Verso il mistero: Novelle

Part 7

Chapter 73,845 wordsPublic domain

In un armadio chiuso c'erano schierate, in buon ordine, boccette con liquidi di colori diversi ed etichette sulle quali stava scritto la qualità del contenuto; intorno alle pareti scansie a varii palchi, con altri arnesi d'ogni forma e dimensione, di vetro, maiolica e metallo.

Presso l'altra parete fornelli a gas, becchi bunsen, un acquaio con rubinetti pei lavaggi; accanto, una camera oscura per sviluppare fotografie e un ripostiglio destinato a contenere il materiale occorrente per le esperienze e tutto quello che sarebbe stato d'ingombro nel laboratorio.

I primi giorni dopo il suo ritorno, il prof. Ugo dovette occuparsi di porre in ordine quella massa di oggetti disparati e assieme con Vincenzo fu infaticabile nel sistemare ogni cosa coll'entusiasmo di chi si prepara ad un lavoro interessante.

Ed avea fretta di mettersi all'opera; quando si trovava nel suo laboratorio, gli oggetti famigliari gli davano la suggestione del lavoro ed era impaziente di potervisi dedicare senza interromperlo. Si compiaceva di toccare i diversi minerali che s'era procurato con grande fatica e faceva osservare a Vincenzo l'azzurro delicato della celestina, il grigio striato d'argento della pecblenda, il color grigio opaco del solfuro d'arancio, e godeva pensando che quelle pietre variopinte contenevano sostanze sconosciute ch'egli si riprometteva di liberare dalla loro prigione e far uscire agli onori del mondo in tutta la loro purezza primitiva.

Vincenzo era figlio di contadini, ma d'ingegno pronto e svegliato; nelle scuole elementari era stato sempre il primo della classe e avea riportato un grande amore allo studio, e fu contento quando Ugo gli propose di servirlo ed aiutarlo nelle sue esperienze scientifiche. Egli in poco tempo si era tanto immedesimato nelle idee del suo padrone che lo aiutava con intelligenza ed amore, e parlava come un piccolo scienziato al punto che non si sarebbe più acconciato al lavoro dei campi!

—Sono tanto contento che sia ritornato,—egli diceva,—mi piace imparar cose nuove; poi, quando è lontano, la signora Savina mi fa lavorare come un cane a lavare e ripulire la casa; mi tocca giuocare con Mario che è cattivo e mi batte quando non faccio a suo modo; dovrebbe condurmi con sè, quando va in viaggio, sarei tanto contento!

—Sono viaggi pericolosi, in paesi selvaggi; poi dentro nelle caverne dove si muore di caldo, non è un divertimento.

—Dove va il mio padrone, posso andare anch'io e sopportare quello ch'egli sopporta,—disse il ragazzo.

L'affetto e la devozione di quell'essere semplice era un grande conforto per Ugo, e lo riguardava più un compagno che un domestico, e tutti e due, collo stesso entusiasmo, si adoperavano a metter tutto a posto per poter subito iniziare il lavoro.

Dopo le giornate operose era un vero sollievo per Ugo, passare la sera al villino di Giulia e confidare alla zia i suoi pensieri e le sue aspirazioni.

A lei narrava le occupazioni della giornata, come aveva riordinato il materiale e come avrebbe incominciato ad esaminarlo; quei primi giorni s'era limitato a fare semplicemente dei tentativi.

Egli era un idealista della scienza, intuiva le grandi scoperte future, ma era incerto sul modo d'incominciare le nuove esperienze; un po' impaziente di riuscire, immaginava risultati più rapidi di quelli che conseguiva realmente.

E Giulia stava attenta ad ascoltarlo, qualche volta esprimeva il desiderio di aiutarlo, approvava le sue idee e l'incoraggiava anche nei tentativi più arditi.

—Voglio trovare l'anima del mondo,—egli diceva, seduto nel salottino allegro, vicino alla sua attenta ascoltatrice.—E riuscirò, perchè la intuisco, la sento, la vedo in tutto quello che è conosciuto.

—Ma dove sta nascosta? Raccontami, mi piace tanto sentirti parlare di queste cose,—diceva Giulia.

—Deve essere nel centro del nostro globo, è una forza ignota, un centro di vita che palpita e fa sentire la sua influenza fino alla superficie della terra; è lei che costituisce questa rete magnetica che ci avvolge e che è una forza per chi sa valersene opportunamente, come fece il nostro grande Marconi pel suo telegrafo senza fili. È una forza potente, imprigionata da chissà quali legami.... e vedi, qualche scintilla deve essere sfuggita, ed io la cerco in quei minerali che ho raccolto e, se riuscirò a trovare una traccia, avrò avuto dalle mie fatiche un compenso insperato.

Quando egli era stanco di parlare, era lei che gli confidava le sue idee filantropiche e socialiste. Voleva assolutamente trovare il modo di migliorare le condizioni dei contadini. Vedeva con terrore i ragazzi più intelligenti disertare i campi per le officine, e s'era fitta in capo d'infondere nel loro cuore l'amore alla terra, d'insegnare a coltivarla con intelligenza, in modo da ricavarne frutti copiosi, voleva istituire scuole per insegnare la coltura dei campi in modo scientifico, interessare i lavoratori lasciando loro una parte delle rendite, o compensare i migliori, regalando loro qualche pezzo di terra.

Mentre i giovani s'intrattenevano piacevolmente comunicandosi reciprocamente le proprie idee e aspirazioni, a Villa Ada si occupavano invece di loro e dicevano che erano pazzi.

La signora Savina, il signor Carlo e il dottore, che era spesso invitato a pranzo e oggetto di grandi premure da parte della padrona di casa, non parlavano d'altro che dei discorsi che si sarebbero fatti al villino di Giulia.

La signora Savina aveva un vero odio pel figlio di suo marito, ma procurava nasconderlo sotto una certa aria compassionevole di protezione.

—Non le pare, dottore, che quel figliuolo sia un po' squilibrato?—chiedeva la signora Arlandi.—Se una persona qualunque, che non pretendesse di essere un genio, dicesse che vuol trovare l'anima del mondo, che cosa direbbe?

—Veramente dubiterei che avesse il cervello a posto,—rispondeva il dottore.

—Vedi, Carlo, non sono poi sola di questa opinione,—soggiungeva la signora rivolta al marito.

—Ognuno ha la propria opinione come la propria fisonomia, a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere; io la penso così e mi pare d'essere più giusto di voi,—diceva il padre.

Alla signora invece dava noia Ugo per molte ragioni: prima perchè era ricco e studioso, come il suo Mario non sarebbe stato mai, poi perchè, quando lui era a Villa Ada, non poteva più servirsi di Vincenzo, poi le sciupava una quantità di biancheria coi suoi pasticci, e finalmente perchè si accorgeva che il marito aveva una certa predilezione pel suo primogenito, e questa cosa la irritava e faceva sì ch'essa cercasse di mettere Ugo in cattiva vista.

IV.

Ugo Arlandi non viveva che nel suo laboratorio, sentendosi invadere dalla febbre del lavoro.

Nella grande stanza era come se ci fosse penetrato un alito di vita.

Il fuoco ardeva nel forno e nei fornelli; il liquido, in ebollizione, gorgogliava nelle caldaie e nelle autoclavi.

Ugo aveva fatto la scelta del minerale e gli acidi che dovevano discioglierlo e rivelargli il segreto della sua composizione.

—Vedi,—diceva a Vincenzo, del quale voleva fare un allievo,—questo è acido cloridrico che verso nella caldaia assieme con questo minerale che ne uscirà trasformato e sotto altra veste.

E le caldaie bollivano incessantemente, il vapore saliva nell'alto fumaiuolo e si perdeva nell'aria. Ugo e Vincenzo sfidavano il calore che usciva dalle caldaie per vedere sciogliere nel liquido il minerale prezioso.

Pareva che tutto fosse distrutto, Vincenzo sbarrava gli occhi, attonito.

—Ed ora che cosa si fa?—chiedeva,—non v'è più nulla, soltanto liquido.

—Attenti!—rispondeva Ugo,—è inutile star a vedere, l'operazione avviene lo stesso, prepariamo qualche altro ingrediente.

E si diede a lavare ampolle, preparare acidi, depurare i liquidi coi filtri, verificare il peso dei metalli che voleva adoperare, intanto che la caldaia bolliva ed un vapore umido, oltre che nel fumaiuolo, si spargeva in una nebbia leggiera nel laboratorio.

—Vediamo se è avvenuto qualche cosa di nuovo,—disse Ugo avvicinandosi alla caldaia, ciò che fece pure Vincenzo, lasciando la bacinella che stava ripulendo.

Il liquido era quasi tutto evaporato e il minerale si era trasformato in cristallo trasparente, lucido come pietre preziose.

—Oh bella,—disse Vincenzo,—pare una magìa!

Ma Ugo, che in quella materia cristallizzata riusciva a scoprire tracce luminose, si sentiva battere il sangue dalla gioia come un generale sul punto di vincere una battaglia.

Doveva aspettare ancora per poi trattare quella materia cristallizzata con nuovi reagenti, per liberare quelle particelle luminose che dovevano farlo vittorioso.

Preparava intanto i filtri per i lavaggi, e i tubetti di vetro per raccogliere quei residui preziosi, raccomandando sempre a Vincenzo la prudenza nel maneggiare quegli acidi che potevano riescire pericolosi. Varie sostanze aveva ottenuto dalla decomposizione di quelle pietre, alcune erano riuscite come desiderava, altre avevano formato degli ossidi e avevano bisogno d'altre operazioni.

Lavoratore infaticabile, finchè nel laboratorio ci si vedeva, i fuochi erano accesi e gli utensili preparati, non interrompeva il lavoro nemmeno se si sentiva stanco.

Nel suo caso, poi, era impaziente di riuscire, perchè sapeva che molti scienziati facevano i suoi medesimi esperimenti, e voleva arrivare prima degli altri.

Voleva trattare i sali ricavati dal minerale in modi diversi e si fece dare da Vincenzo dei tubi di metallo pieni di gas. Come avvenne, non avrebbe potuto dirlo, ma fosse un robinetto d'un tubo che non agiva bene, o inavvertenza di Vincenzo, che s'accostò ad una fiammella per vedere se ci fosse un guasto,—egli era immerso nella sua operazione, in quel momento, un po' distratto,—il fatto sta che tutto a un tratto uno scoppio formidabile fece tremare la casa, i vetri caddero infranti e schegge di metallo infuocato e pezzi di muro si sparsero per il laboratorio. Un grido uscì dal petto di Vincenzo, che cadde a terra colla faccia sanguinosa e privo di sensi.

Ugo rimase atterrito; era paralizzato dal terrore, si sentiva senza forza e senza voce per chiamar soccorso; una scheggia l'aveva ferito ad una spalla, ma non sentiva alcun dolore nell'annientamento delle sue facoltà. Inebetito e come in un sogno, vide tutti gli abitanti della casa precipitarsi nel laboratorio.

La signora Savina, innanzi agli altri, gridava come un'ossessa:

—Che cosa avete fatto, colle vostre caldaie del diavolo? Ve l'ho sempre detto che avreste fatto crollare la casa.

Il signor Carlo, più calmo, ma pallido e tremante, aveva rialzato Vincenzo che, ferito alla faccia, non poteva aprir gli occhi, e ordinò che si chiamasse subito il dottore.

Ugo pareva una statua, non poteva nè moversi, nè parlare, come se la sua volontà fosse morta per sempre.

Tutti i vetri erano rotti e l'aria entrava dai grandi finestroni; in terra si vedevano frantumi di stoviglie, pezzi di muro, di metalli, macchie di liquidi versati: una vera desolazione.

Quando venne il dottore, medicò la faccia di Vincenzo; per buona sorte, aveva gli occhi salvi e soltanto una scheggia gli aveva tagliato la faccia senza penetrare troppo profondamente.

La signora Savina era quasi trionfante, e diceva al marito che essa aveva predetto che Ugo sarebbe la rovina della casa, e, per impedire un danno peggiore, bisognava rinchiuderlo in una casa di salute.

In quel momento di orgasmo e confusione, nessuno aveva la forza di contraddirla, nè di prendere una risoluzione; solo il dottore trovava quelle parole assennate, era della medesima opinione della signora Savina, la consigliava di farlo per sfuggire a guai maggiori.

—È una pazzia,—diceva,—maneggiare strumenti pericolosi senza osservare le più elementari precauzioni: poi non vedete in che stato si trova? ha bisogno di esser curato.

Ugo era immobile colla faccia stravolta; quando potè articolare qualche parola, non ebbe la forza di reagire.

—Avete ragione,—diceva,—voglio andar via lontano, sono pazzo. Povero Vincenzo, è molto ferito, ed io ne fui la causa; ho bisogno di una punizione, sì, conducetemi via; perchè non mi sono ferito io solo? Perchè non sono morto?

E piangeva come un bambino.

Mentre alcuni uomini chiamati in fretta sgombravano la stanza, abbattevano un muro pericolante e toglievano i rottami sparsi per terra, ci fu un momento di silenzio; nessuno osava prendere una risoluzione definitiva.

Il signor Carlo era accasciato e anche egli come il figlio si sentiva senza volontà. Fu la signora Savina che, come un generale sul campo di battaglia, prese il bastone del comando e disse al dottore:

—Vi supplico, per la nostra vecchia amicizia, di aiutarci; ho ordinato di attaccare i cavalli alla carrozza e vi prego di condur subito Ugo in una casa di salute. Mi raccomando sia trattato bene, ma una buona cura gioverà a calmare le sue aberrazioni scientifiche, poi ritornate e vedete di medicare Vincenzo. È abbastanza coraggioso, quel ragazzo, e non si lagna, quantunque la sua ferita deva farlo soffrire; spero che anche a lui sarà passata la voglia di far lo scienziato. È una lezione che farà bene a tutti; mi dispiace per mio marito che se ne sta come una mummia,—e avvicinandosi a Carlo, gli disse, scotendolo per un braccio:—Via, non ti accasciare; è una disgrazia, ma pensiamo che poteva esser peggio; è un miracolo che non sia crollata la casa e non ci abbia sepolti tutti;—poi andò verso Ugo, dicendogli:—Va', va' col dottore, la carrozza è pronta, va' a meditare sulla tua scienza e a calmare i nervi, che ne hai bisogno; ti manderò poi la tua roba.

Il dottore diede il braccio al professore come ad un convalescente, lo condusse giù dalle scale e lo mise in carrozza senza ch'egli avesse avuto la forza di fare la minima opposizione; diede un indirizzo al cocchiere e via se n'andarono lungo il viale verso la stazione.

Il signor Carlo si riscosse come da un sogno, e disse alla moglie:

—Che cosa hai fatto?

—Quello che dovevo, e ancora puoi essere contento che non l'abbia fatto mettere in prigione.

—Perchè hai fatto questo? Dopo quello che è accaduto, avrebbe forse rinunciato ai suoi esperimenti.

—Tu non capisci nulla; se non ci fossi io, quel figliuolo ti condurrebbe alla rovina; non l'ho sempre detto che non aveva il cervello a posto, colla fissazione di trovar l'anima del mondo? Hai visto che bel risultato?

—Ma mio figlio in mezzo ai pazzi; non voglio.

—Non esagerare,—disse Savina,—è in una casa di salute, dove si curano le malattie nervose; starà meglio che nel suo laboratorio pieno di pericoli. Già io avevo predetto tutto, ti ricordi?

Questo discorso venne interrotto dall'arrivo dei carabinieri, che avevano sentito lo scoppio ed erano venuti ad informarsi di quello che era accaduto.

La signora Arlandi spiegò ogni cosa a modo suo, e compiangeva Ugo, che, poveretto, s'era montato il capo colla sua scienza, tanto che erano stati costretti a mandarlo a curare fuori di casa.

V.

Il giorno che in casa Arlandi era avvenuto tutto quello scompiglio, la signorina Giulia s'era recata in città per fare delle spese. Se ne tornava appunto nell'ora del tramonto a piedi dalla stazione verso il villino, lieta delle spese, delle persone incontrate e colla speranza di aver la sera la compagnia di Ugo che le avrebbe narrato i progressi fatti in quella lunga giornata di lavoro.

Camminava lungo il viale con passo affrettato, colla mente piena di pensieri lieti e osservava i contadini che tornavano dal lavoro dei campi e si fermavano in crocchio a chiacchierare in modo insolito come se parlassero di qualche avvenimento importante.

—Che è accaduto?—chiese fermandosi davanti ad un gruppo di contadine presso le prime case del villaggio.

—Come! non sa nulla?

—Vengo or ora dalla città.

—Che disgrazia, signorina Giulia! Quel povero signor Arlandi!

—Ma in nome del Cielo spiegatevi,—disse la signorina facendosi pallida come una morta.—Che è accaduto?

—Uno scoppio nel laboratorio del professor Ugo. Avesse inteso, pareva una mina.

Giulia si sentiva mancare, ma ebbe la forza di chiedere con un filo di voce:

—Ci sono feriti?

Voleva quasi fuggire nel timore di udire una risposta terribile, di provare un fiero colpo al cuore.

—Pare che ci sia qualche ferito,—rispose una contadina.

—Chi, il professore?

—No, quel ragazzo che lo aiutava, il signor Ugo è partito.

—Come? Con chi?

—Non sappiamo, ma non si sgomenti, non sarà nulla di male.

Giulia non rimase ad ascoltare di più, e via di corsa andò verso casa Arlandi.

Andava come una pazza, il cuore le batteva forte forte, le pareva di soffocare e temeva di non aver forza di giungere alla meta; dovette chiamare a raccolta tutta la sua energia per non cadere esausta. La grande casa era là davanti a lei silenziosa, avvolta nell'ombra; per un momento ebbe l'illusione che non fosse accaduto nulla, tanto tutto le pareva tranquillo. Soltanto da un lato vide un mucchio di macerie e nella semioscurità di quell'ora potè distinguere una finestra del laboratorio mezza smantellata. Entrò in casa come una bomba e:

—Che è accaduto?—chiese a Savina che stava come al solito seduta accanto alla tavola con un lavoro in mano.

—Quello che doveva accadere,—rispose con calma la signora Arlandi.—È mancato poco che rovinasse la casa e noi fossimo sepolti sotto le macerie.

—E Ugo dov'è?

—Egli è in un posto tranquillo e sicuro, sta bene, meglio che nel suo laboratorio.

—Ma dov'è? Voglio saperlo,—ripetè la signorina con voce irritata.

—Non so, chiedilo a suo padre.

Giulia si rivolse al signor Carlo che entrava nella stanza con passo lento e col volto abbattuto.

—Ti prego,—gli disse,—dimmi dove è Ugo.

—Non lo so ancora. Ma so che sarà curato bene e mi basta. Che disgrazia,—soggiunse sospirando.

—È ferito? Perchè l'avete mandato via? Ditemi in nome del Cielo qualche cosa, non vedete quanto soffro?

—Vincenzo è ferito,—disse l'Arlandi,—Ugo ha perduto la testa dal colpo, l'ho mandato in un luogo dove sarà ben curato.

Giulia non capiva, guardò Savina e la vide tranquilla col lavoro in mano approvando col capo quello che avea detto il marito; ebbe come una visione, comprese tutto ed esclamò:

—Rinchiuso in una casa di salute! Ah, capisco, è un'infamia, e tu hai permesso questo?—disse prendendo Carlo per un braccio,—lui pazzo, con quella mente, con quel sapere? Ma chi si è prestato ad un simile delitto? Io non posso permettere.

—Ti prego di non alzar la voce e di non far scene,—disse Savina,—quello che ha fatto suo padre è a fin di bene e dietro il consiglio di persone saggie, se poi tu non ti calmi, correrai il rischio di andarlo a raggiungere.

—Se non riesco a liberarlo vi farò mettere in prigione. Non sapete che il sequestro di persona è punito dalle leggi? Vedrete, sarete puniti.

Sì dicendo uscì senza dir più nulla.

—Un'altra degna compagna di tuo figlio,—disse Savina.

—E se non avesse tutti i torti?—rispose Carlo.—Abbiamo fatto le cose troppo leggermente e senza riflettere; quasi me ne pento.

—Ora lasciati influenzare anche da quella ragazza emancipata, si sa, essa protegge il professore, simili con simili, se non ci fossi io in questa casa se ne vedrebbero di belle.

Giulia era andata a trovare Vincenzo che era a letto colla faccia tutta fasciata.

—Povero ragazzo,—gli disse,—spiegami come è avvenuto, tu che eri presente.

—Quanto è buona, signorina,—rispose,—sono stato io causa di tutto; il professore mi diceva sempre di badare a maneggiare i tubi pieni di gas che erano pericolosi, non so che cosa ho fatto, sono stato distratto, imprudente, ma non mi accadrà mai più.

—E come stai?

—Ho un po' di bruciore sulla faccia, mi hanno dato cinque punti, ma non è nulla, mi dispiace più di tutto per il professore, chissà se mi vorrà più al suo servizio!

—E dove è andato il tuo padrone?

—Non so, l'ha condotto via il dottore, ed era in uno stato! Non poteva parlare, faceva compassione, povero signore, e non sa che la colpa è stata mia.

—Ma tu non sei scoraggiato?—chiese Giulia,—vuoi continuare ancora ad aiutarlo?

—Ora più che mai, ho imparato a mie spese ad essere prudente e sono orgoglioso della mia ferita, mi par d'essere un martire della scienza.

—Bravo Vincenzo, questi sentimenti ti onorano e il tuo padrone non ti abbandonerà.

Salutò il ragazzo e andò dal dottore dimenticando che il pranzo e i suoi domestici l'aspettavano al villino, ma nemmeno dal dottore potè riuscire a sapere qualche cosa di positivo.

Ugo era stato condotto in una casa di salute perchè aveva bisogno di cure, ma non volle dir di più trincerandosi sotto l'egida del segreto professionale.

Così Giulia se ne andò al villino affranta dalla stanchezza, amareggiata e senza voglia di mettersi a tavola. Non si sapeva dar pace di quello che era accaduto, andava colla mente escogitando mille mezzi per liberare il nipote, ma pareva che tutto congiurasse contro di lui.

Doveva proprio avvenire quello scoppio, per dar buon gioco alla matrigna che avrebbe voluto veder morto il professore affinchè il suo proprio figlio fosse ricco e potesse trionfare. E quel babbuino di Carlo che si lasciava infinocchiare dalla moglie e s'era lasciato persuadere a rinchiudere quel figliuolo pieno d'ingegno, come se fosse un pazzo! Quando pensava a tutto quello che era avvenuto durante la sua breve assenza le pareva proprio d'impazzire. Voleva a tutti i costi liberare il nipote, ma come poteva fare una donna, sola, contro tanta malvagità? Si trovava impotente e si sentiva invadere dallo scoraggiamento.

Quella notte non potè chiuder occhio ma il suo cervello lavorava continuamente e pensando a quello che le convenisse di fare per ottenere il suo scopo.

Era decisa di riuscire; soltanto, per non perdere il tempo e l'energia in vane divagazioni, prima di tutto dovea far in modo di conoscere il luogo dove il professore era stato rinchiuso; ma come riuscire? La congiura del silenzio s'era fatta intorno a lei; nella solitudine del suo spirito si trovava impotente ad agire, ma sperava in qualche aiuto imprevisto, perchè non era possibile che una simile ingiustizia potesse trionfare.

VI.

Nell'impossibilità di poter adoperarsi a vantaggio del nipote ignorando il luogo dove era stato condotto, Giulia sentiva almeno il bisogno di raccontare a tutti l'atto odioso dei signori Arlandi, e girava per il paese procurando di vedere i conoscenti per parlare di ciò che le stava a cuore. Se non avesse potuto sfogare in qualche modo la sua ira, avrebbe fatto certo una malattia. Andò dal sindaco sperando aiuto, ma egli crollò il capo e non le diede retta, aveva troppo da fare e non poteva pensare agli altri. Poi si rivolse al maestro di scuola, che era una persona ragionevole e le era amico sincero, ma la consigliò di non scalmanarsi troppo e di starsene tranquilla, che le cose si sarebbero poi accomodate secondo il suo desiderio.

—Vuole,—le disse,—un consiglio da amico? Non si agiti, farà peggio; hanno sparso la voce che la pazzia è un male di famiglia e se s'infiamma troppo avrà qualche dispiacere anche lei.

Capiva che quell'osservazione era giusta ma non poteva rimanere inoperosa, finchè avea l'illusione di far qualche cosa, il tempo le passava, altrimenti si agitava come se avesse la febbre. Tentò di vedere il cognato e colle belle maniere fargli dire dove fosse il figlio, ma egli era muto come un pesce e per non lasciarsi sfuggire qualche parola rivelatrice, la evitava; avea troppo timore delle ire della moglie.

La povera Giulia non sapeva più a che santo votarsi, in paese ormai non si occupavano che degli avvenimenti di casa Arlandi, ognuno volea dire la sua, nessuno riusciva a sapere dove fosse ricoverato il professore Ugo, e parlando della signorina Giulia, dicevano che se non poteva liberare il nipote avrebbe finito col diventar pazza anche lei.