Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India

Part 4

Chapter 43,640 wordsPublic domain

Una camera da letto d'una semplicità da certosino, una sala con qualche pretesa europea, una cucina e una vasta dispensa che ho adibita a laboratorio con le mie casse e i miei barattoli; dinanzi alla casa un giardinetto derisorio, con un'aiuola triangolare dove il guardiano cura con grande amore alcuni grami gerani d'Europa, storditi dal clima e umiliati dalla flora circostante. In quest'eremo mi raggiunge stamane il clangore remotissimo delle Missioni.

E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia! Ed io mi vantavo d'esserne immune! Ohimè, ci si può illudere d'essere un Robinson e un cenobita buddista, ma non si può scomporre la nostra sostanza prima, la quale è non soltanto per ciò che è, ma per ciò che è stata; e non si eliminano dal mistero della nostra psiche millenni di evoluzione europea e venti secoli di cristianesimo.... La nostalgia, il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili all'ansia e al rimorso!

Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per distrarmi al risveglio della foresta, delizia e meraviglia sempre nuova ai miei occhi europei. Seguo un sentiero appena tracciato nella densità del verde, ma per la prima volta questa natura paradisiaca m'appare ostile, inquietante come un paesaggio antidiluviano, sul quale debba profilarsi un pleosauro o un iguanodonte. Attraverso l'intrico della flora demente, dalla profondità delle valli, giunge ancora una volta il suono delle campane delle Missioni, poi tace e mai mi son sentito così solo, benchè Patrick e Matthew mi seguano recando il fucile, le reti, le pinze. Ma quest'oggi non uccideremo. È nato nella mia terra il fratello di Gautama: la Bontà Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna e culmina in un uomo, s'è «destata» un'altra volta in uno «svegliato».

Avanziamo in questi stretti sentieri simili a corridoi nel verde, scavati dalle escursioni notturne degli elefanti selvaggi. Sono le otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense a quest'ora s'inghirlandano di vischio e d'agrifoglio, le finestre s'illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale della terra, una quinta stagione senza nome ch'io chiamerei Euforia; la demenza beata che accompagna le agonie senza fine di certi consunti. In questo tepore eterno, mitigato nella sera e nella notte da un'ora di pioggia torrenziale, la flora raggiunge misure, linee, tinte incredibili; e questa bellezza e questa stagione che non mutano, aggiungono alla mia nostalgia d'oggi un altro sgomento fatto di pensieri indefinibili; le primavere, dunque, le estati, gli autunni, gli inverni immortalati nei capolavori della poesia, della pittura, della musica europea, non sono che il prodotto d'una latitudine — tristezza, relatività di tutte le cose, anche di quelle che veneriamo come divine, ed immortali — tristezza ancora più profonda al pensiero che questa terra perennemente verde non è che la sottile zona d'un'estate eterna che copriva, all'inizio, tutto il nostro globo — sgomento puerile, ma invincibile al pensiero che la nostra patria è già immersa nella curva della terra che si spegne, che l'inverno, la notte glaciale e nevosa che l'avvolge in questo mio chiaro mattino, è già l'imagine della notte glaciale eterna che s'avanzerà nei tempi e guadagnerà i tropici e raggiungerà fin su questa zona privilegiata l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda....

Non è gaio il mio Natale, e la flora che mi circonda non è consolatrice, mi ricorda di continuo la spaventosa distanza dalla patria; l'illusione non è possibile nemmeno limitando lo sguardo in terra; il piede s'avanza ora fra muschi, licheni mostruosi simili a polipi o a masse madreporiche, ora passa sul tappeto cinerino della mimosa azzurra cingalese, e il passo lascia una strana impronta che s'allarga in pochi secondi, con la contrazione dolorosa del mollusco offeso. Ai lati, in alto, è il tripudio della flora vegetale e della flora vivente; strani insetti (_fasmidae_, _phillum_, ecc.) imitano i rami e le foglie, farfalle enormi abbagliano nel volo, come una brace verde e azzurra, e, posate, si chiudono in un grigiore di foglia morta; fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna, di porcellana candida o azzurra, fiori che nessuna parentela hanno con i nostri, foglie più belle dei fiori, a cuore, a calice, a scudo, lobate, dentate, frangiate, bianche venate d'azzurro e di rosso, rosse venate di bianco e di violetto, felci arboree agili come zampilli verdi, felci nane, capillarie fluttuanti nell'aria, come in fondo ad un acquario; e tutto è immutato, come ai tempi delle origini, quando non era l'uomo e non era il dolore....

.... Le undici; il sole è quasi a picco; il paesaggio favoloso si scompone nelle lontananze verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi serpeggiano nell'aria che si dissolve tremando come l'acqua d'un rivo. Rientro nel _bungalow_. Ma sulla soglia Matthew che mi precede s'arresta con alte grida di paura e di giubilo:

— _Cobra! Cobra! The best wish for you!_ Il migliore augurio per voi!

Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata la speranza gioiosa in questo messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka: «ancora — sette — passi» lo chiamano i cingalesi, perchè, si dice, la vittima barcolla sette passi ancora, poi cade irrigidita. È certo tra i rettili più micidiali, ma la sua apparenza non è formidabile. Questo che m'accoglie nel mio giardino è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe volentieri se il _boy_ non gli balzasse intorno impaurendolo con le grida e con la rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi a mezzo il corpo con la gola gonfia, espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare dagli occhi rossi come rubini, dalla lingua bifida dardeggiante, gira intorno, su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle difese.

Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda, s'allunga, dispare nel folto; sia grazie anche a lui in questo giorno di Natività....

A tavola, solo. La saletta mi dà qualche illusione d'Europa, illusione che accresce, non mitiga la mia nostalgia. È singolare il contrasto fra la lindezza tropicale, le pareti bianche di calce, traforate a mezzo, fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa e vetusta dello scarso arredo che ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o di certi curati; quattro sedie in giunco, un divano esalante da troppe ferite l'anima di stoppa, una mensola Impero con sopra un pendolo Robert di qualche pregio, uno scaffale con una Bibbia enorme, alle pareti un'oleografia moderna dei Reali d'Inghilterra e due incisioni antiche: Amsterdam del secolo XVII; cose tolte a qualche vecchio _bungalow_ e giunte a Ceylon al tempo della dominazione olandese, quando i mercanti fiamminghi giungevano all'isola favolosa, non anco ben definita sugli atlanti, dopo un anno d'avventure su velieri mal fidi, circumnavigando l'Africa e l'India....

Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi, vigilando ogni mio gesto con quello zelo devoto che è la grande virtù dei servi indiani e la meraviglia di tutti i viaggiatori. Matthew ha posto in mezzo al tavolo, dentro una latta per conserve, un fascio enorme d'orchidee, raccolte nella gita di stamane, e un piatto di manghi enormi. Mi sono avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti come le tinte intravviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascino dà l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana emana un odore fetido insostenibile. Faccio allontanare il mazzo favoloso che a quest'ora, in una sala europea, sarebbe omaggio non indegno d'una principessa, e quanto volentieri lo cambierei con un ramo natalizio di agrifoglio spinoso a bacche rosse o con un ciuffo di vischio perlato!

Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della siesta tropicale sulla sedia a sdraio, e l'ora del silenzio favorevole alla vista dei bengalini.

I passeri minuscoli, rossi o verdognoli spruzzati di bianco irrompono in fretta da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano a volo, rientrano; il mio braccio bruscamente proteso per prendere un libro, li inquieta, irrompono in cucina, ritornano impauriti dallo sfaccendare dei boys, turbinano due volte nella sala da pranzo, si dispongono nei trafori delle pareti, in attesa; alcuni, più audaci, considerano che non mi decido ad andarmene, scendono, si posano sulla spalliera delle sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le briciole della colazione, e ad uno ad uno scendono tutti, saltellano con un pigolio sommesso, ormai fiduciosi nell'uomo vestito di bianco. Avanzo un braccio, getto un giornale per vedere fino a qual segno giunga la loro audacia, e i piccoli temerari si scostano appena.

Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda col tic-tac del vecchio Robert che ha segnato le ore di tante vite in esilio, s'accorda col canto in sordina dei _boys_.

Patrick e Matthew non sfaccendano più.

Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono e cantano. Il loro sogno indolente si traduce per sè stesso, attraverso i denti chiusi, in una musica sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento delle cose, parafrasi della solitudine e dell'esilio, del caldo e del silenzio...

Da Ceylon a Madura.

A bordo del _Bangalore_, 3 gennaio 1913.

E anche l'isola abbagliante diventa un ricordo, cade nel passato. Tutti sono sul ponte a dirle addio. Turisti londinesi che fanno sino a Colombo la loro corsa di due mesi, mercanti olandesi e belgi di cannella e di perle, tamili che ritornano in India dopo il lavoro annuale nelle piantagioni cingalesi di thè e di caffè, tutti sono sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante e con un diverso rimpianto; la nave lascia il porto, già beccheggiando al primo corruccio del largo.

E l'isola si vela d'improvviso, quasi per troncare la malinconia degli addii. Dal Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto è avvolto in pochi secondi da una cortina di nubi tondeggianti, cupe e concrete come se scolpite nel marmo livido, mentre il cielo intorno e sul nostro capo resta azzurro e tranquillo; nella cornice fosca, simile all'ovale di nubi artificiose di certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano, s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo scenario interno s'accende di un riverbero sanguigno, profilando in nero i palmizi scapigliati; un'acquata torrenziale, ignota ai nostri climi, appare di lungi, riga il centro del quadro di striature oblique di cristallo; un rombo indescrivibile accompagna l'uragano equatoriale, simile all'orchestra di mille gonghi formidabili.

La nave s'allontana nel sereno, ma il mare è agitato. L'onda freme di continuo in questo Stretto di Manaar che, per fortuna, attraverseremo in una notte soltanto. E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo a Tuticorin, la città più meridionale dell'Industan.

4 gennaio.

È l'alba, ma la terra non è in vista. Il mare è furente.

Immune, per mia fortuna, dal mal di mare, ma stordito dalla notte insonne, dolente per le cinghie di sicurezza, sono disteso nella mia cabina, e sento i lagni dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali e il rombo dell'elica, che a tratti turbina nel vuoto. Poi anche l'elica tace; la nave s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il _Bangalore_ «ha stoppato» — mi spiega un ufficiale della British India, che s'ostina a parlarmi italiano, — perchè si attende il rimorchio. — Siamo nell'Arcipelago perlifero, tra banchi malfidi, non conosciuti che dai pescatori indigeni.

È il mare che dà le più belle perle del mondo; lo pensavo diverso, ricco di bagliori e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma; sembra, invece, un mare nordico o meglio un oceano primordiale, quando l'acque ed i continenti non avevano ben divisi ancora i loro confini; l'orizzonte sembra di stagno fuso, agitato non dal vento, ma dalla corrente che pulsa e ripulsa nei bassifondi e qua e là spumeggia e ribolle come se sconvolta dalla mole colossale di un mostro sottomarino; il cielo afoso e torbido, dal quale il sole proietta i suoi raggi a fasci disuguali, accresce l'illusione malinconica di oceano antidiluviano. Veramente si aspetta di veder emergere il dorso immane, l'alto collo serpentino, la piccola testa vorace d'un Itiosauro. Biancheggiano all'orizzonte, circondate di spume più furiose, le isolette che collegano Ceylon alla parte meridionale dell'Industan: così vicine e regolari che, a bassa marea, servono per l'emigrazione degli elefanti sul continente. Formano per gli Indu il _Ponte di Rama_, quello che servì all'eroe vedico per irrompere dall'India all'isola dov'era la Principessa captiva; e formano per i cristiani l'_Adam's Bridge_: il ponte d'Adamo, che fu passato dal primo uomo piangente, cacciato con la sua compagna dalle valli incantate dell'Eden...

La nave ancorata su queste acque ribollenti e ripulsanti, s'agita in un beccheggio impaziente.

E il rimorchiatore non giunge.

Tuticorin, 5 gennaio.

Siamo approdati a Tuticorin in una specie di chiatta a vapore sulla quale ci hanno sbalzati ad uno ad uno, come balle di mercanzia, cogliendo l'attimo in cui l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del piroscafo.

Tuticorin è la città famosa delle perle. Ma da tre anni la pesca è proibita dall'Inghilterra. Si depredavano i banchi perliferi senza metodo e senza tregua. Le valve aperte e gettate in una speranza mille volte delusa, formano bassifondi alti quindici, venti metri, tracciano nuove spiagge, modificano, nei secoli, il profilo del litorale.

E nella città delle perle, naturalmente, non troviamo una perla. Quelle che ci mostrano i mercanti girovaghi, troppo grosse e perfette, troppo nivee nella palma color di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere fabbricate da un impresario tedesco in una vetreria di Calcutta o di Bombay. Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati, che si cedono con regolare contratto e garanzia consolare, hanno prezzi favolosi e non sono bellissime. La merce migliore è interdetta al viaggiatore, e incettata per i grandi mercati di Londra e di Amsterdam.

Degno di nota il sobborgo degli intagliatori, raffinatissimi, per abilità ereditaria di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio e la madreperla: scolpiscono, cesellano elefanti, amuleti, idoletti secondo il modello immutabile nei millennii; un cieco ha intagliato sulla zanna intera di un elefante tutta la leggenda di Rama; e gli episodi si svolgono a spirale, in gruppi non privi di vivezza e di grazia, con un'arte che ricorda i nostri primitivi.

Lasciamo Tuticorin per Madura. Ed eccoci ancora in queste ferrovie indiane che hanno un fascino esotico indefinibile; grandi carrozzoni quasi quadri, a doppio tetto spiovente, dove la raffinatezza inglese stride con l'esotismo dei _panka_ che pendono come immensi ventagli, alternati ai ventilatori elettrici, con le iscrizioni delle targhe, delle _réclames_ in inglese, tamilo, arabo, cingalese, con i fiori strani delle mense del _dininge-car_, gli strani servi in camice bianco, scalzi e silenziosi e pure imponenti come sultani. Si viaggia verso Madura, «il cuore di Brama», chè così gli indigeni chiamano tutta questa parte meridionale dell'Industan formata dai tre stati di Travancore, Madura, Tanjore, dove il bramanesimo è intatto, immune dall'islamismo che ha dilagato nel Nord e nel centro dell'India e dal buddismo che impera nell'isola di Ceylon. Riconosco la città di Madura subito, da lontano, per il profilo ben noto delle sue piramidi tronche, che s'innalzano sul verdeggiare dei palmizi. Le immaginavo d'oro le alte _gopuram_ di Brama; sono invece d'un color rosso sangue; e l'oro non appare che quando si è più vicini, alternato all'azzurro e al verde, a sottolineare le figure delle quali le immense moli sono coperte. Quando scendiamo alla stazione è troppo tardi per raggiungere il Tempio. Il giorno tramonta; il cielo s'arrossa per un istante e le stelle si accendono tutte insieme sullo scenario che annera d'improvviso, come una ribalta spenta.

Madura, 6 gennaio.

E in questa terra di Brama siamo ospitati dalle Missioni Belga dei _Charmelitains déchaussés_, presentati da una lettera del vescovo di Bombay. Mancano alberghi a Madura; quello della stazione è inabitabile per il servizio quasi indiano, il rombo e il fischio dei treni, il clamore dei pellegrini.

Mi sveglio invece in questa camera linda, aperta sopra un giardino tranquillo. Non è più la selvaggia flora di Ceylon. Esco tra le aiuole ben pettinate, dove le rose bengali s'alternano con ortaggi europei, tanto che in questo mattino di gennaio ho l'illusione di passeggiare in un giardino canavesano, nelle nostre più belle giornate estive; ma una frotta di pappagalli verdi, una farfalla troppo ampia e troppo abbagliante, inconciliabile col nostro cielo, mi ricorda il tropico, mi dà l'incubo, quasi, dell'estate sempiterna. Giunge di lontano un suono discorde e assiduo di tam-tam, di gonghi, di pifferi, che sovrasta il suono delle campane cattoliche, un'orchestra selvaggia che mi parla di misteri paurosi e d'idolatria.

— L'idolatria! — dice il missionario che m'accompagna, una figura ancora giovane di fiammingo indurito a tutte le fatiche e a tutte le prove — l'idolatria è la piaga insanabile di questi popoli. La loro stessa letteratura sacra, che contiene capolavori di filosofia edificante, ottima preparazione a ricevere la luce del cristianesimo, è ignota a questa gente, ignota ai loro stessi sacerdoti specializzati, per eredità di casta, in pratiche esteriori ed assurde. L'Indu vuole l'idolo. E siamo costretti a rivelare i simboli cristiani nella forma più concreta: l'immagine. Tutto ciò che è Vangelo, disciplina morale, cosa astratta non ha presa su questi spiriti, avvezzi al loro Olimpo dravidico popolato da migliaia di dei. Sono anime docili, pronte alla fede, ma una fede eretica che li fa appaiare sui loro altari la Trinità di Brama alla Trinità di Cristo, Maia-Devi a Maria Vergine, Mara a Satanasso. E Satana non è per loro il Male, ma una potenza terribile, quasi rispettabile, certo da ossequiare più della divinità, da placare con doni e ghirlande. Accettano Cristo, gli stessi sacerdoti l'accettano, ma per collocarlo tra Ganesa e Parvati, come un _avatar_, un'incarnazione di più. È forse più facile illuminare un Niam-Niam che questi cervelli ottenebrati da un'idolatria tre volte millenaria...

Passiamo nella Chiesa. La Messa volge al termine e la folla è al completo; devoti che assistono genuflessi, quasi carponi, con un raccoglimento ignoto fra noi. Ma vedo che le navate sono divise in tre reparti in muratura: divisione di casta, senza la quale i devoti si rifiuterebbero d'intervenire; perchè nessuna dimostrazione evangelica potrà mai indurre un indiano ad accostare un indiano di rango diverso; e accettano il paradiso promesso, ma a patto di suddivisioni di casta ben definite.

E il missionario mi fa notare sul collo bronzeo delle devote genuflesse i più strani amuleti pagani: zanne di tigre, idoletti, _lingam_ fallici alternati a scapolari, crocette, medagliette di santi.

M'avvio verso la città per un viale alberato di _baniam_ colossali che formano come una galleria di tronchi e di radici aeree. E fra i tronchi, ad intervalli, sono tempietti, tabernacoli d'un arcaismo remotissimo, che contengono idoli minuscoli, orridi e grotteschi, simili a feti sculpiti in metallo od in pietra; e grosse inferriate li custodiscono come se fossero belve feroci. Alternati ai tempietti noto certi alti scranni in granito, perchè le donne che passano sotto anfore enormi, fasci pesanti, possano deporre il carico e riprenderlo senza aiuto. Passano uomini, tamili foschi, razza aborigena di bassa casta, bramini dalla pelle chiara, sdegnosi di vesti e d'orpelli, ma dignitosi nella loro nudità completa, con non altro ornamento che la cordicella sacra simbolo battesimale d'alta casta, e il monogramma di Visnu, il tridente disegnato sulla fronte, sul petto; lo stesso tridente di Visnu che vedo dipinto sulle pareti delle case, sul tronco degli alberi, sulla fronte spaziosa degli elefanti.

Madura è la città sacra del bramanesimo, mèta di pellegrinaggi senza fine, luogo d'adorazione continua, dove la vita e la realtà non servono che alla contemplazione e alla preghiera. La città contiene quasi più templi che case, più sacerdoti che cittadini. La grande pagoda a Siva e a Minakshi «la dea dagli occhi di pesce» è per sè sola una città e un labirinto. Come tutti i templi bramini, non consiste in un edificio soltanto, ma in varie costruzioni chiuse in cortili concentrici, in recinti sempre più vasti, ed ogni recinto è sormontato da due _gopuram_, le cuspidi che innalzano a ottanta metri nel cielo il simbolismo pazzesco delle loro sculture. Nei cortili sono le abitazioni per i bramini d'alta casta, le piscine per le abluzioni dei fedeli, statue, idoli colossali, mercati coperti, tutto quanto concorre alla vita materiale e morale d'un popolo in adorazione.

Giungo nel Tempio quasi senza accorgermene, lungo una larga via fiancheggiata di case a veranda che ricorderebbero le costruzioni di Roma provinciale se le colonne classiche non fossero sostituite dalla colonna indiana, quadra, dal capitello a testa elefantina, a mostri sogghignanti. La via giunge fin sotto la prima piramide, prosegue dentro il tempio, ampia e popolata, attraverso un arco ciclopico che s'apre nella piramide stessa; e la città profana continua nella città sacra. Passo dalla luce abbagliante nella penombra religiosa, m'addosso alla parete di granito, per orizzontarmi, e sento che il granito palpita e cede; è uno degli elefanti sacri, un colosso decrepito che sembra scolpito nella pietra stessa del tempio, la sua proboscide mi sfiora le mani, il volto in una carezza indulgente; un altro è sdraiato e profila l'immensa groppa tondeggiante, ingombrando il bel mezzo della via, deviando il traffico e il transito dei devoti; tre elefanti novelli, minuscoli ancora, passano al trotto, con tinnito di sonagli, una mucca _zebu_ s'avanza incerta ammusando gli erbaggi, i frutti offerti dai fedeli; mucche ed elefanti di questo recinto sono animali sacri, addetti a cortei religiosi, idoli viventi del tempio di Madura, e non si gettano come vili nemmeno i loro escrementi. Incombe su tutto il tempio un senso d'idolatria che mi fa pensare al feticismo dell'Africa più nera e non alle divine speculazioni dei Veda. Passa il corteo di Parvati, un rito che si ripete due volte al giorno, portando in giro l'immagine della moglie di Siva, in visitazione a tutti i tabernacoli del sacro recinto; il feticcio, pupattola d'oro massiccio, dalla vita sottile, dai seni turgidi, dagli occhi tondi d'onice incastonato sotto l'alta mitra ingioiellata, appare, dispare attraverso le cortine della ricca portantina. Accompagna la scena un rombo di tam-tam, uno stridìo discorde di trombe e di pifferi, incutendo nell'anima del forestiero un senso di paurosa diffidenza, di ripugnanza, come un mistero tetro e grottesco. Ovunque nel tempio famoso è la profusione di tesori e l'incuria più laida.