è la coda di un'antilope di specie rara. Turbanti di tutte le forme e di tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela rozza per i _Camili_ e gli uomini di bassa casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati con arte sopra una forma interna come i cappellini delle nostre signore: circolari, triangolari, o rialzati audacemente da una parte, o scendenti a custodire le gote e adorni di fermagli gemmati, dai quali zampilla un'_aigrette_ o una _paradisea_ che farebbe la delizia delle nostre più raffinate mondane.
Città della favola! Avanzo lungo le belle vie spaziose, sui larghi selciati di marmo a figure geometriche, e sfioro a quando a quando con la mano i muri delle case color di rosa, sempre color di rosa, a delicati fiorami candidi. Quale meraviglia che in una città fantastica come questa si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi andati? Ecco dignitari di corte, ecco scudieri, falconieri che passano ridendo, sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo letto di questi, in guide sommarie e in descrizioni di pregio, ma non avevo creduto — ecco falconieri quali si potevano ammirare in Toscana o in Provenza, in un bel mattino del secolo XIV, ed ecco le tigri, le famose tigri del Maraja di Giaipur, delle quali tanto m'avevano parlato a Bombay e a Calcutta. Non sono tigri: sono pantere: non meno belle e formidabili; m'appaiono d'improvviso, al crocevia del Palazzo dei Venti, condotte al guinzaglio da una schiera di custodi: fanno parte delle belve che sfilano nei cortei di gala, pubblicamente. Per questo, per abituarle alla folla, sono condotte in giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti; sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra a chiazze nero-pece, un'altra chiarissima, che si direbbe stinta, un'altra tutta nera, d'un bel nero lucente, dove le chiazze appaiono marezzate, come nel damasco. Camminano a scatti improvvisi come se avanzassero sopra una lastra di metallo rovente, ammusando a destra e a sinistra, con bonomia giocosa, i monelli ignudi che s'affollano intorno. Poichè m'arresto incuriosito e guardingo, a distanza prudente, uno dei custodi mi sorride, mi fa cenno cortese di avanzarmi senza esitare, m'accosta lui stesso la belva al guinzaglio; e sul suo esempio accarezzo la nuca folta, mentre la belva s'abbioscia, gli occhi obliqui socchiusi nella luce del giorno, il muso depresso e baffuto come certe maschere giapponesi. Altre pantere mi sono intorno, con i loro custodi, si strusciano ai miei gambali, con un ron-ron beato di grosse micione ben pasciute....
Giaipur, 5 febbraio.
Città dei colori! Si direbbe che il popolo abbia voluto ripagarsi dell'unica tinta imposta dal tiranno, sfoggiando tra queste pareti color di rosa tutte le tinte più vive: uomini, donne, principi e mendicanti: vestiti di cenci o di sete, di percalli o di velluti: passa per queste vie una fiumana incessante di colori inconciliabili sotto il nostro cielo, ma che si fondono con questo sole, su questo scenario, in una concordia discorde che è un vero tripudio visivo: giallo zolfo, giallo ocra, rosso, carminio, porpora, verde biacca, verde salice, azzurro, turchino.
Il sobborgo dei tintori è una delle cose più singolari di Giaipur. I tintori esercitano il loro mestiere all'aperto, con mezzi primitivi e raffinatezze secolari, sconosciute tra noi. S'aggirano seminudi tra le tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di grosse zucche e di noci di cocco unite con una storta di bambù, pestano i loro semi e le loro polveri in mortai millenari, di marmo o di bronzo, dov'è scolpita la testa elefantina di Ganesa o il sorriso di Parvati dagli occhi di pesce. E ne tolgono tele, tulli che appendono a corde tese al sole e affidano a garzoncelli che le fanno prosciugare correndo, gonfiandoli nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi dentro come in una danza serpentina.
A questo popolo il colore è necessario come la luce. Donne specialmente, donne d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie. E la giovinetta più povera trova sempre la monetina per far gettare nella tinozza tre metri di tulle stinto, che le è reso dieci minuti dopo, vivo della tinta che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone con meravigliosa sveltezza il disegno e la tinta preferita, adoperando certe spate di setola a spruzzo, o certi rulli di bosso o semplicemente le dita intinte: e ne risultano marmoreggiature, zebrature, disegni pomellati, o zone ondulate, delicatissime. E i tulli popolari, avvolti con una grazia che ricorda in queste donne Raiputi il ceppo comune, le remote sorelle di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta, per gioco del sole e del movimento una luminosità che moltiplica gli effetti come nei cristalli, e fa di queste creature sfamate quotidianamente dalla carità governativa tante principesse da leggenda.
Giaipur, 7 febbraio.
E anche i piccioni sono tutti ritinti come arlecchini dell'aria. Quasi non bastasse il verde naturale dei pappagalli, il bagliore dei pavoni, il nero lucente dei corvi. Così che le case color di rosa hanno il marmo candido delle cimase coronato da pennuti di tutti i colori.
Un'altra cosa non avevo osservato, che mi piace e m'intenerisce. Ad ogni crocivia è una specie di tempietto ad una colonna, dove la carità dei passanti depone il becchime per gli uccelli anch'essi affamati nell'intristire dell'ultime gramigne. Sotto le piccole cupole a pagoda è un vero turbinìo di pennuti minuscoli: cocorite, passeri bengalini che vengono, vanno trillando di letizia riconoscente. Anime delicate di fanciullo e di francescano, questi indù raiputi, che hanno la fame alle porte, e sentono la necessità d'un profumo e d'un fiore, e dividono il pugno di grano giunto d'oltremare con le piccole creature di Brama!
Giaipur, 10 febbraio.
I giardini del Maraja sono di una malinconia cimiteriale che pure ha il suo incanto sotto questo cielo non nostro. Le palme, i cipressi, gli aranci sono tagliati a forme geometriche, tra siepi di busso, di rose bengali, moderate secondo lo stile francese del secolo XVIII. Anche le piscine per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli e le testuggini hanno sagome Luigi XV; a questi motivi occidentali s'alternano, con bizzarria che non dispiace, le linee indiane: chioschi a guglia, cupole tre volte panciute, ponticelli di marmo traforato come trina che cavalcano stagni quasi asciutti dove intristiscono le ultime ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il Palazzo Reale — la parte accessibile al forestiero — ed anche qui è l'anacromismo orientale e occidentale: sale parate di damasco europeo, sovrapporte settecentesche con episodi ellenici e pastorali, pendoli Robert, fiori sotto campana, alte finestre e telaietti; e si passa da questi appartamenti in corridoi dalle finestre ad ogiva moresca, a verande di marmo lavorato a stalattiti, a sale non arredate che di tappeti e di cuscini orientali, dalle pareti candide non decorate che di affreschi effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale dall'uno all'altro piano di questi appartamenti di sogno in placidi ascensori elettrici costrutti a Manchester, mentre, per compenso, ci attende in giardino un elefante messo a nostra disposizione dal gran Cerimoniere della Maraja assente. Visitiamo i giardini vastissimi, ma dalla magra vegetazione senz'ombra. Sugli spalti della città, a grandi aranci dalle foglie accartocciate dall'arsura, s'alternano cannoni dorati e inargentati, inutili e grotteschi come le soldatesche che fanno i loro esercizi nel cortile sottostante: uomini alti e snelli come fanciulli, dalle strane divise miste di rigidezza britanna e di cenciosità orientale. Cose di una malinconia esotica intraducibile a parole.
E più malinconico di tutto il grande edifizio dell'Osservatorio Astronomico, fondato dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle stelle, l'astronomo che diede alla scienza un contributo riconosciuto anche dalle società occidentali. Nel cortiletto interno, in mezzo ad una vasca senz'acqua, un immenso sferisterio sembra girare sulle spire arcuate del serpente in marmo che lo sorregge. E intorno sono attrezzi e costruzioni strane, in metallo ed in pietra, incise a formule misteriose non meditate più che dagli scoiattoli. In alto, il muro di una specula è tutto coronato di scimmie piccoline, strette l'una all'altra, freddolose al vento polveroso della sera. E i segni zodiacali s'alternano ad un'infinità di musetti pensosi e di code pendule.
L'olocausto di Cawnepore.
Cawnepore, 16 febbraio.
_Remember Cawnepore!_
Per anglomania, per rivalità d'infinite caste, per interessi naturali e morali l'India non vuole e non può sollevarsi. Guai se potesse, guai se volesse! La misura è già stata data una volta; la razza bionda sa quale sangue scorra nelle vene di questi indiani dal sorriso abbagliante di fanciulla timida, dallo sguardo mansueto sotto le ciglia tenebrose; e ricordano, come si ricorda nella calma dei secoli, il furore sotterraneo della terra malfida. E v'è un luogo fra tutti, in India, dove l'ansia d'ogni cuore britanno si volge come a un cratere. Come a un cratere e come a un mausoleo: il più tragico che la disperazione dei sopravissuti abbia elevato mai sull'ecatombe dei suoi fratelli caduti.
_Remember Cawnepore!_ Non so staccare gli occhi dalla targa di cristallo che ha conservato, dopo cinquant'anni, le due parole disegnate da un _highlander_ innominato sul cubo di granito. Il soldato era certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più tremendo che affrontare il nemico — di entrare nella casa della strage, di restaurare le pareti crollanti, di raccogliere i resti, di detergere il sangue «che saliva sino alle caviglie». Sopra un macigno sconnesso, dove il sangue aggrumato — sangue di bimbi biondi, di donne bionde! — offriva una pagina rossa, il soldato aveva disegnato, con la punta della spada, a grandi lettere accurate, le parole tragiche.
_Remember Cawnepore!_ Nessuno ha dimenticato, ma certo l'umile soldato non immaginava che il cubo fosse più tardi rimosso e la sua iscrizione, tutelata dal cristallo, figurasse oggi nelle cripte del Fatal Well: il pozzo fatale. Il sangue ha preso col tempo una tinta di fuliggine, dove le due parole spiccano più chiare; e certo esse mi danno un brivido d'orrore, mi rievocano i giorni famosi assai più delle grandi lastre di marmo nero dove sono incisi in oro i nomi e le date delle varie campagne.
Per ricordare in tutta la sua tragica bellezza quella pagina rossa della storia Anglo-Indiana — sulla quale si profilano, vittime innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna rivivere la notte del 14 maggio del 1857. Non invento: tolgo dalla raccolta del _Times_ di quell'anno — sfogliata nella decrepita biblioteca del Queen's Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione dei fatti quanto ne emana di tragica poesia. È la notte famosa. Gran festa da ballo nel _bungalow_ del colonnello Stanes, festa da ballo e serata diplomatica, consigliata dalla prudenza coloniale contro gli eventi. Gli eventi son gravi. Si è in piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende, si spegne, s'accende qua e là come una miccia non bene nutrita, ma inquietantissima. Sono in fermento gli Stati del Bengala, Bombay tumultua, Mirat è a ferro e fuoco, Delhi è in mano dei _sepoys_ ribelli. Sono rimasti fedeli agli inglesi gli Stati del Pengjab, Madras, Baroda. La sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile. Compie ora il secolo dal giorno dell'occupazione sacrilega (1757-1857) predicano i Bramini; la profezia dei 100 anni sarà coronata dallo sfratto degl'infedeli e da un'India degli indiani. I reggimenti di _sepoys_ si sollevano ad uno ad uno, per cause minime: la proibizione di portare i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre le lunghe barbe uncinate, un nuovo tipo di carabina che comporta cartucce da rompersi coi denti: e le cartucce sono unte con grasso di bue o di maiale: il bue, animale sacro per gli Indù, il maiale, animale immondo per i mussulmani; cause occasionali: le cause concrete sono ben altre. Gl'inglesi annettono uno stato dopo l'altro alla Compagnia. Lord Dalhousie ha tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando al Marhaja spodestato la pensione e gli onori. Quasi tutti i sovrani indigeni delle provincie del Nord sono in vedetta, sicuri del popolo, forti di ricchezze immense e di una speranza quasi certa: l'aiuto della Russia ferita dalla campagna di Crimea, la Russia in vedetta all'Himalaja.
L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione con tutte le qualità sue migliori. Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a dieci miglia dalla città — i _sepoys_ hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e il colonnello Stanes apre le sue sale ad una festa da ballo, quella sera stessa, per consiglio del generale Hugh Wheeler, e tutta la Colonia è invitata in gran gala diplomatica: la guarnigione europea, tutti i gentiluomini, tutte le signore. Nulla si deve temere, nulla si teme a Cawnepore: la popolazione sappia ben questo. A Wood-House l'orchestra alterna i valzer al _God Save the Queen_. Si festeggia il genetliaco di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure qualche voce corre tra gl'invitati, qualche voce corre nella folla. Un reggimento di _sepoys_ s'è ammutinato quel mattino stesso, appena è corso l'annuncio dell'assedio di Delhi: poco importa: il reggimento fu internato. La folla è ostile, il distaccamento europeo non è che di trecento uomini: poco importa: il generale Wheeler ha avuto due giorni prima un lungo colloquio con Nana Sahib, ultimo _peshawah_ di Poonah, fedelissimo dell'Inghilterra, alleato ultra modernista, il quale ha messo a disposizione del generale diecimila uomini suoi che già occupano gli edifici della Tesoreria e dell'Arsenale e difendono Cawnepore in una cerchia infrangibile. La città è in festa, nella bellissima notte tropicale. Le bionde _ladies_ possono sfoggiare le loro spalle e i loro gioielli, gli ufficiali alternare le divise vermiglie alle immense crinoline di seta, nelle graziose volute delle contraddanze e dei lancieri. Li protegge il Marhaja generoso, li tutela dall'alto, in effige, la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula sotto la corona dove scintilla la gemma unica al mondo.
_God save the Queen..._: ma come si prolungan le salve dei cannoni e delle moschetterie: come s'innalza di lungi il clamore della folla — senza dubbio festante. — Il frastuono copre quasi la musica e le risa degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh Wheeler fa un cenno e nel silenzio generale s'avanza nella gran sala e parla. La sua voce è come quella del capitano che annuncia all'equipaggio inconsapevole il naufragio imminente:
— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo perduti, se c'è fra noi chi non sappia dominarsi. Tutti al Forte William. C'è mezz'ora di tempo. Gli ufficiali accompagneranno le signore ai rispettivi _bungalows_ per provvedersi di roba e prendere i bambini. Fra mezz'ora non deve più restare un europeo in città. Fra mezz'ora tutti al forte se v'è cara la vita. Calma, ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici si sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui a suonare fino a mio ordine: laggiù si deve credere che la festa continui. Fra mezz'ora tutti al forte! Le ragioni le sapranno poi.
Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha gettato la maschera; ha armato con tutte le munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale i suoi diecimila demoni neri, i quattro reggimenti di _sepoys_ ammutinati; i forsennati stanno per entrare in Cawnepore, non più difesa che da un gruppo di fedeli; otto ufficiali inglesi sono stati uccisi; tra mezz'ora la città sarà a ferro e fuoco ed ogni europeo passato a fil di spada. Non c'è rifugio che tra le mura tozze del Forte inglese.
— Al forte! al forte!
L'allarme corre la città. In mezz'ora tutti gli europei: uomini, donne, fanciulli — ottocento circa — sono al riparo: ma la difesa è derisoria: trecento soldati europei contro la falange furibonda! Eppure il manipolo resiste una settimana, due, tre, resiste fino alla morte per difendere le donne e i fanciulli che si stringono allibiti alle spalle. Le pareti decrepite crollano, sotto le granate, un bastione è aperto dal nemico: i difensori improvvisano trincee sotterranee; combattono nel fango. Comincia la stagione spaventosa delle pioggie tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano nel paltume, si sviluppano il vaiuolo e la peste; nel cortile del forte si sotterrano i cadaveri; mancano le munizioni, mancano i viveri: le donne rifiutano il cibo per risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si vive di speranza: la notizia dev'essere giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna liberatrice è forse alle porte.
Poi anche la speranza dilegua: è la disperazione, la morte certa: oggi, domani. Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana Sahib propone al generale Wheeler una capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta, ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad accettare; il generale esita; le donne, le madri implorano, impongono il consenso per i bimbi morenti di fame. E Wheeler accetta. Le condizioni, d'altra parte, sono accettabili: tutti avranno la vita salva e l'onore delle armi. I prigionieri saranno tutti imbarcati e condotti ad Allahabad, in terra pacifica. Viene il giorno della liberazione. Nana Sahib non ha mentito. Sul Gange, che scorre dietro il forte William, ventisette imbarcazioni attendono gli europei, delle quali due sono piccoli piroscafi a ruote: _more comfortable_ — spiega il nemico — destinati alle donne e ai fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore prende il largo sul fiume sacro. Ed ecco una cosa incredibile avviene. Sulle due rive, per una lunghezza interminabile, sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie tolte all'arsenale inglese, puntate sulla flotta che passa. È un saluto d'addio. No, è la carneficina ultima, sistematica, lo spettacolo infernale che Nana Sahib offre alla sua ferocia selvaggia. I proiettili s'incrociano dalle due rive più fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica; le imbarcazioni avvampano ad una ad una; le vittime balzano dai roghi galleggianti; molti annegano, quelli che raggiungono la riva sono respinti a colpi di lancia dai malebranche spietati: a morte! a morte! Carne da caimani!
E i caimani del Gange devono aver giubilato di tanta carne tenera e bianca: vero è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava in carne più fosca e men tenera di _sepoys_....
*
Ma la tragedia indescrivibile, quella per la quale Cawnepore è tristemente celebre, comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè le donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati sui due vaporetti che ritornarono a Cawnepore per ordine di Nana Sahib. Costui aveva bisogno d'un ostaggio contro la vendetta inglese che non poteva tardare e che sapeva tremenda, adeguata al delitto. I trecento superstiti inermi, folli di spavento e di dolore, dovevano subire una prima onta. Non furono restituiti al forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar, parola intraducibile, tanto meno in inglese, un edificio basso e malsano; e là, nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler, Miss Kraty, tutte le fiere donne d'Inghilterra, le mogli, le sorelle, le figlie dei dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi parlavano a mani congiunte, languirono per venti giorni — venti secoli, venti età! — annichilite, inebetite dall'onta e dallo spavento, in attesa dell'aiuto che doveva giungere, ohimè — troppo tardi.