Veronica Cybo

Part 3

Chapter 33,896 wordsPublic domain

“Io sì... in fede di cav... del cavaliere San Giorgio; — ma e tu?”

“Io no; — ho pensato, e lungamente, ad altrui!”

“Ed osi dirmelo? Così presto dunque tu cotanto pudica le altre femmine imiti? E non aborrisci...?”

Mentre in questo modo favella, si toglie dal collo il braccio della Caterina, e lo respinge indispettito. — La Caterina, mesta ridendo, ritorna placidamente ad abbracciarlo, e dice:

“Ho pensato all’anima di mia madre...!”

“Perchè hai pensato a tua madre?”

“Ma dimmi piuttosto tu perchè non hai pensato alla tua? Non sono tutti i morti domani? — Guai a chi non può pensare a sua madre! O ciò avviene per colpa sua, ed è un tristo; o per colpa di lei, ed egli è uno sventurato.”

“Dunque l’amavi molto questa tua madre...?” si affretta ad interrompere il giovane, a cui forse l’osservazione della Caterina suscitava la memoria di una colpa, — o di un dolore.

“Se l’amavo! Eppure non tanto quanto ella si meritava! — Misericordia! che lampo!” esclama improvvisamente la Caterina facendosi il segno della salute; — “ah! che spavento! È stata una saetta...”

“Per poco non ha rotto tutte le vetrate!”

“Questo non può succedere, perchè la domenica delle Palme vi posi con le mie mani l’ulivo benedetto; — ha battuto vicino però: — forse nel campanile di Santo Ambrogio. — Ciapo, di grazia, va a chiudere le imposte... fa piano, sai... bada di non lo svegliare;.... ho paura...”

Il giovane si leva, e cauto va ad appagare il desiderio della donna.

“Caterina!” — suona all’improvviso la voce belante del vecchio Giustino, — “hai avuto paura?”

“Oh che sono nata ieri? — Oh che non ho sentito altri tuoni in questo mondo?”

“Va, tu sei una valorosa fanciulla! Ma, Dio mio, ove sarà mai quel tristo di Baccio? Egli è uno sciagurato, ma pure mio sangue.”

“E dove volete che sia, se non all’osteria del _Giardino_?[11] — E poi, ha tanto orrore dell’acqua, che in qualche luogo e’ si sarà riparato di certo.” — E tutto questo ella diceva con voce che s’ingegnava rendere festosa, ed ostentando una contentezza che veniva smentita dal pallore del suo volto.

Ciapo si ricondusse pianamente al fianco della donna amata, e stettero per lunga ora in silenzio.

Continua la tempesta. Di tempo in tempo un rovinío di grandine colpisce in pieno dentro le finestre minacciando mandarle a soqquadro.

La Caterina riprende:

«Se l’amavo! se meritava amore! Povera madre mia! Senti, Ciapo!... Fatti più in qua, ed ascoltami bene. — Mio padre fu mercante nell’arte di Por Santa Maria.[12] Felice un tempo ebbe amici; poi cominciò a declinare, ed io mi ricordo, tuttochè bambinella mi fossi, udirlo sovente rammaricarsi non già del suo, ma del pubblico male. La Toscana, diceva, non essere per risorgere più mai: Olandesi ed Inglesi occupare il commercio della Spagna e del Portogallo; le manifatture loro rendere inutili le nostre; empirsi Livorno di gente nuova, per esercitare un commercio che toglieva ai Toscani; provvedimenti fallaci e instabili impoverire il popolo; tutti volere dissimulare il danno, siccome al primo apparire della peste, ma si manifesterebbe ad un tratto l’abisso del male, e senza rimedio[13]: e come disse accadde. — Fallito, infelice, gli vennero meno gli amici: — la bocca (perchè del cuore non può parlarsi) dei curiali fu muta pel mercante improvvidamente onesto. Egli moriva sotto il peso dell’angoscia, e della infamia... La madre mia, senza aiuto nel mondo, restrinse il vivere, si accomodò in una soffitta qui sopra, assunse abito conveniente alla durezza del tempo, e così potè per qualche mese schermirsi dalla estrema miseria. Se parola alcuna le sfuggiva di rammarico o di desiderio (povera madre!), era per me. La domenica, nel vedere dal finestrino giù nella via, donne e donzelle recarsi a messa in Santo Ambrogio ornate di belle vesti sfoggiate e di pendagli di oro, guardava me costretta a rimanermi in casa per mancanza di panni, e sospirava.... poi mi era attorno, mi acconciava i capelli, e quando a suo senno mi aveva lisciata e composta, recandosi in mano i miei ricci, con orgoglio materno esclamava: — Di così fatti fregi non vende mica il merciaio... — Così soffrendo ogni disagio giungemmo al maggio del 1630, in cui la peste, devastata la Lombardia, si sparse per la Toscana dalla parte di Bologna, e con la peste la fame. Pensa tu qual fosse vita la nostra! Tra le percosse, ella... la madre mia, — e le maledizioni; — per la persona malconcia, e nel volto; — urtando urtata, morsa mordendo, le riusciva procurarsi qualche alimento dalle canove aperte dal granduca a sollievo del popolo. — Certo giorno io l’aspettai invano; ella non venne fino a sera. Poco nudrita il giorno innanzi, io sentiva lo strazio della fame, sicchè udito appena il rumore dei suoi passi mi feci a capo di scala gridando: Madre mia, muoio di fame! — Ed ecco, ch’ella estenuata dalla inedia si sforza salire le scale due scalini per volta, arriva palpitante, e gittato un tozzo di pane sopra la tavola si abbandona sul letto. Io, come mi consiglia la fame, non bado a lei, finchè divorato il tozzo intero, non mi sentendo sazia le domando se altro ne avesse portato. La povera madre proruppe in pianto; ed io, che mi accorsi della mia durezza, piansi lacrime di pentimento. Si fece buio: la buona anima di mia madre volle che mi coricassi, e mi confortò raccomandarmi al Signore, assicurandomi che migliore ventura mi aspettava domani. — Mi coricai, supplicando Gesù e la Madonna si degnassero guardarci con misericordia. — Mia madre accese una lampada, e si pose a filare, ma le labbra aride non avevano umore per bagnare il filo, le dita deboli non sostenevano la fatica; spesso sbadiglia convulsa, non le regge la testa. Allo improvviso il lume accenna spegnersi; ella si reca a stento all’armario, e preso l’orciuolo fa atto di rovesciarlo dentro la lucerna... l’orciuolo era vuoto! — tornò a sedere, fissò gli occhi nella fiammella moribonda, e prese a dire:

— In questa guisa si morrà domani la mia Caterina: io non ne posso più: non mi sono sdigiunata tutt’oggi; con i miei piedi di casa non uscirò più; il mondo è pieno di Ruth, ma i Bootz si trovano soltanto nel Testamento vecchio. — Devono essere pur grandi i miei peccati, Dio mio, dacchè mentre la vostra misericordia alimenta il passero sul letto, veste il giglio della valle, mitiga il freddo all’agnello tosato, consente poi che ci travagli tanta miseria! — Si spense il lume, e poco dopo rovesciando dalla seggiola percosse svenuta sul pavimento! — Balzo di letto, e brancolando la rinvengo diaccia come un cadavere. Mal sapendo quello che io mi faccia, coperta della sola camicia prorompo fuori di casa gridando: — è morta! — Nessuno si mosse: vi fu anzi chi temendo non fosse morta di peste turò perfino il foro delle serrature della porta di casa. — Giustino solo aperse l’uscio alle mie strida, e tolta una lucerna venne a vedere mia madre. — Buon Giustino! la rilevò con le sue braccia da terra senza paura di peste, la pose sul letto, la ristorò, ci sovvenne... — Gesù e Maria! (prorompe la Caterina forte stringendosi alla vita dello amato, e nascondendo la faccia nel seno di lui) — ma che i fulmini hanno tolto di mira questa casa?”

“Su via, paurosa; rammentati dei versi del signor Tasso, che leggemmo ieri:

Pera il mondo e rovini; a me non cale Se non di quel che più piace e diletta; Che se terra sarò.... terra anche fui...”

“Rammentati piuttosto di una preghiera,” replicò Caterina, ponendogli la mano sopra la bocca, “e ingegnati recitarla devotamente.”

Segue nuovo silenzio, rotto soltanto dal monotono scrosciare della pioggia.

“E se ora,” preoccupata da profonda idea, dopo uno spazio ben lungo di tempo, riprese la Caterina, — “e se ora mi si presentasse davanti l’anima della madre mia, che fino all’anno passato con voti ardentissimi invocavo, e a sedersi su la sponda del letto, e a trattenersi in geniali colloqui, e a non mi lasciare supplicavo... se ora mi si presentasse davanti, ove celerei la mia faccia svergognata....?”

“Caterina! qui sul mio cuore...”

“Così pratichi gl’insegnamenti di tua madre? In questo conto tieni i miei ricordi? la fama incontaminata, che unico retaggio ricevesti dai tuoi, in questo modo conservi? questa è la riconoscenza pel povero vecchio che ti ha raccolto nella sua famiglia, che non ti potendo chiamare figliuola volle darti il nome di sposa? Egli ti salvò la vita, tu lo paghi col disonore. E credi che Dio tolleri simili misfatti? E pensi che il delitto sia per apportarti contentezza? No; ogni germe produce il suo frutto: alla tua colpa si aspetta il rimorso in questa vita, l’inferno nell’altra. — O madre mia!”

“Caterina, perchè tormentarti così? Non crearti fantasmi per averne spavento. Tu vai esagerando il benefizio di questo tuo vecchio. — Che cosa ha egli fatto, che tutti i vecchi avari non facciano? Si è impadronito di un tesoro; e nè lo gode, nè, astioso, vorrebbe che altri se lo godesse. Per un poco di pane pretende egli dunque il sagrifizio della tua così florida giovanezza? Sta a vedere, che anche morto stenderà dal sepolcro una mano scarna, e intenderà tenerti sempre per sua. Ti lascerà forse da vivere, ma a patto che tu ti mantenga sterile e sola; — a patto che tu stia nel mondo com’egli sta nella fossa...”

“Tu se’ bel parlatore, Ciapo mio; ma vedi, qui dentro, Dio ha posto un tal senso che resiste ad ogni fallace argomento. — Morire di sete, — implorare la tazza della carità, — ottenerla, — e contaminarla... oh! ella è cosa piena di abominazione...”

“Amiamoci, Caterina,” stringendosela nelle braccia il giovane appassionato favellava, siccome quello che conosceva essere l’amplesso irresistibile argomento in amore, “amiamoci con tutte le potenze dell’anima. Il paradiso è albergo delle anime innamorate...”

“Sì, ma di quelle che intesero il diritto amore: le altre vanno senza fine sbattute dalla procella giù nell’inferno...”

“Dov’è l’inferno?...”

Un terribile fragore rompe le parole del giovane. Le finestre si spalancano. I frantumi dei vetri mandano suoni sparsi, acuti e prolungati, finchè il vento, dopo averli percossi in mille guise e in mille oggetti, li trasporta lungi di là. I telai scassinati vanno in pezzi battendo sul pavimento e pei muri. Un turbine di grandine inonda la stanza. Mobili, lume, ogni cosa sossopra; e poco dopo, dai fianchi del cielo orribilmente squarciati, un tuono che scuote dai fondamenti la casa, e una fiamma di fuoco che allaga la stanza.

Per le ossa dei due amanti scorre un gelo di orrore: forte l’uno l’altra abbracciando, — mentre volgono attorno lo sguardo atterrito, — ecco si presenta uno spettro avvolto per entro un lenzuolo, co’ capelli bianchi scarmigliati, che agita, — agita la destra levata in atto di maledizione.

Dopo un istante, tenebre.

Ma per quel buio, accompagnata dal rombo del tuono si ascolta una voce, e al punto stesso un oggetto coglie la Caterina in mezzo della fronte. — La voce diceva:

“Caterina, perchè hai tu contaminato i miei capelli bianchi? — A che mai tanta fretta? Se tu aspettavi un poco, ti saresti serbata innocente, ed io morivo in pace. — Adesso scendo nel sepolcro disperato, ma senza amarezza contro di te. — Prendi il mio testamento: io ti lascio donna di te, e delle cose mie. Possa perdonarti Dio, com’io con tutte le viscere dell’anima mia ti perdono. — E tu, che ho conosciuto soltanto per la disperazione che versi in questa ultima ora su l’anima mia, — che ho veduto al chiarore del fulmine, — se l’amerai sempre di amore, — se me la renderai contenta... va... io mi parto dal mondo perdonando anche a te...”

Indi a poco, rumore di orme vacillanti, come dì uomo che tentenna per cadere, — e di caduta.

Comecchè i due amanti non avessero membro che per paura non tremasse, pure trovarono il coraggio di accorrere nella stanza delle fantesche: tolsero le lucerne, e tornarono accompagnati dai famigli a vedere quello che fosse avvenuto. Allo affacciarsi nella sala, il vento spegne nuovamente tutti i lumi; tornarono da capo per essi, e questa volta più cauti, adoperando i debiti riguardi li mantennero accesi.

Raccolsero il misero Canacci disteso sul pavimento, e lo riposero a letto.

Ciapo, accostandogli il lume al volto, vide uscirgli dalle narici una spuma sanguigna, — la bocca torta, — il colore pavonazzo, — gli occhi fissi, invetrati,

Ciapo sentì raccapricciarsi di nuovo ribrezzo, e male sostenendone la vista si trasse in disparte mormorando:

“Egli... ha bisogno del prete che gli raccomandi l’anima...”

La Caterina pareva presa da catalessia. Come Niobe mutata in pietra, immobile accanto al letto non piangeva, non parlava; neanche il seno le palpitava: la forza tremenda dell’incubo la dominava intera.

Senza tabarro, senza cappello, Ciapo vola alla chiesa di Santo Ambrogio pel prete; e il prete col Viatico, l’Olio santo, e la lanterna, gli tenne dietro correndo.

Il curato alza l’estremo lembo della coltre, accosta il rovescio della mano ai piedi del giacente, e li sentendo gelati sporge in fuori il labbro inferiore con tale un garbo, che poteva tradursi così: — questo è un negozio finito.

Allora vestì il roccetto, e si adattò la stola, dispose tutti i suoi arnesi, e prima dì cominciare gli uffici del suo ministero prese la lanterna, lo guardò bene nel volto, e vide come travagliasse il giacente quel moto convulso che attenua la gola, e scompone i muscoli del mento e dei labbri: — segno certissimo dell’agonia.

“Gli è il male di gocciola,” disse volgendosi ai circostanti, “ma di quello pretto davvero.” — E poi curvatosi verso l’orecchio destro del moribondo: — “Signor Giustino,” prese a gridare con voce piena, “o signor Giustino, la mi sente? la mi riconosce? la mi stringa la mano se mi ravvisa... via! — E’ non v’è tempo da perdere...”

E gli amministrò la estrema Unzione.

Finite le preghiere in latino, riprese il curato a gridargli all’orecchio in italiano:

“Gesù, Giuseppe e Maria, vi raccomando l’anima mia; — ma lo dica, signor Giustino, lo dica di cuore.”

E Giustino mandò dalle fauci un suono roco, e spirò.

“Povero signor Giustino... è passato.”

La Caterina sempre pallida, e immobile.

Ciapo appoggiato ad una delle colonne del letto, tutto chiuso nei suoi pensieri, non dava ascolto.

VI.

Bartolommeo Canacci, figlio della prima moglie del defunto Giustino, aveva in quella sera fatto le sue solite prove alla osteria: si era inebriato, aveva giuocato e perduto, e alla fine, venuto a contesa co’ compagni, era successa una molto fiera baruffa, dove rovesciati i lumi, mandate sottosopra tavole e panche, infranti boccali e bicchieri, si erano dati in quel buio busse da indemoniati, per cui chi ne aveva riportata la testa rotta, chi la faccia pesta; e chi più chi meno, comparivano tutti malconci.

La stanchezza, e l’oste, che cacciatosi in mezzo allo sbaraglio con un bastone di sorbo picchiava per amore di pace a due mani sopra di tutti, aveva diviso, ed anche fino ad un certo punto rimesso d’accordo i combattenti, i quali ripresero a bere, e a giuocare, senonchè Bartolommeo essendo rimasto privo di danaro, e nessuno volendoglielo accomodare in prestanza sul giuoco, si consigliò andarsene a casa.

Giunto alla porta di strada, la trova aperta; le stanze terrene buie; ascende le scale, — solitudine, e silenzio; entra in sala, e vede, o piuttosto sente le finestre aperte, e l’acqua a suo bello agio allagare la stanza. Non sa cosa immaginare, sta come smemorato; quando allo improvviso un urto irresistibile con moto retroverso lo balestra a battere contro la opposta parete le spalle e la testa. Mentre si tasta la nuca per riscontrare se vi fosse avvenuta rottura, ode una voce, che in questo modo lo interroga:

“Che diamine! Oh che non ci vedete?...”

“È possibile, — perchè sono al buio; — e voi?”

“Ah! siete voi, Baccio?” — riprese il curato di Santo Ambrogio; ch’egli era appunto desso, e nell’uscire in fretta aveva investito il Canacci: — “sempre in volta... sempre ubbriaco... è tempo di mutar vita... di mettersi su l’uomo...”

“Con vostra reverenza parlando, io sento che mi riuscirebbe più facile mettermi sopra la bestia...”

“Tacete là... e pentitevi una volta... Non sapete dove vanno i beoni?” “Oh per questo lo so quanto voi... — e’ vanno dove ci ha vino buono.”

“All’inferno vanno, ov’è il fuoco penace, sciagurato che siete! Andate di là a pregare per l’anima di vostro padre, ch’è morto.”

“Come può essere questo, se oggi l’ho lasciato vivo?”

Il curato andò pei suoi uffici. Baccio camminando a sghembo, incrocicchiando le gambe, — a sdruccioloni, a balzelloni, senza però mai cadere, come tutto giorno vediamo avvenire agli ubbriachi, trova l’uscio della camera paterna, ed entra dentro.

— Ella era pure la sconcia sembianza quella di Bartolommeo Canacci! un non so che di abietto e di codardo ne formava il carattere principale; comecchè non esistesse ancora la scienza di Lavater, tu gli potevi leggere espressa nel volto la vocazione a tutti quei delitti che compongono la svariala famiglia delle truffe: orbo di un occhio; grigio l’altro, e stupidamente maligno: la testa verso la fronte compressa a modo di tutti gli animali della famiglia dei gatti; il naso immane prolungato a grifo di porco; gran parte del viso trivialmente pelosa a guisa di orangoutang, sicchè spesso solevano dirgli motteggiando — la parte meno trista del suo viso essere quella che non si vedeva: insomma cotesta sua sembianza presentava una enciclopedia di bestie carnivore, non senza una dose copiosissima di parte asinina. Usava per temperare così esosa bruttezza vestire bei panni di fogge eleganti; ma ciò era nulla: come il villano strigliando la rozza s’ingegna a farla apparire bella in fiera, e non vi riesce, così quei panni, che, usando una espressione del Berni diretta a Pietro Aretino,[14] _gli piangevano addosso furfantati_, per la ricercatezza loro facevano venire in mente ai conoscenti, più spesso di quello che in modo diverso non sarebbe avvenuto, come meglio gli sarebbero tornati alla persona abiti di colore troppo diverso, ma più vivace, più armonizzanti al corpo e all’anima di lui, e molto più meritati.

“Vecchio, buona sera! Costà fuori mi hanno detto che voi siete morto; questa cosa è vera? — Io non ci credo, se non la sento proprio da voi...”

E si accostava al letto sbirciando con l’occhio sano.

“Recipe due penne di gallo, e bruciagliele sotto al naso; — _seu_ digli che il fattore è venute da Brozzi, e gli porta danaro, e vedrai come il vecchio sbuca dal letto.”

“Baccio,” disse una delle fantesche che in ginocchioni recitavano il rosario, “vostro padre è passato; ebbe Olio santo, e tutto... pregate per lui!”

“Se il vecchio è morto, non lo ha strozzato la balia: — vedete, io che pure ho i miei anni, l’ho conosciuto sempre più vecchio di me; a fine di conto ha campato anche troppo.”

“Domine aiutaci!” gridarono le fantesche facendosi delle mani croce sul petto...”senti come bestemmia il rinnegato!”

“Streghe! se non tacete, io vi mando a far lume all’anima del morto, o su o giù, dove le torna comodo di andare; — sicchè è meglio che me n’esca di casa. E poi il dolore mi affoga: torno all’osteria a divagarmi, e per vedere se io mi potessi rifare. — Voi, intanto che io prendo qualche soldo, tenetelo sodo, — che non mi abbia a resuscitare.”

Apre lo stipo, fruga le cassette, le rovescia, rovista in ogni canto, sbircia da per tutto, e non trova danaro: di tempo in tempo si percuote la fronte esclamando:

“Oh dove sono iti? Oh dove li ha messi?”

Ad un tratto fissa su Ciapo lo sguardo maligno, poi lo volge allo stipo, poi lo ritorna su Ciapo, e così più volte continuando, dimostra quale specie di relazione immaginasse fra lo stipo vuoto e quel giovane. — Col moto del corpo accenna la voglia di afferrarlo, ma lo trattiene la paura; sta fra la cupidigia perplesso e la viltà. Vedendo poi come Ciapo non gli badasse, ed egli potesse ghermirlo a tradimento di dietro, vinse la cupidigia. — Nel modo stesso che per le foreste del Paraguay l’iaguaro traditore, acquattato tra i folti rami di un albero, sorprende lo improvvido bisonte, si precipita improvviso al collo del giovane. — Ciapo trasalì, balzò con impeto indietro, e guatando con sospetto afferra il pugnale. Nel moto violento rimase in mano a Baccio un lembo della casacca di Ciapo, che apertasi da cima a fondo lasciò vedere un giustacore di velluto cremisino a stelle d’oro, ov’era ricamata in rilievo la gran croce di San Stefano, con altre insegne della sua dignità. — Baccio rimase a bocca aperta stralunando l’unico occhio da spiritato. — La memoria confusa per la nebbia della ebbrezza riassunse la sua lucidità, e ricordò le sembianze del personaggio oltraggiato. Compreso di terrore, egli cadde con ambedue le ginocchia; composte sul petto le braccia in croce, e declinato il capo come persona che aspetti il colpo di grazia, esclama con voce tremebonda:

“Eccellentissimo signor duca di San Giuliano, abbia misericordia di me, per quanto amore porta alla clarissima principessa Veronica sua consorte.”

Il duca ripose il pugnale, e trasse fuori una borsa, e con tale un impeto, che parve furore, gliela lanciò contro dicendo imperiosamente:

“Va, — prendi, — e giuoca, — purchè tu mi ti levi davanti gli occhi, e subito.”

La borsa lo aveva colto nel petto non senza grave dolore; ma pensando Bartolommeo come la gravità della percossa stesse in relazione della gravità della borsa, con una mano si fregò la parte offesa, coll’altra si aiutò a riporsi in piedi, e quanto più poteva curvandosi, imitando co’ moti i quadrupedi, fra i quali sarebbe stato pur meglio lo avesse collocato la natura, si allontanava dicendo:

“Gran mercè, signor duca. In casa del suo umilissimo e obbedientissimo servitore, ella è padrone di tutto; — e se posso servire, disponga: — già io sono uomo di manica larga; — mi accomodo facilmente; — e quando Vossignoria mi dirà: Baccio, chiudete un occhio, io, come vede, le presento il vantaggio di chiuderli tutti e due.”

Mentre queste cose avvenivano, e queste parole si favellavano, si levò uno strido:

“Me misera! sono stata tradita!”

Quando il duca si volse per guardare Caterina, la vide distesa a terra, rigida e bianca come una statua di marmo rovesciata dal suo piedestallo.

VII.

Poco innanzi l’alba del secondo giorno di novembre, un debolissimo colpo fu bussato alla porta della villa Salviati. Il fedele valletto, che aveva vegliato tutta la notte oregliando a quella porta, lo intese, e aperse subito, augurando sommesso il buon giorno al suo signore. Questi però non rispose: appoggiato il suo al braccio del servo, prese a salire le scale.

Il valletto a cagione del buio non poteva guardarlo in volto: gli toccò la mano, e la senti bagnata di freddo sudore. Salirono pianamente, e senza dire un fiato penetrarono nella sala, ove da una parte metteva capo il quartiere del duca, e dall’altra quello della duchessa.

All’improvviso si apre fragorosa la porta delle stanze del duca, e quinci esce la duchessa con un doppiere acceso nella destra: era pallida come morta; gli occhi aveva lucidi di fuoco febbrile; vestita di abito nero, co’ capelli sciolti giù per le spalle: pareva lady Macbeth[15] sonnambula pel rimorso de’ commessi delitti: traversò la sala, e andando verso il suo appartamento disse con voci rotte e sinistre:

“Ben venga il signor nostro a darci quelle contentezze che il nostro cuore desidera!”

Il duca levò la faccia. La visione era sparita.

VIII.

La vigilia di Natale del 1637, verso le ore dieci di notte fu aperta con molta precauzione la impannata della osteria del _Giardino_...

Ella era pure magnifica cosa l’aspetto della osteria del _Giardino_ in quella benedetta serata! — Sei od otto tavole imbandite con tovaglie bianchissime, arnesi lucidi, bicchieri scintillanti, e fiaschi con la stoppa in cima, a guisa del pennacchio bianco che portava Enrico IV su l’elmo quando disse ai suoi cavalieri: — Contemplatelo fisso; voi lo vedrete sempre nella via dell’onore.[16]