Part 1
Nota di Trascrizione: il testo in corsivo è denotato da _trattini bassi_.
VERSO IL MISTERO
OPERE DI CORDELIA.
RACCONTI E BOZZETTI.
_Il regno della donna_ (7.^o migliaio) 2 — _Dopo le nozze_ (3.^o migliaio) 3 — _I nostri figli_, in formato bijou a colori (2.^o migliaio) 3 — _Prime battaglie_ (4.^o migliaio) 2 — _Vita intima_ (9.^o migliaio) 1 — _Racconti di Natale_ (2.^o migliaio) 3 50 —— —— Edizione illustrata da Dalbono (5.^o migliaio) 4 — _Alla Ventura_, ill. da Amato (2.^o migliaio) 4 — _Casa altrui_, ill. da Matania (2.^o migliaio) 3 — —— —— Edizione economica (10.^o migliaio) 1 — _All'aperto_, ill. da Ferraguti e Amato (2.^o migliaio) 4 — _Nel Regno delle Chimere_, ill. da G. Amato, A. Ferraguti e E. Dalbono 5 — —— —— Edizione economica in‑16 3 — _Verso il mistero_ 3 50
ROMANZI.
_Catene_ (8.^o migliaio) 1 — —— —— Edizione ill. da Bonamore (3.^o migliaio) 4 — _Per la gloria_ (2.^o migliaio) 3 50 _Forza irresistibile_ (2.^o migliaio) 3 50 _Il mio delitto_ (3.^o migliaio) 1 — —— —— Edizione illustrata da Colantoni 3 — _Per vendetta_ (3.^o migliaio) 1 — —— —— Ediz. ill. da Armenise e Ferraguti (2.^o migliaio) 4 — _L'Incomprensibile_ 3 —
LIBRI PER I RAGAZZI.
_Piccoli Eroi_ (43.^o migliaio) 2 — —— —— Ediz. in‑8 ill. da A. Ferraguti (3.^o migliaio) 4 — _Mondo Piccino_, illustrato (5.^o migliaio) 1 — _Mentre nevica_, illustrato (4.^o migliaio) 2 — _Nel regno delle Fate_, ill. da Dalbono (3.^o migliaio) 7 50 _Il Castello di Barbanera_, ill. da Paolocci (3.^o migliaio) 2 — _I nipoti di Barbabianca_, ill. da Matania (2.^o migliaio) 4 —
_Teatro in famiglia_, commedie pei giovani, illustrate da G. Amato, Sophie Browne e A. Ferraguti 2 50 _Gringoire_, opera in un atto, musica di Scontrino 5 —
CORDELIA
VERSO IL MISTERO
NOVELLE
[Illustrazione]
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1905
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_Riservati tutti i diritti_
Published in Milan, October fifteenth, nineteen hundred and five. Privilege of copyright in the United States reserved under the Act approved March third, nineteen hundred and five, by Fratelli Treves.
Milano. ― Tip. Fratelli Treves.
UNA TRAGEDIA IN UN CERVELLO.
I.
Valentina seduta accanto alla finestra era immersa nella lettura della _Nevrosi e neurastenia_ del professor De Giovanni.
Era laureata da un anno in medicina e amava la scienza coll'ardore della giovinezza, colla fede d'un credente. S'era dedicata alla specialità delle malattie del sistema nervoso, e studiava indefessamente coll'entusiasmo di un neofita.
Fu scossa dalla voce della madre, la signora Paola Verganti, che le disse:
—Valentina, ti prego, lascia per dieci minuti i tuoi libracci, e ascoltami.
—Parla, mamma,—rispose Valentina chiudendo il libro.
—Dà retta a me,—riprese la signora Verganti,—rinuncia al tuo matrimonio. Quando ti ho concesso di frequentare l'Università, lottando coi pregiudizi degli amici, fu per farti forte e capace di vivere anche senza maritarti, ed ecco che la tua scienza non serve che a renderti indipendente da me, e a farti scegliere uno sposo che non mi persuade.
—Mamma, tu non sei ragionevole, io non ti riconosco più, non mi sembri più la donna superiore che mi permise di dedicarmi a studii severi e virili. Perchè vorresti togliermi ora quell'indipendenza di volontà che tu stessa m'hai insegnato ad apprezzare? È vero; la mia scienza avrebbe potuto consolarmi della mancanza della famiglia, e non avrei pensato a scegliermi un marito, nè accettato il primo venuto, se il caso non mi avesse fatto conoscere l'ingegnere Lodovico Arcelli. È un uomo superiore, ricco, simpatico, intelligente, e lo amo con tutta l'anima mia.
—Tu che hai studiato medicina, sai meglio di me a qual pericolo ti esponi,—disse la signora Verganti,—tu sai bene che Lodovico è pazzo.
—Mamma, non è vero, e mi meraviglio che tu raccolga questa vile calunnia dei suoi nemici. Una mente così equilibrata, che scioglie i problemi di matematica più difficili, che ora sta studiando un metodo nuovo e semplice per trasportare la energia a grandi distanze, via: non è possibile! Io, vedi, ho frequentato le case dove regna la pazzia e credo di saperne qualche cosa; se Lodovico è pazzo, lo siamo tutti!
—Allora è ammalato,—soggiunse la signora Verganti;—hai udito quello che hanno detto di lui i tuoi colleghi; m'hanno fatta la descrizione di quel suo male misterioso, terribile, che fa tremare i più forti, pensa a quello che fai.
—Io non ho paura.
—Almeno, Valentina, fallo per la mia tranquillità, rinuncia a questo matrimonio.
—No, mamma, sono decisa, e tu non inquietarti inutilmente, mostrati forte, come quando il babbo partiva per andare alla guerra, che lo salutavi colla faccia sorridente, per non togliergli il coraggio, e pure avevi il pianto nel cuore; io mi sento figlia del colonnello Verganti e non tremo. Mamma, su allegra; ti assicuro che non ci saranno nè morti, nè feriti, ed ora non parliamone più.
Riprese il libro, ma il suo pensiero era molto lontano. Pensava alla decisione presa, all'uomo al quale era alla vigilia di legarsi indissolubilmente, contro il consiglio delle amiche, della madre, di tutti! Infatti una malattia incomprensibile, fatale, tramutava il più compito degli uomini in una belva furibonda; quel male lo coglieva sempre alla medesima ora, poi si dileguava improvvisamente senza lasciare alcuna traccia. I medici non erano riusciti a spiegarlo e nemmeno a dargli un nome. Chi diceva trattarsi di sonnambulismo, chi di epilessia, ma non sapevano nulla di preciso; avevano tentato molte cure, fra le altre, l'idroterapia, l'ipnotismo, l'elettricità; tutto inutilmente.
Valentina conobbe l'ingegnere Arcelli quando faceva la cura elettrica nel gabinetto del suo professore. Sentì subito una viva simpatia pel giovine, e un forte desiderio di studiare quel male misterioso e tentarne la guarigione.
Egli non ignorava il suo male, e ciò lo rendeva malinconico, avvilito, quasi umiliato; parlava poco, viveva solitario, tutto immerso negli studii, che avevano già fatto conoscere il suo nome nel mondo; era alto, pallido, aveva la voce melodiosa, i modi signorili, e un'espressione di dolcezza diffusa intorno agli occhi stanchi che lo rendeva simpatico.
Valentina lo vide la prima volta seduto, isolato sulla poltrona elettrica, mentre il professore, toccandolo coll'elettroforo, faceva scattare scintille da tutto il suo corpo, ed essa era incaricata di regolare l'intensità della corrente.
Pei primi giorni si scambiarono poche parole, poi la giovane medichessa gli chiese del suo male, tentò d'infondergli qualche speranza di guarigione.
—È terribile,—egli diceva,—è come una morsa di ferro che mi soffoca e mi strazia, un incubo da cui non posso liberarmi. Sono molto ammalato.—E crollava il capo come chi non ha più speranza.
Valentina incominciò a provare per lui una gran compassione, volle visitarlo minutamente e lo assicurò che nessuna lesione aveva nell'organismo, e si convinse che il male era legato a quei fili misteriosi che si chiamano nervi e che sarebbe guarito.
Le parole della fanciulla erano per lui una musica soave che più della corrente elettrica faceva vibrare tutto il suo essere, e il pensiero che finita la cura non l'avrebbe più riveduta, era per lui altrettanto spaventoso, quanto l'idea della sua malattia.
Valentina, senza essere una bellezza perfetta, era molto piacente, aveva il viso aperto, gli occhi vivi, intelligenti e un'aria di bontà e di energia in tutta la persona che la rendeva affascinante. Essa leggeva nel cuore di Lodovico come in un libro aperto, sentiva la di lui ammirazione crescente e aspettava che le rivelasse il suo amore. Egli sospirava, si faceva sempre più triste, ma non aveva coraggio di parlare.
Solo un giorno egli disse che ogni gioia gli era negata, anche la speranza di formarsi una famiglia, perchè nessuna donna avrebbe voluto dividere la sua triste sorte.
—Dite delle sciocchezze,—gli aveva risposto Valentina,—ne volete una prova? Io sarei pronta ad essere la vostra compagna.
Il pallido volto del giovane s'illuminò a quelle parole, ebbe un lampo di gioia, poi crollò il capo, e porgendole la mano disse:
—Grazie, le vostre parole m'hanno fatto un gran bene, ma è un sogno che non può realizzarsi.
—Perchè? Vi amo, ammiro il vostro ingegno; se avete per me un po' di simpatia, perchè non si dovrebbe unire la nostra sorte e tentare di essere felici?
—Ma la mia malattia non vi spaventa? Non mi maledirete di rattristare la vostra fiorente giovinezza, collo spettacolo del mio male? Voi non conoscete l'orrore delle mie notti, gli spasimi del mio corpo straziato, i sussulti del mio cervello infermo, non datemi un'illusione fallace, una speranza che non potrà realizzarsi; pensateci. Valentina, voi siete bella, sorridente, siete nata per la gioia e non per unire la vostra sorte a quella di un uomo che ignora per qual colpa è stato maledetto dal cielo.
—Non dite così che mi fate pena,—rispose Valentina,—mi sono dedicata all'umanità sofferente, ho frugato nelle viscere dei cadaveri per scoprire il segreto della vita; anch'io, perchè ho fatto quello che poche donne hanno il coraggio di fare, in molti ispiro la ripugnanza, il ribrezzo. Veramente volevo dedicarmi soltanto alla scienza, ma vi ho conosciuto, vi amo, e mi offro a voi.
—Voi siete un angelo, e mi è impossibile rifiutare il vostro dono generoso,—rispose Lodovico,—l'accetto come se mi venisse dal cielo e giuro che tutto tenterò per rendervi felice.
—Come amerei la mia scienza se potessi darvi qualche sollievo!—esclamò Valentina.
Lodovico crollò il capo come un incredulo, e disse:
—Non è più il tempo dei miracoli; è vero, voi sapete molte cose, ma non potrete riuscire dove non sono riusciti i migliori medici. Temo d'esser condannato per tutta la vita ed ora ne sono più addolorato per voi, che mi sarete compagna.
—Forse la scienza sarà più potente unita all'amore, ed ho la fede e la speranza.
Lodovico era commosso, gli mancava la voce, ma da quel momento sentì che non avrebbe più potuto vivere senza Valentina.
II.
Un bellissimo sole d'aprile illuminava la città di Torino, e l'aria, piena di profumi nuovi, avvolgeva uomini e cose.
Gli sposi, ritornati appena dal municipio, erano circondati dai parenti e dagli amici.
Il convegno era tutt'altro che lieto. Pareva un funerale, la preoccupazione della malattia dello sposo stava nel pensiero di tutti.
La signora Verganti tratteneva a stento le lagrime e si sentiva tanto triste, come non era stata mai, nemmeno il giorno in cui suo marito era partito per la guerra d'Africa, dove aveva trovato la morte. Lodovico sorrideva, ma si mostrava preoccupato. Valentina soltanto era allegra, raggiante, e si sforzava d'infondere in tutti il suo coraggio e la sua gioia.
Essa sorrideva allo sposo e abbracciava la madre rassicurandola.
Tutto sarebbe andato bene, diceva. Anche la natura in festa e il sole che entrava dalle finestre aperte rallegrava la casa piena di fiori e d'amici.
Fu un momento solenne, quando vennero a dire che la carrozza attendeva gli sposi per condurli alla villa che Lodovico possedeva nei dintorni di Torino e doveva ospitarli in quei primi giorni del matrimonio.
Valentina si staccò con uno sforzo dalle braccia di sua madre, che non avrebbe voluto lasciarla partire, salutò gli amici, e discese in fretta le scale seguita da Lodovico.
Finalmente erano soli.
La carrozza correva per le strade lunghe, dritte, popolate da una folla allegra, uscita per respirare la brezza della primavera nascente. Correva pei lunghi viali fiancheggiati dagli alberi che si vestivano di foglie novelle, avanti avanti per l'aperta campagna, salendo sui poggi che ridevano davanti al nuovo sole. Gli sposi si tenevano per mano in silenzio: si sentivano vivere e pensare, come sentivano il battito dei loro cuori che la gioia rendeva più rapido.
Egli temeva che la sua felicità si dileguasse come in un sogno, e che l'amore di Valentina non avrebbe potuto resistere quando avesse assistito ad una delle crisi del suo male; tremava pensando a quello che gli preparava l'indomani e la stringeva a sè fortemente come per impedire che gli sfuggisse.
Essa indovinava il pensiero di Lodovico, ma non temeva nulla, era sicura di sè stessa e del suo amore. Quasi desiderava affrontare la realtà di quel male sconosciuto, per conoscerlo e tentarne la guarigione; voleva studiarlo con tutta la forza della sua mente, colla divinazione del suo cuore innamorato, e forse sperava di comprendere quello che agli altri era rimasto incomprensibile.
Sapeva quel male misterioso appartenere al genere di malattie alle quali essa specialmente si era dedicata; e il poter studiare il soggetto, sempre, tutti i giorni, con intelletto ed amore, le dava la speranza di riuscire.
Già la sua fantasia andava andava, come la carrozza che correva per l'aperta campagna, e si vedeva felice e vittoriosa. Furono distolti dai loro pensieri dalla scossa della carrozza che si fermò davanti alla villa.
Scesero in fretta sorridendo e, stanchi pel lungo silenzio, ripresero la conversazione interrotta.
Il sole volgeva al tramonto e tingeva d'una tinta rosea le montagne ancora coperte di neve.
La casa bianca risaltava sopra uno sfondo verde‑cupo, formato da un bosco di abeti; i rododendri in fiore mettevano una nota gaia sul verde.
—Quanto è bello!—esclamò Valentina.—Come saremo felici in questo nido!
—Ti piace?—chiese Lodovico col volto illuminato dalla gioia.
—Ma è un incanto!... E come hai pensato a tutto; sei un vero mago. Fino la tavola preparata, e un bel fuoco nel caminetto. E quante belle rose! Eppure non siamo ancora di maggio; e queste violette! Che profumo!
E sì dicendo si chinò ad odorare un bel mazzo di viole poste in un canestro sopra un tavolino.
Lodovico ordinò ai domestici di servire il pranzo; la lunga corsa e le emozioni della giornata gli avevano eccitato l'appetito; poi, rivolto alla moglie, soggiunse:
—Cara la mia dottoressa, mi pare che si potrebbe mettersi a tavola; dopo pranzo avrai tutto il tempo per ammirare la tua villa.
—Nostra, vuoi dire.
—No, sei tu la padrona, te ne faccio un dono; spero che non mi negherai l'ospitalità.
Valentina si mise a ridere.
—Hai voglia di scherzare,—disse.
—Parlo seriamente; sono lieto di cederti lo scettro; da domani la padrona sarai tu, ed io sarò tuo schiavo.
E chiacchierando allegramente si sedettero a tavola dove venne loro servito un buon pranzo, e gustarono per la prima volta il piacere di trovarsi soli, lontani dal mondo, seduti alla stessa mensa, avendo nel loro cervello pensieri spumeggianti come il vino di cui erano piene le coppe di cristallo.
Dopo il pranzo, Valentina volle continuare il suo viaggio di scoperta e girare per la villa, divertendosi a toccare i ninnoli sparsi sulle mensole, ad osservare i mobili, i quadri, i tappeti.
Nel piano superiore v'erano le camere da letto, una coi parati rosei per lei e l'altra più cupa e severa per Lodovico; accanto una sala spaziosa contornata da biblioteche piene di volumi.
—Hai proprio pensato a tutto,—disse Valentina, avvicinandosi alle biblioteche per osservare i volumi ben rilegati.—Da una parte i libri di matematica per te, dall'altra quelli di medicina e di scienze naturali per me; mi par di ritrovare i miei amici, eccoli tutti schierati: Biswanger, _La neurastenia_; Beard, _Una malattia nuova_; _La neurastenia_ di Arndt; come sono difficili questi nomi russi! E che belle ore passeremo a studiare qui tutti e due, tu da una parte ed io dall'altra! Perchè da sposi moderni, da personaggi del secolo ventesimo, non ci si potrebbe contentare di star tutto il giorno a guardarci negli occhi ed a filare l'amore perfetto. Noi abbiamo bisogno anche del cibo dello spirito, e così il nostro amore non passerà come una meteora fuggente, ma durerà sempre, non è vero?
—Ne ho speranza, dipende da te,—disse Lodovico, sedendosi sopra un divano accanto a Valentina.
—Non temere,—rispose questa,—sono sicura di me stessa, i miei sentimenti non muteranno; ma, perchè ora una nube è passata nella tua mente?—chiese guardandolo negli occhi.
—Tu mi leggi dunque nel pensiero?
—È un po' la mia professione. Ma, dimmi, che cosa ti turba?
—Penso che presto s'avvicina l'ora fatale e vorrei pregarti di non tentare di vedermi, nè di assistermi in quel momento.
—Ma perchè?
—Perchè la crisi passa come viene e tu ne soffriresti inutilmente; mi prometti dunque di allontanarti?
—Non posso farti una promessa che non potrei mantenere. Desidero vedere di che cosa si tratta, e la mia non è una curiosità da femminuccia, ma una curiosità scientifica, e poi mi spinge la speranza di esserti di qualche sollievo.
—Almeno, ti prego, non avvicinarti a me. Devo narrarti una cosa che ho sempre tenuta chiusa nel mio cuore, ed al pensarvi soltanto mi rinnova un dolore crudele. Mi rincresce evocare in questo giorno un ricordo così triste, ma vi sono costretto per difenderti da te stessa e impedire che avvenga un fatto al quale non potrei sopravvivere.
Valentina lo guardò esterrefatta. Che cosa doveva dirle di tanto grave? Stette ad ascoltare tutta trepidante.
—Una volta,—riprese Lodovico col pianto nella voce,—avevo un cagnolino, _Fedele_, il mio unico amico, il solo compagno della mia vita solitaria; ebbene, dopo una delle mie crisi lo trovai morto, soffocato, accanto a me. Che cosa era accaduto? Forse vedendomi soffrire si era avvicinato per recarmi soccorso, forse per farmi una carezza, mistero! Sono certo che l'uccisi colle mie mani, e non me ne so ancora dar pace; pensa se tu ti avvicinassi e ch'io ti facessi male, ti ucc.... Dio mio! sento che ne morrei. È terribile non poter dominare i proprii movimenti!
—Non temere, Lodovico, veglierò su te, ad una certa distanza, e saprò difendermi. Ed ora non pensiamo a cose tristi.
—Hai ragione,—disse Lodovico, abbracciandola,—godiamo di questi momenti di pace che ancora ci rimangono.
E stettero vicini in quella stanza appena illuminata. I loro volti erano sereni, ma un velo di mestizia pareva fosse sceso su quelle cose che pochi momenti prima parevano tanto gaie ai due innamorati.
III.
Lodovico aveva accompagnato Valentina nella stanza dai parati color di rosa, e s'era indugiato a discorrere con lei di mille cose, e fatto progetti per l'avvenire.
Dalla finestra spalancata entrava una brezza refrigerante e le stelle tremolavano come punti luminosi nella vôlta scura del cielo.
Ad un tratto Lodovico abbracciò Valentina, e disse:
—Devo andare, procura di riposare, e pensa a cose liete.
—Dimmi almeno che cosa ti senti,—chiese Valentina.—Sai che devo essere la tua medichessa.
—Ora non è nulla, soltanto un sonno invincibile, un peso che mi opprime il cervello. Devo coricarmi, non inquietarti, domani mi troverai bene come al solito. Va a dormire, non pensare a me; te ne prego,—e uscì in fretta, lasciando la sposa sola, in faccia alla notte profonda, in quella camera color di rosa dove i fiori impallidivano nei vasi, e il letto bianco adorno di merletti sembrava stendere le braccia e invitarla al riposo.
Ebbe un momento di sgomento; il primo in tutta la giornata; l'opprimeva il silenzio che la circondava, il non udire più la voce di Lodovico, il trovarsi in quella stanza sconosciuta, che non aveva per lei alcun ricordo, e la sua situazione nuova, straordinaria, di esser sola, abbandonata nella prima notte del matrimonio. Si sedette sopra una poltrona e prese in mano un libro per togliersi dai pensieri che l'opprimevano; non potè leggere nemmeno una riga; lo chiuse; la stanchezza l'assalse, e parve assopirsi; ma tutto ad un tratto un urlo, che veniva dalla stanza vicina, la riscosse; s'alzò di scatto, aperse l'uscio e sollevò la portiera che la divideva dalla camera di Lodovico.
Una lampada velata mandava dalla vôlta una luce tenue, quasi crepuscolare. Lodovico si dibatteva sul letto come un indemoniato, aveva la faccia sconvolta, e gli occhi che sembrava gli uscissero dall'orbita, pareva lottasse con un nemico formidabile, invisibile, i suoi muscoli erano tesi come per uno sforzo sovrumano, poi cessarono i movimenti convulsi e incominciò a gemere e ad urlare come una belva.
Valentina stava ritta sulla soglia, incerta; avrebbe voluto avvicinarsi al letto per tentare di calmarlo, ma rammentò la proibizione avuta. Fremeva nel veder il suo Lodovico così trasfigurato, e di trovarsi impotente a recargli sollievo. Lo chiamò ad alta voce, non rispose, fece solo un movimento impercettibile.
Ad un tratto la voce di Lodovico echeggiò nel silenzio della notte, disse parole interrotte, sconnesse, pareva che vaneggiasse, anche la sua voce pareva mutata.
Valentina immobile stava attenta ad ascoltare. Dopo le prime frasi potè raccapezzarsi meglio in mezzo a quel torrente di parole paurose.
—Aiuto!—egli gridava,—aiuto! ecco, viene col pugnale; uno, due, tre.... gli squarcia il seno: oh che rantolo, è morto; ancora, ancora! perchè? È terribile.... non voglio più sentire quel gemito.... anche lei.... salvala.... peccato, è così bella.... no? no? ah! offre il seno.... ah, l'uccide.... quanto sangue.... via, via.... assassino.... ed ora ecco le vittime; le avvolge nel lenzuolo.... è tutto rosso di sangue. Dove va? dove le trascina? giù in fondo.... sento il rumore delle loro teste che cozzano; tun, tun, tun.... pietà pei morti.... giù, giù ancora; perchè li trascini? Perchè li scuoti? aiuto!... aiuto!... La fossa è nera giù.... perchè le ossa scricchiolano? ahi, le sento qui.... aiuto.... aiuto!...
E si voltava per il letto gettando via tutto quello che gli capitava in mano, contorcendosi in modo spaventoso; pareva che le sue ossa si spezzassero, agitava le braccia come se volesse scacciare una terribile visione. Lodovico continuava:
—Ed ora dove mi conduci? Dove fuggiamo? Quanti soldati! C'inseguono.... via, via! Andiamo lontano.... lontano.... lontano....
Valentina tremava alla vista di quello spettacolo atroce, eppure non si sentiva la forza di fuggire, se ne stava là immobile, impetrita, come una statua. Ad un certo punto Lodovico parve calmarsi, respirò forte come uno che fosse fuggito da un pericolo, e fu colto da un sonno profondo, quasi letargico; soltanto il suo corpo di tanto in tanto sussultava.
Valentina sentì risvegliar in sè, sotto l'involucro femmineo e sensibile, la missione del medico; si avvicinò al letto, e pose una mano sul cuore di Lodovico. Il cuore sussultava, batteva come se avesse fatto una corsa vertiginosa, poi gli posò la mano sulla fronte e la sentì madida di sudore.
—Bisogna farlo guarire,—disse fra sè.—Impossibile che il suo cuore possa sopportare ogni notte una scossa così tremenda, e poi io lo amo e non potrei sopravvivere alla sua morte.