Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India

Part 8

Chapter 83,728 wordsPublic domain

Passiamo il vallo fortificato, le torri, le porte pesanti. Si sale per scalee fosche, sotto archi medioevali, si percorrono androni a feritoie e a casematte, e tutto è in arenaria sanguigna, tutto è tetro e massiccio, evocante nel suo silenzio l'urlo guerriero e il fragore delle armi. Dove poteva svolgersi la vita voluttuosa dei poeti in turbante e delle belle dagli occhi interminabili? Si sale, si sale nelle viscere oscure della mole millenaria, dove la luce non giunge che da ogive sottili, da feritoie scarse, dalle quali appare sempre più in basso la città sterminata, si sale, si sale nel labirinto tenebroso.

Ed ecco, con un moto istintivo ed improvviso, le mani si portano a difesa degli occhi feriti dalla luce abbacinante d'un nevaio. Siamo giunti nel regno dei marmi immacolati, nella città superna dei tiranni. Un terrazzo immenso, la sala delle udienze, candido come tutti gli altri edifizi, con non altro che un trono di marmo nero, per il Gran Mogol; intorno ricorrono arcate che danno l'illusione d'una grotta di latte congelato, a stalattiti geometriche, dove il candore è sottolineato da una linea d'onice nerissima. L'onice, l'oro, l'argento, la turchese, il porfido sono usati con scaltra leggerezza, in gracili motivi floreali o in linee che seguono il frastaglio complicato delle trine marmoree, all'infinito; così che non è menomato, ma accresciuto l'effetto candido dell'insieme. Tutto è di marmo immacolato, e l'eleganza si mostra soltanto nel traforo e nella cesellatura, portate all'ultimo limite d'un'arte inimitabile. Le sale da bagno, dalle vasche rettangolari, dove si discende per tre, quattro gradini, sembrano attendere nel loro candore levigato il flutto dell'acqua odorosa, le carni brune e bionde, le risa argentine delle sultane quindicenni che dormono da secoli nella pianura sottostante....

Avanziamo nell'infinito candore. Verso il fiume la mole degli edifici guarda a picco sul piano sottostante ed è una fioritura più intensa di trine marmoree, di loggie, di _miradors_, di specule dove le belle sognavano le cose cantate dai poeti del tempo, leggevano le strofe persiane a venti rime complicate come una formula algebrica, o le novelle licenziose, o su Corani alluminati pregavano per il ritorno d'un assente.

Si passa da sala in sala, e le sale sono senza porte, così che formano prospettive di sogno immacolato, allee di trine candide che si prolungano all'infinito. Stupisce la nitida freschezza di queste lastre sottili di marmo, traforate fino all'inverosimile; lastre che ricordano immensi ricami a giorno, tesi tra due colonne e non pareti concrete: la mano vi si appoggia con esitanza, meravigliandosi della rigidezza secolare. Il tempo che sfalda il granito, precipitando templi e obelischi, ha poca presa sul marmo. Questi miracoli di grazia sembrano fatti ieri. E certo gl'invasori ebri di saccheggio e di stupro che irrompevano spezzando e rovesciando ogni cosa, s'arrestavano dinanzi ai velari candidi, abbassavano la scimitarra e la clava, come dinanzi ad un incantesimo.

Sosto a lungo ad una delle specule dove le belle dei tempi andati portavano la loro malinconia. E la vita dei Gran Mogol è tutta nello scenario che ho d'intorno. La zenana, l'arem che occultava gelosamente i più bei fiori di carne, poi i terrazzi immensi delle udienze, le sale di giustizia dove il sultano e la corte, abbaglianti di stoffe vivaci e di gioielli, formavano sul marmo candido un quadro che abbacinava il popolo genuflesso, poi i vasti cortili delle giostre, per le lotte delle tigri e degli elefanti, acre voluttà sanguinaria che i tiranni alternavano a canti di giullari e a danze di _devadasis_, negli alti giardini pensili. E intorno, a picco, le mura ciclopiche, simbolo d'una potenza senza pari; da un lato, contenuta in una cerchia cupa, simile veramente ad una perla chiusa in uno stipo, la Moschea della Perla, bianca, translucida, semplice di linea e solenne; e là, in fondo alla città, candido nella sua cerchia di cipressi e di palme, il Tai-Mahal: il più puro esemplare di bellezza funeraria che la speranza umana abbia innalzato alla disperazione della morte.

Agra, 28 gennaio.

Oggi, costeggiando le rive del Giumma, contemplo dal basso il maniero ciclopico e stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le verande di trina marmorea dove ieri ho sognato a lungo nel tramonto di brace. I palazzi di marmo incantato appaiono come un sottile frastaglio niveo alla sommità della mole rossigna, la quale esisteva già mille, due mila anni or sono, ai tempi delle origini braminiche, ai tempi dei re Giaina e Pali. I Gran Mogol, ultimo giunti, sovrapposero alla mole espugnata la loro dimora aerea, ed il granito fulvo della fortezza ciclopica fiorì di marmi candidi nell'azzurro del cielo.

Oggi i signori e le belle dormono al piano in un'altra reggia: quella dei morti, più meravigliosa della reggia dei vivi: il Tai-Mahal.

Il Tai-Mahal! M'avvio al miracolo dell'Oriente con la mia diffidenza consueta per le cose troppo magnificate dalla leggenda. E mi preparo alla delusione entrando nel vasto parco alberato di una vegetazione cimiteriale: palmizi e cipressi. I cipressi formano una galleria sul mio capo, giganti islamitici che fondono i tronchi e la fronda di bronzo quasi nero. Ed ecco, d'improvviso, la meraviglia unica del mondo. Poche volte la realtà ha superato la mia aspettativa, poche volte una bellezza m'ha investito così violentemente, mozzandomi la parola ed il respiro, forzandomi all'ammirazione ed alla riverenza completa.

Sullo scenario a due tinte: l'azzurro cielo e il bronzo cupo dei cipressi, s'innalza la più immacolata e gigantesca mole sognata da questi sultani amici del candore. Una semplicità che sfugge alla parola e all'indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. È il motivo classico dell'India islamitica, il motivo profanato da tutta la chincaglieria occidentale, esecrato negli scenari d'operetta, nei lavori ad uncinetto e nelle oleografie: ma divino nella verità del modello! Di marmo candido, eterno, e pure sembra fatto della sostanza labile e translucida delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti, che s'alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a gareggiare in grazia ed in candore, formano nel cielo di turchese un contrasto forse meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro del cielo, il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto è riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il candore preciso di certi smalti persiani.

Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo creato da un negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana; ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei colori m'aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d'insetti, così lenti nel giungere da un portico all'altro. Arriviamo anche noi alla mole che abbaglia. E da presso appare all'occhio abbacinato quanto l'arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro d'un cesellatore moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. E anche qui l'onice nerissima, intagliata e immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore opalescente dell'insieme, come una striscia di _kool_, tracciata dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio perlaceo nell'occhio d'una baiadera.

Le porte d'argento — l'argento sul candore del marmo! — riproducono l'intero Corano, a parole scomposte e ricomposte, come in una cabala.

Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i due mausolei dove dormono da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l'amore vincere la morte. Poichè tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa: la bella Mahal che sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m'intenerisca quell'amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s'aggirasse per le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta un'allucinazione passionale, un'amorosa convivenza con il fantasma visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al popolo impietosito.

Da quella demenza è sorto questo miracolo funerario. L'amore ha veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare è intatto come se costrutto da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno. Sotto la cupola eccelsa più di qualunque nostra cattedrale, luminosa, nell'ombra senza finestre, d'una luce sua propria, s'intrecciano con delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all'amore e alla morte.

Fachiri e ciurmadori.

Agra, 30 gennaio.

Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo intensi di emozioni estetiche, in curiosità più comuni. Visitiamo una fabbrica di tappeti. Belli i tappeti e singolarissimo il modo di fabbricarli. Una trentina d'operai, quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno seduti al telaio, nell'afa di una lunga tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un filo, una tinta della trama complicatissima. Il direttore, seduto su un alto scanno, all'estremità dei telai, tiene sott'occhio lo schema riassuntivo del lavoro con i numeri corrispondenti ai vari tessitori e li canta in note diverse; e al numero corrisponde il gesto del piccolo operaio che ripete la nota, con una voce prolungata d'intesa. Il lavoro prosegue così su di una nenia regolare e varia, non priva di una certa dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere un'orchestra di tinte delicatissime. Ed è veramente la _sinfonia dei colori_, sognata dai poeti decadenti. Ne risultano quei tappeti inimitabili, dove il pregio e l'origine si rivelano nella fattura raffinata e primitiva ad un tempo, nel disegno e nella tinta che s'alterano di tratto in tratto, ingenuamente, per il filo che vien meno o per la mano diversa, nella sofficità deliziosa, come se le dita si insinuassero sotto l'ala d'un cigno. Lavori magnifici, ma che m'attirano sotto questo cielo soltanto. E per non comperare dimezzo il prezzo. Ed è accettato. Lo dimezzo ancora. Ed è accettato. Scelgo tre tappeti. Altri mercanti escono dai loro negozi mentre passiamo nella città indigena, tentandoci con mille cose inutili; un budda, una trimurti in avorio, un elefante in ebano, raccolto sulle zampe posteriori e recante in alto, nella proboscide attorta, un gran vassoio d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo, veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante sotto i nostri occhi con tutte le tinte più delicate dei fiori e dei frutti, ed affidati a due bimbi che li fanno prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati, ori massicci di bajadere. Cose che tentano, ma che compero senza fede, per qualche amico d'Italia. Non le amo nella mia casa. So quale malinconia d'esilio, quale stridore borghese acquistano sotto il nostro cielo, nelle nostre dimore modeste, tra uno scrittoio Luigi XV ed uno stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua cornice. Due cose vorrei portare con me. La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di trina immacolata, lassù, sulla sua mole rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto. Oggi sono ritornato, solo, a contemplare per lunghe ore il poema di marmo e di luce.... Quale rimpianto sarà nei miei ricordi!

Agra, 31 gennaio.

I giocolieri e i fachiri sono una delusione per chi viene in India mendicando un po' d'inverosimile, di soprannaturale. Ma aggiungono al paesaggio un motivo pittoresco. Oggi, dinanzi al tempio giaina, ho assistito alla lotta del _cobra_ e della _mangusta_, lo spettacolo che gl'incantatori di serpenti offrono ad ogni forestiero per tre modeste rupie, il prezzo della vittima. Due indù, che sembrano usciti da un'illustrazione di viaggi, ignudi, fasciati alle reni da un _panio_ sottile, fasciati in testa da un gigantesco turbante giallo, le barbe divise e uncinate, le orecchie adorne di anelli d'oro massiccio, siedono di fronte chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto coperto, e incominciano un preludio di richiamo, una specie di nenia dialogata, guardandosi con occhi di sfida, di minaccia, di paura, ora l'uno ora l'altro sollevando il coperchio ed abbassandolo subito, volgendo gli sguardi sul pubblico attento, come per consultarsi. Poi si decidono. Una delle ceste s'agita, il coperchio si solleva, ed appare la testa eretta d'un cobra che esce dalla prigione con lentezza flessuosa, si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto come una gomena inerte, grigia a losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro cesto, d'improvviso, l'avversario diverso: un felino che ricorda il nostro furetto, fulvo, snello, ondeggiante, il muso e gli occhi rossi, la coda lunga due volte il corpo, villosa, dilatata dall'ira come un enorme scopino rossiccio. Il cobra s'erge a mezzo delle spire attorte, con la veemenza d'una molla a spirale, la gola espansa, con la figura delle lenti che si dilatano nel furore, il capo piatto, sottile, scosso dal fremito continuo d'una foglia agitata dal vento. E tra le grida incitatrici dei monelli e il rombo d'una musica assordante, i due avversari si preparano alla difesa e all'offesa: la mangusta correndo rapida attorno alle spire circolari, come attorno ad una fortezza, e il cobra girando su sè stesso come un'ansa mobile, vigilando la nemica da tutte le parti. Il cobra si tende, guizza come un dardo. La mangusta balza indietro, protetta dalla nube rossigna della coda accartocciata. Ritorna all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro volte; per dieci, per venti minuti gli avversari temporeggiano. Poi è l'impeto furibondo, una miscela forsennata di spire livide e di pelo fulvo, finchè sul tappeto non appare più che un gomitolo enorme e palpitante. La mangusta è perduta. Eppure no: le spire s'allentano, due zampine rosee si liberano convulse, lo scopino della coda emerge improvviso; l'intera mangusta esce trionfante dall'intrico del rettile che si svolge inerte: il felino minuscolo ha divorato il cervello del nemico.

— _It is not interesting. The cobra is dry._

Uno studente indiano che ho vicino si porta l'unghia del pollice ai denti incisivi, per significarmi che il rettile non aveva più veleno. Non mi stupisce, data la famigliarità di questi incantatori con il terribile intercessore di morte. Ma è noto che la mangusta affronta e distrugge i cobra intatti e selvaggi della jungla, ed è tenuta nelle case, avversaria vigilante e infaticabile d'ogni rettile intruso, come il gatto per i topi tra noi.

Qualche liceale color di bronzo, qualche borghese anglomane in solino rigido e con la mazza gemmata, si sofferma un attimo nella cerchia dei giocolieri, poi s'allontana con uno sguardo di commiserazione e di _snob_ come da cosa «_quite native_», troppo indigena e troppo consueta. Io mi compiaccio invece di osservare nella realtà misera e cenciosa, ma pittoresca, le figure e le cose troppo lette nei libri. E trovo interessanti anche il famoso miracolo della pianticella di mango, un gioco di prestigio fatto con un'abilità senza pari. Uno degli indigeni fa visitare intorno un seme autentico di mango che solleva con le due dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo di terra e calpestandolo accuratamente; poi distende sulla seminagione un fazzoletto favorito da uno di noi. Allora inizia qualche altro gioco, per distrarre l'attenzione del pubblico. Ritorna poi, ad intervalli, al seme di mango, ed ogni volta la pianticella ha messe due, tre foglie di più, finchè al termine dello spettacolo raggiunge le dimensioni d'un arboscello con due frutti e qualche fiore. Uno sviluppo miracoloso che richiede una raccolta progressiva di non meno di cinquanta esemplari, sostituiti con un'abilità che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che mi ricorda le cinquanta parrucche progressive di quel tale parrucchiere calvo che simulava lo sviluppo di una chioma assalonica, alla corte di non so quale Luigi di Francia.

Ma quali simulatori consumati sono questi giocolieri! Con quale arte istrionica raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori, illudono, deviano la nostra attenzione, con quale mimica seguono lo sviluppo del mango, fingendo l'incredulità nel prodigio, l'ansia dell'esperimento, la delusione del primo insuccesso, la meraviglia paurosa per la prima gemma, la gioia del trionfo!

Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano con ira crescente. Credo in un litigio autentico. E non è che il preludio d'un altro gioco. I due tentano di strapparsi di mano un sacco cencioso, finchè l'uno riesce ad imprigionare l'altro con un rapido gesto traditore, e ve lo lega solidamente. Allora comincia la mimica della gioia crudele, la danza feroce sul povero prigioniero che s'agita e geme. L'avversario non pago prende un randello a clava e percuote l'involto fino ad appiattirlo, fino a farlo aderire vuoto e floscio sul terreno. Allora il forsennato slega, esplora il sacco. E comincia il monologo del dolore, del rimorso disperato, finchè la folla si fende e si vede ritornare lo scomparso, sano e salvo, non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa, riconciliazione, abbracci fraterni e lacrime vere, abbondanti che brillano sulle labbra nere, quando i due girano intorno, invitandoci in corretto inglese all'offerta generosa.

— _A little present, milord! We are so poor fellows!_

_Poor fellows!_ Poveri compari, ma di una abilità e di una scaltrezza inqiuetante, e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni, il forestiero un po' trasognato! E non saranno certo costoro a darmi un po' del soprannaturale che speravo di trovare in India, un po' di inverosimile, un po' di miracolo....

Agra, 9(?) gennaio.

Il miracolo è pur sempre uno solo. Il Tai-Mahal. Domani partiremo per Giajpur e oggi son ritornato alla meraviglia che lascerò prima d'esserne sazio. La meraviglia che ha il fascino non più di una cosa d'arte, ma di una bellezza naturale ed eterna: come il mare, come il cielo, come l'alte vette immacolate. Aveva il colore di certi nevai, oggi, mentre lo contemplavo per l'ultima volta. Poi è passato al rosa, al cerulo, al verde, all'ardore violaceo dell'acciaio nell'ora della tempra... E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto, le acque incantate che addoppiavano il miracolo, tutto m'è impresso nella palpebra interna come quando si guarda una cosa che abbaglia.

Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle vie delle nostre città settentrionali, nella nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino, potrò forse resuscitare tra le ciglia socchiuse un po' di questa luce e di questi colori, e consolare l'anima grigia....

Tai-Mahal! Poema marmoreo di Amore e di Morte, quale tormento, quale rimpianto sarai per il futuro!

Giaipur: città della favola.

Giaipur, 3 febbraio.

Paese dell'imprevisto! Dopo tante città marmoree abbacinanti di candore, ecco una città tutta rosea: Giaipur. L'occhio stanco di troppa luce riverberata da pareti bianche si riposa su questi palazzi come sulla dolcezza di certe stoffe attenuate dal tempo. E la nostra fantasia trova finalmente la città della favola, sognata nell'infanzia prima. Doveva avere l'anima d'un fanciullo e d'un poeta quel Maraja Suvni-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò l'antica capitale: Amber, e ordinò che una città nuova gli fosse costrutta dal suo popolo, una città quale aveva visto nei sogni dell'oppio, nelle favole persiane o nelle leggende vediche. Tutto un popolo fu all'opera e la città sorse per incantesimo: vastissima, con vie lunghe tre, quattro chilometri, ampie e regolari come le nostre più belle vie europee, tracciate, ornate, colorite sul modello unico, secondo la dispotica volontà del sovrano. Giaipur è un'immensa città costrutta pel capriccio di un solo, come si eseguisce una veste, una collana, uno stipo. Tutto è color di rosa a delicati fiorami bianchi: rosa le case, gli archi, le cupole, i minareti delle moschee, le guglie delle pagode.

Dalla veranda dell'albergo osservo sbigottito e non so darmi pace. Siamo giunti da un'ora, dopo tre giorni di ferrovia, in mezzo all'India desolata, stanchi dall'ardore polveroso, rattristati dal paesaggio che si fa sempre più squallido, come un'infinita pianura di scorie avvolta da un'atmosfera non più terrestre, non più respirabile. Quale differenza dalla verzura, dalla fresca penombra degli Stati del Sud! Tutto muore negli Stati Rajputi: anche gli agavi, i palmizi-palmira, i cacti a candelabro, questa tenace vegetazione di stoppa, di cuoio, di zinco.

E sarebbe la carestia classica, la Fame dei tempi andati, la sorella del Colera e della Peste, quella che secondo il poeta «viene a tracciare in India sul libro mastro della natura il dare e l'avere, a grandi segni di matita bleu», sarebbe la fame classica se l'Inghilterra non avesse chiusa tutta l'India in una fitta rete ferroviaria, arterie nelle quali scorre, più vitale del sangue, con la velocità degli espressi americani, il grano giunto da tutte le parti del mondo. Grano, grano, infiniti sacchi tondeggianti che s'accumulano in piramidi colossali ad ogni stazione piccola e grande. E il vecchio ottuagenario e il bimbo di sei anni, la danzatrice ed il paria, tutti passano al dispensiere per la provvista quotidiana, senza nemmeno dir grazie, senza nemmeno capire da chi e perchè giunga quel bene. E quando ognuno ha ricevuta la sua misura di frumento o di farina candida attende all'occupazione prediletta: sognare. Chi ha un'ultima moneta: un'anna, mezz'anna si compera trenta rose, le rose che si vendono già decapitate, in piramidi irrorate di continuo, e le infilza su una cordicella d'argento per la ghirlanda quotidiana, o passa dal profumiere parsi per mezz'oncia di benzoino (tutti si profumano e s'infiorano in questo paese: anche i cocchieri, anche i bovari) o compera una pasticca di mastice o un grano d'oppio o un bolo di betel.

Città di sogno e popolo adorabile, che ha la poesia del superfluo e la scienza delle cose inutili. Nessuna cosa più inutile di questa grande città color di rosa. Certo mi ricorderò di Giaipur, se un giorno dovrò scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa. Il dolce far niente italiano è, al confronto, un vortice di attività spaventosa.

Dalla veranda dell'albergo guardo i palazzi che si succedono regolari, all'infinito, fasciati, si direbbe, dello stesso damasco color salmone a fiorami candidi. Non so darmi pace, scendo, attraverso la via, voglio vedere vicino, palpare con la mano le strane pareti. È una specie d'intonaco tre volte secolare, più duro, più liscio dello smalto; le case sono strette, contigue l'una all'altra, come i palazzi classici di Venezia, ma tutte intonacate dello stesso color di rosa sul quale i disegni soltanto variano all'infinito. Oh! I delicati motivi che si possono ottenere con un po' di bianco sul fondo gridellino! Motivi rievocanti le antiche stoffe dette _indiane_: losanghe minutissime, zebrature ondulate, mazzolini settecenteschi, ghirlande di nodi d'_amour_: ogni facciata varia all'infinito, pur fondendosi nell'armonia dell'insieme, e si ha l'impressione che debba cedere sotto la mano come un immenso lembo di stoffa tesa per un giorno di gala.