Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India
Part 6
Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi di Simla alle foreste di Colombo, interrogate un _nativo_ qualunque: maomettano, bramino, parsi, buddista, di qualunque casta e di qualunque cultura: il facchino che vi porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita, il filosofo incontrato nei musei, interrogatelo d'improvviso: «E voi, di che paese siete?». L'altro vi guarderà meravigliato e vi risponderà subito: «_I am English!_», con la stessa vivacità un po' risentita con la quale io e voi risponderemmo: «Sono italiano». L'indiano non dubita d'essere un inglese. L'anglomania è una delle sue debolezze ben note. Non per nulla la figura più buffa del teatro parsi è Katiba, una specie di bellimbusto, che si spaccia per baronetto londinese, mentre ha avuto i natali a Oodeypore, da un lenone maomettano. Per anglomania lo studente dell'Università di Bombay, di Calcutta si dà a _sports_ nordici, intollerabili sotto il tropico, frena il suo gesto vivace, riduce la loquacità istintiva del suo dire alla più corretta freddezza; e se v'invita a prendere il thè, nella sua gaia stanza universitaria cercherete invano alle pareti i testi indiani: Avagoka e Kabir sono sostituiti da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi, stringendovi la mano colla sua mano color di bronzo, non mancherà di raccomandarvi la poca confidenza coi _nativi_.... Per anglomania le figlie e le mogli del Maharaja s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il volto, implorando dal marito o dal genitore — premio supremo — una _season_ a Londra; una _season_ a Londra con tutte le delizie della vanità esasperata: i ricevimenti a Corte, l'amicizia con mogli di lords e di baroni, i trafiletti mondani, le istantanee compiacenti a lato del Re e della Regina; istantanee e trafiletti da rimbalzare su tutti i giornali di Bombay, Madras, Calcutta. Per anglomania — e il probabile titolo di baronetto — i banchieri maomettani e _parsi_ si quotano per uno, due milioni di _rupie_ sulla lista d'un erigendo ospedale inglese. L'India è inglese, vuole essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni indiano, intellettuale o analfabeta che sia, l'idea d'una patria lontana e necessaria, lassù, in Europa, nella curva nebbiosa della terra, una patria che è il cervello e il cuore del mondo.
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S'aggiunge alla fedeltà, ribadita ormai da un atavismo due volte secolare, un altro elemento importantissimo che forma la debolezza organica dell'India: le _caste_ nelle quali l'India è divisa e che fanno di essa un colosso dove ogni vertebra è infranta. Che, altrimenti, non si potrebbe concepire la mansuetudine dell'impero sconfinato — più d'un quarto dell'Asia tutta — e che l'Inghilterra tinge del suo colore sulla carta immensa delle sue colonie. Ma se l'India dovesse colorirsi secondo le caste presenterebbe il più minuto mosaico. Dall'ultimo censimento inglese risultarono più di quindicimila caste nel solo Rayputana, la regione settentrionale dove l'influenza inglese ha maggiormente cancellato le consuetudini locali. Negli Stati bengali, nell'Industan, dove tutto è intatto come nei secoli andati, le caste sono infinite, divise e suddivise, ostili fra loro, conservate con rigidità millenaria. Due cose sono care all'indiano: l'Inghilterra e la sua casta. «L'India declina?....» — «Poco importa l'India, purchè sia salva la fede». — «Declina la fede....» — «Purchè sia salva la casta....». È il dialogo approssimativo con ogni bramino ben pensante. Per casta — è risaputo — s'intende la sanzione legale e religiosa delle disuguaglianze sociali, elevata a dogma attraverso i secoli. L'origine delle caste — per quanto i bramini le pretendano istituite dagli Dei in persona — va cercata nella diversità di razza e di mestiere; quando i popoli ariani si rovesciarono dai passi dell'Imalaja nelle pianure dell'India, lottarono con gli aborigeni che — vinti — ebbero il titolo di Dasyon (_impuri_), mentre l'appellativo di _puri_: Sudra, fu privilegio dei vincitori. Poi tra i vincitori stessi si delinearono le prime caste rivali ed avverse: la casta sacerdotale coi Bramini, la guerriera con i Kehatryas; poi la casta dei mercanti con i Vaisyo, suddivisi in infinite corporazioni ostili: Marvary-Bandiary-Baniak, ecc...., la casta degli agricoltori, dei pescatori, ecc.... Le caste, sotto questo aspetto, avrebbero dunque qualche analogia con le nostre _guilde_ antiche, le nostre corporazioni d'arti e mestieri. Ma il medio evo nostro, anche ai tempi più feroci, non offre un parallelo adeguato con la barbarie insensata delle caste indiane.
L'europeo sbarcato da poco sbigottisce ad ogni istante. Nelle belle vie delle grandi capitali, sotto il riverbero delle lunule elettriche, la folla indiana s'avanza con uno sguardo ed un passo che non è soltanto preoccupato dai tram e dalle automobili. Che ha mai questa gente? Obbedisce a un ordine coreografico o teme il contagio di qualche epidemia? È semplicemente preoccupata di mantenere le distanze prescritte dal diagramma delle caste indiane. Quattro passi tra un bramino e un soldato, due tra un soldato e un contadino, tre tra un contadino e un paria, ecc.... Prima della dominazione inglese il paria non poteva comparire nel campo visivo d'un bramino o costui aveva facoltà di ucciderlo o di farlo schiavo. Perchè l'ombra del paria lascia una macchia sul passante, il quale non se ne può lavare che con un rito specialissimo. Il paria è il rifiuto dei rifiuti, non può piangere i suoi morti, non leggere i testi sacri, non pronunciare il nome di Brama; l'antiche leggi indiane non fanno cenno di punizione per chi ne libera la terra. All'altro estremo sta il Bramino, «il quale, per nascita, ha diritto a tutto ciò che esiste e lascia vivere gli uomini per pura generosità». Tra questi due estremi le caste si dividono e suddividono all'infinito. Il viaggiatore europeo vede il suo fedelissimo _boy_ fermarsi sulla soglia d'un rivenditore di libri antichi, quasi impedito da una parete invisibile: «Il _bookseller_ è di casta _nakari_: io sono _kardy_, non posso entrare.... Dovrei pagare dieci rupie al _priest_ per rientrare nella mia casta...». E siete costretto ad attraversare, solo, il cortile e la piazza con dieci chili di libri e il vostro servo costernato non può venirvi in aiuto prima del limite prefisso. Ogni servo, poi, è specializzato in una sola occupazione casalinga: quella permessa dalla sua casta; le altre incombenze sono _immonde_; di qui la necessità di una servitù dieci volte numerosa e di salari — mal per loro — dieci volte ridotti. La vita d'un indiano è preoccupata, per quattro quinti, dalla paura di «macchiarsi», di «uscire di casta». E questo fanatismo è inestirpabile, sopravvive anche alla conversione religiosa. Mi raccontava un missionario anglicano di ottimi fedeli che si rifiutano di mangiare o di bere con il prete che li ha convertiti. Più buffo è il caso dei nobili soldati Nair che alle prese con prigionieri di casta inferiore li circondano con i fucili spianati, ma non possono agguantarli, per paura di macchiarsi le mani. Più buffo ancora è lo zelo degli onesti discendenti delle antiche corporazioni di malfattori, i quali fanno petizioni al Governo inglese per riavere il nome di casta che li distingueva nei tempi gloriosi e sono gelosissimi di appellativi come questi: «_Cacciatore di naufraghi_». — «_Jena del Dekkan_». — «_Sciacallo del viaggiatore_», ecc...., e gli uni guardano gli altri con infinito disprezzo, secondo che sono discendenti di ladri di terra o di mare, di assassini di pianura o di monte. Il fanatismo grottesco, incredibile, non s'attenua, anzi si fa più intenso nelle classi elevate ed abbienti dove il bisogno e la fame non impongono transazioni di sorta. Così v'incontrate ad una serata del Governatore, con un giovanotto affabilissimo, architetto laureato all'Università di Bombay. Egli vi parla dell'architettura indiana con una grazia che v'incanta. Per gusto di reazione gli chiedete che cosa pensi del Partenone, dell'Abbazia di Westminster. Non risponde. Parlate ancora; gli dite che sareste ben lieto, se il destino lo portasse in Europa, di fargli da cicerone a Roma, a Firenze.... Ma vi mozza la parola il suo voltafaccia improvviso, tra quel silenzio speciale che distingue una _gaffe_. «.... Ma non sapete che l'Ingegnere è cugino in sesto grado col Maharayalo del Travancore, Razza Lunare, capite, discendente da Rama; razza che non ha lasciato l'India mai, che non può lasciarla sotto pena di uscire di casta. Parlare dell'Europa all'Ingegnere è come mettere in dubbio i suoi titoli di nobiltà. Una sconvenienza imperdonabile!» Ohimè! Perdonabilissima. Chi poteva immaginare un pronipote di Rama in quel signore in marsina e monocolo? Chi poteva fiutare il sangue _lunare_ in quelle sembianze semplicemente lunatiche?...
Episodi che si prestano alla celia. Ma non sorridete più se pensate che la tradizione di casta chiude milioni e milioni d'uomini, li asserva nella cerchia illusoria e pure infrangibile come un malefizio. Si tratta, in realtà, di un tragico millenario fenomeno di suggestione. Oggi, dopo tanti evi, la casta non si discute; si nasce dominati o dominatori come si nasce maschi o femmine, biondi o bruni. La casta è fatale come il destino.
Contro questa follia a nulla vale l'avveduta forza colonizzatrice degl'inglesi, l'illuminata parola degl'intellettuali indiani, a nulla valse la riforma di Gotamo. Il buddismo — reazione necessaria a tanta barbarie — passò sull'India senza lasciar traccia, ed è confinato ora a Ceylon e nella Cina. L'India è ligia alle caste oggi più che mai; e la casta s'estende a tutti: maomettani, parsi, cristiani: anche cristiani, poichè per mimetismo d'opportunità bisogna conformarsi all'ambiente, e le chiese cristiane sono divise in riparti numerosi e ben distinti, senza di che i fedeli non interverrebbero alla Messa....
Non solo, ma ogni nuovo mestiere introdotto dall'europeo crea una casta che oscilla in potenza secondo la floridezza dell'industria (the, cannella, pelli, indaco, ecc.): si direbbe che l'umanità, in India, non possa aggrupparsi che così, per misteriose tendenze etniche dell'ambiente, come certe sostanze non possono aggrupparsi che in cristalli.... Gl'indiani non formano un popolo e l'India non pensa e non può ribellarsi. È risaputa la risposta dei bramini a gl'intellettuali innovatori: «Poco importa essere oppressi. Pur che la casta avversa lo sia più di noi!».
Nemmeno è necessario il categorico: _Divide et impera!_
I tesori di Golconda.
Haiderabat, 14 gennaio.
In due giorni di corsa vertiginosa la Central India Railway mi ha portato dalla costa verdeggiante alle terre riarse, dall'India Indù all'India Maomettana. Tutto è mutato. Non più la freschezza dei palmizii e delle felci arboree, ma i cacti spettrali, le agavi dall'immenso fiore centenario, le euforbie a candelabro che sembrano reggere sui fusti altissimi e smilzi la vòlta sanguigna del cielo. Non si vedono più le bellezze di bronzo dal seno e dal volto ignudo, ma le donne maomettane rigidamente velate; non capigliature profetiche di asceti bramini e buddisti, ma turbanti di seta gialla, gridellina, celeste, barbe imbiondite all'_henné_, grandi brache e grandi scimitarre gemmate; non è più l'architettura leggiera dei _bungalows_ anglo-indiani o la linea acuta delle pagode, ma le moschee e i minareti, i cubi candidi delle case maomettane, le finestrette ad ogiva multipla, difese da grate mirabili, fatte con una sola lastra di marmo sottile lavorato a giorno, raffigurante nel suo delicato traforo un albero con fiori e con frutti, una danzatrice, due paoni che si dissetano ad una vasca.
Haiderabat tutta bianca sotto il cielo di fiamma! Davvero non m'aspettavo una capitale così grande, così bella, così gaia in mezzo all'infinita desolazione dell'Industan; Haiderabat ben mussulmana, ma immune dalla decrepitudine sucida che distingue le altre capitali dell'Islam; e intatta come ai tempi di _Mille e una notte_, senza traccia di decadenza e senza traccia d'invasione europea! Se io fossi un sovrano di passaggio crederei davvero che questa folla si sia vestita nei suoi costumi dei tempi andati e si atteggi in parata per farmi onore, non già che essa viva della sua vita quotidiana.
La vita quotidiana è fatta di necessità. Ora questa gente non fa nulla di necessario. Tutti i negozi, sotto le arcate, ostentano le più deliziose cose inutili: gioielli, sete, velluti, vasi d'argento e di bronzo, babbuccie ricurve, scimitarre cesellate e gemmate, veli tinti pur ora e tesi ad asciugare al vento, leggeri come la nube che si sfalda, vivi di tutte le tinte più delicate; profumi, essenze contenute in alti vasi suggellati o in barattoli dalla forma singolare, segnati di lettere cabalistiche. E fiori, fiori in abbondanza, piramidi di magnolie, di ibischi, di rose decapitate che i mercanti vendono a peso, come i frutti, e che la folla infilza per via, improvvisando la ghirlanda quotidiana più necessaria del pane; strana folla che vive di colori, di profumi, di sogno, d'apparenza! Come siamo lontani da Bombay, da Calcutta, dalle grandi città della costa, dove già si sovrappone ed impera la nostra pratica attività occidentale!
L'Inghilterra concede al regno d'Haiderabat — un regno vasto tre volte l'Italia — l'illusione di un'esistenza indipendente. Ma quale indipendenza può godere uno stato continentale, custodito intorno da una cerchia di terre britannizzate, pronte all'invio d'un esercito sterminato! Il Nizzam, sovrano d'Haiderabat, sa che invece di armati, l'Inghilterra manda sacchi di grano e che la carestia — endemica ormai in questa zona sempre più riarsa — si farebbe sentire ogni anno senza l'illimitata generosità dei custodi accerchiati. E Haiderabat vive nella sua favola millenaria, intatta come dieci secoli or sono, bella di tutte le eleganze e le raffinatezze ereditate da Bagdad, da Persepoli, da Bisanzio.
Rientro nell'albergo abbagliato dalla troppa luce e dai troppi colori, umiliato da questa folla elegante tra la quale la mia figura occidentale in casco e gambali deve passare come il fantasma d'un mendicante. E cerco tra le commendatizie quella più importante: una lettera di presentazione a Xatar Nilgami, figlio del primo ministro del Nizzam. Poichè non sono venuto qui per Haiderabat, la città viva, ma per Golconda la città morta che dorme a pochi chilometri di distanza e della quale non si possono varcare le mura senza uno speciale permesso.
— Il primo ministro — mi fa osservare l'albergatore — è via con tutta la famiglia, ha seguìto il Nizzam a Londra....
— A....?
— A Londra, per la _season_ — mi riconferma l'uomo sbigottito della mia ignoranza — potrete presentare la lettera ad altri della Corte....
Mentre si parla, un servo mi porge la carta d'un commensale che siede all'altra estremità della sala semibuia. Un professore di Monaco.
Mi presenta la sua signora, mi parla subito con entusiasmo del nostro Re. Speravo gli fosse dettato dalla bellezza della mia patria, non fosse che attraverso la divina esaltazione di Goethe, ma il professore non ha mai visitato l'Italia, non ha mai letto Goethe, ignora le Elegie romane, e in Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re della più Grande Italia, non vede che il signor di Savoia, uno dei primi collezionisti del mondo e suo collega invidiatissimo in numismatica.
Sono scandalizzato. Ma il professore è più scandalizzato di me quando s'accorge ch'io ignoro l'alto valore numismatico del mio Sovrano e non so rispondergli a quale volume sia giunto il _Corpus Nummorum Italicorum_, l'opera colossale che egli sta compilando.
— Io sono qui da cinque mesi, con la mia signora, per ricerche che possono interessare voi italiani: ho trovato due zecchini e un mezzo zecchino con l'effige del doge Ludovico Manin. La repubblica veneta, nei secoli andati, commerciava col centro dell'India meridionale, quando questa era sconosciuta al resto d'Europa....
Affido al professore la commendatizia e nel pomeriggio stesso giunge dinanzi all'atrio dell'Hotel una strana vettura di Corte, una _victoria_ antiquata a grandi molle ovali, con a cassetta due cocchieri in turbante giallo e due staffieri ai lati, agitanti sui cavalli un lungo scacciamosche dorato: equipaggio strano fatto di vecchiume occidentale e di fasto orientale. È incredibile lo sfoggio di servitù che si ostenta nelle città indiane. Nessuna persona rispettabile può uscir sola, ma deve avere in ogni sua minima passeggiata un seguito di servi, di devoti, di clienti; primo dovere d'un signore verso l'ospite bene accetto si è di mettergli al fianco due seguaci, perchè gli facciano largo tra la folla, gridando alto il suo nome.
Prendiamo posto in vettura, attraversiamo tutta Haiderabat tra case candide, sotto un cielo fulvo, solcato da nugoli di corvi neri, di pappagalli verdi, di colombi tinti artificialmente a colori vivaci. _Strada di Golconda_ è scritto in cinque, sei lingue sull'estremo sobborgo della città. Golconda! Quella che fu per tanti secoli la meraviglia dell'Asia, la città dei diamanti favolosi e delle regine sanguinarie, Golconda favoleggiata nei romanzi d'amore e d'avventura dei secoli andati, Golconda la grande guerriera e la grande voluttuosa, della quale recavano novelle incerte gli esploratori e i mercanti fiamminghi e veneziani. Come già per Tebe, per Micene, per tutte le città defunte troppo magnificate dalla favola, mi preparo ad essere deluso; so che andiamo verso un fantasma. Ma non sono deluso. La strada stessa che si percorre è degna d'un grande passato. Sotto il cielo ceruleo e fulvo, sorretto dai fusti diritti dell'euforbie, si stende in giro, fino all'ultimo orizzonte, un paesaggio che dà la sofferenza e la voluttà dell'incubo, un paesaggio non terrestre, fatto di pietra livida qua e là corrosa, qua e là dominata da certi cumuli di enormi macigni, curvi, lisci, simili ad otri giganteschi o a dorsi di pachidermi e di cetacei; sembra di percorrere una pianura selenica e veramente la natura ha fatto qui, con la pietra morta, uno scenario più fantastico delle vive foreste del Malabar. Via via che si avanza i macigni si fanno più frequenti e più colossali, si accatastano in piramidi di cento metri, arieggiano il profilo di colline inverosimili, qua e là traforati di spazi luminosi, come nei cumuli delle trincee. Esclusa, per evidenza geografica, la supposizione di massi erratici, non so davvero come i geologi possano spiegare l'accatastarsi dei macigni in questa pianura immensa; la leggenda indù li vuole caduti dal cielo; afferma che essi sono l'avanzo del mondo, rimasto tra le dita del Creatore e che egli arrotolò per gioco e precipitò sulla Terra. Certo il gusto dell'inverosimile, del fantastico, del colossale che domina nell'architettura indiana ha trovato in questa natura ciclopica i suoi modelli e le sue fondamenta.
Golconda! Al di là d'un gran fiume asciutto s'innalza il fantasma della città morta, con le sue mura ciclopiche, livide come il macigno circostante, merlate e traforate con arte singolare. Attraversiamo il letto del fiume; nel mezzo, in qualche pozza d'acqua superstite, una schiera d'elefanti lavoratori tenta invano il bagno quotidiano; i poveri pachidermi aspirano l'acqua con la proboscide e se ne irrorano i fianchi emersi. Giungiamo sulla riva opposta, ai piedi delle mura ciclopiche. Il genio guerresco ha trovata qui la collaborazione della natura, nè si può distinguere dove l'opera di questa finisca e cominci lo sforzo dell'uomo. L'uomo ha utilizzato macigni di cinquanta metri, rivestendoli di ammattonato, gettando dall'uno all'altro vòlte e terrapieni, unendoli con grate grosse come un braccio umano, armate di uncini difensori. Veramente Golconda doveva nascondere tesori favolosi se i Sultani pensarono a cingerla d'una difesa tanto formidabile. Si sale lungo la fortezza principale, un macigno multiplo che domina tutta la città morta ed è costrutto a gradi decrescenti, coronati alla sommità da un ciuffo d'alberi verdi che meravigliano in tanta desolazione e ricordano lo schema della commedia dantesca. Intorno sono macchine guerresche; cannoni arcaici, i quali attestano che la morte della città non è remotissima; Golconda fioriva ancora nella metà del settecento, quando era di moda in Europa il _racconto d'avventure, le roman merveilleux_, quando vi giunse profuga Madama Angot per tentare con la sua bellezza occidentale le stanche voglie dei sultani decrepiti.
Profanazione dei ricordi! La grazia tracotante della pescivendola parigina mi perseguita mentre il professore mi commenta le vicende epiche e i monumenti famosi.
— Quella moschea immensa è la Mecca, così chiamata, perchè è una copia esatta del santuario arabo che il Sultano Car-Alpur volle riprodotto nella sua città; quella che innalza i suoi minareti sul più alto contrafforte è la «Moschea dell'ultimo grido» perchè destinata alla preghiera disperata, quando i nemici avessero già invase le mura....
— Ma come si poteva espugnare una città come questa?
— Fu espugnata. Troppo si parlava delle ricchezze di Golconda. Aurangseb, imperatore di Delhi, le mosse guerra nel 1787 e l'espugnò nel 1790. La città fu saccheggiata, il popolo passato a fil di spada, ma, per ordine di Aurangseb, fu risparmiata la vita del Sultano. Bisognava strappargli il segreto ch'egli solo conosceva, sapere da lui il luogo dov'erano scomparse, durante l'assedio, le gemme favolose e i tesori dello Stato. Rubini dell'Oxsus, zaffiri del Tibet, perle di Ceylon, diamanti di Sam-Bal-Pur e di Carmur, lapislazzuli di Bavacan: si parlava di gemme profuse ad altezza d'uomo, in grotte sconosciute, murate con gli scheletri degli ultimi guardiani, per suggellare il silenzio. Il Sultano solo sapeva. Il disgraziato fu trascinato ad Aulabad, nella reggia del vincitore, e fu sottoposto alle più raffinate torture; uno stuolo di carnefici lo martoriava, uno stuolo di medici doveva ravvivarlo quando stava per agonizzare. Tutto fu vano; egli esalò l'anima improvvisamente, portando nell'eternità il mistero dei tesori accumulati....
Si sale lungo la fortezza, tra le moschee decrepite e i cannoni interrati a metà nella polvere. Si passa tra le ruine degli antichi palazzi, espugnati da poco più di un secolo e più distrutti che avanzi millenarii. Dalla sommità del forte si domina tutta Golconda; le mura ciclopiche e sinuose vanno da macigno a macigno, ancora formidabili, ancora intatte, ma vane ormai, poichè più nulla hanno da custodire, e nella vastissima cerchia tutto è rottame, pietra, polvere, morte. Alla morte è destinato il paradiso minuscolo che s'innalza alla sommità della fortezza. La riverenza indiana per le cose funebri mantiene miracolosamente verdeggiante questo cimitero dove sono le tombe di tutta la dinastia di Golconda, dal sultano Ibraim al sultano Abdul Asan, dalla bella indiana Bhima-Mati alla bella mussulmana Chanah-Shah, strane tombe cufiche dipinte in azzurro, a caratteri bianchi, ornate ognuna d'un porticato ad ogive e di quattro minareti minuscoli dalle cupole d'oro; intorno è una vegetazione cimiteriale: mirti, cipressi, palme nane, con certe aiuole di fiori malaticci, tenuti in vita dall'acqua che i devoti portano a secchia a secchia, dai pozzi lontani, come per gli incendi. Non è descrivibile l'infinita tristezza di questo cimitero esotico, campo della morte nella città della morte....
Ma ancora qui la mia malinconia è rallegrata dalla figura della pescivendola avventuriera. È veramente esistita quella che la leggenda chiama Madama Angot e fa pellegrinare ad Algeri, a Costantinopoli, a Golconda?
Illustre pescivendola — era Madama Angot. Nel regno di Golconda — un giorno capitò; il gran Sultan vedutala — se ne invaghì così che a cinquecento mogli — lei sola preferì....
Ohimè, la sua tomba non è qui, tra queste sultane. Essa ritornò a Parigi, carica di quattrini e di gioielli, a godervi i ben meritati riposi.... Quali favolosi racconti doveva fare delle sue avventure e dei suoi pellegrinaggi alle illustri colleghe parigine, nelle veglie della sua vecchiaia venerabile!