Part 4
Arrogi, un fuoco da casa del diavolo, — attizzato però allo scopo innocente di arrostire capponcelli e pippioni, che parevano si struggessero proprio da giubbilo di sapersi riservati a così fausti destini; imperciocchè sia destino dei pippioni, capponcelli e simili concludere la vita loro infilati e arrostiti siccome insegna la esperienza, — la quale, secondo che ne avverte Aristotele, è maestra suprema delle cose.
Ma gli attori mancavano al dramma. In quel momento essi stavano in chiesa, ove con molta devozione attendevano alle cose dell’anima. — _Omnia tempus habent_: vi è tempo di piangere, e vi è tempo di ridere; vi è tempo di digiunare, e tempo di mangiare: — e questo si trova scritto nell’Ecclesiaste.
E poi (voi lo sapete), qualsivoglia solennità religiosa o civile domestica o politica, si conclude sempre col mangiare. Vi nasce un figlio, e convitate a mangiare; — morite, ed ha luogo il banchetto funebre; — togliete moglie (veramente il condurre donna andava innanzi al morire, ma ormai è scritto, e non vo’ cancellare), e ricorre il pranzo nuziale. La mensa e la tomba riuniscono tutte le opinioni. A mensa convengono come a centro comune tutti i raggi delle umane voglie. Mirabeau e Danton, dopo le sedute dell’Assemblea Legislativa e della Convenzione, colà si riposavano; — colà, dopo le ambagi del congresso di Vienna, Metternich e Talleyrand convenivano; — colà non raggiri, non dissimulazioni, non discordie, non astii: mangiavano tutti, e mangiavano di buona fede. — A mensa sarebbero stati d’accordo Fra Paolo Sarpi e il cardinale Pallavicino; il cardinale Bellarmino e Martino Lutero, a cui, per quello che si legge, Enrico duca di Brunswick dopo la Dieta di Vormazia mandò in regalo un gran boccale pieno di birra per beverselo a pranzo! — Cicalava mai tanto quel Martino Lutero![17]
Dalla impannata sbuca una testa coperta con un cappello di forma conica a larghe falde. Una falda — ciglio, occhio, e gran parte della guancia celava; l’altra appena mezza fronte cuopriva, senonchè una piuma nera calando giù attraversava la faccia, — quasi un frego tirato in prevenzione sul pudore, ove mai si fosse avventurato a comparire colà.
Perlustrato dello sguardo lo interno della osteria, gli occorse in un canto Bartolommeo Canacci, il quale con un mazzo di carte fra le mani stava giuocando da sè alla bassetta. Allora comparve la intera persona dell’affacciato alla impannata: — quasi gigante, avvolto fino al mento in larghissimo mantello, s’incammina alla volta del Canacci, e gli giunge accanto in quella ch’egli esclamava:
“Ahi! sorte ladra: io mi butterei via, — mi sbattezzerei: — ora che giuoco da me non perdo mai...”
L’incognito lascia con tutto il peso del corpo cadersi sopra la panca, e forte battendo con la mano aperta sopra la tavola, grida:
“Oste! — Vino...”
Baccio dette un balzo tale, che per poco non cadde riverso: carte, stoviglie, e gli altri arnesi saltarono all’aria; l’oste solo sprofondato nei misteri dell’arte non si mosse dal camino, e persuaso ch’e’ fosse un povero avventore, senza _piegar collo nè mutar costa_, rispose:
“Da quanto? da due soldi il boccale?”
“Senza fede! — serba il tuo aceto per la settimana santa, sozzo can rinnegato, e a me porta del vino, — e del meglio; — hai capito?”
“I’ ci ho del Chianti, del Pomino, dell’Artimino, del Carmignano, e del vin Santo,” riprese l’oste diplomatico tutto di un fiato, fingendo non avere inteso del discorso dello incognito tutte quelle parti che non gli tornavano, “dell’aleatico poi da resuscitare un morto...”
“Del meglio, ciarliero, — e basta.”
L’oste recò un bicchiere, e un fiasco panciuto e vermiglio che sembrava un senatore.
“Ch’è questo? Un bicchiere solo? Il gentiluomo per avventura non beve?” interroga lo incognito additando il Canacci.
Bartolommeo con certe sue smorfie si schermiva da quella gentilezza profferta a modo d’insolenza, dicendo:
“Troppa grazia è la vostra, padrone mio riverito... — in verità io non vorrei...”
“Eh via!” interruppe l’oste, che trovava il suo conto a cotesto invito; “accettate: — quando le proferte si partono dal cuore non si vogliono rifiutare. — Non vedete che faccia di Cesare ha questo gentiluomo? — E se menasse vino, voi vi berreste anche l’Arno.”
“Vattene, oste, al camino, e bada allo arrosto. — Gentiluomo!” riprese l’incognito dopo aver bevuto il primo bicchiere di vino, “dal colore dei vostri panni mi accorgo che la sventura vi ha visitato.”
“In pochi giorni ho sepolto il testatore; ma qui non istà il maggiore male: in pochi giorni ho sepolto ancora la eredità... Questa sconsacrata bassetta mi ha portato via in meno di una settimana meglio di mille ducati...”
“Eh! ma i mezzi non mancano per poterli rifare; — a casa — Bevete!”
“Grazie! — E come? Finchè la matrigna dura, ella è donna e madonna di tutto. — Dei contanti finchè ne ho trovati ne ho presi... ma ora?”
“Oh che il duca di San Giuliano sta sul tirato?”
“I’ penso che abbiano tolto con meno fatica i denti a Santa Apollonia, di quello che ci vuole per cavare di sotto al duca un fiorino. E poi la Caterina fa la superba...”
“Lascia le anguille per gli storioni, eh?”
“No, in fe’ di Dio! la non è donna da questo. — Ma torniamo a noi. Sapreste voi, gentiluomo, indicarmi una medicina contro il male del debito?”
“Senti, Baccio, tu non mi conosci; ma io posso, e voglio aiutarti: io ti sono amico, e intendo liberarti da tanti guai...”
“Davvero?”
“Davvero.”
— E qui cominciò tra loro un colloquio a voce bassa, nel quale lo incognito parve, dai gesti che faceva, proponesse al Canacci qualche cosa di enorme, perchè questi accennava risoluto di no; ma lo incognito sempre addosso con parole ardenti ed atti concitati; e il Canacci cominciava a balenare, poi pareva si accomodasse: alla fine, piuttosto per non mostrare troppo facile sconfitta, che per opporre resistenza vera, osservò:
“Ma il paretaio del Nemi?”
“Coteste reti prendono le lodole, non le aquile: le leggi sono tela da ragnateli; le mosche rimangono, i bovi le rompono...”
“Se l’essere bue bastasse, io mi terrei fatato meglio di Orlando; ma, e quelle quattro schiappe?”
“E’ ti saranno rese quattro volte tanto...”
“Sì eh? nel paese dei Baschi o di Bengodi, ove le montagne sono di formaggio parmigiano?”
“No; su quel di Massa, con vigne ed oliveti, che fanno olive grosse come castagne...”
“Anche uno scrupolo! — Cacciarla così _ex abrupto_ nell’altro mondo, come un pallon grosso in guadagnata...!”
“Diavolo! faremo le cose da cristiani; le daremo tempo d’acconciare bravamente, a modo e a verso, le cose dell’anima. Parola di Margutte! Ma ormai è tempo che tu venga a parlare da te stesso con Madonna.”
“Oste! — págati...”
E gettò uno scudo d’oro di Massa su la tavola, che l’oste prese divotamente con due dita, avendosele prima ben forbite al grembiule, e contandogli il resto parlava:
“Colendissimo padrone mio! Ora che ella ha saggiato del mio buon vino, non mi faccia torto. — La ci degni della sua persona: troverà gentiluomini piacevoli, e da pari suo. — Questo è uno scudo d’oro di Massa, n’è vero? Ecco qua le armi — Cybo, Medici e Malaspina; — glielo baratterò meglio che in zecca.” — Ed avvertendo come lo incognito non gli badasse, aggiungeva: — “Di grazia, illustrissimo, la badi qui, che dal gran fuoco l’ho le traveggole; e per cosa al mondo i’ non le vorrei affibbiare moneta scadente, — molto più che adesso sono spariti quei bei _pavoli barile_ del duca Alessandro di eterna memoria:[18] — crazie, che le paiono scaglie di muggine... — Tre giuli ella spende, e sette dieci: — ogni cosa muta in questo mondo: — guardi! e sei, sedici: — tutto peggiora: — e mezzo, sedici e mezzo, che a tanto le ragguaglio il suo scudo.” — E così favellando s’ingegnava a divertire l’attenzione dello straniero, vuotandosi intanto le tasche di quante crazie rotte e monete tosate vi aveva raccolto da anni a questa parte.
Margutte, stesa la mano su quel mucchio di moneta disperata, sogghignando rispose:
“Oste, molto maggiore Santo che non se’ tu ha detto — Quello che fu sarà, — ed io ci credo. Vedi. — Una volta certo oste, come te, mi barattò uno scudo d’oro di Massa lire undici, e queste lire me le rese in moneta che scapitava d’un quarto. Tu hai cominciato come il tuo collega a cambiarmi lo scudo per undici lire, mentre in zecca danno bene undici lire, ma di oro, le quali con l’aggio del sette per cento fanno undici lire, soldi sedici e denari sei, in moneta di argento.[19] — Adesso vediamo la tua moneta...”
“L’avverta ch’i’ ho le traveggole... io l’ho tenuto avvertito.”
“Senza fede! Ve’, che ferriera! — Apprendi, oste, che allorquando il tuo diavolo nasceva, il mio andava ritto alla panca. — To’, — ed impara...” E stretto nel pugno il mucchio glielo gittò nel viso, aggiungendo: — “questa è la mancia!”
E si alzò conducendo seco il Canacci.
L’oste trasognato lo accompagnava fino all’uscio col berretto in mano, non sapendo dire altro, che:
“Illustrissimo, si persuada... — le traveggole....” E quando si fu bene assicurato che era lontano, asciugandosi la fronte mormorò:
“A casa del diavolo! — che già deve essere casa sua.”
Da quella sera in poi non fu più veduto il Canacci.
IX.
L’ultimo dell’anno 1637 la nebbia ingombrò così grave e insistente le vie di Firenze, che dalla densità in fuori pareva la cenere di Pompei. Poco si distinse il giorno dalla notte, e verso le ore ventitrè d’Italia già era buio fitto. Allora certe sinistre figure imbacuccate nei tabarri presero a scorrere la via dei Pilastri, borgo a Pinti ed altre strade vicine. Alcuni di questi scherani portavano sotto al ferraiuolo la lanterna, e quando passava qualche borghese alla spicciolata, gli erano addosso e gli mettevano la lanterna alla faccia per bene riconoscerlo. — Se il povero borghese rimanesse senza fiato non è da raccontare. — Votandosi a tutti i suoi Santi, egli allungava le gambe, conciossiachè la città andasse da stragi quotidiane funestata. Di rado passava notte, che la campana della Misericordia non risvegliasse e atterrisse i cittadini, i quali però, recitata una breve orazione per l’ammazzato, davano una giravolta per il letto, e nuovamente si addormentavano. Le leggi tacevano: le case magnatizie salariavano ostensibilmente sicari, bravi e scherani, di cui lo ufficio consisteva nel distribuire di buone pugnalate alla bruna su lo svoltare del canto a coloro che avevano incorso la disgrazia del nobile padrone che li nudriva. — Io dirò cosa incredibile, e vera: Ferdinando II, non che altri, manteneva bravi ai suoi stipendi, e tra gli altri quel sì famoso Tiberio Squilletti, comunemente chiamato Fra Diavolo, ed anche Fra Paolo, perchè apostata dall’Ordine di San Francesco; il quale all’ultimo si fece ribelle, ruppe le strade, invase, uccidendo e predando, la stessa Firenze, e finalmente preso, consumò la vita nelle carceri del Bargello.[20]
Alle dieci ore di notte, una carrozza senza stemmi tirata da due poderosi cavalli giunse in borgo a Pinti, e si fermò sul canto dei Pilastri, accostandosi al muro quanto meglio poteva. Subito dopo una persona larvata con maschera di velluto affacciò il capo allo sportello, e trasse da certo arnese di argento un fischio acuto. Si sentirono passi accelerati, ed un grande uomo incamuffato giunse affannoso alla carrozza.
“A che ne siamo, Margutte?”
“Bisogna aspettare... l’amico è in casa.”
“Da molto?”
“Di prima sera...”
“Ah!” La maschera tratto un sospiro profondo tornò a gittarsi dentro la carrozza.
I fischi si succedevano con frequenza, e l’uomo pronto sempre correva, e la persona sempre lo molestava con domande impazienti, ond’egli spesso mormorava tra i labbri:
“Al diavolo la indemoniata!”
Poco prima di mezzanotte il duca di San Giuliano uscì di casa Canacci. Volle la Caterina accompagnarlo quella sera in fondo alla scala; e su la porta di strada si ricambiarono i nostri amanti l’ultimo bacio. — In verità lo poterono fare senza scandalo, perchè non ci si vedeva. Il duca ratto ratto rasentando il muro arriva in fondo alla via dei Pilastri, e svoltando in borgo a Pinti urta col petto dentro la carrozza quivi fermata. Proruppe in tale una esclamazione, ch’io non la voglio dire: fu per gridare, per chiamare lume, e fare il diavolo, e peggio; ma poi consigliandosi meglio reputò prudente ritirarsi di quieto:
“Scenda se vuole.”
“Eccomi...”
“Mi porga la mano. — Santa Vergine, come trema!”
“Vieni, e vedrai se tremo.”
“Fuori anche tu...”
E quasi portato a braccia scese un altro individuo, coperto anch’esso di maschera, ma vacillante per paura, o per vino. Appena posto il piede a terra susurrò:
“_In manus tuas..._“
Bussano a casa Canacci: — nessuno risponde: — bussano più forte: — traverso il foro si vede comparire un filo di luce, e poco dopo si ascolta una voce:
“Chi batte?”
“Aprite: — sono io.”
“Ah! siete voi, Baccio? — Da sette giorni noi non vi vediamo: — bel modo invero! Madonna Caterina vi ha fatto cercare per mare e per terra.”
Intanto la porta si schiude. — Di una spinta la fantesca cade stesa per terra; appena apre la bocca per raccomandare l’anima a Dio, che la imbavagliolano duramente, — senza pietà.
X.
La Caterina se ne sta giacente sopra un lettuccio, con la faccia rivolta al cielo. La tengono assorta una folla di pensieri e d’immagini rotte, incoerenti, festose e increscevoli, giubbilanti e feroci, siccome avviene a coloro che per abuso di oppio o di betel istupidiscono.[21] — Bene era quella la sua florida sembianza; quella la fronte liscissima, di alabastro, ma da pochi giorni su quella fronte appariva un segno indelebile, e ve lo aveva lasciato il dolore, che l’anima e la fronte dell’uomo solca con istrumenti di fuoco. — Misera! Quanto può tentare creatura per liberarsi dalla ossessione era stato adoperato da lei. Aveva chiamato l’ira della vanità delusa, l’offesa del sofferto inganno, la religione, il rimorso: — nessuna cosa era stata obbliata; non le materne ammonizioni, la benevolenza del coniuge, e nè perfino il pensiero della duchessa infelice consorte, — madre sconsolata. — Tutti questi argomenti raccolti come una schiera ordinata furono opposti alla passione; e l’amore, sgomento dall’improvviso assalto, ridiveniva umile; in sembianza di povero derelitto implorava per carità di vivere di memorie, di nudrirsi di sospiri e di lacrime.
Tal quale — l’Amore, che fanciullino mézzo di pioggia, assiderato dal freddo, domanda ricovero ad Anacreonte: — imperciocchè i Greci i concetti loro suolessero vestire con piacevoli immagini. La filosofia diceva alla poesia: rendimi amabile. La religione alla scoltura: fammi visibile, senza ch’io perda della mia divinità. Ed ecco Anacreonte traeva una freccia dalla faretra di Amore, e incideva le sue canzoni; e Fidia, raccolto oro ed avorio, effigiava ai mortali Giove olimpico. — Felici i Greci!
Di lì a poco l’Amore ingrossava la voce, e prendeva a discutere. Nessuno pensi che i più celebrati sofisti abbiano mai saputo adunare tanta copia d’ingannevoli argomenti, quanti egli ne immaginava e adduceva. Dove quei discorsi si fossero potuti tradurre, avrebbero disgradato Cicerone e Demostene. Cresciuto in forza, l’Amore di sofista diventava atleta: non ragionava, combatteva, e stretti gli avversari nelle potenti braccia, li soffocava. Poi fatto gigante come il Nettuno di Virgilio, che col — _Quos ego_[22] — comprime i venti imperversati, egli domina col cenno, e regna sull’anima onnipotente tiranno.
Ma l’anima e il cuore ov’era accaduta quella fiera battaglia, ne portavano impresse le tracce che Dio solo può cancellare, versandovi sopra la misericordia dell’obblio.
Nè io già volli difendere la Caterina: — no; — ma soltanto riferire il motivo pel quale non le avrei gettato la prima pietra, e nè la seconda.
La persona dalla maschera di velluto nero fu sopra alla Caterina con brama di falco: la contemplò fissa, ed immobile; poi cava ad un tratto un largo pugnale, e la feriva, se Margutte non l’avesse tenuta dicendo:
“No, — diamole spazio per riconciliarsi con Dio.” — E posta una mano sopra la spalla di Caterina, la scosse leggermente, continuando: “Fate la pace con Dio, perchè i momenti della vostra vita sono contati...”
Balzò in piedi Caterina, fregandosi gli occhi, aprendoli, e richiudendoli con mirabile celerità, temendo di allucinazione; ma Giomo con voce orribilmente pacata replicava:
“Avete sentito? — vi avanzano a vivere cinque minuti...”
“Finiamo!” la maschera nera prorompeva smaniando, e divincolandosi fra le mani di Margutte: “finiamo! — Allo inferno!”
“No; — le dia tempo a recitare l’atto di contrizione. — Se a lei riesce andare in paradiso, Vossignoria si assicura di non incontrarla nell’altro mondo.”
“Ma, e perchè volete uccidermi, signori? Io non vi conosco...”
“Conosciamo voi...”
“Signori, se volete le mie masserizie, le mie gioie, tutto quanto è in casa, prendetelo, non ne farò querela, non ne darò parte al Bargello, ve lo giuro per la morte del nostro Redentore...”
“Noi non siamo ladri: e rammentatevi che due dei cinque minuti sono passati.”
“Ma perchè macchiarvi le mani nel sangue di una misera donna che non vi conosce, e che voi non conoscete? — Non avete madre? — non moglie? — non figli? — Non credete voi in Dio?”
“Pensate voi ad aggiustare i vostri conti con Dio: ai nostri penseremo noi, e soprattutto rammentatevi, — tre dei cinque minuti essere già passati...”
“Ma io non sono preparata... ma io non posso morire... non sono mica inferma io! Mi sento piena di vita; io ho bisogno di vivere...”
“E bisogna morire!”
“Morire, eh! È una parola morire; ma non immaginate voi il dolore e il terrore di simile morte? — Consumata la vita, cadute tutte le illusioni che la fanno bella, riconciliati con Dio, confortati da un santo sacerdote, distrutti dalla malattia, accettiamo la morte come una necessità.... Ma io sento la primavera della mia vita... ho bagnato appena le labbra di esistenza... i fiori della mia ghirlanda sono tutti freschi; — io credo in Dio, — credo alla felicità, credo all’amore, e riamata amo... E voi mi volete uccidere? — Io sono contenta, — intendete? — contenta... e voi mi volete uccidere? — In che vi offesi?”
“In che mi hai offeso?” grida la persona dalla maschera di velluto, staccandosela furiosamente dal volto: “io sono donna Veronica Cybo, moglie del duca di San Giuliano. Ora puoi tu domandare se mi hai offesa? Abbassa gli occhi, svergognata, e non ardire fissarmeli in faccia. — Io era la madre del povero; — io soccorrendo alle tapine donzelle le salvava dal disonore: — ora caccio via, imprecando, il mendico; nell’altrui obbrobrio mi delizio; esulto nei dolori disperati, e quanto posso gl’inasprisco: — e chi altri n’è colpa, se non che tu? — Placidi furono una volta i miei pensieri, i sonni tranquilli; ora sul mio capezzale trovo la insonnia e il delitto; delirii di sangue sconvolgono il mio torbido cervello: — e di cui la colpa, se non di te? — Aveva un amante, e non l’ho più, — un consorte dilettissimo, e non l’ho più;... per te ho tutto perduto in questo mondo; — per te perderò la salute dell’anima mia; — per te ho percosso, fino a fargli grondare sangue, quello che per nove mesi portai nel mio fianco, — che per diciotto con questo seno allattai, — il mio unico; — il mio dolce figliuolo: — e mi domandi se mi hai offeso? — E perchè sei felice di tutta la mia miseria... tu vuoi vivere? — Tu devi morire, sciagurata, e per le mie mani, e subito...”
All’aspetto di quella feroce, il freddo del coltello passò l’anima della Caterina. Diventò in viso del colore di morte, e concependo per istinto, come ogni scongiuro a lei rivolto sarebbe tornato invano, si prostrò abbracciando disperatamente le ginocchia di Giomo, esclamando:
“Salvami pel sangue di Gesù crocifisso! — Salvami! — Anche alle condannate a morte per orribili misfatti... parricidii... ed altri che fanno fremere la natura, si concede spazio di vivere... quando... quando...” — e qui con ambedue le mani si copriva la faccia diventata di fuoco, — “quando sono incinte.... ed io ancora.... di lui... ho una creatura... qui... nel mio fianco... ed io non lo sapevo ad altra donna consorte... Pietà... perdono... la mia finalmente è colpa di amore...”
Piangeva la desolata, e le ginocchia a Margutte in maniera così compassionevole abbracciava, che lo stesso Margutte sentì la prima volta una agitazione di stomaco, — non voglio dire di cuore. — Ond’è, che piegatosi all’orecchio della duchessa mormorava:
“Essendo gravida...”
“Tanto più muoia...”
“Presto, salviamoci!” irrompendo nella stanza esclama un uomo intabarrato: “la Corte si avvicina: l’ho incontrata qui dagli Angioli, e vengo a gambe per darvene avviso.”
“La Corte!” ripete Margutte; e volgendosi al sopravvenuto lascia il braccio della duchessa.
La duchessa trovandosi la mano libera, abbassa lo sguardo, e vede il bel seno palpitante e bianco della genuflessa: — accompagnandolo col peso della persona, cieca di rabbia, vibra un colpo, che ferì la Caterina su la fossetta della gola, e penetrando il coltello nel tronco, le toglie la favella per sempre.
Si alzò come molla che scatti; tese la infelice le mani, si provò a parlare, — ma la gola non aveva più voce, sebbene singulti, e ad ogni singulto prorompeva gorgogliando un fonte di sangue dalla immane ferita.
Margutte, quando vide quel miserando spettacolo, ne sentì — a modo suo — pietà; cavò il coltello, e disse:
“Ormai meglio è finirla!”
E le passò il cuore!
Caterina traballa un istante, come donna presa dal vino; due o tre passi indietreggia, e stramazzando cade sopra Bartolommeo, che da capo a piedi ricuopre di sangue.
Bartolommeo, come Giuda, aveva venduto a donna Veronica cotest’anima, e come Giuda codardo gli mancano sotto le gambe, vacilla anch’egli, e trabocca svenuto sul cadavere della Caterina, sicchè male si distingue la tradita dal traditore.
Di lui non curano i sicari: smorzati i lumi si pongono in salvo.
Se non che Giomo udendo rovistare qualcheduno, si ferma con sospetto, e severamente comanda:
“Fuori!”
E la duchessa, poichè era ella che tardava, risponde:
“Aspetta un poco, che vengo...”
“Aspetta...? — E la Corte?”
“Lasciala venire...”
“E se ci trova, e impicca...”
“A te la corda, villano... — Io sono duchessa...”
“Sta bene. — Ma venite dunque, od io me ne vado... che cosa diavolo fate costà...?”
“Eccomi.”
“Che cosa diavolo avete fatto?”
“Silenzio! — Andiamo.”
XI.
Il capo dell’anno gala in Corte.
Nè dalla sola Firenze, ma da tutte le città del granducato, baroni, cavalieri e personaggi di grandissimo conto accorrevano per augurare a Ferdinando II fausto l’anno incipiente, con una serie di altri felicissimi, per la felicità dei sudditi felicissimi, e per la prosperità degli Stati prosperosissimi. E Ferdinando II, che conosceva come quei voti si dipartissero proprio dal cuore, è fama che per tenerezza piangesse, e a rimanersi quanto più lungamente poteva _in hac lacrymarum valle_ si rassegnasse.
Fatti, ed accettati gli auspicii, andavano a messa, ove il concerto dei più valorosi suonatori e cantanti, che in cotesto tempo fiorissero, apriva agli assistenti le gioie del Paradiso.
Quindi di nuovo colloquii e favellii nelle sale granducali: finalmente, come era per noi avvertito di sopra, un desinare magnifico.
Baroni e cavalieri quanto meglio potevano s’ingegnavano comparire in Corte con vesti oltre ogni credere sfarzose; conciossiachè, sebbene i tempi quel lusso smodato consentissero, il principe ancora lo promuoveva pensando sovvenire in qualche maniera le industrie cittadine.
Iacopo Salviati, di persona egregiamente formato, di sembianza piacevole, di ogni bene di fortuna largamente provvisto, onoratissimo in Corte, per eccellenza di gusto celebrato e come modello additato, pensate un poco se in quella assemblea del fiore della nobiltà volesse rimanere agli altri inferiore, e a se stesso!
Appena aperti gli occhi, temendo avere tardato, si precipita giù dal letto suonando a furia pei servi.
E questi accorrono vestiti a festa tutti giulivi, esclamando in coro:
“Illustrissimo signor duca, buon capo di anno.”