Veronica Cybo

Part 6

Chapter 62,584 wordsPublic domain

»Fu la povera Caterina da quelli spietati et esecrandi ministri della barbara crudeltà della duchessa miseramente trucidata, insieme con la sua fante, forse perchè ella non potesse dar notizia del fatto e palesare gli esecutori; togliendo in un medesimo tempo la vita a lei et ad un’innocente creatura, che poco prima haveva nelle sue viscere concepita la Caterina, essendo ella quando gli fu tolta la vita gravida di tre mesi; dopo di che, squartati i corpi delle misere donne, in pezzi furno tacitamente cavati di quella casa, e con l’aiuto d’una carrozza, che su il fatto o poco dopo si fermò avanti alla porta di quella, furono portati via, e parte gettati in un pozzo che ancora si vede all’entrare di via Pentolini, dove ella fa cantonata su la piazza di Sant’Ambrogio, e parte in Arno, dove il giorno appresso furno trovati e riconosciuti, eccetto però la testa dell’infelice Caterina, che da alcuno di quelli esecrandi carnefici fu portata alla duchessa per accertarla dell’esecuzione, o pure per essergli stato così ordinato da lei, per dar compimento a questa tragedia, nel modo che appresso si sentirà. Furno questi particolari in parte veduti dal Carlini e dal Serselli, i quali prestamente usciti di casa, nella quale per lo scampo s’erono ricoverati, picchiando ad un’altra casa quasi di rimpetto a quella di Caterina (dove abitava una famosa ruffiana loro conoscente, che ancor vive, benchè in età assai grave, e chiamasi la zia Nannina, zia della Margherita, della Brenca, e della Bettina, tre delle più celebri cortigiane de’ nostri tempi, dette le _cicce_), fu loro tostamente aperto, onde saliti in sala poterno da una finestra socchiusa, senz’esser veduti, vedere e sentire buona parte de’ casi da me addietro descritti, per mezzo de’ quali s’è poi avuta piena notizia. Era solita la duchessa di mandare la domenica mattina et altri giorni festivi in camera del suo marito, per una sua damigella, entro un bacile d’argento i collari et i manichini con altre cose simili, che egli costumava di mutare e rinnuovare in quei giorni; ma in quello, che fu il primo gennaio, solenne tra i cristiani, per celebrarsi la memoria della circoncisione del nostro Signore Gesù Cristo, e per essere secondo il rito di santa Chiesa romana primo dell’anno, fu il presente molto diverso; perchè la signora duchessa, presa la testa della povera Caterina, che, così morta, conservava gran parte di quella bellezza ch’era stala cagione della sua morte, e postala nel bacile, e copertala con un drappo usato, fu dalla solita damigella (non consapevole di quello che le sue mani portavano) mandata in camera del duca, e posta nel solito luogo. Levatosi egli dal letto, et alzato il drappo per adornarsi de’ consueti abbigliamenti, pensi qui ciascuno qual orrore l’arrecasse la novità di quello spettacolo, all’inaspettata e miserabil vista di quell’oggetto tanto da lui teneramente amato! quali fussero le doglianze, l’esclamazioni, i lamenti mandati fino al cielo, e quale in somma il dolore, l’angoscia, e le lagrime che sopra l’amata testa della sua adorata donna egli sparse, il che non è mio pensiero descrivere, potendo molto meglio ciascuno da per se immaginarlo, che niuno con la lingua o con la penna descriverlo. E molto ben consapevole del fine che in quell’azione potesse havere avuto la moglie, acciò ella nol conseguisse, s’alienò talmente dall’amore di quella, che per lungo tempo non volse trovarsi ov’ella fusse; e quando ell’era in Firenze (che di rado è seguito) se n’andava in una delle ville, o a Roma, dove ha la maggior parte de’ suoi beni; e quando ell’andava in alcuno de’ predetti luoghi, se ne tornava a Firenze; onde è fama, o almeno opinione d’alcuno, che mai dopo tal fatto egli sia stato con essa, o carnalmente seco giaciutosi; nè osta a questa opinione la figliuolanza del duca, poichè i figliuoli che di presente si ritrova gli haveva tutti acquistati avanti la morte della Caterina.

»Ma tornando al racconto della nostra lagrimevole istoria, venuta il giorno appresso la giustizia in cognizione di tal eccesso, e ritrovati e riconosciuti i corpi delle misere donne, furno prontamente carcerati Giustino Canacci, Bartolomeo e Francesco suoi figliuoli, et un altro suo fratello di cui non mi sovviene il nome; e quando seguì il fatto era in una villa con la sua moglie, una figliuola fanciulla, un’altra maritata ad un Luigi Tedaldi, et il detto Luigi suo marito. Contro quelli scellerati che havevano manipolata così atroce scelleratezza, o perchè la Corte non avesse così presto notizia di quelle persone, o pure perchè ben presto si salvassero fuori dello Stato, o per qualunque altro accidente, non si seppe che fusse fatta alcuna inquisizione; nè meno contro a chi haveva dato loro ordine, essendo pur troppo vero quello che si dice comunemente, che ai poveri tocca a mantener la giustizia, e che le leggi sono quelle tele di ragni che pigliano le mosche e gli altri piccoli animaluzzi, e dagli altri maggiori son lacerate e rotte. Dunque i suddetti carcerati, cioè Giustino, le figliuole, il genero, et il figliuol maggiore, e la sua moglie, chi prima e chi poi, furno, dopo qualche tempo, come non colpevoli liberati, ma Bartolomeo e Francesco ritenuti, e rigorosamente torturati; de’ quali Francesco, o perchè veramente fusse innocente, e non si fusse trovato a tal fatto, o pure perchè dotato di più prudenza e di miglior fortuna, come si disse, non confessò mai, ei fu non molto tempo dopo ancor egli liberato; ma Bartolomeo havendo, secondo fu fama o vera o falsa che egli fusse, intervenuto a tanto eccesso, fu, a dì 27 novembre di detto anno, decapitato su la porta del Bargello la mattina assai di buon’ora, et il cadavere suo, dopo essere stato buona pezza del giorno esposto alla pubblica vista, fu alla sera al tardi sepolto nella sepoltura de’ suoi antenati, posta dentro all’antica porta principale della chiesa di San Biagio.

»Poco applauso ebbe questa esecuzione della giustizia, restando molto scandalizzati gli uomini da bene che fusse punito di pena capitale il meno colpevole, il quale, come addietro si disse, era stato tirato per i capelli in quell’intrigo, et il quale per essere giovanetto e debole di forze e di spirito (e che per tale era riconosciuto), fu forse per forza di tormenti fatto dire più di quello poteva: e che la duchessa, delinquente ordinatrice e direttrice di tanto eccesso, non avesse altro gastigo che quello le arrecò la propria conscienza e la propria vergogna, che forse è stata cagione che poco o mai, dopo tal accidente, l’abbiamo veduta in Firenze. La serenissima madama Cristina di Lorena, avola del Gran Duca Ferdinando secondo, allora et ancora dominante (principe di grande spirito, e di buona e santa vita, e molto zelante della giustizia), mossa forse dall’atrocità di tanto eccesso ebbe concetto di far ritenere la duchessa, la quale seguito il fatto per levarsi dalla vista del popolo s’era ritirata nella sua villa di San Cerbone in val d’Arno, ma avvisata a tempo del pericolo, partendosene ben presto si trasferì a Roma, e la giustizia senza far contro di lei altra dimostrazione le diede l’esilio, dal quale ancora non molto dopo fu liberata.

»Cotal fine ebbe la barbara inumanità della duchessa Veronica Cybo, moglie del duca Iacopo Salviati; la quale non per odio o malignità alcuna, ma per ammaestramento de’ posteri, è stata da me sinceramente descritta con tutte quelle particolarità che dopo lo spazio di circa venti anni ho potuto rinvenire; il che ho fatto tanto più volentieri, quanto che in quel tempo si disse che la giustizia (se tal nome ella merita) per alleggerire i più grandi et aggravare i più deboli, e così gettare (come si dice) un poco di polvere negli occhi al popolaccio, haveva fabbricato due processi, uno veritiero et un altro composto; che il veritiero rimase occulto, et il composto fu pubblicato. Faccia adunque, chi legge questi miei Ricordi, capitale a suo pro della lettura di essi, et abbia a mente, che siccome tutti i proverbi sono approvati, nel descritto caso notabilmente s’è notificato, et assieme verificato, quello che giornalmente si sente dire, che chi pratica con gran maestri è sempre l’ultimo a tavola, e il primo a’ capestri.

»È fama che la duchessa, non sazia affatto di tanto spargimento di sangue, più che mai inviperita contro il duca suo marito, contro il capitano Cosimo de’ Pazzi e contro Vincenzio Carlini, supposti da lei ministri de’ suoi amori, havesse concetto di far avvelenar quello, et uccidere questi, et egli ne vivesse lungo tempo in gran sospetto, e con estrema cura e diligenza s’assicurò d’ogni mal incontro; e gli altri due, cioè il Pazzi et il Carlini, avvertiti dal duca della cattiva intenzione della duchessa sua moglie verso di loro, il primo, come uomo accorto e pro’ della sua persona, stette molto tempo guardingo, camminando per la città armato; e l’altro, cioè il Carlini, presa l’occasione del signor Ottavio Pucci, al presente ministro di camera dell’altezza eminentissima del signor cardinale Giovanni Carlo di Toscana, che di quel tempo partì di Firenze per viaggiare, e da lui preso in sua compagnia, scorrendo la Francia, la Spagna e l’Alemagna et Inghilterra, stette qualche anno fuori di Firenze.»

NOTE:

[1] Discorso intorno al Sublime di Michelangiolo.

[2] _Pag._ x. — Nella _Viola del Pensiero_: Livorno 1839.

[3] _Pag._ _Ivi_. — Edizione del Vannini: Livorno 1839.

[4] _Pag._ _Ivi_. — Tradotta in tedesco sopra la _Rivista Viennese_, senza nome di Autore.

[5] _Pag._ XII. — Elogio di Cosimo Del Fante.

[6] _Pag._ XIII. — Varchi, _Storie_, lib. 2.

[7] _Pag._ XV. — «Per ora le maggiori cure sono state rivolte alla razza pecorina, ed essa le ricompensa largamente; sicchè l’esempio dei più solleciti mandriani stimola gli altri, e le lane son più fini ed abbondanti. Questo rapido perfezionamento si deve all’intelligente munificenza dell’ottimo Leopoldo Secondo: il quale fino dall’anno 1837 fece trasportare, dalle sue signorie di Boemia alla sua privata tenuta della Badiola, un gregge di 230 pecore merine legittime, belle per forme e ricche di finissimo vello. Questo gregge fu destinato a produrre i padri per gl’incrociamenti colle pecore nostrali, e così migliorare le vecchie razze. Quindi i maschi tutti di questo gregge sono stati e donati e venduti per padri alle diverse masserie della Maremma; in specie alla numerosa masseria dell’altra Reale Tenuta dell’Alberese. La riproduzione è stata grande, grande il progresso.

»Già si vedono molte migliaia di pecore meticce di lana perfezionata; già da queste meticce, accoppiate sempre con merine legittime, sono nate pecore che per la loro forma e per la finezza della lana si confondono colle merine legittime; e le vincono in questo, che sono perfettamente acclimatate, e non risentono quindi il minimo danno dall’esser munte e dallo stanziar continuo all’aria aperta in qualunque stagione dell’anno. Così noi possiamo dire che indigena assolutamente è omai questa preziosa razza di pecore, mentre con i ripetuti incrociamenti dei merini con l’antica razza maremmana, se n’è formata una ch’io chiamerai _Merina Toscana_.

»Intanto che sì gran vantaggio otteneva la razza antica, la stessa razza merina venuta di Boemia era perfezionata. Volendo conservare la legittimità delle merine boeme, per aver sempre montoni di puro sangue da destinarsi agl’incrociamenti, fu saggio consiglio di scegliere ogni anno nel gregge della Badiola gli agnelli e le agnelle di più belle forme, e di vello più fine e più folto, per sostituire nei greggi antichi le morte e le scartate, o per crescersi di numero.

»Con questo sistema, per cinque anni rigorosamente praticato, il gregge della Badiola, numeroso di circa 500 pecore, è giunto ad una bellezza di forme, e ad una perfezione di lana insuperabile.

»Di sì bel resultato dette conferma evidentissima il confronto che si è potuto fare di questo con altro gregge di 150 pecore merine, arrivate dalle stesse signorie di Boemia negli ultimi giorni del novembre 1812. Alcuni pastori di queste merine, che condussero pure le altre nel 1837, hanno dichiarato trovarle molto perfezionate nella finezza della lana e nella bellezza. Le merine boeme hanno sulle cosce e sul collo la lana meno fine; quelle nate alla Badiola sono per tutte le parti del loro corpo di lana uguale in finezza e foltezza.

»Nè debbo tacere che la pastorizia Toscana va debitrice di progressi sì rapidi e di utilità sì grandi al sig. Giovanni Giuggioli, Amministratore Generale dei Reali privati Possessi maremmani di S. A. I. e Reale il Granduca, che di questi (mirabilmente secondando le intenzioni del Munificentissimo Principe) va facendo un modello di possibile e veramente utile miglioramento agrario per la Maremma.»

_Memorie economico-statistiche sulle Maremme Toscane. Firenze 1810._

[8] _Pag._ XX. — Parini, _Educazione_.

[9] _Pag._ 7. — Non posso astenermi (che mi parrebbe ingratitudine) di confessare come parecchie frasi di questo periodo sieno reminiscenze di un Canto di Francesco Pacchiani; Francesco Pacchiani, natura privilegiatissima che Dio si compiacque ornare dei tesori della più alta intelligenza. In lui era materia da mostrarsi al mondo in un punto Dante e Galileo, e il Pacchiani durante tutta la vita si affaticò a disperdere i doni di Dio. I tempi e i costumi lo guastarono; provò la sventura, ma tardi, e come conseguenza di vita scomposta, non già come persecuzione di animo gagliardo o d’intelletto svegliato. Poco ci avanza di lui, e tra le altre cose il Canto in cui leggiamo le seguenti terzine:

Come aureo industre verme esce di spoglia, Lucida spoglia ov’ei si fece alato, Dell’infinito valicò la soglia. Dalle candide penne ventilato Spirò dal cinto d’Iri il ciel di Flora D’ambrosia e d’armonia senso beato. Pe i medicei laureti udissi allora Uscir dalle famose arpe commosse Il suon che gl’immortali anco innamora; E dall’onda dei numeri percosse Che destò il ventilar dell’ala bianca, Detter mie corde, che la man non mosse, Il suono che dal tempo i nomi affranca, E l’inno che raccolsi nella mente Incominciai come persona franca.

[10] _Pag._ 14. — Veronica Cybo nacque nel 1611. — Vedi Viani, _Memorie di casa Cybo_.

[11] _Pag._ 21. — Osteria a quei tempi in via dei Pilastri. Vedi _Cicalata di Bastiano de’ Rossi_. Prose fiorentine, p. 3, v. 2.

[12] _Pag._ 22. — L’arte della Seta.

[13] _Pag._ _ivi_. — Vedi Galluzzi, _Storia_, lib. VI, cap. 8, ediz. di Livorno, tom. VI, p. 26.

[14] _Pag._ 30. — _Poesie di Francesco Berni_, Sonetto 18.

[15] _Pag._ 34. — Shakspeare, _Macbeth_. Atto V, Sc. I.

[16] _Pag._ _ivi_. — Alla battaglia d’Ivry Enrico IV disse queste parole: _Ralliez-vous à mon panache blanc: vous le verrez toujours au chemin de l’honneur et de la gloire._

[17] _Pag._ 35. — Vedi _Revue des Deux Mondes_, 1835. — Article _Luther_, par Mignet.

[18] _Pag._ 39. — Furono coniati dal Cellini, e detti così perchè erano la gabella del Barile del vino. _Vita di B. Cellini_.

[19] _Pag. ivi._ — Viani, op. cit., p. 227, v. 37.

[20] _Pag._ 41. — Lastri, _Osservatore fiorentino_, tomo V, p. 101.

[21] _Pag._ 42. — Vedi sopra la _Revue Britannique_, un articolo intorno ai mangiatori di oppio.

[22] _Pag._ 43. — _Æneid._, I.

[23] _Pag._ 50. — Grandissimo era in quei tempi l’amor de’ profumi. Il conte Lorenzo Magalotti nelle Lettere 8 e 9 delle scientifiche, riporta, tra le altre notizie, che due cuscinetti di odori giungevano al prezzo di 400 pezze d’oro.

[24] _Pag. ivi._ — Buccheri erano vasi di pietra odorosa; i preziosi venivano da Quito, Chily, Guadalakara: i preziosissimi da Natan. Questo odore fu ricercato con fanatismo: somigliava a quello che nella state tramanda la terra riarsa dal sole quando è bagnata. — Questa terra mangiavano perfino ridotta in pastiglie. Oggi l’odore del bucchero è cosa ingrata. In questo modo odori, sapori, opinioni ec. vanno mutando col tempo.

[25] _Pag._ 53. — Ferdinando II imperatore, con diploma del 7 febbraio 1625, concesse il titolo d’_illustrissimo_ a Carlo I, principe di Massa, per sè e suoi eredi legittimi nello stato. — Viani, op. cit., p. 44. — Si narra come i popoli esultanti per così sperticato benefizio _ricevessero l’ordine_ d’illuminare _spontaneamente_ le finestre per tre sere di seguito.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Veronica Cybo, by Francesco Domenico Guerrazzi