Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India

Part 1

Chapter 13,632 wordsPublic domain

[Illustrazione: Guido Gozzano.]

GUIDO GOZZANO

Verso la cuna del mondo

LETTERE DALL'INDIA (1912-1913)

_Con prefazione di G. A. BORGESE e il ritratto dell'autore_

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1917.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

Copyright by Fratelli Treves, 1917.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Milano, Tip. Treves.

È bene che il lettore, chiuso questo libro del nostro caro morto Guido Gozzano, indugi un poco prima di giungere ad una conclusione sul suo significato e sul suo valore.

Udrà allora molti suoni fievoli e sordi comporsi in una triste armonia seduttrice; vedrà molte macchie di colore, che parevano buttate a caso, connettersi pei margini e formar quadro. Le tinte, elementari e franche, parevano, finché leggevamo, giustaposte. Il ricordo le modula, così come fa la distanza per certe tele del Segantini o del Previati.

Da principio non si vede altro ordine e legge che quelli della curiosità esotica. Si pensa a un De Amicis meno colto e ardito, a un Barzini meno esperto e potente. L'Italia deve molto a questa strana categoria di scrittori, tutta italiana. Dopo secoli di piè di casa, di provincialismo non senza odore d'aglio, ecco l'Italia nuova e avida di novità, un po' giapponese per l'ansietà d'avvenire, un po' americana per il disdegno delle catene tradizionali. V'è già un accenno di futurismo in questo viaggiare per viaggiare, così diverso dai viaggi intimi e psicologici dei romantici, in queste esplorazioni del settentrione e dell'Oriente, delle capitali brumose e dei fronti di battaglia. Sciami di circumnavigatori e di grandi reporters, ritornando in patria, non contribuivano soltanto a introdurvi il _whisky and soda_ e il rasoio automatico; ma anche un certo numero d'impressioni fresche e d'idee elastiche, utili per mettere bene a fuoco l'obbiettivo dell'attenzione nostra; ed anche un certo numero di parole giovani, d'immagini acri, di temerità sintattiche, delle quali la tecnica sperimentale delle nuove scuole poetiche ha fatto un'orgia, ma che daranno qualche buon frutto nella poesia di domani. Lo stesso d'Annunzio dell'inno ad Ermes, il d'Annunzio di Corrado Brando e degli Ulissidi, si ricollega, almeno in parte, a questa tendenza, ch'era già preannunziata nel Carducci innografo della locomotiva.

Il Gozzano del viaggio in India desume le occasioni e i metodi da questa scuola. Ma, dentro di sé, è assai più romantico e sentimentale, con molto maggiori affinità ai viaggiatori sterniani. In India cercava soprattutto se stesso, il se stesso fisico e morale: un po' di buona salute, un po' di quiete e d'oblio promessigli dalla dottrina vagamente intravveduta del nirvana, e forse un ampliamento del suo dolce orizzonte canavesano. Cercava anche le farfalle — ch'egli adorava, egli così magro e fragile e occhiuto, egli così simile a una povera farfalla dall'ali bruciate —: le farfalle sotto archi anche più grandi che quello di Tito.

I suoi tentativi d'interessarsi alle cose esterne, quali sono realmente, non mancano: ma scissi, deboli, abbandonati ben presto quasi col gesto pallido e febbrile con cui l'incurabile rifiuta la pozione accostata alle labbra in una velleità di speranza. Né la salsedine può rifabbricargli i polmoni, né le lontananze esotiche possono nutrirgli l'anima che ha ormai compiuto il suo ciclo e si consuma in sé medesima. Non ignora certo Kipling, eppure non lo ricorda mai, perfino temendo la vicinanza di quell'imperiale britannico appetito di esistere; e i suoi occhi, già colmi di penombra, non sostengono le policromie fragorose che Gauguin cercava pei mari australi. Ammira gl'inglesi conquistatori e organizzatori, senza che questa ammirazione oltrepassi l'accento giornalistico e tocchi la soglia della storia. Ha appreso lì per lì, non senza sazietà e noia, le alcune cose che ci riferisce; e a lui, così vicino al gelo dell'eternità, la storia non è ormai che una lacrimevole commedia di equivoci in uno scenario orpellato. E tale gli era parsa, anche prima, immutabilmente; e non v'è nulla che neghi il carduccianesimo epico quanto _l'Amica di Nonna Speranza_: obbiezione nichilistica pronunciata con tanto più radicale decisione quanto più semplice e cordiale vi è la modestia del discorso. Perciò quasi non gli costa fatica la lealtà di confessare che, prima di sbarcare in India, confondeva i Parsi coi Paria. Nessuna dissimulazione d'ignoranza, nessuna pretesa di sapienza. Le cose che guarda sono spesso «buffe ed assurde». «Buffa ed assurda questa torre, circondata di alti palmizi, alternati alle aste della luce elettrica e del telegrafo, buffi ed assurdi quest'automobile e noi che sostiamo su questo pendio come dinanzi ad un aereodromo, a un ippodromo occidentale...» Tra l'incomprensibile passato e l'impossibile avvenire egli vacilla in un'ondulazione inconsistente — che è il ritmo lirico di queste sue prose — come uno che vada innanzi, su una passerella tarlata, certo in cuor suo che da un istante all'altro cadrà nell'abisso.

Poi tornò in Italia. E vennero i giorni di questa immensa rappresentazione storica. Bisognava credere nella realtà della storia, o sparire. Ma egli, Gozzano, già da tanto tempo amava le farfalle, il simbolico animale della rinunzia nel fuoco trasfiguratore. Già da tanto tempo aveva detto addio alle donne, agli amici, alle immagini care. Partì silenzioso — per un viaggio più lungo — verso il mitico buio Occidente, questa volta, ove tramonta il desiderio.

*

Anche allora, in India, aveva sperato questa pace. Sapeva delle dottrine orientali, vagamente. Ma era troppo stanco e sfiduciato per un pellegrinaggio ascetico; e, in fondo, soffriva troppo per imporsi penitenze. Nella terra ove fu rinnegata «la ruota delle cose» e fu celebrato il silenzio, udiva invece il frastuono di una barbarica idolatrica polifonìa. E doveva oscuramente riconoscere d'essere troppo artista perché gli riuscisse facile la condanna dei sensi.

Un odore di sensualità esotica circola qua e là per queste pagine. Ma ha qualcosa di chiuso, di stantìo, ed è come punteggiato da acredini di preziosa putrefazione. «Mi sono avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti come le tinte intraviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascino dà l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana emana un odore fetido insostenibile». Senza ambizioni metafisiche, per associazioni forzose e istintive cui vediamo seguire sul suo viso un pallore madido, una contrazione di agonizzante, appanna anche altre volte il desiderio della vita con l'alito della corruzione. Ecco la danza della Devadasis, ed ecco le due misere cortigiane francesi che vorrebbero prostituirsi al Gran Mogol, morto trecent'anni prima. Ecco nudità intravvedute, così perfette che il poeta s'esalta, riconoscendosi puro e immune di lascivia: od ecco lo stridulo ricordo di Madame Angot.

La volontà di vivere era già quasi esausta, e il desiderio di morire tardava ancora. Lo vedo tutto freddoloso e rattrappito, povero caro fanciullo esangue, davanti al focherello malcerto della sua vita, come già lo vidi, in una giornata di nevischio, davanti al camino della _salle à manger_, in un alberghetto di montagna, ove, prima che in India, era venuto a cercare un po' di salute.

*

Lo ricordo ancora altrimenti, come lo vidi in un giorno d'agosto 1913, in riva al mare ligure. La memoria del bene che mi volle e della stima ch'ebbe per me (gli parevo un luminare di scienza: caro, umile, timoroso fanciullo che temeva i còmpiti e riveriva i professori e i primi della classe!) è fra le cose buone e nobili che m'ha date la vita. Era venuto per vedermi e parlarmi. Aveva ancora il volto abbronzato dal lungo viaggio, con una maschera illusoria di floridezza. Parlava piano, fissando la lontananza e il queto Occidente che s'oscurava, con uno sguardo leopardiano. Progenie di Leopardi, aveva varcato la siepe, aveva navigato verso l'infinito. Era freddo, deluso, risoluto.

Credeva nelle farfalle, per la sua gioia; nella pellicola cinematografica, pel suo pane; in qualche amico. Anche, soprattutto nella poesia; ma in una poesia fatta _sibi et paucis_, stampata in pochi esemplari non venali, condotta fino all'ultima nudità d'espressione, ridotta a sé medesima: senza risonanza pratica e senza gloria. Mi parlò delle poesie, candide e ignude, che aveva scritte in India: e che non conosco.

In questo volume non mancano echi di canto. Vi è il Tai-Mahal coi suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto (un po' di quel «soprannaturale» che sperava di trovare in India); vi è Giaipur («nessuna cosa è più inutile di questa grande città color di rosa» — «mi ricorderò di Giaipur...»); e quella pagina dei frutti e dei fiori; e il conquistador di Goa (p. 54). E v'è «la demenza beata che accompagna le agonie senza fine di certi consunti», e, sulla fine, il gracidìo conclusivo dei corvi: «l'altro romore che è la nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi paesi al fragore del mare o dei torrenti: il gracidìo dei corvi così monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire! Morte! Morirai!_». E v'è, soprattutto, quell'occulta accentuazione lirica che sorregge tutta questa prosa piana; ma l'una e gli altri, la musica occulta e gli echi percettibili, indipendenti dalla volontà dello scrittore, permeati nella quieta e modesta prosa quasi suo malgrado. Giacché non amava più (non aveva forse mai amato) questi intarsî equivoci, e spregiava, senza indignazioni oratorie, le cose brillanti da bazar. Qui voleva dare notazioni semplici e opache, diarî di curiosità forestiere, per molti lettori: un po' di buona cinematografia, se si vuole. La poesia doveva essere altrove, nella sua anima e nel suo cassetto, per il poeta e per pochi cari. Doveva essere, ormai, tanto più schiva quanto più veritiera: una nudità pudica che non si mostra in piazza, una lealtà che non ricorre all'enfasi, perché non le giova di persuadere le folle.

Ho già detto pocanzi la parola lealtà per Gozzano. E non mi dolgo della ripetizione. Soprattutto per questo egli è e rimane un maestro: per avere contribuito a restaurare nella nostra lirica il gusto del parlare sobrio e a bassa voce, del riferire l'esperienza interna qual'è, del collocare il valore poetico nell'accentuazione più che nel lessico: per aver dunque lavorato a rimettere in onore la verità dell'emozione e la lealtà della parola.

_Parigi, aprile 1917._

G. A. BORGESE.

Le grotte della Trimurti.

Garapuri: «città degli antri o Deva Devi, isola degli Dei»: è forse la più bella gita che offra Bombay, certo quella che unisce in minimo spazio i motivi esotici più interessanti pel forestiero. Ma difficilmente un inglese, un nativo tanto meno, la propone al suo ospite; trova di miglior gusto condurvi alla spettacolosa sala di _skating_ (sì, hanno il coraggio di darsi a questo sport, con una temperatura minima di trenta gradi), o all'unica _matinée_ che dà la Cleo De Merode, di passaggio per Bombay alla volta del Siam, con un plutocrate innominato, o al gigantesco teatro cinematografico dell'Esplanade, dove al soffio — ohimè! vano — di trenta ventilatori la vostra nostalgia d'italiano sussulta vedendo apparire a sfondo di qualche _film_ poliziesco il Canal Grande, il Pincio, il Valentino. Ma veramente non si viene in India per questo. Non è facile l'arte del Cicerone perfetto, del duca ideale nel proprio paese; le cose vicine, anche bellissime, non si vedono più; e l'inglese non pensa a farvi vedere l'isola d'Elefanta, come noi italiani esitiamo prima di proporre la baedekeriana gita a Capri, a Monreale, a Superga. Gli inglesi vanno ad Elefanta per due cose soltanto: mangiare e fare all'amore. Il vaporino che supera le sei miglia di mare dall'isola di Bombay all'isola d'Elefanta, è in gran parte occupato da famiglie merendanti e da coppie amorose: viaggio al paese di Cuccagna, _embarquement pour Cithère_....

*

Ma oggi non è domenica, e lo _steam-lunch_ è quasi deserto. Non è domenica, e l'immensa rada di Bombay non è paralizzata dall'inesorabile riposo festivo, offre tutta la policromia gaudiosa, la bellezza varia della sua attività. Dobbiamo attraversare il porto della grande metropoli asiatica; la lancia passa come un moscerino ronzante tra i fianchi delle navi: navi di tutta la terra: inglesi, francesi, olandesi, giapponesi, australiane, americane; di tutti i tempi: colossali alcune, nuove, intatte, saggio imponente dell'ultima civiltà; altre di forma arcaica, di età non definibile, zattere immense con una sola grande vela, che osano attraversare l'Oceano Indiano dall'Africa all'India, affidandosi per lunga esperienza a quel dato soffio di monsone in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti che fingono di ignorare ancora l'istmo di Suez, poichè la tassa di transito che si paga a Porto Said varia dalle trenta alle cento e più mila lire, e ripetono il loro viaggio secolare circumnavigando l'Africa, l'Arabia, la Persia; velieri panciuti, d'una tinta uniforme di vecchio legno fradicio, dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, così decrepiti che fanno pensare alle galee portoghesi che ripararono per la prima volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, ai pirati che furono per tanti secoli i signori indisturbati di questi mari e di queste terre.

Non è leggenda: tutta la popolazione marinara e peschereccia di Bombay, che vive nelle isole vicine, in capanne minuscole, sotto l'ombra dei cocchi eccelsi, è discendente di pirati; l'isola di Colaba, che si disegna verdeggiante oltre la foresta delle antenne e delle vele, era abitata ancora al principio del secolo scorso da _cacciatori di naufraghi_: i suoi villaggi, si dice, sono costrutti interamente con rottami di navi. Barbarie pittoresca e civiltà vittoriosa, tutte le razze e tutti gli idiomi, tutte le linee e tutte le tinte si contendono, stridono in questo convegno del Mondo, che offre tante cose rare all'amatore dell'anacronismo e del paradosso.

*

Avanziamo lungo un piroscafo inglese giunto da poco: la parete curva, nera, vertiginosa s'alza su di noi come il fianco d'un cetaceo colossale; dagli infiniti sportelli aperti giungono voci, s'affacciano volti impazienti; lungo una scaletta troppo fragile scendono i viaggiatori in una lancia d'approdo; quattro _indu_ ignudi ricevono i bagagli, aiutano i fanciulli, i malsicuri nel balzo. Una signora biondissima si rifiuta al passo, i viaggiatori l'incalzano alle spalle, l'incoraggiano, protestano; un gigante di bronzo l'afferra senz'altro, la solleva in alto, la passa ad un altro gigante ignudo, che la depone delicatamente, la siede incolume nella barca tra i suoi bagagli ordinati: strida convulse della signora, risa degli astanti. Quella biondezza e quelle braccia candide avvinte disperatamente alle spalle barbare mi hanno fatto pensare una romana della decadenza, una _flava coma_ contesa da due schiavi nubiani un poco irriverenti....

Tutto il porto dà il senso della schiavitù, ma non è un senso penoso: i dominatori sanno sfruttare l'uomo fino all'ultima energia, comandano con alterigia, ma con giustizia. Sulle navi, da nave a nave, su corde tese, su scale pendule, su palafitte è un brulichio di forme nere; tutti _indu_ di bassa casta, che vanno, vengono in file ordinate ed opposte come le formiche, o si passano dall'uno all'altro, in catena, le gerle di carbone, le balle di cotone, i caschi di banane, le casse di spezie. È strano come questa misera, infima gente abbia innata la scienza della grazia, l'armonia del passo, del gesto, dell'atteggiamento. Tutti cantano lavorando, com'è costume nelle città orientali. È una melopea a denti chiusi, che nell'attimo dello sforzo o dell'intesa si accentua con un ritmo più forte e produce nell'insieme l'effetto di una orchestra ronzante, monotona, non priva di dolcezza. Ci sono donne tra quegli infelici, sono ignude, con un _panio_ alle reni, ma si stenta a riconoscerle; quasi tutte son vecchie; il tempo, la fatica hanno riassorbito il seno, fatte angolose le spalle, rudi le braccia, maschile tutta la persona. Infelici? Forse no; certo meno infelici, dacchè l'europeo li ha emancipati dalla crudeltà delle caste. Poichè quasi tutti sono _paria_, cioè «non salvabili», da meno dei corvi e dei cani, creature che si potevano uccidere impunemente, poichè fuori del ciclo evolutivo, escluse per l'eternità da ogni speranza, dannati in vita e in morte per la sola colpa di essere nati. Ora la maggior parte ha sul petto di bronzo la scapolare, ha nel cuore, rozza ed incerta, ma consolante, l'idea di una possibile salvezza, la speranza di poter pretendere dalla morte ciò che non ha dato la vita.

*

Il porto interminabile ci resta a poco a poco alle spalle: dirada la selva dei piroscafi, dei velieri, delle giunche; qualche zattera vaga ancora sul mare di stagno, sul quale emergono frequenti le pinne dorsali degli squali o balzano improvvisi, a frotte, i pesci volanti. Cielo e mare si confondono in una calma eguale, senza limiti, incolore. Si ha l'impressione di navigare nel vuoto; al tempo delle origini, quando i mari caldi nutrivano i germi dei pleosauri e delle felci colossali, le acque e i cieli immobili dovevano avere questo silenzio d'attesa.

Ma d'improvviso, come sospesa nello spazio, disegnata sopra una parete di cristallo, si profila l'isola di Elefanta, tutta verde, e dopo l'isola la fascia fulva della terra ferma coronata dalla catena dei Gati: il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto sanguigno intagliato dalla natura a torri, a spalti guerreschi.

Sono le dieci del mattino. Il caldo è tale, che la corsa della lancia non dà refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia tenda, si fa sentire sulla fronte, contro le gote, con l'ardore di un braciere troppo vicino. Un _boy_, armato d'una pompa, irrora d'acqua marina l'intavolato e le tende, ma i disegni scompaiono subito evaporati dall'ardore di questo dicembre tropicale. Mai come in questi climi mi sono rallegrato delle mie non molte carni: l'India è un soggiorno veramente infernale per le persone anche appena fiorenti.

Il caldo provoca i miraggi, scompone l'aria, la fa vibrare, oscillare all'orizzonte col tremolio del rivo sulla sabbia; l'isola d'Elefanta, già prossima, s'addoppia, si riflette quadrupla, s'avvicina, s'allontana, scompare.

Quando riappare, siamo giunti.

*

Approdiamo su grandi cubi di granito, viscidi d'alghe rosse e azzurre, abbandonate dall'alta marea, pendule come capigliature di sirene sconosciute. La collina s'innalza ripida sul mare: due cose sono interessanti in quest'isola: non il _lunch_ e l'amore degli inglesi domenicanti, ma la vegetazione e i templi famosi. Per la prima volta, dacchè sono a Bombay, vedo in libertà selvaggia la flora tropicale. I magnifici scenari verdi del Vittoria Garden, delle ville dell'Esplanade, e del Malabar-Hill sono meditati da giardinieri esperti su modelli inglesi, e ogni albero reca sul tronco una targa ovale col nome in corretto latino: _Cinnamomum canphora, Vanilla aromatica, Ficus elastica, Strychnos nux vomica, Tamarindus indica_, ecc., ecc., pessima consuetudine che dà alla poesia d'un giardino esotico un sentore farmaceutico e tutta la prosa d'una rivendita di droghe e coloniali.

Qui è la natura soltanto, la flora demente, senza freni e senza nome. La spiaggia è fiancheggiata da pandani colossali che immergono nell'acqua le loro radici multiple, sollevano in alto la corona delle foglie, e fanno pensare a candelabri capovolti o a buffi trampolieri vegetali. Si sale la collina lungo una scala ripida scavata nel basalto da un brahamino, per ex-voto, a beneficio dei visitatori. A tratti la vegetazione s'intreccia sul nostro capo, forma un corridoio verde, dove il sole giunge tremulo come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti neri, diritti come colonne delle _palme-palmira_, è il groviglio delle liane che allacciano d'albero in albero tutta la foresta, e fanno dell'isoletta un fascio di verzura emerso dal mare.

Vorrei uscire dal sentiero, internarmi sotto gli alberi, nel refrigerio della notte verde, ma i _boys_ e gli amici si oppongono recisamente: è l'ora calda, l'ora dei cobra, e i cobra abbondano nell'isola sacra.

A metà della collina s'apre il tempio famoso. È un ipogeo, che ricorda le costruzioni egizie e consta di varie grotte scavate in una pietra nera, simile al porfido. Le colonne si moltiplicano all'infinito, pendono spezzate dalla volta tenebrosa o s'innalzano monche come stalattiti. Il tempio è lavorato con un'arte pazientissima nei particolari, qualche volta mirabili, ma noncurante delle proporzioni e dell'armonia dell'insieme. Sebbene mutilato dai millenni, dalle infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo mussulmano e portoghese, presenta ancora una sintesi completa e imponente dell'olimpo brahamino; olimpo complicatissimo, difficile a chiarire per chi non ha speciali attitudini nel collegare le parentele numerose. Domina nella grotta principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un corpo formidabile a tre teste, la _Trimurti_ famosa: Siva che crea, Visnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinità s'incarna all'infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in mille altre figure del simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che cavalca un toro e si fa maschio e femmina ad un tempo, col simbolo maschile _linga_, e femminile _joni_, circondato da infinite figure: elefanti, tigri, serpenti, da saggi, _rhisi_, da _apsare_, uri dell'olimpo brahamino, da Indra, da Brahma adagiato sul loto e portato da quattro cigni, Visnu sorridente, altovolante sull'avvoltoio dalla testa umana. È ancora Siva, la scultura divina dalla cui fronte sgorgano i tre grandi fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva che passa a giuste nozze con Parvati, la Dea dalla vita sottile, dal seno enorme, che con l'una mano abbraccia lo sposo, con l'altra strozza non so quale rivale in forma di mostro femminino. E intorno è scolpita una turba di Dei e Semidei, parenti e convitati, devoti e servi, che offrono cibi e rinfreschi. Un altro bassorilievo rappresenta un giardino: il paradisiaco monte Kaillasa, pieno di saggi e di donne in letizia, poichè dall'unione di Siva con Parvati è nato Ganesa, il Dio della Sapienza, mostro dalla testa di elefante, dal corpo umano, piccolino, tondeggiante, panciuto. È ancora Siva in un bassorilievo che ritrae le più desolanti e borghesi rappresaglie di famiglia che possano affliggere un nume. Siva ha sposato una seconda moglie: Durga, figlia di Daksha, figlio di Bhraham e genitore di sessanta figliuole; Daksha dà un convito rituale, aduna tutti gli Dei e dimentica sciaguratamente il suocero Siva e consorte. Questa interviene al rito, e, non attesa, male accolta, si getta sulle fiamme dell'ara. Compare Siva, al quale nel furore si moltiplicano le braccia, e taglia la testa al genero, alle cinquantanove figlie, ai convitati con lo spaventoso congegno delle molte braccia roteanti; intorno è un turbinare di teste mozze....