Part 10
—Hai sempre voglia di scherzare, ma scappo, altrimenti perdo il mio turno: a rivederci domani.
E via difilata a casa tutta lieta, pensando alla burla che faceva al cugino, e disse al marito:
—Dimmi brava; vedi come sono tornata presto, nemmeno mezz'ora sono stata. E domani devo fare lo stesso per riprendermi il gioiello; ti prometto che ritornerò presto.
—Domani sarai spinta dalla curiosità di sapere, non ho bisogno di farti raccomandazioni.
Ma il giorno dopo quando Fania andò ad incontrare il cugino e gli chiese il suo gingillo, egli le rispose:
—L'ho lasciato a casa, vieni a prenderlo.
—Venire a casa? ma è un tradimento! voglio il mio porta fortuna.
Fania supplicò colle lagrime agli occhi, ma Giacomino non si lasciò commuovere; che poteva fare la piccola Fania?
Corse in fretta a casa ed entrò nello studio del marito colla faccia stravolta.
—Che contrarietà!—esclamò.—Come me l'ha fatta!
—Ma che è accaduto, si può sapere?
—Non mi vuol restituire il porta fortuna, vuole che vada a prenderlo a casa sua; come sono stata sciocca, ma lo voglio, andiamo insieme a prenderlo.
—Ti pare? se lo vedo il tuo Giacomino, gli do uno schiaffo,—disse il signor Zuccoli,—mi è diventato antipatico.
—E allora come si fa? Gli scrivo.
—No, gli scriverò io.
—Sì, subito, con preghiera di consegnare al latore il porta fortuna,—disse Fania,—e se non vuol darlo?
—Se vuol tenerlo in ostaggio perchè tu vada a prenderlo, diremo al mio aiutante di portare il meccanismo interno perchè io devo introdurvi un'innovazione.... Già è quello che ti preme, l'involucro glielo lascieremo per ricordo.
—È naturale, non vado certo a prendermelo.
Così fecero e il messaggero non portò il gioiello, ma il meccanismo interno.
* * * * *
Fania era impaziente di mettere nel gramofono il disco pieno di segni cabalistici.
E, messo a posto il disco, stettero intenti ad ascoltare.
Prima Fania sentì la propria voce quando pregava Giacomino di tenerle il gingillo.
—Brava,—disse Cristoforo,—ben trovato.
Poi si udì qualche rumore confuso e la voce di un amico che, dopo averlo salutato, gli disse:
—Come! libero? e la tua dama?
—Oggi mi ha lasciato, questioni di abbigliamento.
—E sei a buon punto?
—Se volessi, ma non mi preme, mi diverto così per passatempo, e poi perchè mi dà importanza mostrarmi con una signora della buona società.
—Anche tu fai come la volpe.
—Non è vero, non è il mio tipo; è graziosa, ma è una sciocchina, buona per passare un'ora.
—E l'altra, l'artista come va?
—Quella sì è un boccone saporito, passerò là a momenti.
—Ma non sei solo ad avere i suoi favori.
—Tu come sai? Per tua regola, non vado mai ad approfondire troppo le cose, poi parli per invidia.
—Al caso, io starei per tua cugina, se la cedi.
—Che c'entro io, non è mia, ma in paragone all'altra è come una tazza di latte paragonata ad una coppa di _champagne_.
—Il latte è una bibita sana.
—Ma ti annoia e poi calma i nervi, mi può servire appena per un di più;... ma addio, vado a prendere un bicchiere di _champagne_.
Una pausa, dei rumori confusi, poi di nuovo la voce di Giacomino e una voce di donna.
—Luisa, come va?
—Non ti aspettavo a quest'ora.
—Ero impaziente di vederti.
—Bugiardo! La tua dama ti avrà lasciato in libertà!
—Non ho dame, sei tu sola nella mia vita.
—E quella colla quale passeggi?
—Quella non conta, una parente, poi è insipida, non c'è sugo.
—Davvero?
—Ti giuro. Ma lo sai che, quando si è avvolti nelle tue spire, non se n'esce.
—Sono un serpente.
—Forse!
—E allora lascia che ti avvolga nelle mie spire, e bada, ti strozzerò.
—Finirai per andare in prigione.
E una grande risata, poi più nulla.
—Oh, che birbante!—disse Fania,—è così che studia tutto il giorno, ed ora non si sente più nulla, che cos'è successo? s'è guastato.
—Non mi pare, si sarà fermato, oppure l'avrà deposto in un'altra camera.
—Vuol dire che si sarà tolta la catena,—disse Fania.
—Che cosa ti preme? non hai inteso abbastanza?
—Fin troppo! non voglio più vederlo.
—E farai benissimo.
—Ma prima voglio fargli sapere che ho tutto scoperto.
—Non c'è bisogno: che cosa t'importa di lui, se non vuoi vederlo? Non ti basto io?
—Sì, sì, caro Cristoforo, tu sei buono, e poi sei non un mago, ma un genio; ti ammiro; ma voglio dir qualche cosa a Giacomino, altrimenti scoppio. Ho trovato, lo chiamo al telefono.
Drin, drin, drin.
—Pronti.
—Giacomino.
—Sono io.
—Sono Fania. Ti lascio l'involucro del porta fortuna per memoria, perchè non ci rivedremo mai più.
—Come! non verrai nemmeno a passeggio?
—No, sono troppo sciocchina, insipida; resto col Mago Merlino che mi apprezza meglio di te.
—Non è vero, sei adorabile, rallegri la mia esistenza, vieni.
—No, non mi fai compassione; la Luisa ti consolerà; il latte è una bibita troppo insipida, ci vuole del vino di Sciampagna. Addio per sempre, buon _champagne_.
Drin, drin, drin; il campanello continuava a suonare, ma Fania tolse la comunicazione, e andò a sedere vicino al marito.
—Ora sono tutta per te,—disse,—non uscirò più di casa, imparerò anch'io a fabbricare dei meccanismi.
—Ti pare? con quelle manine, non lo permetterò.
—E che cosa farò della mia vita?
—Non rinuncerai alle tue abitudini; vuol dire che sarò io il tuo cavaliere, andremo insieme dal pasticciere.
—Come, tu lasceresti il tuo lavoro?
—C'è tempo per tutto, ed ho capito che, quando si ha una moglie graziosa e carina come te, bisogna dedicarle un po' di tempo. Finora sono stato troppo egoista.
—Caro il mio mago, il mio Cristoforo, quanto sei buono!—disse gettandogli le braccia al collo.—E pensare che non me n'ero mai accorta del genio che avevo per marito!... ci voleva proprio il gioiello rivelatore!...
FOSFORESCENZE.
I.
In quella giornata afosa di luglio l'antico palazzo Grimani situato in una delle vie meno frequentate di Vicenza, pareva deserto e addormentato.
Le finestre che davano sulla strada erano chiuse ermeticamente, l'erba cresceva tra i sassi nel vasto cortile, nel giardino abbandonato le piante piegavano i rami avvizziti e la fontana di marmo annerita dal tempo non mandava più un filo d'acqua, come se la sorgente fosse rimasta esausta per sempre.
Soltanto quattro finestre al primo piano verso il giardino, aperte e riparate da tende color ruggine, mostravano che il palazzo non era del tutto disabitato. Difatti in una vasta sala, ridotta ad uso di laboratorio, il professore Giulio Grimani osservava attentamente un oggetto posto sotto alla lente di un microscopio.
Accanto a lui una bella fanciulla, Marcella Montecchi, laureata in scienze naturali, era intenta a togliere con uno spillo i visceri di alcune mosche; li schiacciava fra due piccoli pezzi di vetro e li porgeva man mano da esaminare al professore.
Una pace tranquilla regnava in quell'ambiente; intorno alle pareti alcuni ritratti d'uomini d'altri tempi risaltavano come bianchi spettri sopra un fondo cupo; se avessero potuto rivivere, si sarebbero meravigliati di vedere due grandi tavole piene di arnesi sconosciuti e la sala dove solevano ricevere principi e cavalieri, mutata in un laboratorio da alchimista, e sarebbero stati imbarazzati di spiegare a che cosa dovesse servire il lavoro della bella fanciulla che continuava a porgere al professore i vetri preparati per l'esame, movendosi lentamente, in quell'atmosfera calda e snervante.
Quando il professore avea terminato di osservare un oggetto, scriveva alcune note sopra un quaderno e si rimetteva al lavoro in silenzio, immerso nei suoi pensieri.
Pensava appunto quanto Marcella gli fosse stata utile dopo che era entrata nella sua vita, come assistente. Si rammentava, ch'egli non aveva veduto molto volontieri la donna introdursi nell'Università credendola un essere frivolo e poco adatto a seri studii, e sul principio anche con Marcella era stato severo come tutti i suoi colleghi, ma poi, essa avea studiato con tanto amore e con tanta intelligenza tutti quegli anni, s'era presentata agli esami un po' pallida e affaticata pel lungo lavoro, ma agguerrita, sicura di sè, con idee chiare e precise, con risposte pronte che mostravano il suo studio non esser stato superficiale, ma che avea approfondito ogni materia, e ne rimase tanto sorpreso, che per quanto i colleghi volessero essere ingiusti per impedire alla donna d'invadere le carriere riservate agli uomini, piegandosi all'evidenza spezzò una lancia a favore della nuova dottoressa e non solo fu approvata a pieni voti, ma avendogli il governo concesso di scegliere fra i laureati un assistente per i suoi lavori tanto utili alla scienza e all'umanità, aveva nominato Marcella, trovandola la più meritevole d'esser preferita.
Ed ora sentiva che l'aiuto della fanciulla gli era necessario, ed essa era orgogliosa d'esser utile al suo professore e maestro, a quello che aveva sempre riguardato come un essere superiore; era persuasa di aver imparato assai più nei pochi mesi che frequentava il suo laboratorio, che in tutti gli anni passati all'Università e provava una stretta al cuore, pensando che fra pochi giorni il professore sarebbe andato lontano in cerca di nuovi materiali per i suoi esperimenti, ed essa, per trovare un posto d'insegnante o d'assistente, avrebbe dovuto lottare contro il pregiudizio di coloro che non vogliono incoraggiare la donna a dedicarsi ad occupazioni intellettuali fuori dell'ambiente domestico, oppure ritirarsi sulla montagna in una casetta lasciatale dalla madre, dove avrebbe trovato un vuoto intorno a sè, e priva delle lezioni del suo maestro la sua intelligenza si sarebbe arrugginita, e scoraggiata ed avvilita sarebbe stata molto infelice.
Immersa in questi pensieri sentiva come un peso sul cuore, e in quel silenzio le uscì dal petto quasi suo malgrado un profondo sospiro.
Il professore interruppe il lavoro e:
—Siete stanca,—le chiese.
Marcella fece cenno di no col capo.
—Avete dunque pensieri tristi, alla vostra età?
—Sì,—rispose,—penso che tutto finisce e dopo tanti mesi, un lavoro piacevole e tanto utile sarà interrotto per non essere forse ripreso mai più.
—E perchè?—disse Grimani;—avete così tristi presagi? Ora bisogna terminare il nostro lavoro sulle mosche e provare come esse siano il veicolo di tutte le malattie infettive che travagliano l'umanità.
—E poi vengono le vacanze e andrete lontano a raccogliere nuovi materiali per lo studio.
—Senza di voi!—esclamò Grimani,—è impossibile; ho bisogno di aiuto, mi avete abituato male, non ho più pazienza per certe minuzie.
Infatti Marcella era diventata il suo braccio destro, nessun assistente aveva saputo essergli tanto utile come quella fanciulla modesta e paziente, che una volta entrata nel suo laboratorio aveva preso per sè la parte più noiosa; lavoratrice infaticabile, lo seguiva nelle ricerche con ansietà, s'immedesimava del pensiero di lui, capiva a volo quello che desiderava, pronta a servirlo, a rendergli facili gli esperimenti provando, riprovando, quando non riuscivano subito. Egli sentiva che aveva bisogno di lei come dell'aria che respirava.
Vi fu qualche minuto di silenzio. Marcella porgeva i vetrini al professore ed egli li osservava al microscopio macchinalmente, ma i loro pensieri erano lontani dal lavoro.
Dopo qualche minuto di silenzio, Marcella disse:
—E l'anno venturo avrà ancora bisogno di me?
—Ma certo, sempre, non posso fare da solo, sono stanco, mi sento vecchio,—e sì dicendo si staccò dal microscopio e si lasciò cadere con abbandono sulla poltrona che stava dietro a lui.
Marcella lo guardò coi suoi occhi sereni e penetranti, e non disse nulla.
—Non so che cosa succeda in me,—riprese il professore,—ma mi sento nervoso, ho le idee confuse ed io che voglio trovare la ragione di tutte le cose, che pretendo d'indagare i misteri della natura, non capisco più me stesso e sono avvilito.
—Lavora troppo,—disse Marcella,—questo caldo snerva. Ha bisogno di riposo.
—Sì, sì, riposerò, dirò addio ai miei esperimenti, andrò lontano, ma non solo; partiremo assieme,—soggiunse il professore con accento risoluto.
Marcella non disse nulla e alzò gli occhi increduli.
—Che c'è di male?—riprese il professore,—è una cosa tanto straordinaria viaggiare col proprio assistente?
—Non sarebbe una cosa nuova, ma è impossibile,—disse Marcella.—Fuori del laboratorio, non sono che una donna, bersaglio alle chiacchiere ed ai pregiudizii del mondo.
—Il mondo, il mondo,—borbottò Grimani,—c'è un modo di accomodare ogni cosa,—disse battendo le mani come se avesse fatto una scoperta interessante,—sposiamoci.
Marcella gli diede un'occhiata, si fece rossa in volto e non rispose.
—Non è una cosa possibile?—riprese il professore,—sono forse troppo vecchio?
La fanciulla lo guardò bene in faccia, poi disse corrucciata:
—È un brutto scherzo; vi burlate di me.
—Parlo sul serio,—soggiunse con forza il professore,—sapete; non so far tanti preamboli, e parlo come penso, francamente. Finora non mi sono occupato che della scienza, temevo che una donna nella mia vita potesse distrarmi dallo studio, ma con voi è differente, anzi è tutto l'opposto, io ho bisogno del vostro aiuto, noi ci completiamo e non possiamo viver lontani. Qualche minuto fa, quando si parlava di separarci, ho sentito quanto voi mi siete necessaria, ed ho osato dirvi il mio pensiero. Perchè imporsi una sofferenza, un sacrificio, quando è così facile trovare il rimedio?
Grimani fece tutto questo discorso senza guardare in faccia Marcella, la quale se ne stava confusa tremante senza fiato e senza parole per rispondere.
Il professore soggiunse guardandola timidamente:
—È una proposta assurda che vi ho fatta; sono pazzo, non è vero, pensare a certe cose alla mia età? Se è così, non parliamone più.
—È che sono sorpresa, confusa,—disse la fanciulla con un filo di voce.—Io che v'ho riguardato sempre come mio maestro tanto superiore a me e a tutti, che ho vissuto tutto questo tempo in ammirazione del vostro ingegno, mi par di sognare, ma sarebbe vero? Come avete potuto fissare la vostra attenzione sopra di me, povera fanciulla, microbo invisibile? Sarebbe una fortuna insperata; non può essere.
—Siete troppo modesta, mia cara; venite qui vicino a me e ragioniamo; prima di tutto non disprezzate i microbi che sono il soggetto dei nostri studii e che per tanti mesi furono l'argomento dei nostri discorsi, ma guardatemi in faccia, non sono troppo vecchio per pensare a certe cose?
—Vecchio! non me ne sono mai accorta!
—Ho trentotto anni.
Marcella diede in una sonora risata e disse:
—Un uomo a trentott'anni è molto giovane.
—E non ti troverai a disagio con un professore che vive coi suoi libri e il microscopio?
—E questa non è pure la mia vita?—disse Marcella,—ma sarebbe troppa felicità, non ne sono degna.
E chinò il capo confusa.
Il professore la trasse vicino a sè come per proteggerla e soggiunse:
—Io non so dire tutte quelle cose che piacciono alle donne, non ho avuto tempo d'impararle, ma sento che il tuo aiuto mi è necessario e procurerò di farti felice.
Marcella a quelle parole si sentì commuovere e quando potè parlare disse come in quei giorni era stata tanto infelice, perchè pensava ch'egli sarebbe andato lontano, e in mezzo ai trionfi si sarebbe dimenticato di lei, ed ora il mondo le pareva mutato, si sentiva rapita come in un bel sogno e temeva di destarsi.
Ma la voce di Grimani la rassicurava parlandole sommesso come se fosse stato in chiesa, le diceva che bisognava far presto, egli non voleva far la commedia del fidanzato, gli pareva ridicola, tutto dovea esser semplice, naturale come la loro vita.
Ed essa si cullava al suono di quella voce, che le andava diritta al cuore, e nel tepore di quel pomeriggio di luglio, nella sala silenziosa, le pareva di sentire un languore delizioso come se fosse trasportata su su in cielo da una schiera di angeli. Avrebbe voluto che quella giornata non avesse più fine, ma la terra segue imperterrita il suo cammino, non curando il desiderio dei suoi abitanti e già il sole sembrava spegnersi dietro le colline e l'ombra invadeva ogni cosa.
Marcella si riscosse, si alzò e disse:
—È tardi, bisogna andare, mia cugina m'aspetta, domani verrò più presto.
Il professore non voleva lasciare la mano che teneva imprigionata nella sua.
—Dunque sì?—le disse.
Essa alzò gli occhi, chinò il capo arrossendo, e fuggì via lasciando il professore che la seguì collo sguardo, contento d'essersi tolto il peso che l'opprimeva da tanti giorni e assicuratasi la compagnia di quella fanciulla che era divenuta necessaria alla sua esistenza.
II.
Giulio e Marcella sono sempre nella grande sala intenti al lavoro, nulla è mutato intorno ad essi, ma non sembrano più quelli di prima.
Il professore pare ringiovanito, si muove in fretta, i suoi occhi mandano lampi attraverso le lenti degli occhiali, lavora, lavora per terminar presto e pensare poi al matrimonio.
Marcella è più pronta ad apprestare i vetri e porgerli al compagno, ha i movimenti più rapidi, la faccia sorridente, e malgrado il caldo si sentono entrambi dominati dalla febbre del lavoro.
In qualche momento di sosta, Grimani ha delle distrazioni, come non ha avuto mai, si sorprende ad osservare i capelli dorati che incorniciano la fronte di Marcella come un'aureola e li trova più interessanti dei microbi che attendono sotto le lenti del microscopio. Egli che non aveva mai pensato alla donna che come ad un animale grazioso ed inutile, confessa d'essersi ingannato e lo trova, invece, l'essere più bello della terra, che merita d'esser studiato, non solo nell'apparenza esteriore, ma nella parte più misteriosa del suo spirito; soltanto in quel momento capiva che esiste al mondo qualche cosa all'infuori dello studio e della scienza, capace di produrre delle sensazioni sconosciute e di dare all'organismo un senso di ebbrezza delizioso.
Avrebbe voluto far qualche cosa per la fanciulla modesta e devota che viveva rinchiusa nel cupo laboratorio, lo aiutava nei lavori faticosi, ne prendeva per sè la parte più uggiosa, lasciando a lui tutta la gloria.
Qualche momento, stanchi dall'intenso lavoro e dal caldo opprimente, si alzavano e tenendosi per mano andavano girando per le sale del palazzo.
—Andiamo a vedere,—diceva il professore,—bisognerà ben riordinare la vecchia casa perchè sia degna d'accogliere la giovane sposa.
Marcella rispondeva sorridendo.
—Le vecchie case sono sacre, serbano l'impronta delle generazioni che ci hanno preceduto, e mi sembrano più ospitali. Ma noi abbiamo bisogni e gusti diversi dai nostri antenati,—diceva Grimani.
Traversavano androni cupi dove si ripercuoteva l'eco dei loro passi, sale abbandonate, dalle vôlte delle quali pendevano le ragnatele, si soffermavano davanti alle pareti adorne di affreschi mezzo scrostati dal tempo che rivelavano qualche maestro del rinascimento.
—Non vedi che disordine,—disse un giorno Giulio,—bisognerà ritoccar tutto.
—Sarebbe una profanazione,—rispose Marcella,—e poi a che cosa servirebbero queste immense sale? si chiude tutto, il laboratorio sarà il nostro regno.
Poi andarono nella parte più abitata della casa e Marcella destinò una grande camera con alcova per camera da letto, un'altra coi palchetti di legno scolpito per camera da pranzo e:
—Qui,—disse entrando in un gabinetto pieno d'aria e di sole,—metterò i miei libri, i miei amici fedeli.
—E il salotto da ricevere?—chiese il professore.
Marcella si mise a ridere.
Chi mai doveva ricevere? E poi non bastava il suo studiolo?
Si rimettevano al lavoro, riposati da quella corsa attraverso la casa e ogni tanto l'interrompevano per parlare della loro vita passata.
Il professore diceva che la sua aspirazione era sempre stata di scrutare i misteri della natura, aveva dovuto lottare col padre che desiderava si fosse dedicato all'industria come suo fratello Paolo, il quale si era arricchito e viveva a Milano con un figliuolo, unica sua consolazione dopo che era rimasto vedovo.
—È stato tanto contento quando ha inteso del mio matrimonio,—disse.—Era il suo desiderio che venisse una giovane sposa a popolare la vecchia casa paterna.
Marcella invece gli narrava le lotte per poter applicarsi agli studii pei quali tutte le donne avevano trovato tante ostilità, prima in famiglia e poi a scuola; e lei rimasta padrona di sè vi si era attaccata come ad un rifugio per non pensare alla sua vita triste e solitaria.
—Guai se non avesse trovato un valido aiuto nel suo maestro,—soggiunse guardando il professore.
Ogni tanto egli le chiedeva se non era pentita d'averlo accettato per compagno della vita.
Ed essa gli diceva che era così felice che non poteva ancora credere a tanta fortuna.
Era stato come un raggio di sole, nella sua vita, unirsi all'uomo che riguardava con tanta riverenza, al suo professore: come avrebbe voluto aiutarlo, come si sentiva di amarlo!
Poi parlarono dell'avvenire: dovevano sposarsi tranquillamente, senza far rumore, e dar spettacolo agli indifferenti: prima sarebbero andati in qualche angolo tranquillo e solitario in mezzo alla natura selvaggia, poi in riva al mare dove la notte si vede illuminata da animali fosforescenti; dovevano nei primi tempi del loro matrimonio dare il bando agli insetti schifosi come le mosche e dedicarsi all'osservazione degli animali luminosi, doveva essere un periodo fosforescente anche nei loro studî.
Ogni giorno si rassomigliava in quel periodo, ma erano tanto contenti, e l'ora del tramonto li sorprendeva sempre negli stessi lieti propositi per l'avvenire.
III.
Il matrimonio avvenne come avevano destinato: senza feste, senza inviti, accompagnati soltanto dalla folla degli indifferenti; andarono a nascondere la loro felicità in mezzo alla natura selvaggia, e il palazzo Grimani rimase chiuso e completamente disabitato.
Vissero, per molti giorni, una vita di sogno. Il professore dimenticava le aspirazioni scientifiche, nella gioia di possedere quella fanciulla buona, intelligente e bella, colle guance rosee e gli occhi neri espressivi, ch'egli non si saziava mai di contemplare.
Non avrebbe mai pensato di poter dimenticare i suoi studii prediletti per i begli occhi di una fanciulla, e n'era sorpreso.
Marcella invece aveva paura della sua felicità, diceva di sentirsi tanto contenta, temeva che il cuore le scoppiasse per la gioia.
—È troppo, è troppo!—esclamava;—temo di morirne.
Abituati ad osservar tutto con intendimenti scientifici, si studiavano a vicenda, procuravano di scoprire il mistero che li aveva uniti quasi inconsapevolmente.
—Peccato che non possiamo esaminare col microscopio quello che avviene nel misterioso laboratorio che è il cervello umano,—diceva Marcella.
—È meglio così,—rispondeva il professore;—il mistero è quello che attrae e affascina, analizzare e conoscere i nostri sentimenti non ci renderebbe più lieti.
—E se non si potesse continuare ad amarci così intensamente! L'avvenire mi spaventa,—diceva Marcella,—mi par di vivere in mezzo ad una luce abbagliante, che appunto perchè troppo radiosa, si possa spegnere da un momento all'altro.
—Sta in noi di tenerla sempre accesa,—non pensiamo all'avvenire che è nelle mani del destino, come non dobbiamo curarci della gente che ci circonda.
E così passavano quelle giornate indimenticabili sempre assieme facendo delle lunghe passeggiate, arrampicandosi sui monti, attraversando ghiacciai, rallegrandosi di ogni difficoltà vinta, d'ogni nuovo sentiero scoperto, correndo talvolta come scolaretti in vacanza sulle chine erbose dei monti, ridendo di loro stessi, non riconoscendosi in quella nuova vita giovanile che, repressa dalla serietà dei loro studii, scaturiva baldanzosa come limpida fonte alla quale sia stato tolto ogni impedimento.
E si dilettavano in quella vita che avevano riguardata un tempo come frivola, dimenticando tutto, nel timore che dovesse un giorno o l'altro finire.
—Eppure dovremo riprendere i nostri lavori,—disse un giorno il professore.
—Peccato!—rispose Marcella.