Verso il mistero: Novelle

Part 8

Chapter 83,937 wordsPublic domain

Infatti le pareva di perdere la testa nella sua impossibilità di essergli utile, ma aveva nel cuore una speranza che la sosteneva, avea fede anche nelle cose soprannaturali, diveniva superstiziosa; si faceva mandare una quantità di giornali che leggeva avidamente sperando trovare una riga che la mettesse sulle traccie del nipote; non trovò nulla di quello che desiderava, ma vi lesse una notizia che le fece battere il cuore.

Si parlava della scoperta del radio, fatta dai coniugi Currie, una sostanza che emanava luce e calore senza perdere nulla del suo peso, che produceva effetti meravigliosi e sconvolgeva tutte le idee che si avevano sulle scienze chimiche e fisiche.

Era appunto quello che il professor Ugo stava studiando ed era in procinto di trovare, quando venne rinchiuso barbaramente; bisognava che quel tentativo non fosse ignorato, pensò ai giornali che portavano ai quattro venti la voce del pubblico, ad Ugo che era stato troppo sconosciuto e il cui nome bisognava far noto; ebbe un'ispirazione che le parve venuta dal cielo, prese la penna e scrisse un breve articolo al giornale che aveva parlato della nuova scoperta dicendo che, a proposito degli studii sul radio, l'onore di averlo trovato sarebbe toccato ad un italiano, al professor Ugo Arlandi che si era occupato seriamente di quel genere di studî e avea scritto una monografia sulle irradiazioni nascoste, ma era scomparso alla vigilia di cogliere il frutto delle sue fatiche, nessuno sapeva più dove fosse e si temeva vittima d'un delitto. Firmò l'articolo con un pseudonimo, accluse una somma per una sottoscrizione di beneficenza patrocinata dal giornale e mandò il suo scritto alla posta. Lo slanciò così alla ventura, non avea che una lontana speranza che il giornale se ne impadronisse, suscitasse uno scandalo, provocasse un'inchiesta che potesse riuscire utile al suo scopo. In ogni modo tutto era meglio di quel marasmo.

L'aver fatto qualche cosa era un po' di sollievo per il suo spirito, quando entrò la cameriera portandole una lettera un po' sciupata e senza francobollo.

Guardò la calligrafia.

—È di Ugo,—esclamò.

Stracciò in fretta la busta nell'impazienza di leggere.

Erano poche parole scritte a matita che dicevano:

«È la quarta lettera che getto fuori dal recinto del giardino, alla ventura. Arriverà al suo destino? Lo spero. Tu sola puoi togliermi da questa prigione. Fa presto, altrimenti divento pazzo sul serio.

TUO UGO.»

Dalla casa di salute del dottor B. presso Monza.

Dopo tanti giorni di ansia finalmente vedeva un raggio di sole, le pareva di avere le ali, sapeva dove Ugo si trovava ed era ormai certa di riuscire a liberarlo.

Cercò di riordinare le idee e rimettere lo spirito in calma, pensò di agire sola senza dir nulla a nessuno, misteriosamente, come gli altri avevano fatto con lei.

Prima di tutto doveva andare a Milano e parlare con un avvocato, suo amico, che l'aiutasse a liberare il nipote, poi non volea più permettere che Ugo lasciasse amministrare i suoi beni dal padre, dopo che era stato trattato in quel modo. L'avvocato Alberti avrebbe consigliato quello che dovevano fare. Ordinò alla cameriera di svegliarla presto il giorno dopo dovendo partire, poi si mise a girare per la stanza, lieta, cantarellando, sentendosi leggera, come da un pezzo non le era accaduto.

Non disse la sua intenzione, ma la mattina dopo in paese non si parlava d'altro che della partenza della signorina Giulia Sordelli. Era stata veduta avviarsi alla stazione e salire sul treno che andava a Milano; avea salutato sorridendo i conoscenti incontrati lungo la via e s'era trattenuta qualche momento col maestro di scuola, e tutti trovavano che avea la faccia allegra e l'espressione di chi ha una meta agognata da molto tempo che è sul punto di raggiungere.

VII.

La notizia della partenza improvvisa di Giulia penetrò in casa Arlandi; il signor Carlo ne fu preoccupato al punto che fu tutto il giorno di cattivo umore, tenne il broncio a Savina, sgridò Mario e non volle far colazione.

—Ma sai che sei un bel tipo?—gli disse la moglie.—Perchè ad una ragazza capricciosa, vien voglia di andar in città, tu subito immagini mille pericoli; avrà avuto bisogno di far delle spese.

—Puoi dire quello che vuoi,—rispose l'Arlandi,—ma questa gita misteriosa mi dà noia, ho il presentimento che è andata per Ugo.

—Anche se ciò fosse, noi abbiamo fatto quello che si doveva fare, non abbiamo rimorsi.

—Parla per conto tuo, io invece da qualche giorno ho un rimorso che mi strazia l'anima e non sono contento di me.

—Perchè sei un uomo incerto, debole e non hai il coraggio delle tue azioni, ma per tua tranquillità voglio aver informazioni esatte.

Sì dicendo Savina chiamò il domestico e gli ordinò di andare al villino di Giulia e pregare Rosa, la cameriera, di venire un momento a villa Ada.

—Se la sua padrona le ha ordinato di tacere non dirà nulla,—disse il signor Arlandi.

—Dirà tutto, tu non conosci le donne, in ogni modo tentare non nuoce.

Non parlarono più finchè non giunse la cameriera di Giulia, la quale chiese subito la ragione per cui l'avevano fatta chiamare.

—Vorrei sapere,—disse Savina,—se la tua padrona ha ricevuto qualche cattiva notizia, che è partita così improvvisamente senza salutare nessuno.

—Oh, tutt'altro,—rispose la cameriera,—deve aver avuto delle notizie buone, è stata tanto contenta quando ha ricevuto quella lettera.

—Ha ricevuto una lettera? Forse del professore?

—Può darsi; so soltanto che mi ordinò di prepararle la sacca da viaggio e disse che volea partir presto questa mattina.

—Si fermerà via molto tempo?

—Non lo sapeva nemmeno lei, ha detto che mi scriverà.

—Va bene, se hai notizie vieni a portarcele; ho piacere che non sia per nulla di male; puoi andare.

Appena la ragazza fu uscita il signor Carlo s'alzò concitato e si mise a passeggiare su e giù per la stanza.

—Vedi?—disse alla moglie,—te l'ho detto, lo prevedevo, è stata chiamata ed ora ci metterà in un bell'impiccio. Ho fatto male a non far curare Ugo in casa, sono stato uno sciocco.

La signora Savina tentava di calmarlo, gli diceva di andar a passeggio a prender aria che si sarebbe presa sulle sue spalle ogni responsabilità.

Però per quanto facesse l'indifferente non si sentiva tranquilla nemmeno lei e aveva bisogno di parlare con qualche persona che potesse consigliarla e nello stesso tempo calmare lo spirito del marito. Invitò a pranzo il dottore per sentire la sua opinione e poi perchè sarebbe stato un diversivo; di star sola col marito così accigliato e irrequieto non si sentiva.

Il dottore si mostrò tranquillo, non poteva assicurare che Ugo fosse pazzo, ma dopo lo scoppio, lo stato in cui si trovava giustificava abbastanza la loro risoluzione; aggiunse però che se venivano buone notizie dal direttore della casa di salute, non conveniva insistere a lasciarvelo rinchiuso più a lungo.

—Io in casa non lo voglio,—disse la signora Savina,—è un individuo troppo pericoloso.

L'Arlandi diceva che spesso a quelli che fanno esperimenti scientifici accadono simili incidenti, e continuava ad essere preoccupato della gita della cognata; nemmeno le parole del dottore riuscivano a calmarlo.

Savina diceva che Giulia faceva una bella figura, mostrandosi tanto infervorata per un giovanotto e si sfogava dicendo un mondo d'improperie contro le ragazze emancipate che vogliono immischiarsi nelle cose che non le riguardano.

Ormai in casa Arlandi non si parlava d'altro, quei discorsi erano una fissazione, il signor Carlo si aspettava ogni giorno qualche sorpresa spiacevole ed era inquieto; soltanto la signora Savina si mostrava tranquilla e non perdeva la sua olimpica serenità, temeva troppo di turbare la sua digestione e guastarsi la salute.

VIII.

Dopo esser stata per tanti giorni inquieta e avvilita, nell'animo di Giulia era subentrata la speranza e le pareva che tutto dovesse esserle favorevole. Arrivata a Milano trovò l'articolo che riguardava Ugo pubblicato sul giornale e questo le fu come di buon augurio e le infuse non solo la speranza ma la certezza della riuscita.

Era come un giocatore di scacchi che avendo fatto per caso una buona mossa vede svolgere il suo gioco trionfalmente fino alla fine.

Prima di tutto andò dall'avvocato Alberti, un buon amico nel quale riponeva piena fiducia, e saputo di che si trattava la rassicurò e si mise a sua disposizione.

Poi mandò il giornale coll'articolo che nominava il professore, segnato con una striscia azzurra al signor Carlo, al dottore, a tutti i conoscenti e al dottor B., direttore della casa di salute.

—È come un avanguardia,—disse all'avvocato,—è per prepararlo alla nostra visita.

Nel pomeriggio si recarono in persona a parlare col dottor B.

Era un uomo alto, serio, colla barba nera e gli occhi penetranti che pareva volessero entrare nell'anima e scoprire i più occulti pensieri. Abituato a vivere in mezzo ai pazzi e squilibrati di mente, vedeva in tutti gli uomini il germe della follìa e calcolava tutti pazzi, fino a prova contraria.

Quando l'avvocato Alberti e Giulia chiesero di Ugo Arlandi dicendo che era tutt'altro che pazzo egli stentava a persuadersene.

—È tranquillo, educato,—disse,—non dà noia a nessuno, anzi pare intelligente e la sua conversazione è piacevole, ma sul più bello vien fuori col voler trovare l'anima del mondo e ciò mi rende molto titubante se si deve tenerlo ancora in osservazione. Noi che siamo esperti in queste cose,—sappiamo che quando una parte del cervello è molto sviluppata, ciò è a scapito degli altri centri cerebrali che sono deficienti; vorrei mostrarvi dei veri pazzi che hanno un'idea fissa ma nel resto ragionano meglio di noi.

L'avvocato Alberti gli mostrò come tutti i giornali si occupavano del professore, il quale aveva dei nemici, e disse che la zia Giulia non avrebbe lasciato nessun mezzo per liberare il nipote; se fosse stato il caso sarebbe anche ricorsa al procuratore del re e avrebbe provocata una perizia.

Il dottore li assicurò che, appena avuta la convinzione che il professor Ugo fosse sano di mente, sarebbe stato il primo a non volerlo tenere più a lungo nel suo stabilimento.

Non poteva però prendere una risoluzione senza scrivere al signor Carlo che gli aveva affidato il figlio, e se la risposta fosse favorevole potevano esser tranquilli che Ugo sarebbe stato libero.

Giulia sperava di vedere quello stesso giorno il nipote, ma il dottore non lo permise, dicendole che l'avrebbe presto riveduto.

Essa si rassegnò ad attendere ancora un paio di giorni, ma intanto non rimase inoperosa e combinò un piano di battaglia come un esperto generale!

Ecco in che modo il signor Arlandi, mentre era sempre inquieto e pensieroso per la partenza di Giulia, si vide capitare prima il giornale coll'articolo che parlava del professore, poi una lettera del dottore dove diceva che gli pareva che il signor Ugo, passata la scossa nervosa del primo momento fosse abbastanza equilibrato, una lettera dell'avvocato che lo esortava a far uscire il figlio dalla casa di salute e finalmente una di Giulia, nella quale faceva intravvedere che se non lasciava parlare il suo cuore paterno, l'autorità si sarebbe intromessa nelle sue faccende domestiche.

Era tanto di cattivo umore il signor Arlandi, tanto poco contento di sè stesso che quando ricevette quella pioggia di lettere si sentì lo spirito un po' più sollevato e volle fare a modo suo senza dir nulla alla moglie e senza consultarla. Scrisse al dottor B. di lasciar pure andar libero il figlio colla zia Giulia, alla quale mandò un telegramma dicendole che li aspettava presto tutti.

Finalmente gli era caduta la benda dagli occhi e s'era accorto del mal'animo della moglie verso Ugo e, pentito d'averlo fatto rinchiudere ingiustamente nella casa di salute, voleva a furia di affetto fargli dimenticare quel momento di debolezza ed era impaziente di rivederlo e in un abbraccio affettuoso cancellare il passato.

Ma invece di Ugo ebbe la sorpresa di veder arrivare l'avvocato Alberti per sistemare gli affari del professore, che desiderava esser padrone di adoperare la sua sostanza come meglio credeva e di fare nel suo laboratorio tutti gli esperimenti necessari senza che nessuno ci trovasse a ridire.

Il signor Carlo trovò giusto il desidario del figlio e diede all'avvocato le più ampie spiegazioni sulla sua amministrazione; solo si mostrò dispiacente di lasciar la casa dove era vissuto tanti anni e che apparteneva ad Ugo il quale l'avea ereditata dalla madre, ma l'avvocato avea avuto raccomandazioni di accomodare le cose in modo che il signor Carlo non avesse il rammarico di abbandonare la casa, gli concesse di poterne abitare una parte, ma che ognuno fosse padrone in casa sua. Poi parlarono di Ugo e raccontò che si era trattenuto a Milano perchè i suoi ammiratori volevano festeggiarlo ed indurlo a fare una conferenza sopra i suoi studî. Così finirono per lasciarsi buoni amici.

La signora Savina quando seppe che il marito aveva tutto combinato senza dirle nulla, rimase esterrefatta e andò su tutte le furie. Come! Ugo era libero e poteva capitare da un momento all'altro! Poi s'impadroniva della casa e non lasciava loro che un appartamento in un angolo come un'elemosina! E pensare che in cuor suo, sperando che il professore non dovesse più ritornare, avea fatto il progetto di occupare il laboratorio così ben esposto al sole, per stendervi la biancheria, poi dare lo studio a Mario e accomodarsi un appartamento più spazioso e più comodo; dichiarò al marito che non voleva vivere in una casa esposta al pericolo di un'esplosione, poi avea bisogno di spazio e non si sarebbe acconciata a ridursi in poche stanze.

Il signor Carlo le disse ch'era padrona di andare dove voleva, anche nella catapecchia che abitava prima del matrimonio; in quanto a lui sarebbe rimasto vicino al figlio. Infine Ugo era il padrone ed era inutile facesse tanto chiasso.

Essa non fiatò più, ma si consolò pensando che sarebbe invece andata a Milano con Mario per farlo studiare, in modo che un giorno potesse eclissare nella scienza il professor Ugo.

IX.

Quel giorno che Ugo si trovò libero e assieme alla zia Giulia, che riguardava come il suo angelo salvatore, camminava per le vie popolose di Milano, gli parea di rivivere; i suoi affari erano affidati bene nelle mani dell'avvocato Alberti, poteva dedicarsi interamente alla scienza, l'avvenire si presentava pieno di promesse e non s'era mai sentito tanto contento. Giulia gli dava dei consigli, bisognava cambiar sistema, dovea vivere un po' più in mezzo al mondo e farsi conoscere. Ormai era passato il tempo degli eremiti, e tutti i suoi studî non avrebbero servito a nulla se non fossero stati messi alla luce del sole, come non serve il danaro, che l'avaro tiene rinchiuso nel forziere.

Essa era disposta ad aiutarlo con tutto il cuore e con tutta la sua energia, ma egli doveva lasciarsi dirigere da lei.

Prima di tutto dovea mostrare di non essere uno squilibrato, e non gliene sarebbe mancata l'occasione, e poi procurare che il suo valore venisse riconosciuto dal mondo.

—Dimmi quello che devo fare, io ti ubbidirò ciecamente,—diceva Ugo,—ma come posso farmi conoscere se non ho fatto ancora nulla? Forse se non fossi stato rinchiuso tutto questo tempo il mio nome sarebbe associato a quello degli scienziati che hanno scoperto il radio, ma invece il destino avverso non ha voluto; per conto mio, sono contento che il radio sia stato trovato; io non ho ambizione, amo la scienza e il suo progresso mi preme più di tutto.

—Tu sei troppo modesto,—disse Giulia,—a me preme che il tuo valore sia apprezzato e mi occuperò io stessa di farti conoscere; intanto devi presentarti alle redazioni dei giornali e ringraziare quelli che hanno parlato di te; so che ciò è per te un grande sacrifizio ma devi farlo per ubbidirmi.

E per appagare la zia, Ugo si presentò alle direzioni dei giornali e n'ebbe le accoglienze più liete; tutti gli chiesero notizie dei suoi studî, chi voleva degli articoli sulle irradiazioni dei metalli, cosa di cui tanto si parlava, chi invece tentava persuaderlo a tenere una conferenza per farsi conoscere; molti volevano intervistarlo, egli si schermiva, sarebbe ritornato volontieri subito in campagna per continuare le sue ricerche; ma lo pregavano con tanta insistenza che non sapeva a qual partito appigliarsi.

Quando Giulia seppe quello che si desiderava da lui, non gli lasciò più pace; fare una conferenza era la più bella occasione per riabilitarsi e mostrare come la sua mente fosse chiara ed equilibrata.

—Ma come faccio,—diceva,—a prepararmi in pochi giorni?

—Ti aiuterò io,—soggiungeva Giulia,—lascia fare a me.

E intanto ordinò a Vincenzo di venire a Milano con tutte le note che il professore avea lasciate nel cassetto della scrivania, poi volle che Ugo scrivesse ai giornali che accettava di tenere una conferenza come desideravano, a beneficio dell'ospedale dei bambini e della fanciullezza abbandonata, e che il nome della conferenza sarebbe stato «l'anima del mondo».

—Come suona bene!—disse Giulia.—Non ti senti la volontà di metterti al lavoro?

—E se faccio fiasco? Sai che quando ho un pubblico davanti a me, mi manca la voce.

—Non c'è bisogno d'improvvisarla; per la prima volta, la conferenza puoi leggerla, e quando si ha davanti la carta non si vede il pubblico. Io prevedo un trionfo.

—Non ho ambizione.

—Non importa, l'ho io per te, e poi quando il tuo nome sarà conosciuto lavorerai con maggior lena, la fama è come una scintilla che dà eccitamento al lavoro, lo illumina e lo riscalda. Poi nel tuo caso da lei può dipendere la tua vita privata. Credi tu che la signora Savina ti avrebbe fatto rinchiudere in una casa di pazzi, se invece di essere il professor Ugo, umile, ignorato, che viveva all'ombra del suo laboratorio, fossi stato l'illustre scienziato di cui il nome e le scoperte fossero note a tutto il mondo?

Ugo diceva che la zia era accecata dall'affetto che aveva per lui e esagerava le sue qualità, però aveva deciso di seguire i suoi consigli, solo si contentò di chiedere una settimana di tempo per preparare la conferenza, e si mise all'opera perchè riuscisse degna dell'aspettazione.

Giulia era sempre più orgogliosa delle feste che si facevano al nipote; tutti i giornali parlavano di lui, il suo nome ed i suoi studî, la sua vita erano già conosciuti dal pubblico, si sapeva che i suoi ultimi esperimenti erano stati interrotti da uno scoppio avvenuto nel suo laboratorio che l'avea tenuto ammalato di nervi per molto tempo e ciò lo rendeva più interessante.

Egli non capiva come tutti conoscessero tanti fatti intimi della sua vita, e Giulia che senza dirgli nulla era stata l'ispiratrice di quelli articoli, rideva in cuor suo della sorpresa del nipote e si contentava di mandare i giornali al signor Carlo, alla signora Savina e a tutti i conoscenti; e in quei giorni di lavoro e preparazione febrile viveva come in un sogno e le pareva di aver trovato un nobile scopo alla sua operosità: quello di aiutare il nipote nella sua opera.

X.

Il giorno della conferenza del professor Arlandi la sala del ridotto della Scala si andava popolando di belle signore, di giovanotti eleganti e di uomini serii e studiosi.

Era una settimana che i giornali parlavano dell'Arlandi e tutti desideravano vedere il giovane professore che dava tante speranze per l'avvenire della scienza.

Poi la conferenza era a beneficio di due istituzioni cittadine, utili e benefiche, ed anche quelli che non si occupavano di studî serii avevano voluto andarvi per moda, per filantropia e per trovarsi cogli amici e conoscenti.

La ricerca dei biglietti era stata enorme e nella sala gremita di pubblico si sentiva il bisbiglio foriero d'un'impaziente aspettazione.

Quando entrò il professor Ugo, pallido, alto, col volto giovanile e le labbra velate da due baffetti biondi, elegante nel suo vestito nero, inappuntabile, timido nei movimenti, ciò che lo rendeva ancora più simpatico e interessante; gli sguardi del pubblico si posarono sopra di lui, cessarono i bisbigli e tutti attesero attenti ad ascoltare.

Egli incominciò con voce chiara, tremante, incerta un po' sul principio, ma mano mano che proseguiva si faceva più vibrante e colorita a parlare delle meraviglie della scienza e dei mezzi che permettevano di fare continuamente nuove scoperte. Parlò delle irradiazioni potenti date da certe sostanze come il radio che si trovano nascoste in diversi minerali e che sono tali da sconvolgere le idee che si avevano fino ai nostri tempi sui movimenti della materia e degli atomi.

Spiegò come quel metallo mandasse irradiazioni fortissime senza perder nulla del suo peso e fosse d'una forza tale da distruggere tessuti vitali anche attraverso a qualche ostacolo, ciò per mostrare come non fosse un sogno la teoria per la quale avea sempre combattuto ed ora desiderava esporre ad un pubblico così attento ed intelligente.

Egli avea sempre pensato ad un elemento racchiuso nel centro della terra in un luogo inaccessibile agli uomini, ch'egli chiamava anima del mondo, egli la imaginava una forza indistruttibile, eterna, tale da far sentire la sua azione attraverso gli strati densi del nostro globo, fino a spargersi in piccole particelle nell'etere che lo circonda.

—Io imagino,—disse,—il mondo come un corpo umano, i sassi sono le ossa, le acque che lo bagnano nell'interno e alla superficie sono il sangue che scorre nelle vene e le arterie del nostro organismo; e come il cuore nell'uomo, così ci deve essere nel centro del mondo un focolare di vita e calore, un fluido invisibile che partendo dal centro avvolge la terra in una rete vibrante, come i nervi avvolgono il nostro corpo; precisamente come l'elettricità, una forza che esiste, si domina, ce ne serviamo, ma della quale non si riesce a spiegare la vera essenza.

E dopo aver parlato delle caverne, una volta popolate da esseri fantastici ed ora invece da esseri invisibili che il microscopio ci ha rivelato, assicurò che quando altri strumenti più perfetti verranno in aiuto dei nostri sensi più raffinati, si apriranno nuovi orizzonti alla scienza e terminò dicendo essere convinto che nel mondo, in noi stessi vi è una parte indistruttibile, eterna, e come da un rozzo minerale si sprigiona una scintilla che non si consuma, come da certe vibrazioni del cervello i pensieri si rinnovano continuamente e il mondo è avvolto da onde eteree delle quali non si conosceva l'esistenza prima di Hertz e di Marconi; così molte forze e molte verità devono ancora esserci rivelate; ci sembra esser circondati da misteri che la scienza infaticabile deve svelare e lo scienziato è come colui che ha trovato le tracce d'un tesoro nascosto e non riposa finchè non lo abbia messo alla luce del sole.

Animandosi nel suo dire divenne eloquente, aveva il dono di trasfondere la sua persuasione nell'uditorio e di suggestionarlo.

Infatti tutti si sentivano trasportati nelle regioni elevate della scienza e del pensiero come se da una corrente magnetica fossero legati all'oratore. Quando ebbe terminato un lungo e clamoroso applauso echeggiò nella vasta sala, alcuni conoscenti circondarono il professore stringendogli la mano e congratulandosi della sua parola efficace e colorita, altri s'avvicinavano per conoscerlo; egli era umile, confuso nel suo trionfo e avrebbe voluto andarsene, quando vide farsi avanti correndo, rovesciando le sedie, un signore rimasto tutto il tempo della conferenza nascosto in un angolo senza parlare pendendo dalle labbra dell'oratore.

Il rumore delle sedie fece volgere Ugo da quella parte e lasciando gli ammiratori che lo circondavano s'avviò in fretta ad incontrare quel signore che veniva verso di lui.

—Babbo,—disse,—come, tu qui?

—Ho letto nei giornali,—rispose il signor Carlo, ma era tanto commosso che non potè trovar la voce per dire di più e si gettò fra le braccia del figlio.

Quando potè riavere il fiato, gli disse:—Come hai parlato bene! Non avrei creduto mai, ma mi perdoni, non è vero? Non mi serbi rancore di quello che è avvenuto?