Part 4
L'oste rabbonito dal ricco dono promise ogni cosa, e Lodovico e Valentina uscirono e s'avviarono verso casa, colla testa piena d'idee che si confondevano, si accavallavano nel cervello e un bisogno di espandersi e di parlare e dar sfogo al cumulo di pensieri da cui erano oppressi.
VI.
Il salotto della zia Teresa non era mai stato così animato come in quella sera in cui gli Arcelli erano infervorati a raccontare le impressioni della giornata e la lugubre scoperta.
Tutti insieme cercarono di ricostruire il dramma che si era svolto nella vecchia casa. Non dubitarono che i due scheletri avessero appartenuto alla piccola Elisa ed a qualche suo innamorato.
Certo il marito, tornato a casa dopo una lunga assenza, forse irritato di non esser riuscito nella sua missione patriottica e col cuore d'italiano ferito vedendo che gli avvenimenti non erano favorevoli, trovando la moglie in stretto colloquio con uno dei giovani che egli aveva mandato dal Veneto, acciecato dall'ira, li aveva uccisi entrambi e poscia nascosti nel sotterraneo che serviva di ripostiglio alle carte politiche e compromettenti.
La zia Teresa aggiungeva delle notizie preziose che mostravano la verità del fatto. Essa era entrata per la prima in casa del fratello dopo la partenza di lui; dal disordine trovato, da alcune macchie di sangue sul terreno, dalla scomparsa dei due giovani e dalla fuga del fratello, aveva intuito la verità; ma per non accusare nessuno, l'aveva tenuta sepolta nel cuore, come il sotterraneo aveva tenuto nascosti i cadaveri: ora non c'era più dubbio, doveva essere accaduto precisamente come pensavano; ma quello che imbarazzava la zia Teresa era che Lodovico avesse scoperto quel segreto custodito con tanta cura.
Egli allora raccontò il male che fino dall'infanzia l'aveva travagliato, e come la sua medichessa, Valentina, con una divinazione quasi soprannaturale, fosse riuscita a colpire nel segno.
—E vedete,—soggiunse tutto pieno d'entusiasmo per la giovane sposa,—i migliori medici avevano sbagliato, nessuno aveva trovato l'origine del mio male; ci voleva una medichessa per veder giusto, e poi ci sono ancora quelli che vorrebbero tener la donna rinchiusa fra le domestiche pareti, quando può adoperare l'intelligenza con tanto vantaggio dell'umanità! Anch'io, vedete, forse per atavismo, nel vedere il sesso gentile invadere il nostro campo, ero contrario alla donna indipendente; ma mi sono ricreduto; non so se essa potrà riuscire in ogni scienza, ma nella medicina potrà raggiungere delle altezze inesplorate; è una scienza nella quale ci vuole una specie di divinazione, e la donna la possiede meglio di noi, sicchè può far molto bene. Valentina ha questa qualità in sommo grado, e ne ho avuto la prova, sicchè io spero che vorrà esercitare la sua professione per il bene dell'umanità.
Valentina era orgogliosa della stima e degli elogi del marito ma crollò il capo e disse:
—Per ora regnano ancora i vecchi pregiudizi; non potrei esercitare la mia professione per mancanza di clienti!
—Ma ci sono i poveri e quelli che hanno perduta la fede nel loro medico e amano le cose nuove, poi, quando sapranno il mio caso ch'io proclamerò al mondo intero, vedrai....
—In ogni modo verrà pubblicato questo fatto che prova una delle mie teorie,—disse Valentina,—è un trionfo per me, che chiamavano romanziera della scienza; sarà sempre un documento storico; soltanto non basta trovare una malattia, bisogna guarirla e ancora non possiamo cantar vittoria.
—Tu sei più incontentabile di me,—disse Lodovico.—Ero talmente avvilito del mio male incomprensibile, che soltanto l'idea che ne conosco l'origine e che io espio una colpa del nonno mi fa più tranquillo.
—Ma e come può aver conosciuto un fatto accaduto molti anni prima della sua nascita?—chiese Giulia.
—È questa la prova della mia teoria,—disse Valentina,—i centri cerebrali impressionati da un fatto atavico. Egli non vide nè seppe nulla, ma sua madre bimba di quattro anni è stata testimone inconsapevole della scena, che non poteva comprendere, ma che s'è infissa nel cervello infantile incancellabilmente e forse sarà stata un'ossessione per tutta la sua esistenza; quell'immagine l'ha trasmessa nel cervello del figlio, dove non si sa in che modo si è mutata in incubo opprimente.
—Quante cose sapete,—disse la zia Teresa.—Se poteste guarirmi!
—Tenteremo un po' d'elettricità,—rispose Valentina,—insegnerò a Giulia a dare la corrente e potrà portare un po' di calore e di vita alle membra intorpidite: ciò vi recherà certo qualche sollievo.
Poi parlarono del passato e del modo di ottenere il permesso per poter dare sepoltura alle ossa dissepolte. Giulia aveva molte conoscenze fra gl'impiegati del municipio e se ne sarebbe incaricata con tutto il piacere per essere utile ai cugini pei quali incominciava a sentire un po' di simpatia.
Con quei discorsi era già passata l'ora in cui la zia Teresa soleva coricarsi, e Valentina si alzò per salire al suo appartamento affinchè la vecchia potesse riposare.
Data la buona notte, raggiunsero le loro stanze, ma non avevano voglia di dormire; erano troppo eccitati dagli avvenimenti della giornata e avevano la mente infiammata e rigurgitante di pensieri e d'imagini.
Apersero la finestra e uscirono sul balcone per respirare l'aria fresca della notte.
La piazza era deserta e silenziosa; la colonna col leone di San Marco e Madonna Verona e il capitello veneziano s'ergevano in mezzo all'ombra come fantasmi. La luna presso al tramonto mandava una luce diafana e pallida, rischiarando un angolo della piazza.
Nessun essere vivente rompeva quel silenzio solenne. La città vetusta era immersa in un sonno tranquillo.
Valentina e Lodovico godevano quella tranquillità, riposavano da una giornata piena di avvenimenti e respiravano con voluttà l'aria fresca che pioveva come una carezza sulla loro faccia infocata.
Parlavano del solito argomento di quella giornata memorabile e della tomba che dovevano erigere alle vittime della tragedia passata. Essi decisero per una semplice arca di marmo che racchiudesse tutti e due gli scheletri e sopra scolpire semplicemente il verso: _Amor condusse noi ad una morte_, senza nome e senz'altra indicazione.
Forse avrebbe colpito l'imaginazione di qualche anima innamorata e sarebbero venuti a visitare la tomba misteriosa come ad un pellegrinaggio o come andavano a quella di Giulietta. Poi trovavano che come le frutta della terra, l'amore in quella città doveva essere più intenso; anche a loro pareva di amarsi meglio là in quella quiete, in quella piazza addormentata, vedendo disegnarsi nell'ombra la casa dei Capuleti. Si tenevano abbracciati come se fossero nel primo giorno del matrimonio e parlavano incessantemente facendo progetti per l'avvenire.
Dovevano tutti e due lavorare con tutte le loro energie per inalzarsi sopra la moltitudine, lasciare una traccia luminosa nella scienza ed essere degni l'uno dell'altro. Egli avrebbe voluto coll'elettricità tramutare la faccia del mondo, e lei colla scienza sollevare l'umanità sofferente. Egli confessava che il suo per Valentina non era soltanto amore, ma ammirazione, dopo che essa era stata tanto chiaroveggente; gli pareva d'aver accanto un essere superiore e n'era orgoglioso e avrebbe voluto che tutti s'inchinassero ad adorare la sua Valentina.
Erano in quello stato estatico che fa dimentichi di tutto e di tutti; furono scossi da un rintocco che partì dall'orologio della torre dei Lamberti e si sparse nel silenzio della notte come una sfida; tacquero, trattennero il fiato per contar l'ora.
Uno, due, tre, quattro.
I due giovani si guardarono in faccia esterrefatti. Un solo pensiero attraversò il loro cervello. Erano proprio le quattro, l'orologio dovette ribattere i rintocchi perchè ne fossero persuasi. Già da due ore l'ora fatale era passata e Lodovico per la prima volta non aveva avuto la crisi del male.
Non trovarono la voce per esprimere il loro pensiero, tanta era la commozione che provavano nell'anima; ma si gettarono nelle braccia l'uno dell'altro colle lagrime agli occhi.
La malattia era vinta inaspettatamente, la sorpresa era stata troppo imprevista e la gioia tanto grande che quasi la sua intensità diventava una sofferenza. Quando potè parlare, Lodovico chiese a Valentina:
—E sarà vinta per sempre? Tu che sai tutto, dimmi che cosa succede dentro di me.
—Quello che speravo, che la scienza mi suggeriva, ma, sai bene, in tutte le cose recondite che avvengono nel nostro organismo c'è la parte misteriosa, imprevista, e perciò non è così certo l'esito come quello dei vostri calcoli matematici. Una piccola parte del tuo cervello era piena della tragedia degli avi, e ad una cert'ora quell'imagine prendeva il sopravvento, e scoppiava come una bomba al contatto colla miccia infocata; oggi tutto il tuo cervello è stato riempito da quelle imagini, ed è avvenuto l'equilibrio; un masso compatto schiaccia, diviso in piccoli frammenti riesce leggero; ora non c'è alcuna ragione per cui il tuo male si rinnovi; è svelato il mistero e più non esiste.
—È vero,—così deve essere,—rispose Lodovico,—mi sento mutato, mi pare che una vita nuova incominci per me; è strano, non mi sento stanco, non ho voglia di dormire, i pensieri lieti mi riscaldano il cervello. Valentina, restiamo qui per vedere spuntare l'alba d'un giorno che segnerà un'era nuova nella mia vita.
La giovane medichessa, sorpresa del suo trionfo, che non s'aspettava, chinò il capo in segno di assentimento, e rispose:
—Sì, restiamo pure, le ore felici bisogna viverle e non obliarle nel sonno.
VIBRAZIONI IGNOTE.
I.
Il dottor Guido Sormani diede un'occhiata all'orologio e fece il gesto d'alzarsi.
La signora Carlotta Ivaldi gli pose la mano sul braccio e gli disse con uno sguardo supplichevole:
—Non mi lasci, dottore, non mi abbandoni con questa inquietudine nell'anima, mi conceda tutto il tempo di cui può disporre, l'accetterò come un dono.
—Devo vedere un ammalato,—disse il dottore,—aspetterò, resterò ancora per farle piacere; ma creda a me, la sua inquietudine è irragionevole.
—Se sapesse come soffro, non direbbe così e non chiamerebbe fantasticherie le mie sofferenze! È una cosa morbosa, ma sento le sventure come il barometro sente l'avvicinarsi della bufera.
—Questa inquietudine che ci tormenta è il male del nostro secolo,—soggiunse il dottore,—il progresso della scienza ha fatto diminuire e sparire molti mali, ma la natura si è vendicata col rendere i nervi sensibili in modo che il nostro cervello ne crea d'immaginarii che ci fanno soffrire più di quelli reali.
—Se sapesse quello che è accaduto nella mia vita, non direbbe così,—rispose la signora Ivaldi,—ma mi conosce da poco tempo e non può capire quello che avviene nel mio cervello.
—La conosco abbastanza per comprendere che appartiene alla schiera fin troppo numerosa delle persone sulle quali l'imaginazione ha il sopravvento e che sono infelici più per quello che pensano, che per quello che realmente soffrono; credo che verrà un giorno in cui noi medici dovremo guarire più colla suggestione che coi farmachi, e chi saprà meglio persuadere, sarà il medico migliore.
—Senta, dottore,—disse la signora Ivaldi,—credo piuttosto che col tempo si scopriranno nuovi fenomeni che sono ancora avvolti nel mistero, e si avrà la spiegazione di certe sofferenze sconosciute. Avrebbe mai imaginato che si potesse comunicare da un capo all'altro del mondo col mezzo delle onde eteree, vale a dire con una cosa invisibile quasi fantastica, come avviene col telegrafo Marconi? Ebbene, io credo che due esseri che si amano ed hanno nel loro organismo un senso raffinato e simpatico, siano uniti sempre da una specie di corrente elettrica e possano comunicare fra loro; e se ad uno accade qualche avvenimento straordinario, l'altro ne senta anche ad una grande distanza il contraccolpo.
—È una teoria che non è ancora provata,—disse il dottore sorridendo,—e sa bene che la scienza non si contenta di chiacchiere ma chiede prove e riprove.
—E la telepatia come la chiama?—disse la signora.
—Non è ancora passata dal campo della superstizione a quello positivo della scienza. Vi sono delle coincidenze sulle quali la credulità umana vorrebbe stabilire fatti assoluti, ma non resistono ad una seconda prova; la credo una donna troppo superiore per prestar fede a presentimenti che nella maggior parte dei casi si mostrano fallaci.
La signora Carlotta scosse il capo incredula e disse:
—Le sue parole non possono togliermi la terribile ansietà che dilania l'anima mia; e mi domando per quale ingiustizia io debba essere diversa dagli altri e soffrire prima di sapere la sventura che mi ha colpito; perchè sono sicura, è avvenuto qualche cosa di terribile a mio marito; lo sento, e questo dubbio mi tormenta.
—È possibile che sia tanto ostinata da non concepire che la sua imaginazione le fa un brutto scherzo?—esclamò il dottore,—vedrà che a suo marito non è accaduto nulla di male, ritornerà sano e salvo, e sarà la prima a ridere d'essersi tanto crucciata inutilmente.
—Se fosse vero! ne sarei contenta anche per l'avvenire; in ogni modo, io la ringrazio delle sue parole, ma non valgono a farmi tranquilla, vede; l'altro giorno, quando Giorgio è partito allegro sulla sua nuova automobile, bella lucida, che colla tinta rossa fiammante risaltava fra il verde degli alberi, e l'ho veduto correre come il baleno, laggiù lungo la riva del lago e dileguarsi in distanza fra un nembo di polvere, non ho provato nessuna inquietudine, non l'ebbi ieri e nemmeno questa mattina; tutto ad un tratto ho sentito come una vibrazione dentro di me, qualche cosa d'indefinito come un colpo al cuore, mi parve d'udire un grido, e da quel momento non vivo più.
—Eh via!—disse il dottore,—avrà letto nel suo giornale il racconto di qualche accidente automobilistico e n'è rimasta impressionata.
—Ne leggo tutti i giorni e non mi commuovono; creda, dottore, non sono una donna d'imaginazione; io sento le sventure reali, e queste mi fanno soffrire. Voglio appunto raccontarle quello che mi è accaduto, e si persuaderà che la mia inquietudine è ragionevole; è una storia dolorosa, ma il ricordo del passato mi farà forse distrarre dal dolore presente.
Stettero in silenzio qualche minuto, essa col capo chino, pensando, egli guardando il lago che si stendeva davanti ai suoi sguardi, leggermente increspato, e le colline dirimpetto che si coprivano d'ombra, mentre il sole tramontava fra un'aureola color d'oro. Dietro di loro, il villino sorrideva agli ultimi raggi del sole, e alcune nuvole bianche vagavano pel cielo come vele vagabonde; il dottore pensava che forse quelle nuvole si sarebbero moltiplicate e avrebbero offuscato il sole primaverile, e la signora Carlotta evocava un paesaggio lontano in riva al mare dove avea trascorso la giovinezza, e il suo cuore avea imparato ad amare, e per qualche momento, colla mente tutta intenta ai ricordi passati, dimenticava l'angoscia presente.
II.
Il dottore aspettava ansioso, punto dalla curiosità di conoscere qualche cosa della vita passata della signora Ivaldi.
Quella signora, venuta da poco tempo ad abitare il villino delle rose, lo interessava; la conosceva poco, ma la trovava diversa dalle altre, e indovinava, nella vita di lei, qualche cosa di occulto e di misterioso da risvegliare in lui il desiderio di conoscerla più intimamente.
Era stato accolto dai nuovi proprietarii del villino delle rose, più come amico che come medico. Del signor Ivaldi sapeva che aveva fatto fortuna in paesi lontani, e aveva acquistato quel villino per godervi un po' di pace e di riposo. La conversazione della signora Carlotta gli riusciva piacevolissima, e passare con lei qualche ora del pomeriggio, seduto sul terrazzo che dominava il lago, andava diventando per lui una delle consuetudini più gradite.
—È una storia molto dolorosa la mia,—disse la signora Ivaldi,—se mi promette di ascoltarla senza annoiarsi troppo, gioverà forse a calmare il mio spirito molto turbato in questo momento.
—Tutto m'interessa quello che la riguarda, racconti pure,—disse il dottore.
La signora chinò la fronte e si coperse gli occhi colla mano come per concentrare le idee e incominciò:
—Avevo vent'anni e la mia anima era piena di poesia e di fede nell'avvenire.
Mio padre morì giovane e rimasi con mia madre quasi povera. Si viveva a stento d'una piccola pensione in una piccola casa posta presso alla riviera di Rapallo. La mamma si lagnava della sua triste sorte e di non potermi offrire una esistenza più agiata e più ridente. A me invece pareva d'esser ricca, la balda giovinezza mi gorgogliava nelle vene e avevo davanti a me il mare immenso che mi dava una specie d'ebbrezza e mi parlava un linguaggio che mi era famigliare e di cui io sola conoscevo il senso recondito. Mi pareva la voce d'un amico. Io ero una solitaria, una specie di selvaggia, e più che colle persone mi sentivo legata colle cose che mi circondavano.
Uno dei miei più grandi godimenti era sull'ora del tramonto passeggiare in riva al mare ed ascoltare la voce delle onde che pareva mi recasse notizie di paesi lontani e sconosciuti, oppure guardare in alto le nuvole che spaziavano sul cielo infinito. Era uno spettacolo che si rinnovava ogni giorno e pel quale provavo un'attrazione invincibile.
La spiaggia era spesso popolata, i monelli giocavano colla sabbia e coi sassi, i marinai e i pescatori fumavano la pipa discorrendo e guardando il cielo, facendo pronostici sul tempo, le donne formavano gruppi chiacchierando, io lasciavo dietro di me la parte popolata e seguendo la curva dove il mare forma un'insenatura, andavo verso Santa Margherita dove la spiaggia era più solitaria e il verde delle piante la rendeva più fresca e più ombrosa.
Credevo esser sola a fuggire la gente, ma m'accorsi di un giovane che, come me, cercava la solitudine e contemplava il mare infinito.
Non lo conoscevo e non potevo distinguerlo a quella luce crepuscolare, ma quasi involontariamente ci si trovava accanto e ci si sentiva attratti l'uno verso l'altro da una forza misteriosa. Non era uno dei soliti romanzi d'amore, ma una forza fatale irresistibile che avevamo nel nostro organismo e dominava i nostri movimenti; era come se una nota identica si ripercuotesse nel nostro cervello, come se ci unisse una corrente elettrica, una cosa invisibile ed impalpabile, che sfuggiva ai nostri sensi, al punto che sentimmo l'effetto di questa attrazione senza esserci nè veduti nè parlati.
Non avevamo bisogno di parlare: i nostri pensieri si comunicavano direttamente e sentivamo le vibrazioni delle nostre anime.
Un giorno, non so per qual ragione, ci scambiammo qualche parola, ma quasi inconsapevolmente, come se non fosse cosa nuova e ci fossimo sempre parlati.
Seppi che anche a lui era morto il padre, aveva dovuto interrompere gli studi e viveva colla madre modestamente e quasi una vita di stenti; la rassomiglianza della nostra sorte, ci unì maggiormente e si divenne amici.
Era un nuovo godimento per me ritrovarlo tutte le sere presso la spiaggia al posto consueto; si facevano lunghe passeggiate senza parlare, ci si sentiva vicini, legati dal filo invisibile che univa i nostri pensieri e non si chiedeva di più.
Quando penso alla voluttà di quei lunghi silenzii pieni di gioia, più deliziosi di ogni conversazione, mi par di aver vissuto una vita anteriore assai diversa da quella in cui viviamo. Le nostre passeggiate continuarono in silenzio per qualche mese, ma era troppo grande la nostra felicità, non poteva durare; noi non ci curavamo di nessuno, invece la gente oziosa che stava sulla riva del mare si occupava di noi e incominciò a mormorare dei nostri ritrovi innocenti, e quelle chiacchiere giunsero all'orecchio della mamma, che mi proibì di avvicinarmi a Federico; era il nome del mio giovane amico.
Sarei morta piuttosto che rinunciare alle mie passeggiate sulla spiaggia e sentiva di odiare quelle stupide persone dalle lingue venefiche che s'immischiavano nei fatti miei; per ubbidire alla mamma, tentai di sfuggire il mio amico e cambiar direzione alla passeggiata, ma il potere d'attrazione che avevamo in noi, era più forte, e ci si trovava vicini involontariamente. Senza parlarmi, egli indovinò tutto, e dopo un lungo silenzio mi prese la mano e mi disse:
—È inutile rattristarci, perchè non ci sposiamo?
È vero, non ci avevamo pensato; infatti, se fossimo stati sposi o semplicemente fidanzati, la gente non avrebbe trovato più a ridire e non v'era bisogno d'interrompere le nostre passeggiate.
Quell'idea illuminò la nostra mente come un raggio di sole, ma ecco che la realtà della vita venne a guastare la nostra gioia.
Per il momento non potevamo pensare al matrimonio; eravamo troppo giovani e troppo poveri, bisognava aspettare. Meno male che, essendo fidanzati, potevamo continuare a vederci. Non avevamo nulla cambiato al nostro sistema di vita, soltanto che qualche volta il pensiero del nostro avvenire ci rendeva loquaci.
Erano discorsi strani i nostri, si trovava che il mondo era troppo stupido e l'uomo un essere incompleto; eravamo di primavera e l'aria era piena di fruscii d'ali, e gli alberi di nidi. Invidiavamo gli uccelli che fabbricavano la casa con poche pagliuzze, si nutrivano con pochi semi raccolti sui prati e la natura li provvedeva di vesti meravigliose, sottili e variopinte, li trovavamo assai più fortunati degli uomini che coi loro molteplici bisogni si rendono amara la vita.
Ecco perchè gli uccelli erano creature allegre, cantavano sempre, volavano in mezzo ai fiori e trovavano la loro tavola imbandita dove rideva la primavera.
Qualche volta ci si sognava di volare lontano da questo mondo pieno di esigenze, e andar lassù fra gli astri dove forse la vita sarebbe stata più facile e meno complicata.
Ma non avevamo le ali come gli uccelli e bisognava occuparsi del nostro avvenire.
Federico era pieno di speranza; voleva lavorare alacremente, fare delle economie per prepararsi il nido come gli uccelli che ci rallegravano tanto. Aveva trovato un impiego in una fabbrica di macchine, e gli pareva d'essere sulla via della fortuna.
Ma passavano le settimane e i mesi e restava sempre a quel posto con una paga meschina e vedeva dileguarsi i sogni che aveva fatti.
A me bastava vederlo tutte le sere e aspettavo pazientemente, egli invece non era contento, voleva correre e non avanzare a passi di lumaca; era impaziente di riuscire.
Una sera, prima ancora che parlasse, avevo indovinato il suo pensiero, e tremavo che me lo comunicasse. Cercavo di distrarlo facendogli osservare l'effetto della luna che sorgeva dal mare e le onde che mandavano sul lido sprazzi lucenti, ma egli voleva dirmi quello che gli pesava sul cuore, era inevitabile.
Disse che bisognava armarsi di coraggio e dividerci per qualche tempo se si voleva poi unirci per sempre.
In Italia non v'era nulla da fare; avrebbe sciupate le sue energie in sforzi inutili, sarebbe riuscito a guadagnare a mala pena abbastanza per vivere da solo; suo fratello, partito per l'America in cerca di fortuna, era sulla via di trovarla, aveva molte imprese ben avviate e lo invitava a raggiungerlo e ad associarsi ai suoi affari. Questa proposta giungeva in buon punto: era deciso ad accettare, certo di poter in pochi anni guadagnare tanto da offrirmi una fortuna e vivere sempre con me.
Mi sentivo un gruppo alla gola e non potevo rispondere.
Egli mi teneva stretta per mano senza dir nulla, ma indovinavo l'ansietà del suo cuore.
Era un silenzio pieno di dolore e lo ruppi per dirgli:
—È giusto, non voglio essere d'ostacolo alla tua fortuna. Parti pure.
—Staremo divisi soltanto qualche anno,—disse.—Che importa? noi saremo sempre uniti col pensiero, nemmeno la distanza riuscirà ad affievolirlo. Sapessi come lavorerò con coraggio, pensando che ogni giorno mi avvicinerà a te, diventerò avaro per accumulare ricchezze e farti felice.
—No,—diss'io,—mi basta una piccola casa; la mia ricchezza sarà esser vicino a te, ti supplico solo di ritornare presto.