Part 6
—Ma sai che è pazzo davvero quel tuo figliuolo!... tutto quel peso lassù, ti pare? cadrà la vôlta.
—Via, non c'è pericolo, la casa ha solide fondamenta; ma tu che fai, Mario?—disse rivolto ad un ragazzo di undici anni, che era entrato improvvisamente nel cortile e si era impadronito d'un mucchio di quelle belle pietre variopinte e si preparava ad adoperarle per i suoi giuochi.
—Faccio un castello per divertirmi,—disse il ragazzo,—vedi? uno scoglio alto alto, e poi, su, una torre ancora più alta.
—Lascia quella roba che non è per te,—gli disse il padre dandogli uno scappellotto.
—Poverino, ha più ragione di Ugo che compra delle pietre per nulla; almeno Mario si diverte.
—Non deve toccare la roba degli altri,—soggiunse impazientito il signor Carlo.
Quella scena coniugale sarebbe certo terminata in litigio, se in quel punto non fosse entrata dal cancello una donna ancor giovane, d'aspetto simpatico, colla faccia illuminata da un sorriso buono, tenendo una lettera aperta in mano.
—Sapete,—disse,—Ugo arriva questa sera, mi raccomanda il suo minerale, ha dovuto raccoglierlo con gran fatica e pagarlo caro.
—Bene spesi quei denari,—disse la signora Savina.
—Pare sulla via d'una grande scoperta,—soggiunse la signorina, continuando il suo discorso.
—Ecco un'altra allucinata,—borbottò Savina rivolta al marito,—tutti e due della medesima razza.
La giovane finse di non udire quelle parole e, vedendo Mario che continuava a trastullarsi colle pietre, si rivolse all'Arlandi e gli disse:
—Ma, Carlo, perchè permetti a tuo figlio di sciupare quel minerale? Sai bene a che alto scopo deve servire, e poi ha molto valore, lo ha scritto Ugo.
Il signor Carlo andò tosto verso il figlio, lo prese per un braccio, e:
—Via,—gli disse colla voce irritata,—va' a giuocare in giardino, ubbidisci, hai capito?
Il fanciullo si mise a strillare come se l'avessero bastonato, e la signora Savina lo condusse fuori del cortile, dando un'occhiata feroce al marito e alla signorina Giulia, che, come sorella della prima moglie dell'Arlandi, era venuta ad intromettersi nelle loro faccende domestiche.
Giulia crollò il capo in atto compassionevole e disse al cognato:
—Quanto ti compiango! e come devi soffrire nell'assistere al dissidio che continua sempre fra tua moglie e il figlio della mia povera sorella; eppure Ugo è così buono, intelligente e fa onore alla nostra famiglia.
—Tu hai un debole per quel figliuolo,—disse il signor Carlo,—e vai all'esagerazione; non nego che sia studioso, ma finora ha lavorato come un bue, si è sciupato la salute, ha speso una quantità di denaro, e non ha dato nessun risultato. Mia moglie non ha tutto il torto, è un po' provinciale e certe cose non riesce a comprenderle, ma non mi pare che Ugo sia del tutto equilibrato.
—Voi non capite nulla nè l'uno nè l'altra,—disse Giulia.—Sapete che cosa devo dirvi? Che sono sola a comprendere quel figliuolo, e invidio quel suo amore alla scienza, quella sua costanza nel desiderio di riuscire, che se lo lascerete in pace gli apporterà gloria, quattrini e vi farà onore.
—E se non riuscisse a far nulla?—disse il signor Arlandi.
—Non è possibile, ogni fatica deve avere la sua ricompensa; in ogni caso non fa male a nessuno, mia sorella lo ha lasciato ricco e può spendere il suo denaro come gli piace; preferireste che lo spendesse al giuoco o in gozzoviglie? No certo; dunque dà retta a me, guarda le cose come sono e non lasciarti suggestionare da tua moglie, che per lui è una vera matrigna, specialmente dopo la nascita di Mario; ma tu devi proteggerlo, difenderlo, il tuo Ugo, almeno per la memoria della povera Ada che ti ha reso tanto felice.... Via, non commuoverti, ora, cerca di far mettere a posto quel minerale; io vado a casa perchè, se Savina ritorna, non posso tacere.... Verrò questa sera quando arriva Ugo.
Appena Giulia si fu allontanata, il signor Carlo diede ordini ai suoi uomini di portare il minerale nel laboratorio del figlio, che occupava tutta l'ala destra della casa, e stette assorto ripensando alla sua vita passata. Dovea confessare a sè stesso che i più begli anni erano stati quelli che avea vissuto colla prima moglie.
In quel momento, mentre collo sguardo seguiva gli uomini che salivano le scale carichi di minerale, egli ripensava a quei tempi, che gli sembravano tanto lontani ed erano passati per sempre. Egli rivedeva la sua dolce Ada, più mite e timida della sorella, colla faccia da madonnina, che quando la rievocava colla mente ancora gli si inumidivano gli occhi, rivedeva Giulia ch'era allora una bimba e gli riempiva la casa di allegre risate, e si divertiva a far giuocare il piccolo Ugo, minore di lei di pochi anni, che come un raggio luminoso era venuto a rallegrargli l'esistenza.
Giulia era orgogliosa d'essere la zia di quel bimbo roseo e paffuto, dagli occhietti vispi e intelligenti. Essa abitava, col padre, il villino Giulia, diviso dalla casa grande, villa Ada, soltanto da un filare di ippocastani, ma ai tempi del suo primo matrimonio formavano quasi una sola famiglia ed erano sempre uniti ed in adorazione del bimbo.
Quel tempo felice era durato dieci anni.
Poi vennero i giorni tristi.
Ada fu colta da una malattia che i medici non riuscirono a diagnosticare, ed egli ebbe lo strazio di vederla deperire tutti i giorni, finchè reclinò il capo stanco sulle sue spalle, come un povero fiore avvizzito, ed esalò l'ultimo respiro senza ch'egli potesse fare nulla per tenerla in vita. Poi passò un lungo tempo accasciato, colla mente senza pensieri, vivendo quasi in un sogno, facendosi forza per amore del suo Ugo, poi anche il suocero si ammalò e Giulia, per dedicarsi al padre, lo lasciò nell'isolamento.
Ne approfittò la signora Savina che abitava in paese ed era irritata di veder passare gli anni senza trovar marito. Incominciò a frequentare la casa dell'Arlandi, ad esser prodiga di parole di conforto per lui, di premure e carezze per il bambino, e a poco a poco cercò di rendersi utile, quasi necessaria, con modi graziosi, insinuanti, come sapeva fare quando volea raggiungere uno scopo prefisso, ed egli quasi senza accorgersene s'era lasciato soggiogare da quella donna, al punto che, persuaso di non poter vivere nell'isolamento tutta la vita, che in casa era necessaria una persona che s'occupasse delle faccende domestiche e badasse al bambino, si decise a sposarla. S'accorse subito dello sbaglio fatto quando, divenuta signora e padrona, Savina si mostrò sotto il vero aspetto di donna imperiosa e senza cuore. Incominciò subito a tormentare con rimproveri ingiustificati il povero Ugo, al punto che l'Arlandi per aver pace fu costretto a metterlo in collegio. Terminati gli studî, il figlio ritornò a casa timido, modesto, tutto dedito alla scienza; ma la matrigna, che intanto aveva avuto un figlio, Mario, e non vedeva che per i suoi occhi, divenne per lui più acre e più ingiusta, il che dava origine continuamente a nuove questioni e la quiete era scomparsa dalla sua casa.
A questo pensava il signor Carlo, egli che tutto avrebbe sagrificato per amore della pace e adorava Ugo che gli rammentava la sua dolce Ada, e desiderava rivederlo dopo la sua assenza; ma nello stesso tempo temeva che l'arrivo del figlio fosse causa di nuovi litigi ed inquietudini. Aveva in animo di proteggerlo e difenderlo dall'ingiustizia della moglie, si proponeva di uscire dalla sua apatia e far sentire la sua voce autorevole, ma quando vedeva davanti a sè Savina, coll'aspetto altero e la faccia arcigna, non osava più dir nulla, oppure parlava timidamente, a bassa voce, nel timore di esacerbarla, come uno scolaretto che teme le ire del professore.
E in quel momento, quando dopo aver ricondotto Mario, la vide davanti a sè, ritta, colla faccia accesa e lo sguardo tagliente come una lama, non seppe dirle nulla e guardò verso la strada bianca fuori dal cancello come assorto ad osservare gli uomini che avevano portato il minerale e s'avviavano verso la stazione.
Fu la signora Savina che incominciò a parlare, e:
—Povero bambino,—disse,—se non ci fossi io a proteggerlo, lo faresti morire di noia.... Nemmeno giuocare gli si permette alla sua età.
—Non c'è bisogno di toccare quello che non gli appartiene, può ben giuocare coi suoi giuocattoli; ne ha tanti!
—Dio mio! Quanto chiasso per un po' di sassi.
—Ma sono di valore; poi Ugo gli ha comprati per i suoi studî ed ha diritto di ritrovarli, quando arriva.
—Ben spesi quei denari,—mormorò la signora.
—Meglio spenderli per la scienza che in gozzoviglie,—disse il signor Carlo, ripetendo una frase della cognata.
—Per conto mio, preferirei che spendesse il suo denaro per divertirsi; sarebbero cose più adatte alla sua età, invece quelle sono pazzie, e finirà per recare lo scompiglio nella nostra casa tranquilla. Perchè non l'hai lasciato andar ad abitare dalla zia Giulia?
—Perchè un figlio deve stare col padre, e poi questa è casa sua.
—È vero; lui è ricco e noi finiremo nella miseria, quando gli avrai lasciato sprecare la fortuna colle sue meravigliose invenzioni.
—Basta!—disse l'Arlandi un po' irritato,—non voglio che tu dica male di Ugo, hai capito? Pensa piuttosto a fargli mettere in ordine le stanze e a dire a Vincenzo di andar questa sera alla stazione a mettersi agli ordini del suo padrone.
Savina non fiatò più; non era abituata a veder il marito assumere quell'aria di comando e rimase sorpresa, e pensava di star zitta per poi ritornare alla carica in un momento più opportuno.
Le dava anche noia doversi privare dei servigi di Vincenzo, che Ugo avea scelto come assistente e nello stesso tempo come suo domestico particolare, avendolo trovato un ragazzo intelligente che s'interessava alle sue scoperte e lo aiutava con amore. Essa però si mostrò premurosa di dar ordini, affinchè Ugo trovasse al suo arrivo ogni cosa al suo posto, e per rabbonire il marito disse:
—Infine Ugo non dà noia a nessuno; basta che non si lasci montare il capo da quella pazza di sua zia; non sai che si è fitta in mente di dividere le rendite delle sue terre coi contadini che le coltivano e, dopo qualche anno, lasciargliele in proprietà?
—Sono idee socialiste, ma delle sue terre può fare quello che vuole; sono cose che non mi riguardano.
—Ma, è l'esempio per i nostri?
—Lascia fare,—disse il signor Arlandi,—non occupiamoci degli affari altrui, pensiamo piuttosto a ricevere degnamente il nostro Ugo; mi raccomando che il laboratorio sia in ordine, perchè è impaziente di riprendere i suoi esperimenti.
Sì dicendo, entrò in casa non volendo continuare un discorso che lo turbava; e la signora Savina lo seguì collo sguardo, crollando il capo e cantarellando a bassa voce.
—Sono una razza di squilibrati, di pazzi! Basta, speriamo che Mario abbia giudizio per tutti e che finisca per esser lui il padrone.
II.
Il villino di Giulia era allegro, civettuolo, tutto inghirlandato di rose e circondato da un giardino non molto grande, ma pieno di ombra e di fiori.
Giulia, dopo la morte del padre, rimasta assoluta padrona di quella villa, ne avea fatto oggetto di tutte le sue cure, e si compiaceva di renderla sempre più comoda e bella. L'idea dell'arrivo del nipote la rendeva irrequieta e girava su e giù pel giardino, cogliendo fiori che poi collocava nei vasi di cristallo lunghi e stretti secondo il nuovo stile; ora entrava portando i vasi pieni di fiori, ora usciva per coglierne di nuovi, ora si fermava pensosa a guardare la strada.
L'aspettazione le dava un eccitamento piacevole che le impediva di star ferma e di dedicarsi alle consuete occupazioni. Le piaceva occuparsi continuamente per non pensare al passato pieno di tristi ricordi.
—Il mio passato è un cimitero,—soleva dire,—non vedo che tombe.
Infatti, ancora bambina, aveva perduta la madre, poi Ada, la sorella diletta che ne avea fatto le veci, poi il padre e il fidanzato, un giovane capitano caduto sul campo d'Adua. Questo fu pel suo cuore un colpo tanto crudele, da non poter più darsene pace, in modo che rifiutò tutti i partiti che le si presentarono. Di carattere fermo e risoluto, voleva serbare la fede e l'amore al di là della tomba e decise di combattere sola le battaglie della vita.
Non si era lasciata abbattere dalla sventura e pensò di popolare la sua solitudine di opere buone e di crearsi una tal quantità di occupazioni per non lasciare tempo ai tristi pensieri di prendere il sopravvento.
Erede di una metà dei vasti possedimenti del padre, aveva alla sua dipendenza una quantità di coloni e si era proposta di adoperare il suo ingegno e le sue ricchezze per renderli contenti. Studiava il modo migliore di aiutarli, adoperava le sue rendite a fabbricare per loro case sane e pulite, non badava a spese per migliorare le terre, affinchè potessero dare un raccolto copioso, visitava i casolari, prodiga di denaro e consigli salutari, soccorreva gli ammalati, spronava allo studio e al lavoro i neghittosi, e già studiava il modo di rialzare le sorti dei lavoratori dei campi, togliendoli dalla loro miseria per avviarli ad un migliore avvenire. Questo era uno dei suoi ideali: l'altro era quello di proteggere il nipote che amava come un figlio e riguardava come un retaggio lasciatole dalla sorella.
Era attratta ad amarlo anche dalla propria inclinazione, ne condivideva le idee, prendeva interesse ai di lui studî e si sentiva della stessa stirpe.
Avea qualche anno più del nipote, ma appariva più giovine in grazia della vivacità del suo spirito e della sveltezza dei movimenti, ed Ugo invece, per la vita dedicata allo studio, col volto serio e pensoso, sembrava più vecchio di quello che fosse realmente. In ogni modo era per Giulia come un compagno della stessa età e un amico col quale si può discorrere liberamente a cuore aperto; le pareva impossibile che un bimbo, che aveva veduto giocherellare per la campagna, si fosse mutato in breve tempo in un giovane serio, simpatico, che si andava acquistando un bel posto fra gli uomini dedicati alla scienza.
Essa lo avrebbe voluto sempre al villino, ma egli non voleva abbandonare il padre, nè villa Ada, dove si era fatto il suo laboratorio e dove aveva i ricordi d'infanzia. Però, quando sentiva il bisogno d'un po' d'affetto e di simpatia, correva al villino Giulia, nella casa allegra e piena di sole, dove si sentiva come riscaldato da un affetto sincero e dove il sorriso della zia lo incoraggiava alle confidenze e lo agguerriva per le battaglie della vita; ed egli le apriva l'animo suo, le narrava le sue speranze e le sue aspirazioni; ed essa stava in ammirazione ad ascoltarlo e si riprometteva di aiutarlo, se avesse trovato degli ostacoli a impedirgli di percorrere il suo cammino luminoso.
Pensando alle ore che le avrebbe dedicate, vere oasi della sua vita solitaria, cercava di render gaio il salottino arredato semplicemente con mobili di stile moderno, dalle linee corrette, severe e non tormentate da curve bizzarre. Erano di tinta verde‑chiaro, in gruppi di sedili e tavolini disposti sapientemente che invitavano al raccoglimento e alle intime conversazioni, e sui tavolini e sulle mensole erano disposti artisticamente vasi con bellissimi fiori, libri legati, giornali, riviste, e in un angolo una cesta piena di lavori femminili. Si compiaceva quando Ugo le lodava la disposizione dei mobili e, sdraiandosi sulle poltrone comode e soffici, diceva:
—Come si sta bene in questa pace! Come si riposa in questa casa amica e ospitale!
Essa pensava che, dopo tanti mesi di assenza, Ugo ritornava finalmente e sarebbe stata ancora orgogliosa di sentire ripetere quelle parole. Nella sua impazienza, le ore quel giorno le sembravano eterne; avea tentato di prendere in mano un lavoro, ma non poteva far nulla; prese un libro, ma il suo pensiero andava lontano, in uno scompartimento ferroviario che s'avanzava a tutto vapore verso la campagna lombarda; ogni tanto guardava l'orologio e contava le ore e i minuti che mancavano all'arrivo del treno.
Per passare il tempo, si fece portare il pranzo, e così passò una mezz'ora; poi andò a ravviarsi i capelli e ad aggiungere qualche fronzolo al suo semplice vestito di lana; e finalmente si coperse le spalle con una mantellina e si avviò verso villa Ada, il palazzo, come lo chiamavano i contadini, perchè era grande, maestoso, formato da un corpo centrale e due ali ai lati che sporgevano come due braccia verso il cancello che chiudeva l'ampio cortile, un vero casolare di campagna; e lo chiamavano così, per distinguerlo dal villino elegante di Giulia.
Quando la fanciulla fu davanti al cancello, la carrozza di casa Arlandi usciva per andare alla stazione; essa s'arrestò incerta se dovesse andare incontro al nipote, poi pensò che la signora Savina forse ci avrebbe trovato da ridire ed entrò in casa.
Una lampada pendeva dalla vôlta e illuminava la tavola, in una vasta sala piena di ombre. Intorno alla tavola, il signor Carlo leggeva un giornale, Mario con una matita in mano riempiva di geroglifici un volume illustrato. La signora Savina, con una cesta da lavoro accanto, con tanto d'occhiali sul naso, accomodava una giacchetta del figlio. Da brava donna di casa, aveva in mano continuamente un lavoro utile, che quasi sempre faceva terminare dalla cameriera.
Quando entrò Giulia, alzò gli occhi dal lavoro, e disse:
—Brava, in tempo per accogliere il figliuol prodigo.
Quella sera voleva essere amabile, ma si capiva che faceva uno sforzo.
—Buona sera, Carlo,—disse Giulia al cognato,—pare che quel giornale sia molto interessante.
—Leggo per passare il tempo, quantunque non vi sia nulla di nuovo: ma presto Ugo dovrebbe esser qui,—disse guardando l'orologio,—basta che non ci sia qualche ritardo.
—Con queste ferrovie non si è mai sicuri,—disse sentenziando la signora Savina.
Giulia fremeva nel veder Mario che continuava a riempire di sgorbi il volume illustrato, ma non osava dir nulla per non interrompere la pace che sembrava regnare in quel momento in casa Arlandi. Fu il signor Carlo che, data un'occhiata al figliuolo, gli disse:
—Ma che cosa fai, piccolo vandalo? Perchè sciupi quel volume? Puoi ben prendere un pezzo di carta per i tuoi disegni.
—Questo, sai, diverte di più, ci sono le figure e fingo d'averle fatte io.
—Zitti,—disse Giulia,—una carrozza, è lui certo.
Il signor Carlo fece per alzarsi, ma la signora Savina non lo lasciò uscire dalla stanza dicendo che avrebbe potuto prender freddo.
Intanto la carrozza s'era fermata e in un minuto Ugo era fra le braccia del padre.
Era un giovane alto, pallido, snello, colla fronte alta e il volto serio, illuminato da due occhi pensosi.
Quando vide Giulia, le andò incontro colle braccia aperte e la faccia sorridente, poi stese la mano a Savina, che fu molto amabile, come non si sarebbe aspettato. Volle che mangiasse qualche cosa di caldo per ristorarsi e gli fece un caffè forte come piaceva a lui.
Mario gli chiese se poteva regalargli qualcuno di quei sassi belli e lucenti arrivati la mattina, ma Ugo invece aperse la sacca da viaggio, tolse un automobile che montando una molla correva per la stanza con una velocità vertiginosa, lo regalò a Mario e per un momento formò la consolazione di quel bimbo irrequieto.
Ugo s'informò appunto del suo minerale, se era stato messo a posto bene, poi raccontò i suoi viaggi, i suoi studî e parlò d'una scoperta che avrebbe portato la rivoluzione nel mondo.
È vero che molti scienziati francesi se ne occupavano, ma sperava di arrivare prima di tutti e perciò calcolava di mettersi subito al lavoro.
Raccontò d'esser andato sotterra nelle miniere, d'aver visitato grotte profonde e inesplorate, la sua gioia quando poteva trovare un minerale sconosciuto e i tentativi per andare negli abissi più profondi, là dove egli credeva dover esservi l'anima del mondo.
—Perchè non possiamo vivere nelle profondità della terra?—diceva,—perchè vi è una temperatura che ci soffoca ed opprime?
Affermava che il mondo era come un organismo che si mutava e trasformava continuamente, tanto nell'interno come sulla superficie.
Egli avea sentito delle vibrazioni partire dagli abissi profondi e propagarsi per la terra come fremiti ignoti; anche sotterra c'era vita e movimento, le tenebre venivano interrotte da fosforescenze abbaglianti e nel centro della terra c'era non solo il fuoco che squarcia le viscere dei vulcani, ma numerose scintille sparse nei minerali ch'egli volea decomporre e ridurre agli elementi primitivi; avrebbe scoperto quantità infinitesime di nuovi elementi sfuggiti alle masse che dovevano trovarsi nel centro del mondo ed esserne la vita e il calore.
—I popoli primitivi—disse—popolarono di tesori, guardati da esseri fantastici, le grotte e le caverne; noi vi troviamo altre ragioni di vita che forse getteranno nuova luce su fatti che ci sembrano avvolti nel mistero e, invece di gnomi e genietti fantastici, troveremo altri tesori più veri e reali.
—Ah, bello!—interruppe Mario che era già annoiato dell'automobile,—pare un racconto di fate!
—Vedete come è intelligente?—disse la signora Savina, contenta d'interrompere il discorso eloquente di Ugo che l'annoiava.
Quelle parole furono come una doccia pel giovane scienziato, che ammutolì un momento, poi disse, cambiando tono:
—Vi ho forse annoiato, ma quando mi lascio andare ai miei discorsi preferiti non ho misura; continuerò un'altra volta, ora sono stanco ed ho bisogno di riposo.
—Ed io me ne vado,—disse Giulia alzandosi e avviandosi verso l'uscio.
—Ti accompagno, ho bisogno di prendere una boccata d'aria,—disse Ugo,—poi ritorno e me ne vado a letto.
Di fuori la notte era calma, e la luna nuova risplendeva nella vôlta cupa del cielo.
Giulia ed Ugo si fermarono sulla soglia a contemplare la campagna silenziosa.
—Che bella pace!—disse Ugo.
—Raccontami ancora, svelami i segreti della natura, tu che hai studiato e sai tante cose,—disse la fanciulla supplicando.
—No, ora non posso più, domani, un altro giorno; non profaniamo questo silenzio che ci avvolge come in una carezza e calma il nostro spirito.
E silenziosi s'avviarono lungo il viale d'ippocastani, sentendosi uniti in quella notte calma e stellata come da un fluido di simpatia e come se gli stessi pensieri irrompessero nel loro cervello.
Sostarono davanti al villino.
—Vieni domani a colazione?—chiese Giulia.
—A colazione no, non posso,—rispose il professore,—devo mettere in ordine il laboratorio, verrò la sera;... è sempre allegro il villino? Non hai mutato nulla nel salotto?
—È sempre uguale.
—Sono contento, mi fa piacere rivedere le cose famigliari al loro posto, come le ho lasciate e come le penso quando sono lontano. Buona notte, Giulia,—e sì dicendo le porse la mano.
—E perchè non mi chiami zia?—gli chiese la signorina.
—Non mi par giusto, abbiamo quasi la stessa età, penso a te come ad una sorella, e mi pare che tu sia sola a comprendermi.... Il babbo è tanto mutato.
—Quella donna lo ha stregato, è una vipera.
—È stata molto gentile con me, forse non è cattiva, ma non è la mia mamma e mi dispiace vederla a quel posto. Sarà colpa mia se non so farmi amare.
—Sei troppo buono,—disse Giulia entrando in casa, e salutandolo,—a domani.
Ugo rifece la strada contento al pensiero di poter nella quiete della campagna e della casa dove era nato ricominciare le sue esperienze scientifiche, sapendo di avere là accanto una dolce amica, una confidente, nella sorella della madre.
—Ecco,—pensava, guardando la grande casa che si avvicinava come una massa nera in mezzo alle piante;—là il lavoro e qui al villino il riposo.
E per un istante ebbe l'illusione di esser felice.
III.
Il laboratorio di Ugo Arlandi occupava all'ultimo piano un'ala della casa. Era una stanza chiara, spaziosa, illuminata da quattro grandi finestre che s'aprivano sull'aperta campagna e formavano quasi una parete trasparente, luminosa.
Accanto alla parete di fronte alla porta d'ingresso, c'era un forno con un'immensa caldaia, poi una tavola sulla quale stavano sempre accatastate vaschette, ampolle di tutte le forme e dimensioni, tazze quadrate, cannelli di vetro, filtri e bilance di precisione.