Part 11
Ma intanto il tempo passava e non si risolvevano mai a rompere l'incanto di quelle giornate. Ci volle una bufera di neve a spingerli a lasciare le alte cime e ad avviarsi più giù in riva al mare.
Andarono a Napoli e in Sicilia: la temperatura calda, la luce abbagliante del mare azzurro diede loro un nuovo godimento; di giorno ammiravano la instabile superficie delle onde, le vele candide, i bastimenti formidabili; la notte si lasciavano cullare in canotto sull'onde increspate, dove l'ombra era più profonda ed osservavano la fosforescenza del mare che pareva illuminato per far loro festa.
Era una scìa luminosa che seguiva il solco del canotto, erano striscie che scendevano dai remi quali frangie d'oro o d'argento.
Marcella che vedeva quello spettacolo per la prima volta, ne era entusiasta ed ogni sera voleva goderlo nuovamente senza esserne mai sazia.
Una volta il remo andò ad urtare in una massa d'alghe marine e di pesci ed il mare divenne in un istante tanto infocato come se il sole si fosse immerso nelle onde tenebrose.
Marcella era in estasi; e il professore disse non esser vero che regni l'oscurità in fondo al mare, chè mille animali pieni di luce lo irradiano e molte sostanze fosforescenti lo inondano di raggi e scintille.
Egli che da tanto tempo desiderava studiare la fosforescenza del mare, da quelle passeggiate ne riportò come una suggestione e sentì sorgere nel suo spirito una volontà irresistibile di rimettersi al lavoro.
Ecco perchè una sera portarono all'albergo una bottiglia riempita di quell'acqua luminosa, e quando furono nella loro camera, tolsero dalla valigia il microscopio che aveva riposato sempre durante il viaggio, Marcella preparò i vetri con gocce d'acqua marina, e subito si misero ad osservare prima l'uno e poi l'altra lo spettacolo nuovo.
Scrutarono attentamente attraverso le lenti, poi si guardarono in faccia sorpresi.
Era possibile che tutto quello splendore venisse da animali in putrefazione?
Eppure era evidente, il professore lo sapeva, altri avevano studiato quel fenomeno prima di lui, ma egli voleva liberare quei microbi dai fermenti che li producevano e poi studiare la luminosità degli esseri che guizzano nelle acque del mare.
Ma in quella stanza ingombra erano troppo a disagio; bisognava decidersi a partire. Tutto a un tratto erasi ridestato in loro il desiderio di rimettersi al lavoro, e subito si diedero a preparare i materiali di studio; ordinarono venissero loro spedite ceste piene di pesci e molluschi, acquarii per poter avere vivi una varietà di animali luminosi, raccomandò che li pescassero la notte per scegliere i più risplendenti, e fecero le valigie allegramente pensando alla ripresa dei loro esperimenti e alla gioia di esaminare quelli esseri illuminanti i profondi abissi del mare: così avrebbero potuto rivivere a casa loro quelle gite notturne, quelle giornate incantevoli.
IV.
Il palazzo Grimani era in festa; dalle finestre aperte il sole entrava a rianimare i mobili antichi, e le vecchie cose sbiadite parevano rivivere alla nuova luce.
Nel giardino, invece dei rami aggrovigliati, dell'erbe invadenti, i cespugli fioriti sorridevano ai sentieri serpeggianti fra le macchie erbose e dalla fontana scendeva un fresco zampillo che gorgogliava nella coppa di marmo.
Dalla porta spalancata entrarono gli sposi anch'essi ringiovaniti dalla nuova vita e contenti d'aver quasi raggiunto la felicità.
Il primo pensiero di Giulio Grimani fu di dar sesto al suo laboratorio, perchè dopo tanti mesi di riposo era impaziente di rimettersi al lavoro, al quale voleva dedicarsi con maggior lena per aprir nuovi orizzonti alla scienza.
Marcella invece era preoccupata da altri pensieri, non aveva più per la scienza l'attrazione d'un tempo, si sentiva mutata e pensava che fra pochi mesi un nuovo ospite sarebbe venuto a rallegrare la vecchia casa, e voleva prepararsi a riceverlo degnamente.
Pensava che non avrebbe potuto più dare tutto il suo tempo agli studii del marito, e ciò la rendeva un po' triste.
Il professore se ne accorse e le chiese:
—Non sei contenta della tua casa, ti dispiace ch'io l'abbia fatta un po' ripulire?
—Non è questo che mi dà pena, ma temo che non potrò più aiutarti come prima nei tuoi lavori, e tu che m'hai sposato per questo scopo che cosa penserai di me?
—Non temere, ti ho ingannato e volevo ingannare me stesso, ma ti ho sposato perchè non potevo vivere senza averti vicina; eri il mio raggio di sole, la mia gioia, e accetterò il tuo aiuto come un dono, ma se non puoi, farò da me solo.
—Quanto sei buono!—disse Marcella,—come tutto è mutato: poco tempo fa mi davi soggezione, un tuo sguardo mi faceva tremare, ed ora provo per te soltanto amore e riconoscenza, ma ti aiuterò, sai, non come prima perchè avrò altre occupazioni; non ti dico di più, è un mio segreto.
E il segreto fu subito svelato quando si vide capitare in casa tanti oggetti minuscoli, della tela candida e sottile, e finalmente una piccola culla, che Marcella voleva adornare per il loro bimbo. Mentre Giulio preparava i materiali per i suoi studii, essa tagliava la tela e colle sue mani cuciva piccoli indumenti che parevano fatti per la bambola.
Il professore si meravigliava di vederla coll'ago in mano intenta a lavori donneschi.
—C'era bisogno di studiare all'Università per far dei lavori che tutte le donne possono fare?—le diceva.
—Sono per il mio bimbo, e voglio farli io stessa, sarei gelosa che se ne incaricasse un'altra donna, ma non temere, ti aiuterò e questo lavoro mi terrà compagnia quando andrai a Padova a fare le tue lezioni.
E così Marcella passò l'inverno alternando i lavori d'ago agli studii sulla fosforescenza ed era un po' spoetizzata nel vedere che spesso l'origine delle onde luminose, che avevano reso sfolgoreggianti le notti del loro viaggio, non erano altro che residui in putrefazione: un tal pensiero quasi la disgustava.
Ma ad interrompere le ricerche scientifiche venne un personaggio importante, che fu un vero raggio di sole per Marcella, a riempire di grida la vecchia casa. Lo chiamarono Aurelio per dargli un nome luminoso come gli studii prediletti in quel tempo dal professore.
Marcella volle nutrire il piccolo Aurelio col proprio latte, e nel laboratorio si vide uno spettacolo nuovo; una piccola culla di vimini, imbottita di penne soffici come un nido in mezzo alla grande tavola, fra le fiale di vetro, i liquidi coloranti e le culture di microbi.
E Marcella su e giù sempre in moto, ora occupandosi del marito, ora del bimbo, si faceva in due per non perder tempo e badare a tutto.
Le rincresceva che il marito si curasse poco del bambino, e lo chiamava un padre snaturato; ma egli non aveva tempo di andare in estasi per un essere che non capiva nulla e non faceva che miagolare come un gattino.
Il fatto sta ch'era sulla via d'una nuova scoperta e non voleva distogliere l'attenzione dalle sue esperienze.
Ne parlava colla moglie spiegandole le sue speranze, ma essa lo ascoltava distrattamente, pensando che un sorriso del suo bimbo valeva più di tutte le scoperte del mondo intero.
Il giorno che l'udì balbettare la prima parola, non potè trattenere la gioia e corse a comunicare la grande notizia al marito; ma lui aveva altro da fare che occuparsi di Aurelio; appunto in quel giorno, aveva ottenuto un risultato insperato, l'ipotesi s'era mutata in certezza, la luminosità d'alcuni animali altro non era che una schiera di microbi fosforescenti che avevano preso dimora nel loro fisico; ed egli volea studiarli, per aggiunger nuove conquiste alla scienza.
—Pensa,—disse alla moglie nel suo entusiasmo,—pensa alla gioia di poter illuminare il corpo umano e renderlo trasparente; nulla allora sfuggirà all'occhio attento dello scienziato, e finalmente la medicina sarà una scienza esatta, perchè si potrà vedere come agisca la macchina interna ed ogni piccolo guasto ci sarà rivelato con precisione.
—Ma quando le malattie saranno chiare come la luce del sole, potranno essere guarite?—chiese Marcella.
—Certo sarà un passo verso la guarigione,—rispose il professore;—ma questo non m'interessa; ho già un bel lavoro davanti a me, per accertarmi che i microbi che vivono e risplendono nei miei animali acquatici, potranno vivere e propagarsi in animali d'indole diversa; sicchè ora ci metteremo all'opera e spero che il signor Aurelio, che incomincia a parlare, ci lascerà lavorare in pace.
Legare il proprio nome ad una scoperta benefica era un miraggio troppo bello, e senza trascurare Aurelio, che o dormiva tranquillo nella culla, o seduto sopra un tappeto in mezzo ad una quantità di balocchi non disturbava, Marcella preparava i vetrini, ripuliva gli arnesi, faceva annotazioni come nei tempi in cui era la migliore allieva del professore.
Nel laboratorio c'era sempre una quantità d'innocenti animaletti che servivano agli esperimenti e divertivano molto il piccolo Aurelio, che andava loro vicino, li accarezzava colle manine, e quando riusciva a tener tra le braccia un piccolo coniglio o un agnellino era tutto contento.
Quelle povere bestioline in quel tempo non vivevano che di microbi luminosi.
Il professore voleva renderli trasparenti e vedere in quali animali i microbi inoculati si propagavano con facilità e l'effetto che ne risultava.
Gli animali dal lungo pelo non erano molto suscettibili ad essere illuminati; nell'oscurità davano appena una leggera fosforescenza e solo gli occhi ne apparivano lucenti, ma quando il professore incominciò ad inoculare i microbi luminosi ai ranocchi che popolavano la vasca del giardino, solo allora potè rallegrarsi dell'esito sicuro della sua opera.
Di notte era una vera fantasmagoria; sotto la pelle sottile si vedeva trascorrere un sangue luminoso ed i ranocchi illuminati che saltavano parevano animali fantastici, immaginati da qualche scrittore di racconti inverosimili.
E quello che maggiormente sorprendeva era che i ranocchi diventavano ogni sera più luminosi e più irrequieti, e a poco a poco la luce era divenuta tanto intensa da potervi leggere come in mezzo a una corona di fiammelle elettriche.
Per molte sere quegli animali luminosi servirono di spettacolo in casa Grimani, il professore n'era contento e orgoglioso come d'un trionfo, e Marcella meravigliata riguardava il marito con crescente ammirazione.
V.
Era sulla fine dell'anno scolastico, quando il professore Grimani invitò alcuni colleghi ed amici a passare una giornata a casa sua, dove aveva preparato loro una sorpresa.
Accettarono con piacere, certi di passare una giornata lieta in casa Grimani, dove c'era sempre un buon pranzo, e potevano chiacchierare colla signora Marcella delle più ardue questioni scientifiche, trattandola da collega, e ciò la rendeva orgogliosa.
Qualche volta essa si divertiva a far dello spirito sopra se stessa.
—Che antipatiche le donne sapienti!—diceva.
—Non è vero,—rispondevano quei signori, ai quali la scienza non aveva fatto dimenticare la cavalleria,—anzi, la scienza passata attraverso un cervello femminile riesce più amabile.
In ogni modo essa sapeva far molto bene gli onori di casa; si occupava di tutto e di tutti, e procurava di disporre ogni cosa con tanta arte che non soffrivano un minuto di noia.
Quel giorno la riunione in casa Grimani fu più interessante del solito. La sala da pranzo arredata severamente in stile antico, con mobili autentici di legno intagliato e le pareti ricoperte di damasco rosso, era rallegrata da ceste di fiori, e la tavola risaltava colla tovaglia candida e le stoviglie terse e lucenti.
Erano lieti di vedersi circondati da una schiera di persone elette dai nomi conosciuti e stimati in tutto il mondo, che parlavano allegramente come se volessero dimenticare gli studi severi e darsi un po' di bel tempo, scambiandosi semplicemente le loro idee in quell'ambiente simpatico, intorno alla tavola bene imbandita, dove non mancavano nemmeno i vini generosi a metterli di buon umore.
Terminato il pranzo, scesero in giardino a prendere il caffè in un piccolo chiosco coperto di glicine, onicere, clematis ed altre piante profumate, e quando scesero le ombre della notte ed il giardino si fece buio, Grimani diede il segnale di alzarsi e condusse gli amici in un grande ambiente al pianterreno, che non si sarebbe potuto dire se fosse una vasta grotta, una cantina, o una stalla, ma aveva l'aspetto d'una cosa e dell'altra.
Era l'abitazione degli animali che servivano alle esperienze del professore: intorno alle pareti v'erano nicchie chiuse da cancelli di ferro, da un lato uno zampillo scendeva in una gran vasca che serviva per i pesci e gli animali acquatici e nello stesso tempo per abbeverare gli altri.
Prima di entrare il professore narrò i suoi studi sulla fosforescenza.
—Ma quello che ora vi mostrerò,—soggiunse,—è il frutto dei miei ultimi esperimenti, ho scoperto in alcuni animali acquatici un microbo luminoso che, date certe condizioni, si propaga e vive nel corpo di animali di specie diversa, e li rende luminosi e trasparenti; ora potrete vederne l'effetto coi vostri occhi.
Sì dicendo aperse la porta della vasta stanza, e apparve loro come una visione fantastica.
Tutt'intorno alle pareti e sulla vôlta c'erano bagliori indefiniti che mandavano raggi di tinte diverse: era quasi una danza di fiammelle che apparivano e scomparivano ad un tratto come fuochi fatui, poi strisce luminose, azzurre, rosse, infocate, che rammentavano albe e tramonti meravigliosi.
Al primo momento tutti quei scienziati e professori rimasero attoniti.
—Siamo nel regno delle fate, o vuoi farci assistere ad un racconto delle _Mille ed una notte_?—disse il professor Calvi.
—Siete semplicemente nel laboratorio sperimentale d'un insegnante che cerca di scoprire il meccanismo della vita e, qualche volta, ci riesce perchè ha un'assistente impareggiabile,—disse Grimani, guardando sorridente Marcella, poi soggiunse:—Ora venite con me, che è tempo vi presenti alla spicciolata i miei personaggi principali,—e, fatti entrare gli amici in una stanza accanto e sedere intorno ad una tavola, vi pose sopra alcuni ranocchi luminosi.—Ecco l'animale che pare destinato a servire la scienza meglio di qualunque altro; ha incominciato ad essere il collaboratore del grande Galvani, ed ora continua il suo cammino glorioso; nessun animale inoculato coi miei microbi, mi ha dato risultati migliori.
Infatti la pelle sottile di quelle rane irradiava una luce così intensa come se dentro ci fosse una fiammella elettrica, e osservando attentamente, si poteva distinguere tutti i movimenti interni del piccolo animale, i battiti del cuore, il sangue trascorrere nelle vene e il nutrimento attraverso il corpo, e quando l'animale era stuzzicato o tormentato, mandava raggi più vibrati, e tutti quei professori si strappavano di mano quelle piccole bestie per osservarle, come i fanciulli fanno coi balocchi.
Grimani mostrò poi delle cavie, dei conigli che non mandavano una luce intensa, ma una pallida fosforescenza, e soltanto negli occhi avevano due lucenti scintille; piacque molto un porcellino da latte che dava una luce rosea, e finalmente il professore versò e dispose sulla tavola una sostanza simile a un fiume d'oro e d'argento: sembravano raggi usciti dal sole e dalla luna che illuminassero la piccola stanza e le persone con riflessi insoliti e abbaglianti.
Il professore spiegò che tutto quel bagliore era effetto della putrefazione di alcuni animali ch'egli si era divertito ad ottenere in grande quantità, e mostrò come nei profondi abissi del mare, la vita, la morte e la dissoluzione si congiungano assieme per renderli luminosi.
I colleghi si congratularono con Grimani degli esperimenti, e, risaliti in casa, pensavano alle applicazioni utili di quella scoperta.
—Bisogna tentare sull'uomo,—disse Grimani,—e rendere il corpo luminoso senza bisogno di raggi X e di altri sistemi incompleti, e leggervi come in un libro aperto.
E regalò ai colleghi dei tubetti con culture di microbi luminosi perchè li facessero sperimentare nelle cliniche, mentre egli s'ingegnava di fare altrettanto, ed aveva fede che da tanti bagliori, potesse risultare un po' di luce a beneficio dell'umanità sofferente.
VI.
Tutti i giornali parlavano della scoperta del professore Grimani, traendone lieti pronostici.
Egli era contento del modo con cui era stata accolta e dai colleghi e dal pubblico, e s'aspettava ben altro effetto che non fosse quello d'una semplice curiosità.
Aveva già fatto esperimenti sui malati negli ospedali, ma sul principio con pochi risultati pratici. Lo scheletro impediva la trasparenza, e soltanto nell'addome e nello stomaco, s'era ottenuto qualche effetto, ma poi per poter conoscere bene il funzionamento dell'organismo, bisognava far prove nelle persone sane, e nessuno voleva sottomettersi ad esperimenti di quel genere.
Grimani non si perdeva di coraggio: riuscire nella sua impresa era addirittura per lui una specie di fissazione; le difficoltà, invece di scoraggiarlo, gli davano un nuovo ardire; non solo voleva riuscire a leggere nel corpo umano, ma bensì a scoprire i movimenti del cervello.
L'ostacolo era la calotta cranica che avrebbe impedito il passaggio della luce, ma nella prima età non è del tutto rinchiusa, ed egli pensò che aveva il mezzo di continuare i suoi studi senza uscire dalla sua casa; non aveva il suo bambino? Non era suo figlio? Non era padrone di servirsene per i suoi esperimenti, non recandogli alcun danno? e l'avrebbe subito tentato se non avesse temuto di dispiacere a Marcella che non voleva si toccasse il suo figliuolo.
Una volta entrata quell'idea nel suo cervello, non ebbe più pace, amava la scienza più di tutto, e a questa doveva sacrificare tutto.
Incominciò allora una serie di sotterfugi per far le cose in modo che Marcella non avesse alcun sospetto; mostrò di occuparsi di più del suo bambino, lo teneva in braccio spesso e lo faceva giocherellare, interessandosi a' suoi progressi, tanto che Marcella ne era sorpresa, ma nello stesso tempo contenta che il marito si compiacesse delle grazie del figliuolo.
Per molto tempo si contentò di servirsene di trastullo, ma un giorno che Marcella era fuori di casa, si decise al gran passo e inoculò nelle vene del figlio i microbi luminosi.
Non fu senza inquietudine, a dire il vero; ad ogni grido del fanciullo, tremava che si sentisse male; la notte si alzava per andare ad osservarlo, al punto che la moglie gli diceva che se prima non si occupava di Aurelio, ora poi esagerava, e temeva in cuor suo che il troppo lavoro gli avesse prodotto un po' di squilibrio nel cervello.
Intanto Aurelio mangiava e saltava, ed era allegro; il professore continuava ad inoculargli segretamente i microbi e a metterglieli nel latte che doveva servirgli di nutrimento; secondo i suoi calcoli, fra poco tempo dovevano produrre il loro effetto, e non cessava intanto di osservarlo.
Una sera Marcella entrò per caso al buio in camera d'Aurelio, e fu colpita nel vedere un'aureola luminosa che aveva intorno al capo e lo faceva apparire come il bambino Gesù e gli angeli dipinti nelle chiese.
Provò un'emozione come se il suo bimbo fosse morto e non aveva coraggio di avvicinarsi al letto; poi si fece innanzi, si consolò sentendo uscire dalla bocca infantile un respiro leggero come un soffio, s'accorse del punto donde usciva la luce, e la verità le balenò subito alla mente.
Suo marito aveva osato servirsi del figliuolo pei suoi esperimenti? Non aveva dunque viscere di padre? E lo aveva fatto di nascosto, senza dirle nulla come se si trattasse d'un delitto? Sapeva dunque ch'essa non avrebbe mai permesso una simile profanazione. Era troppo! Il suo amore di madre si ribellava al fatto atroce, e un'irritazione le saliva dal cuore al cervello che la faceva tremare dal dispetto.
Non sapeva che cosa avrebbe fatto, ma sapeva certo che non avrebbe più lasciato il suo Aurelio vicino al padre, e tutto ad un tratto si sentì sorgere nel cuore un fiero odio alla scienza che rendeva gli uomini insensibili agli affetti più santi.
Senza por tempo in mezzo, avvolse il bimbo in una coperta, lo prese in braccio, e senza dir nulla a nessuno, uscì dal palazzo Grimani e si recò per quella notte dalla cugina, calcolando di partire all'alba per la montagna, dove avrebbe trovato un rifugio tranquillo nella sua casetta.
Quando il professore, ignorando quello che era avvenuto, entrò nella cameretta di Aurelio e la trovò deserta e seppe che la moglie era partita senza salutarlo e senza dir nulla a nessuno, credette che la sua vecchia casa fosse crollata e la sua felicità fosse sparita per sempre.
Scrisse una lettera alla moglie per iscusarsi, disse che era sicuro di non aver recato alcun danno al figliuolo che amava più di ogni cosa al mondo, si sentiva, è vero, colpevole di non averle detto nulla, ma n'era pentito amaramente.
Marcella fu inesorabile, non rispose; il marito l'aveva ingannata e non poteva più credere alle sue parole, il suo amore di madre era troppo offeso e non sapeva darsi pace.
VII.
Marcella era contenta di essere in mezzo ai monti, sola col suo bimbo, di poter passeggiare nei boschi, correre, giuocare, lontana da ogni pericolo; lo vedeva rifiorire in quella vita libera, a quell'aria salubre e imbalsamata, e non si pentiva della decisione presa.
Dopo qualche giorno si era calmata la sua paura, e nella solitudine e nel silenzio della notte ridestandosi la curiosità scientifica, osservava la testolina luminosa del figlio e si sorprendeva notando i movimenti del cervello, che mandava spesso scintille più o meno luminose, secondo le imagini che si succedevano e le impressioni che ne riceveva.
Aurelio cresceva come un fiore rigoglioso, e pareva che i microbi inoculati nel suo organismo gli avessero dato maggior vigore, al punto che Marcella era quasi pentita della decisione presa, ed incominciava a pensare al marito con vera indulgenza.
Essa non sapeva come egli fosse rimasto affranto dal dolore, vedendosi abbandonato dalla moglie che adorava: non sapeva che s'era ammalato gravemente al punto da dover chiamare presso di sè il fratello e il nipote, nel timore di non poter sopravvivere, e non volendo dar sue notizie a lei, che era stata tanto crudele da abbandonarlo.
—Se io muoio, sarà il suo castigo,—aveva detto al fratello, parlando di Marcella,—e ne avrà rimorso per tutta la vita.
E il fratello Paolo fu un vero consolatore per lui, e il nipote, mostrando molto interesse per la sua scoperta, pareva gli ridonasse la salute.
—Era forse un delitto fare sul proprio figlio un esperimento innocente?—chiedeva il professore.
—Anzi, tutt'altro; io sarei glorioso,—rispondeva il nipote,—di poter esserti utile.
—Davvero? e ti presteresti ad un esperimento?
—Se credi, caro zio, mi metto subito a tua disposizione.
—Bada che sono capace di prenderti in parola,—disse lo zio, e rivoltosi al fratello chiese:—E tu permetteresti?
—E perchè no?—rispose Paolo,—mi fido di te interamente.
Il professore era contento; ciò avrebbe servito d'esempio anche alla moglie, se il fratello gli affidava il suo unico figlio, e poi poter studiare l'effetto dei microbi in una persona sana, era quello che desiderava da tanto tempo, e sarebbe stato un diversivo ai suoi dispiaceri.
Così, mentre Paolo scriveva alla cognata per persuaderla al ritorno, dicendole d'aver trovato Giulio molto ammalato ed avvilito, raccontava ch'egli aveva permesso a suo figlio, la sola persona che lo tenesse attaccato alla terra, di servire agli esperimenti del fratello, e che questi si effettuavano ogni giorno, ed Enrico si lasciava inoculare i microbi fosforescenti, ne ingoiava nel cibo, sorridendo e scherzando, contento di servire così alla scienza. Del resto, diceva che i microbi gli facevano bene alla salute, perchè dopo averne fatta la conoscenza, si sentiva aumentato l'appetito e avea il sonno più tranquillo.