Veronica Cybo

Part 2

Chapter 23,866 wordsPublic domain

Se i dolci sorrisi e i molli baci, e tutte le più care soavità dell’amore conteneva in sè il cinto di Venere, come poetando ci narra Omero divino, veramente può dirsi che i colli di Firenze la circondino leggiadri come la cintura di Citerea. _Deh! che non è tutta Toscana il mondo!_ esclamava quell’austero intelletto di Vittorio Alfieri scendendo dall’Apparita, e la contemplazione di così stupenda bellezza valeva a spianargli una ruga sopra la fronte, — un’altra sul cuore. — Adesso tutti gli Dei disertarono questa terra, che è delizia del Sole: squallidi fati ci avanzano; rimanemmo soli. E nondimeno in partendo i Numi la riguardarono con amore, e vi scossero sopra le fimbrie delle clamidi quasi per benedirla, sicchè l’aria intorno conserva un senso di ambrosia e di armonia, che verun tristo vento ha potuto dileguare fin qui. Pei boschi degli allori e pei mirteti tu sentirai sibilare lenemente le ultime vibrazioni delle antiche arpe famose. La morte ha chiuso i labbri degl’incliti nostri personaggi, e non pertanto per gli atrii, pei fôri, lungo le mille colonne delle navate dei templi risuona ancora l’eco delle estreme loro parole. — Come sul volto di Laura, la morte par bella su questa terra bellissima...![9]

III.

È una molto terribile storia quella che adesso io racconto, e che ha principio nella villa Salviati, posta sopra uno dei bei colli che circondano Firenze, ond’è che non invito a leggerla se non chi ne ha voglia. — Correva il vespero del primo di novembre 1637, regnando in Toscana Ferdinando II di gloriosa, immortale, paterna memoria, come fu inciso su l’epitaffio composto dal poeta di corte. Una fata si sarebbe scelta per dimora cotesta villa; quel benedetto ingegno di messere Lodovico avrebbe saputo appena immaginarla più bella. Ma io non istarò a descrivertela, amico lettore, però che da quando mi accorsi come gli _uscieri_, e simili persone onorandissime deputate a commettere gravamenti, descrivessero mobili e vesti, quanto Scott o Balzac, io meco stesso divisassi lasciare intera alle prefate onorandissime persone la gloria degl’inventarii.

Solo dirò come in certa camera si vedesse un letto con baldacchino e tende di damasco a rappe azzurre sopra un fondo giallo, ornato all’intorno di cornici e d’intagli sottilmente lavorati e dorati.

Dormiva su quel letto un fanciullo di forme leggiadre, di capelli neri ricciuti; palpebre lunghissime di seta; nelle guance florido, co’ labbri accesi: — simile al putto dell’_Ego dormio, sed cor meum vigilat_, dipinto dal Bronzino.

Con la piccola mano andava ad ora ad ora cacciando via una zanzara, che più ostinata tornava a vellicargli le labbra e il naso: — ed egli torceva quelle, e questo aggrinzava indispettito; chè il molesto solletico formava il più profondo dolore che mai avesse sofferto nella breve sua vita quel fanciullino.

Dormiva un sonno a fiore d’occhi, conciossiachè a seconda del vento giungesse a sturbarlo uno schiamazzo di risa e di voci gioiose, come quando, il decoro dei commensali vinto dal vino, la esultanza del banchetto scorre rubiconda e loquace, talora a rallegrare, — qualche volta a insanguinare le mense.

Ed infatti il cavaliere Iacopo Salviati, duca di San Giuliano, aveva convitato i nobili suoi amici a sontuoso banchetto.

Quantunque, durante il pranzo, egli fosse sovente comparso preoccupato, aveva nondimeno soddisfatto a tutte le parti che a compito gentiluomo si addicono. Nè in bella cortesia di maniere gli era punto rimasta inferiore la spettabile dama Veronica Cybo dei principi di Massa, sua consorte, la quale, comecchè dotata di spiriti alteri, e fiera più che per avventura a delicata femmina non convenga, sapeva nulladimeno temperarsi all’uopo, e sostenere egregiamente il decoro della nobile casata.

I Salviati erano in quel tempo, siccome furono sempre, principalissimi di Firenze, e strettamente congiunti alla casa dei Medici. Vero è bene che i Salviati avevano qualche volta insidiato la vita dei Medici, e i Medici avevano per altra parte qualche volta mandato i nobili loro parenti a dare dei calci al rovaio, come avvenne nella famosa congiura de’ Pazzi, nella quale essi non aborrirono impiccare alle finestre di Palazzo Vecchio messere Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, e cardinale di Santa Madre Chiesa; ma ciò non guastava punto la parentela, nè la buona amicizia tra loro. E’ pare che a quei giorni il filo dei coltelli non tagliasse i parentadi, e il capestro avesse virtù di ristringerli. Nella epoca poi della presente storia, il signore Iacopo occupava in corte cariche di conto, e poco dopo, il granduca Ferdinando scelse a suo ministro il marchese Vincenzo Salviati, nel quale ripose altissima confidenza.

Durante il convito, il signor duca si studiava fuggire gli sguardi della duchessa, quanto questa all’opposto poneva cura a riscontrare i suoi; e quando inevitabilmente s’incrociavano, ti sarebbero apparsi ferri taglienti. — Se la virtù favolosa degli occhi del basilisco fosse stata concessa a quelli degli uomini, quante creature umane, pensate voi che rimarrebbero adesso ad abitare la terra?

Giunse alfine il momento in cui _ab antiquo_ corre nei banchetti il costume di propinare a vicenda alla salute dei commensali. Il duca non trovando maniera onesta di farne a meno, colto all’improvviso il destro, prende precipitoso un bicchiere, ed accennando alla duchessa, esclama:

“Madonna Veronica, io bevo alle vostre contentezze!”

La duchessa levandosi come vipera calpestata, con labbra tremanti si reca a sua posta nella mano un bicchiere, e gli risponde:

“Sì!... a quelle che voi mi date, signore Iacopo, da un pezzo in qua....”

E di pallida, diventò per tutta la faccia vermiglia. Su l’orlo estremo dell’occhio le spuntò una lacrima, sopra i labbri un sospiro, che però nel punto stesso vennero — quella inaridita — questo compresso da ineffabile senso di rabbia.

Alcuni dei convitati che notarono quegli atti, non sapendo di quale feroce procella fossero segni, sentirono intenerirsi, e susurrarono sommessi, che nè più bella, avventurosa e amorevole coppia di coniugi a memoria di uomini si era mai vista in Firenze.

Si levano le mense; la comitiva si sparge pei giardini. Al duca, che di un cenno ne aveva dato segreto comando, conduce davanti un superbo cavallo turco il valletto fedele. Recatesi in mano le redini con garbo pieno di leggiadria, il signore Iacopo si valga ai circostanti, e dice loro: aspettarlo l’eccellentissimo e serenissimo granduca; avergli promesso di vegghiare in corte; impedirgli il rispetto, non consentirgli l’affezione, che svisceratissima portava a così benigno signore, mancare al convegno; rimanessero: tutti quei diletti, che la sua povera casa poteva offrire maggiori, a loro talento pigliassero; forse sarebbe tornato a notte inoltrata; raccomandarli intanto a madonna Veronica, la quale, come quella che era la stessa cortesia, non aveva mestieri di lusinga per mantenersi ciò che fu e sarebbe stata sempre, il più bello ornamento delle case Cybo e Salviata.

E senza attendere risposta, — quantunque si udissero risuonare dintorno: — padrone, — ella si accomodi, — è di dovere, — e simili altre frasi profferite senza pregiudizio di biasimare a voce bassa quello che si loda a voce alta, — e senza attendere risposta, gravata la mano sinistra su la criniera, di un salto balza in sella, spinge di gran carriera il cavallo. Venuto in parte ove non temeva più gli sguardi o la voce della duchessa, si volge, e vede come tutti i suoi convitati tenessero in lui intenta la faccia, onde è che compiacendo alla lusinga della vanità, nonostante la voglia che pure avea grande di recarsi a Firenze, arresta di repente il cavallo, e quello sta come di bronzo fuso; poi fatto arco della coda e del collo, volteggia ora a destra, ora a sinistra, o si slancia disteso al salto della barriera, e aggruppa le gambe ad altre figure, insomma esercita tutte quelle destrezze che buon cavallo sa fare col buon cavaliere. Gli spettatori ammirati se ne congratulavano con la duchessa. Le donne poi non rifinivano di levare a cielo il prestante cavaliere, e quelle lodi erano come tante coltellate al cuore della povera moglie, che pure avea occhi per conoscere tanta vaghezza, e mente per pregiarla, e anima per amarla svisceratamente, e a chiara prova vedeva come oggimai fosse per lei perduta senza rimedio. Il duca, avvolto da un nuvolo di polvere, disparve.

IV.

Si apre con impeto la porta della camera ove dorme il fanciullino, e imperversando vi si lancia dentro la duchessa. Non badando o curando se altri la nota, ella si precipita verso il balcone, e quivi, i gomiti appoggiati al davanzale, il volto declinato fra le mani, si pone a considerare il duca, che galoppando si allontanava. Chi mai dirà l’inferno di quell’anima esacerbata? Pestava i piedi, singhiozzava, fremeva, intere ciocche di capelli si strappava, e tremava, tremava come persona presa dal ribrezzo della febbre, e:

“Iacopo mio,” — fra i singulti diceva “non ci andare... Iacopo, torna indietro... Iacopo, salvami dalla tentazione del demonio: in questo mio cuore o tu, o Lucifero. Se mai ti offesi, se in cosa alcuna ti spiacqui, Iacopo, io ne domando perdono prima a Dio, poi a te. — Da ora in seguito mi vuoi più mansueta... mi sforzerò... lo sarò... — non ti dirò parole amare, — ma torna addietro... — Ahimè! sempre più si allontana. — Volgiti, duca, per amore dei tuoi morti, che sono domani, non lacerare il cuore di una donna, della povera tua moglie, della madre dei tuoi figliuoli. — Oh dolore! appena lo scorgo. — Pace, Salviati, — e mutata attitudine, ambe le braccia stendeva fuori del balcone; — pace; io scenderò, se vuoi, dal grado di sposa, ti servirò da fantesca; se vuoi, ritirami l’amore tuo, non amarmi; — anche questo concedo; non mi amare più: ma non preferirmi altra donna. — O Cristo! è scomparso... e fra un’ora... fra pochi istanti sarà nelle braccia di altra donna! — O Cristo!”

Ebbra di furore, abbandonato il balcone, passeggia la stanza, ad ora ad ora esclamando:

“Fieri esempi — ricordanze disperate — eterno lutto! — gli strapperemo il cuore, e glielo batteremo su le guance. — Non è forse traditore? Sì certo, e della stirpe dei traditori. — O piuttosto trucidarli ambedue negli osceni abbracciamenti. — O piuttosto...” — e qui la voce le si affiochiva — “mi trovasse qui spenta nel letto, e accanto a me il suo figliuolo anche esso spento;” — e si accostava al figliuolino.

Ma il fanciullo erasi desto, e postosi a sedere sopra il letto, con gli sguardi alacri, che sogliono dopo il sonno avere i bambini, e un ridere dolce di paradiso, tese le mani alla duchessa, — la chiamava:

“Mamma mia!”

E Veronica Cybo si gettava prona con la faccia sul letto, e abbracciava come delirante il figliuolo, lo inondava di lacrime, lo stringeva, lo baciava, e gli domandava perdono, talchè il fantolino diceva:

“Mamma, mi fai tanto male...”

Ed ella:

“Lasciati fare, — tu fai tanto bene a me...”

Si quietava quella piena di affetto, e dopo un lungo pensare la duchessa così riprese a dire:

“Ma che cosa ha mai questa Caterina, che valga a Strapparmi il cuore di mio marito? Nata di plebe, ella non può intendere i nostri sensi gentili; — me la dicono educata nel fango... e deve essere così! — Ma forse no, che m’ingannano... — Sì, sì, — certo, quello che di lei maggiormente talenta il duca, saranno le sconce lascivie, lo inverecondo abbandono, i gesti provocanti; solita infamia di cotali femmine! — Ah! perchè la bellezza, che dovrebbe formare esclusivo retaggio degli angioli, fu data in sorte a così sozze creature? — Ma ella è poi così bella costei? — Vediamo! — La marchesa Cecilia me ne ha procurato il ritratto: povera amica! — Quante grazie le debbo! — Vediamo...”

Accosta in fretta una tavola presso al balcone per avere più lume, e sopra la tavola assesta uno specchio. Si asside, si compone il velo e i capelli, rende mansueta la faccia, e si prova a chiamare su le labbra la serenità del sorriso; quindi si leva dal seno una miniatura con eccellenza di arte condotta, e con tale una espressione la riguarda, che favella umana non saprebbe referire.

Cotesto ritratto rappresentava una giovane donna decorosa per copia di biondi capelli, per dolcezza degli occhi azzurri soave; candida nella fronte, e tanto pura, che l’Angiolo stesso della innocenza avrebbe potuto benedirla con un bacio. Dalla intera sembianza spirava tale e siffatto senso di pudore, che ti prendeva vaghezza di adorarla piuttostochè di amarla, siccome avviene a cui riguarda con profondo sentimento dell’arte le immagini di Raffaello.

Il terrore aveva sconvolto l’anima della povera duchessa, — e con l’anima, la faccia: sentiva la sconfitta, non si attentava contemplarsi nuovamente nello specchio; — ma ve la trassero i fati, — e si specchiò.

Colei tanto florida sembianza; — ella già volta ad appassirsi!...

“Ma anch’io fui fresca come un fiore, — quando prima vergine innamorata mi abbandonai fra le tue braccia! Chi avvizzì le mie labbra se non che tu bevendovi a sorsi lunghi avidamente il piacere? — Chi altri che tu m’inaridiva le guance con l’ardore dei tuoi baci? — Se il mio sguardo divenne languido, sposo mio, non fu perchè nel mio seno ti riprodussi, e ti feci lieto di figli? — Il cuore di una donna, di una moglie, in mano al marito è forse la farfalla nelle dita del tristo fanciullo, che le strappa ora un’ala, ora un’altra, e poi lacerata la calpesta ridendo?”

Colei così placida di pace beata; — ella poi torbida, di ciglia truci, e minaccevole sempre!

“Ma anch’io una volta fui festosa, tutta moto, tutta canto, come un uccello di primavera. Chi mi avventò nel cuore l’aspide della gelosia? Chi convertiva la mia anima in un nido di vipere? Oh! se la speranza di potermelo stringere al seno dilettissimo amante mi arridesse; se la sua carezza mi blandisse, forse non tornerebbe il sorriso al mio pallido volto? Questa mia fronte sgombra dai delirii di sangue non tornerebbe pacata? — Prova almeno, Salviati, prova, e poi dannami ai miei infelici destini.”

Colei, se giunge, supera appena il diciottesimo anno; — ella oltrepassa il suo ventesimosesto...[10]

Di quanto ella avanza il suo ventesimosesto anno? — Non osa dirlo nemmeno a se stessa. Questa età la spaventa come un ammasso più terribile assai del capo di Medusa, di cui le frazioni le compariscono atroci, sibilanti, velenose, quanto le serpi che compongono le chiome di quel teschio infernale. — Ogni altra sua angoscia di natura più psicologica potè essere da lei meditata e discorsa, ma le cifre constituenti il numero dei suoi anni, simili al _mane techel fares_ del convito di Baldassarre, le impiombano il sangue, le comprimono il pensiero, la vista si perde fra mille scintille di fuoco, un tintinnio molesto le martella le orecchie.

Dalla mano languida sfugge il ritratto, — i labbri si agitano senza parole, — sviene.

“Mamma mia, come ti fai brutta!” esclama il fanciullo.

“Brutta!” — urlò la duchessa. — “Anche tu godi a contristarmi? — Iniqui tutti, e maligni! Cecilia stessa nel procurarmi con tanto studio il ritratto, chi sa non lo abbia fatto a bella posta per umiliarmi? — Che dico forse? certamente è così! Ed io ringraziava la perfida amica!... Iniqui tutti! Ma tu, vipera riscaldata nel mio seno, non devi unirti co’ derisori del tuo sangue. — Se adesso sono brutta, non lo era prima di generarti... sai? — Il travaglio di portarti nove mesi in questo mio fianco, — i dolori ch’ebbi a soffrire nel metterti al mondo, mi hanno ridotta così, sciagurato! — Anche tu mordi le poppe che ti hanno porto il latte, figlio di traditore, e nipote di traditori. — Maledetto il giorno in che ti concepiva! — Va, — dopo una vita di stenti ti attenda una morte d’infamia!... possa una moglie infedele renderti con usura quello che tuo padre fa sopportare a me! — L’ultimo oggetto che ti percuota la vista sia — l’abbracciarsi, — l’ultimo suono che ti giunga all’orecchio sia — il lagnarsi degli adulteri, che di troppo si prolunghi la tua agonia. — Prendi, tristo fanciullo! — prendi, ribaldo! piangi anche tu...”

Alla procella delle parole e dei colpi, che lo percossero per la faccia e sul capo, il bambino rimase come trasognato; — poi proruppe in pianto senza freno: il singulto così profondo gli stringe la gola, che pareva volesse strangolarlo: — faceva proprio pietà!

In mezzo alle tempeste più feroci dell’anima il pianto del figlio si fa sempre sentire alle viscere di una madre. Donna Veronica risensò all’improvviso, trattenne a mezzo un colpo che stava per discendere sopra il figlio, e mutatone direzione, se lo dette di gran forza nella fronte urlando forsennata:

“Faccio orrore a me stessa!”

Alle furie che già la dominavano, aggiunse la colpa che l’aveva tratta a incrudelire contro il suo sangue, il dolore del figlio, e la paura di averne meritato l’odio implacabile. Tremende visioni le si aggiravano vorticose per la mente. Il demonio la sferzava co’ suoi più velenosi flagelli. Fra tanti modi di vendetta uno le piacque, e fu il peggio: — lo scelse, — lo ripose nell’anima come un tesoro, e con l’indice della destra si comprimendo la fronte là dove si dividono le ciglia, con voce roca profferì questa parola:

“Ho deciso!”

In quella notte Giomo Pelliccia, cagnotto di casa Cybo, soprannominato Margutte, armato fino ai denti, per ordine della signora duchessa montato sopra poderoso cavallo si pose in viaggio per a Massa.

V.

Presso la chiesa di Santo Ambrogio, sul terminare di Via dei Pilastri, occorre una casa che fu già di Giustino Canacci, mercante fiorentino. — Qui nella sera del primo novembre 1637 una giovane donna (quella dessa della quale abbiamo veduto il ritratto nelle mani della signora Veronica) si stava soletta seduta davanti una tavola in una sala vasta e fredda, accanto alla porta di una camera. Al primo aspetto pareva intieramente assorta nell’opera che aveva fra mano, senonchè esaminando come ora l’ago si arrestasse a mezzo punto, ora volasse con direzione diversa affatto a quella che avrebbe dovuto tenere, e l’affannoso anelito del seno, e il sudore cui ella sovente per tutto il volto e sul collo si asciugava, e il repentino sollevare della testa, e a chiusi occhi agitarla a destra e a sinistra, sicchè i bei ricci biondi continuavano ad oscillare anche dopo il quietarsi del capo, a guisa di catenelle di oro pendenti da un lampadario; chiunque, dico, comecchè dotato di mediocre levatura, avrebbe potuto con giuramento affermare: — in quel cuore non abita la pace!

Una voce belante, che muoveva dall’interno della stanza presso la quale stava seduta la bella Caterina, si fece sentire dicendo:

“Caterina, mi fa male sentirti sola in cotesta diacciaia; — perchè non vieni di qua in camera, chè staresti a migliore agio? Questo anno il freddo ci è caduto addosso più presto del solito, e più pungente...”

“Giustino mio, non vi date pena per me. Il lume vi recherebbe fastidio, e il rumore del lavoro vi guasterebbe il sonno. Riposate, — procurate chiudere gli occhi almeno stanotte.”

“Non importa; tanto del pane della vita i tre quarti io me li sono mangiati. — Per uomo della età mia ogni minuto è tempo di morire. — Prendersi pensiero di me egli è come seminare grano in Gonfolina. — Vieni... vieni, levati da quel freddo costà.”

“Se alcuna cosa vi abbisognasse, Giustino, parlate; — sto qui per servirvi: ove poi lo diciate a mio riguardo, gran mercè; — lasciatemi stare... io sudo...”

“Sta pure, figliuola mia! Ah! benedetta la gioventù...”

La giovane donna s’ingegna ad alitare più basso. Sovente accosta l’orecchio alla porta, spiando se il vecchio dorma, e poi alza la faccia a consultare l’orologio a pendolo appeso alla parete dirimpetto a lei, e pare che non senza brivido ella veda avvicinarsi la lancetta ad un’ora fatale. Quinci rimuove lo sguardo, e pieno di ansietà lo fissa sopra la porta che dà adito alle scale, e così continua in quel moto, che vorrei dire triangolare.

L’amore affina i sensi, e questo è provato. La Caterina ha udito un suono: il suo cuore non s’ingannerà. Chiunque altro non lo avrebbe sentito, — ma io lo ripeto — la donna innamorata davvero sembra quasi divina nelle sue sensazioni. — Sorge, — e come quegli uccelli che in andando si aiutano coll’ale, ella tocca appena il pavimento indirizzandosi alla porta della casa.

Nè desiderio punto minore stringeva certamente lo aspettato, conciossiachè all’aprirsi dell’uscio egli si trovasse in pronto di svilupparsi dal tabarro, e tendere le braccia alla Caterina, ove la povera donna innamorata lasciò cadersi vinta dalla grande forza di amore.

Godete! — Nato fra speranze, desiderii, e paure, nudrito di amplessi e di baci, sempre è l’amore seguitato dal fastidio, spesso dal pentimento, qualche volta dal rimorso. Godete! — All’amore vostro terrà dietro il castigo; ma nessuno potrà togliervi questi momenti. Potenza umana o divina tenterebbero invano far sì, che essi non sieno stati. Nella miseria, che vi circonderà come una notte senza stelle, la memoria di quei momenti vi sarà un fuoco di Santo Elmo. No, rammentarci del tempo felice nella miseria non è dolore. La gioia, frettolosa pellegrina dell’anima, le lascia in partendo la memoria, e questa di anno in anno si diffonde tanto più cara quanto più si discosta dal suo principio, in quella guisa medesima che nella superficie delle acque percosse tanto più si dilatano le ruote quanto meglio si allontanano dal punto della commozione. — La memoria è quasi un eco del piacere, che forse non tace neanche dentro al sepolcro. Dalla coltre dell’etico, dalla prigione del condannato, la memoria alata trascorre su i campi aperti, e si mesce co’ raggi matutini del sole, o si riposa su i calici aperti dei fiori, assorbendone il profumo, o beve la lacrima pianta dalla madre quando benedisse suo figlio, o si diffonde su i labbri della donna amata inebbriandosi di sorriso, o le cadendo sul seno gode a sentirsi balzellare dal palpito di un cuore al quale ella pure rimase estremo, — arcano, — e consacrato conforto. — Finchè l’anima conserva la memoria delle cose a lei più caramente dilette, l’Angiolo della speranza la ricopre con le amorose sue ali.

Quando ebbe posa quello ardente affetto, e fu concesso agli amanti l’ufficio della parola, la Caterina favellò prima dicendo:

“Iacopo, vieni qua, — riposati. — Santa Vergine, come sei bagnato!” — E qui l’amorosa gli toglieva il mantello. “O che si è guasto il tempo?”

“Si apparecchia una notte d’inferno.”

“Già... dev’essere; — la burrasca dei morti.”

E il giovane crollando il capo, e ridendo, si pose a sedere sopra un lettuccio, e recatasi su le ginocchia la Caterina, che cingendogli di un braccio il collo prese a comporgli i lunghi capelli, continuava il colloquio interrogando:

“O che cosa hanno che fare i morti con la burrasca?”

“Che cosa vi abbiano a fare io per me non saprei; ma egli è certo che nella notte dei morti succede sempre la burrasca. Io mi ricordo avere udito da sante donne raccontare, come la misericordia di Dio conceda durante questa notte che i defunti, lasciate le antiche sepolture, tornino a visitare i luoghi donde si sono dipartiti: e quelli che furono buoni si valgono della grazia per visitare i loro diletti, e prevenirli della lieta o rea fortuna, o con qualche sapiente consiglio ammonirli; i tristi poi si spargono per l’aria e s’impadroniscono del fulmine, del tuono e dell’uragano: — allora o si rovesciano sul mare, e la mattina tu vedi sopra la sponda una vedova e un cadavere, — o percorrono la terra, e presa la forma di perfidi fuochi folleggiano davanti al pellegrino smarrito, e lo spingono giù nel dirupo, ove non pochi monticelli di terra sormontati da croci accennano i sepolcri dei poveri precipitati.

“Speriamo,” continuando a sorridere, interruppe il giovane, “speriamo che a noi risparmieranno la visita; ed io che li so dabbene e discreti molto, ho fede che si accorgeranno come anche un morto sarebbe di troppo fra noi. Noi ci bastiamo soli... n’è vero, Caterina? Ora di’, Caterina, dacchè non ci vedemmo hai tu sempre pensato a me?”

“E tu a me, Ciapo?”