Part 2
La crisi era passata, e adagio Valentina si ritirò nella biblioteca per meditare su quello che aveva veduto. A che categoria apparteneva la malattia di Lodovico? A quelle che hanno sede principale nei centri nervosi, questo lo sapeva. Non era pazzo, e nemmeno sonnambulo; non ammetteva che si trattasse di epilessia come molti dei suoi colleghi avevano dubitato. Secondo lei, era un fenomeno di suggestione, e prodotto da un'influenza esteriore che aveva impressionato eccessivamente un cervello giovane e sensibile.
Quale poteva essere quest'influenza, non si spiegava, ed era impaziente che suo marito si svegliasse per poterlo interrogare. Si rammentava che nella tesi di laurea aveva svolto il concetto delle influenze ataviche sui centri cerebrali, e s'era convinta da' suoi studii e da alcune esperienze fatte, che le impressioni ricevute dai nostri avi si possono ripercuotere nel nostro cervello e che, come l'imagine fotografata sopra una lastra sensibile, si rivela al primo raggio di sole, così alla prima occasione quelle possono uscire disordinate dalla mente. Doveva esser certo avvenuto così nel cervello di suo marito. O aveva avuto una forte impressione da bambino, oppure doveva cercare il fatto tragico nella vita dei suoi avi.
Tutta la notte essa stette sfogliando libri e riviste; l'ansietà di sapere le aveva fatto dimenticare la stanchezza d'una giornata piena di emozioni. Il sole era già spuntato sull'orizzonte quando Lodovico entrò adagio nella libreria. Valentina stava leggendo attentamente l'_Eredità_ di Lucas e non si accorse del passo di lui.
Le si avvicinò timido e trepidante e le posò dolcemente la mano sulla spalla. Ella lo guardò rassicurandolo.
—Non ti faccio orrore?—le disse,—hai assistito a tutto, ti ho sentito vicino a me.
—Mi hai sentito davvero? Allora il male non è tanto grave,—disse Valentina,—io voglio salvarti. Qui, vicino a me, devi raccontarmi tutto come ad un medico.
—Interrogami.
—Quando il male ti assale, perdi la coscienza? non senti nulla di quello che accade intorno a te?
—Io sento tutto come in un sogno, ma una volontà più forte della mia mi spinge a fare dei movimenti involontari, a dire quello che non penso; è un incubo che m'assale col quale io lotto invano; è più forte di me; questa notte tu mi hai chiamato, ho udito la tua voce, ma mi era impossibile rispondere, mi parea che venisse da molto lontano; la scena di sangue che racconto, la vedo come in uno specchio, vorrei salvare le vittime, ma non posso; una mano di ferro mi trattiene, so che sono nella mia camera, e vedo un altro ambiente, mi par d'essere in un altro mondo, eppure mi sento vivo perchè soffro, e assai crudelmente soffro; guai se penso a quelle ore terribili.
—Non temere,—disse Valentina,—ti guarirò; dimmi, hai mai assistito da bambino ad un fatto tragico come quello che vedi nella tua fantasia?
—Mai! Ho vissuto sempre lontano dalle lotte del mondo, e la mia giovinezza fu calma.
—E quando hai cominciato ad avere le terribili visioni?
—Ero nervoso fin da bambino; la notte mi svegliavo di soprassalto e facevo sogni spaventosi. Dicevano che cogli anni sarei stato più forte, invece con me crebbe il mio male ed ora hai veduto tu stessa quanto io soffro.
—Tutto s'accorda con quello che penso—disse Valentina.—La tragedia che ti travaglia deve averla vissuta qualche tuo genitore; cerchiamo nella loro vita, parlami di loro, dove sono nati? dove hanno vissuto? Pensa, pensa.
E sì dicendo stava ansiosa coll'orecchio attento perchè nulla le sfuggisse.
Lodovico pensò un poco per riordinare le idee, poi disse:
—Il babbo era di Torino come me; nell'alta banca ha guadagnato molto danaro e mi lasciò ricco. Le lotte della vita l'avevano accasciato e morì di esaurimento; non credo ci siano state tragedie nella sua vita.
—E tua madre?—chiese Valentina.
—Essa venne a Torino bambina; nacque a Verona, dove il padre si trovò involto nella rivoluzione del 1848, dovette fuggire di notte quando era ancora bambina. Il nonno era brutale e iracondo, essa deve aver sofferto molto con lui, e divenne nervosa, e piuttosto malinconica; è morta giovane, forse tormentata di sapermi ammalato.
—E la tua nonna?—chiese ansiosamente Valentina.
—Nessuno l'ha conosciuta; il nonno non ne parlava mai.
—Tua madre dunque è partita bambina, di notte, durante la rivoluzione. La sua infanzia non fu calma,—disse Valentina.
—No, certo, e credo che dall'agitazione di quel tempo, la sua salute ne fosse scossa.
—E tu non sei mai stato a Verona, nella patria della tua mamma?
—Mai. Il mio male m'impedisce di viaggiare e non posso alloggiare in un albergo; poi il nonno non voleva sentire parlare della sua patria, e la mamma ci pensava con terrore.
—E non avete alcun parente in quella città?
—Una vecchia zia, sorella del nonno, che vive con una figlia. Non la conosco; ci scambiamo soltanto un augurio a capo d'anno.
—Dunque hai l'indirizzo, tanto meglio; devi scriverle di trovarci un appartamento. Dobbiamo rivedere la patria della tua mamma, dove, ti confesso, spero di trovare l'origine della tua malattia.
—Tu sei una sognatrice,—disse Lodovico;—che cosa vuoi scoprire? È passato mezzo secolo dacchè il nonno ha lasciato quella città, chi si ricorda più di lui?
—Sarà un sogno,—disse Valentina,—ma voglio conoscere la città dei tuoi avi, ti rincresce?
—È una bella città che desidero vedere anch'io; andremo, sarà il nostro viaggio di nozze,—disse Lodovico.
—Nulla di più divertente di un viaggio di ricerche, e cercherò e troverò l'origine del tuo male, vedrai!—rispose contenta Valentina.
—Se trovare l'origine d'un male volesse dire guarirlo, avrei qualche illusione, ma ho poca fede.
—Sapere l'origine d'un male è già un bel passo verso la guarigione,—disse Valentina,—e poi io voglio guarirti, non permetto che tu sciupi la tua energia e la tua bella intelligenza lottando con dei fantasmi. Lasciami questa speranza che mi rende felice.
—E sia; mi metto nelle tue mani: sei tanto bella, animata dall'entusiasmo e dalla fede nella tua scienza, che se, come temo, non riuscirai a fare il miracolo, ti benedirò sempre per il bene che mi fanno le tue parole, e per la gioia con cui hai voluto illuminare la mia povera vita.
IV.
Teresa Montalti, zia dell'ingegnere Arcelli, non era mai uscita da Verona, sua città nativa. Abitava, colla figlia Giulia, in piazza Erbe, un appartamento di quattro stanze, due con un grande balcone sopra la piazza e due dietro, sopra un cortile. Quella piccola casa di quattro piani, stretta ed alta come un campanile, l'aveva ereditata da suo fratello, nonno di Lodovico. Occupava colla figlia il primo piano, e affittava ammobiliati gli appartamenti superiori, ad impiegati, militari o artisti di passaggio; e coll'aggiunta di una pensione lasciatale dal marito le due donne vivevano bene conducendo una vita alquanto modesta. La signora Teresa aveva passati i settant'anni, e negli ultimi tempi era stata colpita da congestione cerebrale, che le aveva lasciato paralizzato il lato destro del corpo. Di carattere vivace, soffriva nel dover starsene inchiodata tutto il giorno su una poltrona, e la sua sola distrazione era osservare quello che accadeva nella piazza sottostante.
Conosceva per nome i venditori e le venditrici, e quando la mattina collocavano sotto gli ampii e candidi ombrelli le ceste piene di erbaggi e di frutta, si rallegrava di poter assistere al risveglio della vita cittadina.
Era come uno spettacolo che le si offriva spontaneo e la distraeva dai tristi pensieri. Conosceva le abitudini dei compratori, osservava certi incontri voluti perchè avvenivano sempre alla medesima ora, sorprendeva qualche idillio all'ombra dei bianchi ombrelloni, e gioiva quando qualche piccola cesta di fragole profumate compariva timidamente a rompere la monotonia delle frutta invernali; in seguito altre più grandi, unitamente alle ceste di ciliegie e di lamponi, venivano a rallegrare il mercato colla loro nota rossa fiammeggiante e attiravano gli sguardi, lasciando nell'ombra gli erbaggi e le altre frutta più modeste; godeva quando facevano la loro comparsa le belle pesche mature che le piacevano tanto, e i grappoli d'uva grossi come quelli della terra promessa; ogni nuovo frutto era una nuova gioia per lei, solo si sentiva triste quando le mele, le pere e le castagne occupavano il posto delle frutte estive, e pensava:
—Vedrò ancora le piccole ceste di fragole? Tornerò qui al mio posto d'osservazione, quando il sole sarà più tiepido, e avrò l'illusione che nelle mie vene faccia scorrere un sangue più caldo e più giovane?
E sospirava e si sentiva triste specialmente nelle ore nelle quali era sola. E restava spesso sola perchè, quando la figlia l'aveva collocata sulla poltrona accanto alla finestra, usciva per far le provviste e s'indugiava a chiacchierare coi conoscenti o colle vicine. La Giulia era una donna di quarant'anni, un po' fiacca e lenta nei movimenti, ingrassava a vista d'occhio, ma si lagnava sempre di tutto e con tutti, e aveva la voluttà di farsi compiangere. Si era maritata giovane e finchè ebbe il marito se ne lamentava perchè lo trovava troppo esigente; quando rimase vedova, si faceva compiangere per la sventura d'essere rimasta sola ancor giovane, e per giunta colla madre inferma; insomma non era mai contenta, quantunque facesse una vita abbastanza calma e serena. Quando l'appartamento sopra di loro rimase libero, non cessava di lamentarsi e raccomandarsi per trovar nuovi inquilini; era stato accettato dagli Arcelli, ed essa si mostrava annoiata per il disturbo che quei cugini sconosciuti le avrebbero recato e al pensiero di doversene occupare.
La signora Teresa invece all'idea di conoscere i nipoti era contenta; tutto quello che veniva ad interrompere la monotonia della sua vita sempre uguale, le recava qualche consolazione, e quando entrò Giulia col telegramma in mano che ne annunciava l'arrivo per quello stesso giorno, dopo le quattro, ebbe un'esclamazione di gioia.
—Tu dici bene, ma ora come faccio,—esclamò la Giulia,—volevo comperare un tappeto nuovo, qualche oggetto per rallegrare l'appartamento, e invece mi capitano qui, tutto ad un tratto, come una bomba.
—Non borbottar sempre,—disse la signora Teresa,—se è quasi un mese che siamo in corrispondenza e che li aspettiamo; avevi il tempo di pensarci se volevi fare nuovi acquisti.
—E poi, a che cosa servirebbe!—soggiunse Giulia.—Sono ricchi, abituati a vivere a Torino in un palazzo, potrei cambiare di pianta i mobili delle nostre povere stanze e le troverebbero sempre miserabili. Abbiamo fatto male ad offrirgliele.
—Ma via, Giulia, un po' di calma, se non si troveranno bene andranno all'albergo, non siamo poi in un villaggio, infine sono nostri parenti e non è male mostrar un po' di buona volontà d'averli vicini.
—Sì, ma intanto io devo pensare a tutto.
—Vorrei poter muovermi io,—disse la vecchia,—e come sarei contenta di occuparmi di questi sposi! Ecco, per esempio, metterei un bel mazzo di rose in mezzo alla tavola.
—È un'idea,—disse Giulia,—così aiuteranno a nascondere una macchia d'inchiostro che ho veduto sul tappeto; me ne occupo subito.
E sì dicendo mandò a comperare i fiori e salì nell'appartamento per dar l'ultima mano e metterlo in assetto.
Aveva disposto i mobili secondo la sua idea ed i suoi gusti; in una delle stanze che aveva un grande balcone verso la piazza, aveva fatto collocare due letti uguali di ferro molto semplici, un armadio e due cassettoni; nell'altra aveva formato una specie di salotto, con una tavola nel mezzo, un divano e qualche poltrona. I mobili erano semplici, anzi modesti, e avevano l'aspetto molto usato; essa fece il possibile di rallegrare gli ambienti con cuscini, tappeti e tovagliette guernite di trina, ma soltanto il mazzo di rose avea posto una nota allegra su quelle vecchie cose.
Quando discese, trovò la madre in piedi che girava, eccitata dall'impazienza, trascinando dietro a sè la gamba inferma, attaccandosi ai mobili per non cadere, e tendendo l'orecchio ad ogni carrozza che si fermava. All'annuncio del prossimo arrivo dei nipoti le pareva di ringiovanire, si sentiva la mente più lucida come se l'arrivo degli sposi giovani fosse l'ultimo raggio di sole che venisse a rallegrare la sua vita che ormai volgeva al tramonto.
—Ma che cosa hai, mamma, che sei tanto irrequieta?—chiese la Giulia.—Non possono essere ancora arrivati; è troppo presto.
—E se non trovano la casa?—disse la vecchia.
—Ho dato l'indirizzo giusto; sarebbe inutile andar ad incontrarli: non ci siamo mai veduti, non so nemmeno che faccia abbiano. Vedrai che ci troveranno.
—Non avrei mai pensato di poterli conoscere,—disse la signora Teresa, ritornando al suo posto.—Mia nipote, la mamma di Lodovico, era una bimba quando è partita, aveva due begli occhioni azzurri intelligenti e una corona di riccioli biondi; deve aver sofferto col carattere di suo padre: meno male che poi è stata fortunata, ha fatto un buon matrimonio, e se fosse vissuta avrebbe ora la gioia di vedere suo figlio stimato e sposo felice; perchè, sai, Lodovico è un personaggio conosciuto, un grande ingegno, tutti i giornali ne parlano.
—È quello che mi dà pensiero,—disse Giulia.—L'ingegnere Arcelli troverà miserabile l'alloggio che possiamo offrirgli. E la moglie, la dottoressa, sono certa che sarà antipatica, e poi chissà che superbia e come ci guarderà dall'alto in basso, noi misere mortali che non abbiamo studiato all'università.
—Forse sarà meglio di tutte le pettegole che conosciamo,—disse la signora Teresa;—se poi trovasse un rimedio al mio male, benedirei la sua venuta e la sua scienza! Tanto i medici non hanno capito nulla, può darsi che una donna sia più intelligente.
—Eccoli!—esclamò Giulia sentendo fermarsi una carrozza,—vado ad incontrarli.
Ma non era ancora sulle scale che Lodovico e Valentina erano già presso all'uscio.
—Sono vostra cugina,—disse la Giulia, stendendo loro le mani.—Ben arrivati, sono lieta di conoscervi.
—E la zia Teresa come sta?—chiese Lodovico.
—Vi aspetta! Non può camminare, ma è molto contenta che siate venuti; se volete entrare.
—Sì, entriamo un momento,—disse Valentina,—dopo andremo a mettere in ordine le nostre camere.
—È un appartamento molto modesto,—disse Giulia scusandosi,—non so se vi piacerà.
—Abbiamo gusti semplici, e andrà tutto bene.... Ah, ecco la zia Teresa!
E Lodovico s'avvicinò alla vecchia, dicendole:
—Se mi permette le presento la mia sposa.
—Siate benedetti,—disse la vecchia, tirandoli a sè colla mano sana.—Qui,—disse,—qui alla luce, Lodovico, voglio vederti bene, hai gli stessi occhi della tua mamma, sono contenta, e poi mi rallegro del tuo ingegno, e anche della tua sposa.—E sì dicendo la fece sedere vicino a lei e la baciò sulla fronte.
—Mi dispiace,—disse poi con un sospiro,—che mi trovate in questo stato; qualche anno fa ero vispa come se avessi vent'anni.
—Ma guarirà,—disse Valentina.
—Dite davvero!—esclamò la vecchia con un lampo negli occhi.—Siete medichessa e dovete sapere se si può guarire da queste malattie.
Valentina ebbe timore d'aver fatto sorgere una speranza fallace, e soggiunse:
—Forse, migliorare certo, vedremo, non bisogna mai disperare; se permette, ora andiamo a prender possesso delle nostre stanze; ritorneremo questa sera.
—Se voleste dividere il nostro pranzo modesto....—disse la vecchia.
—Grazie,—rispose Lodovico,—ma abbiamo le nostre abitudini come voi avrete le vostre, e preferiamo esser liberi, anche per conoscere la città. Verremo dopo pranzo, staremo spesso insieme, e diventeremo amici, non è vero? Intanto se volete guidarci nel nostro appartamento!
—È qui sopra,—disse Giulia,—vi accompagno.
E salita una scala entrarono nelle stanze a loro destinate.
Giulia mostrò come avea creduto bene di disporle.
—Però,—disse,—voi potrete accomodarle secondo i vostri gusti e le vostre abitudini.
—Sarà meglio fare due camere da letto,—disse Valentina,—qualche volta Lodovico è inquieto la notte e non mi lascia dormire.... Che belle rose!—soggiunse, vedendo il vaso di fiori nel mezzo della tavola,—come siete buona di aver pensato anche a questo! grazie.
Poi affacciandosi al balcone esclamò:
—Ma qui è un incanto! Che vista! guarda Lodovico questa piazza! Quanto è pittoresca!
Giulia si scusava della povertà degli arredi. Lodovico ammirava la piazza in silenzio.
—Questo spettacolo vale una reggia,—disse Valentina;—ci troveremo benissimo. Se mi potrete mandar un facchino che possa trasportare qualche mobile.... non abbiamo bisogno d'altro.
—Vado a raggiungere la mamma,—disse Giulia,—se vi abbisogna qualche cosa, sono a vostra disposizione. Arrivederci.
E sì dicendo scese nel suo appartamento, dove la madre l'attendeva con impazienza.
Le chiese se gli sposi fossero rimasti contenti, e continuava a ripetere:
—È una bella coppia, sembrano felici, ci porteranno un po' d'allegria.
—Come sono questi sposi moderni!—disse Giulia,—io non li capisco; avevo fatto mettere due letti in una camera, e invece no.... vogliono stanze separate.... e sono ancora nella luna di miele; ai miei tempi non si usavano queste cose.
—Sai, nell'alta società è sempre stato così,—disse la signora Teresa,—facciano loro; però mi sembrano semplici e alla mano.
—Infine siamo parenti, della stessa razza, e non ci sarebbe una ragione che fossero superbi con noi.
Intanto Valentina aveva incominciato a disfare i bauli e a mettere a posto un po' di roba negli armadi.
—Non è un palazzo,—avea detto al marito,—ma ci si potrà accomodare, e poi basta guardare dalla finestra per vedere uno spettacolo che compensa di tutto quello che manca.
Coll'aiuto d'un uomo aveva fatto trasportare gli armadi nella cucina dell'appartamento che doveva servirle da gabinetto di toeletta. Le due camere da letto accomodate bene, libere dai mobili inutili, riuscivano più godibili e spaziose; diede una disposizione piacevole e comoda alle sedie e ai tavolini, sui quali collocò qualche ninnolo portato seco, alcuni libri rilegati e parecchie fotografie incorniciate con gusto, e le stanze presero subito un aspetto più gaio e più piacevole.
Lodovico stava estatico appoggiato alla ringhiera di ferro del balcone e guardava la piazza in silenzio.
—Perchè sei così taciturno?—gli chiese Valentina.—Sei forse pentito d'esser venuto?
—Oh, tutt'altro, ma non so come avvenga, che più guardo questa piazza, più mi persuado che è una mia vecchia conoscenza, eppure non ci sono mai venuto a Verona, ne sono certo.
—Forse avrai veduto qualche fotografia.
—È un'impressione differente da quella che si ha da un'imagine dipinta o fotografata, ma che non so spiegarmi; mi par di trovarmi in mezzo a vecchi amici, qualche cosa mi fa pensare, come se vedessi vecchie conoscenze con nuovi abbigliamenti. Basta, ho bisogno di concentrare le mie idee, di risvegliare come dei ricordi assopiti; ecco perchè sono silenzioso, però mi sento bene e mi par di vivere una vita anteriore; è un sentimento nuovo che non mi dispiace.
Valentina, contenta d'essersi sistemata, s'avvicinò al marito, e anch'essa contemplò in silenzio la vasta piazza che s'andava spopolando, l'andirivieni dei venditori e delle venditrici, che mettevano le ceste nei fondachi e nelle cantine, chiudevano gli ombrelloni e dopo una giornata laboriosa erano contenti al pensiero delle ore di riposo che avevano davanti a sè.
Stettero ad osservare in silenzio quel movimento che andava sempre diminuendo, poi scesero, traversarono la piazza, presero la via Nuova in quell'ora molto popolata, e si fermarono pieni di ammirazione in piazza Vittorio Emanuele, alla vista dell'Anfiteatro Romano che in quell'ora del tramonto faceva l'effetto d'una mole ancor più gigantesca del vero.
—Pare d'essere a Roma,—disse Valentina,—non avrei creduto di trovare in questo luogo tanta impressione di grandezza; la credevo una delle solite città morte dove si conservano vestigia preziose del passato, ma siamo invece in una città ancor viva e grande; peccato che la gente borghese moderna abbia fabbricato da questa parte delle piccole case.
—Forse i monumenti che dagli altri lati ci parlano del passato, spiccano di più per il contrasto;—disse Lodovico,—non vorrei vederla in altro modo.
Passati gli archi che dividono la piazza dal corso di Porta Nuova, entrarono per pranzare in una trattoria, che, colle tavole preparate, invitava i passanti.
Pranzarono allegramente come due sposi nel viaggio di nozze, poi Lodovico, impaziente di rivedere la zia Teresa, volle ritornare a casa, quantunque l'aria fresca della sera e la città nuova lo invitassero a passeggiare.
La zia e la cugina li aspettavano sedute accanto alla tavola illuminata da una lampada a petrolio.
Sulla tavola c'era un tappeto nuovo, sfoggiato in onore degli sposi, e un bel mazzo di fiori.
—Prenderete il caffè con noi,—disse la zia Teresa,—vi abbiamo aspettato.
Poi chiese come trovavano la città.
—È un incanto,—disse Valentina,—come non m'aspettavo.
—Non mi è nuova,—disse Lodovico,—mi pare di averci sempre vissuto.
—Vi è nato tuo nonno, mio fratello, e prima di lui tutti i tuoi ascendenti,—disse la vecchia.
—E appunto lo scopo del nostro viaggio è per saper notizie del nonno: mi è venuto il desiderio di conoscere i miei antenati. Diteci quello che sapete; ve ne rammentate?
—Come se fosse partito ieri; tutte le cose vecchie rammento; solo non ho più memoria per quello che è accaduto dopo la mia malattia.
—Diteci tutto quello che sapete del nonno,—supplicò Lodovico,—è per me una cosa molto importante, più di quello che pensate.
—Si chiamava Lodovico anche lui,—rispose la vecchia,—avea un carattere impetuoso e una testa un po' esaltata. L'Italia era la sua idea fissa; tutto ha sacrificato per vederla libera. Anch'io ero italiana nell'anima e fremevo di vedere gli austriaci padroni della mia città, ma ero più ragionevole. Che cosa potevamo fare, se loro avevano soldati, fucili, cannoni, e noi nulla? Bisognava aspettare gli eventi e fidare nella nostra stella; ma mio fratello voleva agire, muoversi, era capo d'un comitato, andava in Piemonte continuamente a parlamentare coi capi, coi ministri; una volta fu anche ricevuto da Carlo Alberto, a cui portava messaggi; non poteva star mai tranquillo. Io vivevo sempre trepidante, temevo che lo scoprissero e lo fucilassero; che tempi erano quelli! Non avevo pace.
—E la nonna che cosa faceva, ve la rammentate?
—Se la rammento! Mi par di vederla, la piccola Elisa; era molto bellina, pareva una statuetta di Sassonia, e poi vispa, irrequieta come un uccello. Quella donna è stata il capriccio di Lodovico; volle sposarla ad ogni costo e non era donna per lui; nata a Venezia, qui si trovava a disagio, non capiva nulla di patriottismo e di politica; era giovane, bella e voleva godere la vita; forse non aveva torto; ora la vedo con occhi più indulgenti, allora, però, in quel tempo, non la potevo sopportare, così leggera, spensierata e così lontana dalle idee del marito, e non le perdonavo di renderlo infelice. Quando le nacque una bimba, che fu poi la tua mamma, speravo che si calmasse; era come pretendere che un fiume rimontasse alla sorgente: appena fu possibile, riprese la vita di prima, diceva che era veneziana nell'anima, ed aveva bisogno di feste, di maschere e di cavalieri serventi.
—Ah, anche i cavalieri serventi?—chiese Valentina.
—Che volete? s'annoiava. Mi ricordo che una volta mio fratello mandò un giovane veneziano con istruzioni di mandarlo in Piemonte ad arruolarsi come soldato. Era un suo amico d'infanzia ed Elisa, invece di seguire la volontà del marito, pensò bene di tenerlo presso di sè, dicendo:—_El xe un pecà che così belo el se fassa massar; el sarà el me cavalier servente!_
—E poi?—chiese Valentina.
—Era un po' pazza, poveretta.
—E come ha finito?—chiese Lodovico.