Veronica Cybo

Part 5

Chapter 53,224 wordsPublic domain

“Grazie! e a voi pure altrettanto. — Maggiordomo, questo anno darete mancia doppia a tutti. — Mi sento felice!”

“Viva il magnifico messer Iacopo.”

“Basta: andate; mantenetevi buoni e leali come foste fin qui. — Valentino, adesso a noi: tu mi devi far bello stamani... io vo’ oscurare tutti in Corte. — Vediamo! — I maestri hanno riportato le robe?”

“Illustrissimo sì. Ecco: il piumaio le ha recato il cappello...”

“Bene. — Abbassa un poco la piuma, e fa di mettervi in mezzo la mia bella rosetta di brillanti. — Il doratore?”

“Anch’egli ha mandato gli usatti.”

“Questi usatti di cuoio dorato a mordente devono fare bellissima figura, in ispecie poi con questi speroni di oro brunito.”

“Il gioielliere dice avere vegliato tutta la notte per fornire la veste, e le si raccomanda pei garzoni: — veda un po’ se abbia incontrato il suo genio.”

E gli spiegava la veste davanti. — Chi mai potrebbe ai giorni nostri immaginare la sterminata ricchezza di cotesta veste? Ella era composta di broccato di oro, ricamata in rilievo a fiori, e in mezzo ad ogni fiore l’artefice industre aveva collocato una perla; intorno al collarino e alla estremità delle maniche ricorrevano due fila di diamanti; in petto, composta di brillanti e di rubini, appariva la croce di Santo Stefano papa e martire. — Insomma e’ bisognava abbassare gli occhi dinanzi a tanto splendore.

“Bellissima!” quasi tolto fuori di sè dall’allegrezza esclamava il cavaliere: “darai ai garzoni quattro ducati perchè se li godano per amore mio. — Lo speziale ha egli mandato l’acqua nanfa, e l’unguento di ambra grigia?”[23]

“Illustrissimo sì, ed ha mandato ancora i guanti profumati di bucchero...”

“Porgi qua, Valentino. — Sentiamo! — Poteva essere più forte questo bucchero, ma passerà.”[24]

Mesciuta larga copia di acqua nanfa, il duca più e più volte se ne asperse le membra. Terminato il lavacro, ed asciugatosi diligentemente con finissimi ed odorosi pannolini, si pose a sedere chiamando:

“Valentino, adesso sta a te: acconciami i capelli...”

Correva in quei tempi lo strano costume di portare voluminose parrucche con i ricci pendenti, di cui due lembi a modo di stola pendevano lungo il petto, ed un altro a suo bell’agio folleggiava dietro le spalle. Il duca Salviati bene assentiva al costume, senonchè ornato di copiosa capelliera repugnava deturparsi sotto una immane parrucca composta di capelli di morto; portava pertanto i bellissimi suoi, ed era in lui mirabile pregio quello che in altri compariva schifosa sconcezza.

Il valletto col pettine di avorio, col calamistro scaldato scompartiva e arricciava i capelli, ma tanto grande agitava la impazienza il Salviati, che ad ogni tratto movendosi faceva sì che il valletto ora gli toccasse col calamistro la pelle, ora col pettine gliela graffiasse. — Certo non era sua la colpa; ma il valletto, come colui che da lungo tempo era uso a servire, sapeva i padroni non avere mai torto; ond’è che ogni qualvolta il duca co’ suoi moti lo impediva, dicesse:

“Domando umilmente perdono...”

E il duca, per quel giorno di sangue dolcissimo, o si mordeva il labbro, o percuoteva del piede la terra, ma senza ira ammoniva:

“Un’altra volta badaci: — non è nulla, fa presto.”

“Illustrissimo signor duca, madonna la duchessa le augura buon capo di anno, e le manda il canestro delle biancherie.”

“A tempo veniste; — le direte da parte mia, che gran mercè; — e ci rivedremo a Corte.”

Il valletto s’inchina, e depone sopra una tavola il canestro.

Nobile arnese di casa Salviata, e per giudicio degl’intendenti universale attribuito al Cellino, era quel canestro, composto di filo di argento, lavorato sottilmente a trafori, con bei mascheroncini e cascate di frutti, fiori e nicchi di mare con singolare vaghezza intrecciati a nastri, fronde e spighe, che facevano maraviglia a vedersi, tanto bene imitavano il vero.

Le biancherie poi formavano principalissima parte del vestire di allora. Oltre alla camicia di rara finezza, usavano portare collari immensi, e manichetti di trina. Non si crederebbero gli enormi prezzi coi quali questi fragili lavori si acquistavano, e per altra parte (ove i pittori, in specie fiamminghi, co’ pennelli loro non ce ne avessero conservata memoria) non si crederebbero gli eletti magisteri co’ quali venivano stupendamente condotti. Le Fiandre in siffatto commercio inestimabile quantità di moneta adunavano, e sebbene fino da quei tempi altri popoli avessero incominciato ad attendere a simili industrie, pure nè allora nè poi, i Fiamminghi furono mai da nessuno superati.

Però le tele e le trine dalla duchessa inviate al nobile consorte non venivano di Fiandra, sibbene di Svizzera. — L’eminentissimo cardinale Odoardo Cybo essendo Nunzio Apostolico presso la Repubblica Elvetica, fu presentato di un magnifico camice di tela; ma il buon prelato, schivo di cose mondane, ne aveva fatto dono alla duchessa Veronica sua sorella, e questa ad ogni costo volle che ridotto in collari e in manichetti adornasse il dilettissimo consorte.

Ed è anche bene avvertire, come le donne in quei tempi, quantunque di alto lignaggio, non aborrissero prendere cura delle biancherie; sicchè quello di mandare il canestro al marito co’ panni da festa non era costume particolare alla principessa Veronica, sibbene generale comune a tutte le madri di famiglia.

Il signore Iacopo nel guardare quelle biancherie, che giorni più lieti del suo amore per la duchessa gli rammentavano, e forse anche dei suoi falli lo riprendevano, non potè fare a meno di esclamare sospirando:

“Povera Veronica! Eppure mi ama... anch’ella...”

“Illustrissimo, è lesto.”

“Vediamo! — Tirami innanzi questo riccio; — così; — bene. Raccogli questi capelli dietro l’orecchio. — Adesso con garbo tienmi fermi i capelli, che non mi si arruffino mentre passo la camicia.”

Sempre tenendo gli occhi fissi nello specchio, il duca allunga la mano al canestro, ove con diligenza remossi i primi e più sottili pannilini, la insinua per trovare la camicia: mentre si adopra in simile ricerca, ecco gli s’impigliano le dita in certa materia molle, che sembra al tatto seta greggia: maravigliando si volge, e vede appunto una ciocca di fili finissimi e biondi, come di seta.

Una stretta di ferro gli comprime il cuore: libera impetuoso la testa dalle mani del servo, per modo che l’acconciatura laboriosa dei capelli va in un istante perduta; si curva palpitante, da un lato getta e dall’altro i vari capi della biancheria, e gli si presenta in fondo del canestro...

Ohimè! La testa recisa di Caterina...

* * * * *

Dopo nove ore di terribili convulsioni Iacopo Salviati aperse gli occhi, gli girò immemore attorno, e vide i servi costernati affaticarsi a tenerlo fermo nel letto. — Richiuse gli occhi, corrugò forte la fronte per raccogliere le idee, e al rammentarsi dell’atrocissimo caso, balza di un gran salto sopra la spada, e gittatone via il fodero irrompe tempestando nelle stanze della duchessa.

Madonna Veronica, scortata da otto bravi e da Margutte, si era posta in salvo riparandosi a Massa presso suo padre, l’illustrissimo[25] signore Carlo I.

_La città e la corte_ rimasero lungamente atterrite non solo pel delitto, che pure era in sè atroce, quanto per le circostanze di cui aveva saputo circondarlo la immanissima donna.

La tela di ragno della Giustizia prese mosche. — Di tanti colpevoli, ad uno solo le riuscì mettere le mani addosso, e fu Bartolommeo Canacci, trovato il giorno di capo d’anno giacente sopra il tronco infelice della matrigna Caterina. Vinto da immenso spavento alla sola vista degli strumenti della tortura, rivelò subito tutti i più secreti particolari del delitto, esponendosi in questo modo per amore delle braccia a certissimo pericolo di perdere la testa. E di vero, poco dopo su la porta del Bargello lo decapitarono. Quando il carnefice, afferrata pei capelli la infame testa, la mostrò alla plebe, questa la salutò con urli, fischi, e con avventarle contra di ogni maniera immondezze.

Il signore Iacopo prese a viaggiare per lontani paesi; ricercò straniere nazioni: ma la lama tagliava il fodero: egli portava la morte nell’anima. La natura, gli uomini, gli vennero in fastidio, e se stesso; alla fine si ridusse a morire a casa. Quando scese di carrozza, i suoi più familiari amici e servitori durarono pena a riconoscere in uno scheletro livido, piegato a mezzo, con gli occhi pesti, male su le gambe reggentesi, quel così splendido cavaliere Salviati, orgoglio ed amore della Corte Toscana.

Quotidiane e compassionevoli supplicazioni della duchessa; istanze caldissime del principe Carlo, dei cardinali Alderano e Odoardo, di Ricciarda Gonzaga, di Maria dei Pichi della Mirandola, e degli altri fratelli e sorelle di lei; le mediazioni di principi italiani, e per fino l’autorità del Sommo Pontefice Innocenzio XI, non valsero a rimuovere il duca dal fiero proponimento di non mai più rivedere, nè perdonare la moglie. — Di lì a poco scese pieno di amarezza nel sepolcro dei suoi padri.

* * * * *

Cinquantaquattro anni dopo il triste caso da noi raccontato, una femmina decrepita, vestita a lutto, col volto intieramente nascosto entro un cappuccio di seta nera, appoggiandosi sul braccio di un uomo del pari vestito di nero, ugualmente estenuato dagli anni, appena la campana annunziava l’_Ave Maria_ del giorno si recava a stento nella chiesa di San Francesco della città di Massa, e quivi prostratasi davanti l’altare maggiore dimorava fino all’ora dell’_Angelus_. Tornava a vespero, nè quinci si toglieva finchè l’Ostiario con molta reverenza le si accostando non le annunziava che la chiesa stava per chiudersi.

Certo giorno non venne, — perchè nella sala del palazzo dei principi Cybo il suo corpo diventato cadavere, sopra un letto magnifico era esposto alla contemplazione dei popoli accorrenti.

I popoli l’ebbero in concetto di santa; la quale opinione sempre più si confermò, quando videro consumato il marmo del pavimento dove da cinquantaquattro anni soleva mettersi in ginocchioni a piangere il commesso peccato, e si sparse la fama delle sue penitenze, e fu mostrato un doloroso cilizio, che le poterono rimuovere dai fianchi soltanto il giorno della sua morte.

Per la qual cosa, quando la sera con nobile e ricca accompagnatura di chierci e di gentiluomini, con immensa quantità di lumi, fu trasportata nelle tombe dei suoi maggiori nella cappella sotterranea dei principi Cybo Malaspina, costruita nella chiesa di San Francesco dal marchese Alberico Cybo, beato si teneva colui che giungesse a baciarle un lembo delle vesti, o a toccarla con medaglie, brevi e corone.

Quando il coperchio di marmo fu calato sopra la sua arca funeraria, — quando i canti si allontanarono e i lumi scomparvero, — il centenario compagno della duchessa Veronica si mosse vacillando da un angolo del sotterraneo, guardò con sospetto dintorno, e appoggiò quindi la fronte di contro al marmo del monumento. Molte furono le ore in ch’egli stette assorto da profonda meditazione: la campana dell’orologio battendo mezza notte lo trasse da cotesto stato; si scosse, e levate piangendo ambe le mani verso il cielo, esclamò:

“Anima di Veronica Cybo, se il vostro pentimento vi ha ottenuto grazia di salire al cielo, pregate Dio, — oh! pregatelo che voglia perdonare anche a me, che vi fui compagno nell’atroce misfatto.”

Cotesto uomo era Margutte.

APPENDICE.

Questo atrocissimo fatto, con pienezza di particolari che nulla lasciano a desiderare, ho trovato scritto nella Cronaca delle Cose Fiorentine pubblicata per opera dell’egregio signore conte Carlo Morbio, diligentissimo ricercatore di Memorie patrie. Io lo referisco qui in Appendice perchè si conosca che perfino la gravidanza della infelice Caterina non fu immaginata, ma pur troppo vera. È certo che in varie circostanze il mio Racconto differisce dalla Cronaca del conte Morbio; ma io leggendo e confrontando varie carte ho tolto quello che mi parve più verosimile.

«Fu non ha molto in Firenze un gentiluomo della famiglia Canacci, detto Giustino, di sì poco senno, che quantunque della sua moglie già morta gli fussero restati due figliuoli grandi, e che egli si trovasse d’età di circa settant’anni, si risolse non di meno di passare alle seconde nozze, accompagnandosi con una giovanetta, benchè inferiore alla di lui condizione (essendo ella nata d’un tintore che teneva la sua origine da uno de’ castelli del Casentino), dotata però di non ordinarie bellezze, la quale aveva nome Caterina. L’età del marito, le tenui entrate d’esso, e le altre sue odiose qualità, essendo egli uno dei brutti, svenevoli e men puliti uomini che fussero all’ora in Firenze, diedero animo a molti di vagheggiarla, onde non mancorno instigatori, nè sollecitatori alla Caterina, la quale, ancorchè palesemente menasse una vita assai modesta, dopo non molto tempo cedendo agli assalti, condiscese a compiacere alcuno dell’amor suo. Tra quelli che segretamente s’internavano nella sua grazia et amicizia furono due giovani Fiorentini che ancor vivono, cioè Lorenzo di Iacopo Serselli, e Vincenzio di Matteo Carlini, il quale con l’età mutato abito e costumi si ritrova al presente spedalingo et amministratore dello spedale di Bonifazio di Firenze. Erano questi due giovani assai familiari del sig. Iacopo Salviati, duca di San Giuliano, il primo personaggio (trattone il principe del sangue e della casa serenissima de’ Medici) che per chiarezza di sangue, per ricchezza, e per altre sue riguardevoli qualità fusse allora, o sia ancora nella nostra città, e tale in somma, che pochi anni prima s’era congiunto in matrimonio con donna Veronica, legittima figliuola di don Carlo Cybo, principe di Massa di Carrara. Era questa signora dotata di mediocre bellezza, et oltre a ciò cotanto altera e superba, che, o per natural ritrosia, o per altra cagione, non voleva coricarsi con il marito, o sì vero a suo talento, e quando a lei piaceva, e, come noi usiamo di dire, a punti di luna. Questo strano modo necessitò il sig. duca, ancora assai giovane, a procacciarsi talora qualche piacere amoroso fuori di casa; al che veniva bene spesso aiutato dal capitano Cosimo de’ Pazzi, detto per sopranome il _semplice_, e da alcun altro suo famigliare, che di quando in quando segretamente s’introducevano nel suo palazzo, e gli conducevano alcuna femmina con cui egli si sollazzava; ma in ultimo, ammesso dalli sopradetti due giovani suoi famigliari alla pratica della Caterina, bene spesso si ritrovava con lei, servendosi (per non dar sospetto alla moglie) di pretesto e di scusa, per albergare fuori di casa, di frequentare una delle compagnie notturne, che in Firenze comunemente son dette _buche_, intitolata in Sant’Antonio, che s’aduna in Pinti; dalla quale bene spesso uscendo a qualche ora di notte, se n’andava a casa della Caterina, che molto non era lontana, cioè in via de’ Pilastri vicino alla piazza di Sant’Ambrogio, a mano destra, andando verso la detta piazza.

»Ma non potè egli continuar questa pratica, quantunque cautamente e con segretezza si governasse, che la duchessa (che tra l’altre sue virtù haveva anco in superlativo grado quella della gelosia) non ne venisse in cognizione, e non se ne tenesse gravemente offesa. È fama (il che io non ardisco affermare per vero), che entrando una mattina la duchessa in San Pietro Maggiore ove per avventura si ritrovava ancora la Caterina, da lei di vista molto ben conosciuta, quasi paresse semplicemente et a caso, postasele con destrezza a canto, le accennasse in poche, ma pesanti parole, che non ardisse mai più di dar pratica al duca suo marito, minacciandola, se seguitasse, di fiera vendetta; a cui rispondendo la Caterina forse con più baldanza et ardire di quello comportava la sua condizione, accese vie più lo sdegno di quella signora, accelerando per questa via la sua sovrastante rovina. Onde ingolfandosi più che mai il duca nell’amorosa pratica di costei, e dispostasi la duchessa di troncargliene il filo, è fama che da principio tentasse di farla avvelenare; ma ciò non riuscitole, e volendo pure del torto che le pareva di avere farne una segnalata vendetta, venne ad eseguirla con tanta crudeltà e barbarie, che ben veramente potrei dire essere stata fatta alla genovese; et il modo fu questo. Procurò ella (per quanto in quel tempo si disse, e pare verisimile), per mezzo di qualche suo confidente et intimo servitore, d’avere a se segretamente Bartolomeo e Francesco fratelli, e figliuoli di Giustino Canacci, giovani di 24 in 25 anni, i quali se non abitavano, almeno frequentavano assai la casa della matrigna; con i quali avendo lungo discorso, è verisimile che rappresentasse loro la licenziosa vita di essa, e l’ignominia che perciò faceva a loro et alla posterità, et insieme l’obbligo che havevano come persone ben nate di liberarsene, e levarsi costei dinanzi, promettendo loro, quando si risolvessero, a dar loro ogni assistenza nell’esecuzione, et assicurandoli ancora d’una gagliarda protezione, con la quale li haverebbe tratti d’ogni pericolo in cui per tal impresa fussero potuti incorrere. E perchè erano poveri giovani, promise loro un continuo sovvenimento ne’ loro bisogni.

»Non è ben certo, appresso di me, se questo discorso della duchessa fusse fatto ad ambedue i giovani, o solamente a Bartolomeo ch’era il maggiore, e che, come mostro l’esito della cosa, si ritrovò presente a quanto di poi successe, e rigorosamente pagonne il fio; ma comunque s’andasse il fatto del discorso, o ad ambedue o ad un solo, egli è pur verisimile, e si credette, e si disse pur anco in quel tempo, che sul principio tal proposta parve loro molto strana, e che tentassero con destrezza di liberarsene; ma che replicate più volte l’istanze, e l’offerte accompagnate su l’ultimo (secondo si disse) dalle minacce, condescese almeno Bartolomeo a dar mano, o almeno ad esser mezzano et instrumento che in casa della matrigna fossero introdotte quelle persone che alla duchessa piaceva per effettuare in apparenza la loro, ma in sostanza la di lei vendetta. È stato concetto d’alcuno, che uno dei principali motivi che disponesse Bartolomeo Canacci a cooperare alla morte della matrigna, fosse la repulsa havuta da lei, ricercata dell’amor suo; il che sì come per altri esempj e casi seguiti et accaduti assolutamente non niego, ma in parte dubito non possa anco essere, perchè non pare verisimile che, passati tra di loro questi disgusti, fosse il detto Bartolomeo di poi ammesso con tanta facilità a praticar la casa della matrigna, e se ne sarebbe in quel tempo favellato lungamente, il che non mi sovviene che seguisse; ma comunque s’andasse il fatto, fermato con Bartolomeo e Francesco questo punto, fece la duchessa segretamente venire da Massa tre o quattro assassini, o sicarj come chiamare si vogliono, il che per mezzo del principe suo padre o di alcuno de’ suoi fratelli fu a lei molto ben facile, i quali condotti alla spicciolata, per non essere osservati nè dar sospetto, furno da lei fatti trattenere tanto che si maturasse il tempo, e si aprisse la congiuntura d’effettuare il suo fiero proponimento, al quale fu data esecuzione la notte del 31 dicembre 1638, se non m’inganna la memoria, secondo che si disse, in questo modo. Intorno alle ore tre di notte, Bartolomeo Canacci, et i sicarj addietro scritti, picchiò l’uscio della casa della madrigna, e gli altri se ne stavono in disparte dall’altra banda della strada per non essere osservati, aiutati e favoriti dall’oscurità della notte. Così Bartolomeo picchiato alla porta della casa, gli fu risposto da una fanciulla dalla finestra; e domandato chi era, e rispondendo egli “amici,” e riconosciuto alla voce, gli fu subito tirata la corda; onde aperta la porta, et entrato dentro, e dietro a lui quei manigoldi, salirno con tanta furia le scale, che Lorenzo Serselli e Vincenzo Carlini, (che allora erono ivi a trattenersi con la Caterina, e che dallo strepito, dubitando alcuno d’alcuna cosa, s’erono già levati in piedi) furno a pena a tempo quando quella gente con arme nuda alla mano cominciorno a comparire su la scala, e fuggendosene su per un’altra scala per la quale si saliva alla parte superiore della casa, come ben pratichi scapparsene su per le tetta, per entrare in altra casa contigua, e così dall’imminente pericolo salvare la propria vita.