Venti anni dopo

Part 9

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«Ed a me, aggiunse Planchet, mi par di sentire di qui il più delizioso odore d’arrosto, e di vedere tanti guatteri schierati in fila a guardarci a passare. Ah! che cuoco deve avere il signor di Pierrefonds, che già amava tanto di mangiar bene quando si chiamava solamente signor Porthos!

«Alto là! disse d’Artagnan, tu mi fai paura. Se la realtà corrisponde alle apparenze, io sono perduto. Un uomo sì felice non abbandonerà la propria felicità, ed io perderò il mio tempo con lui come ho fatto con Aramis».

XIII.

_Come d’Artagnan, nel ritrovare Porthos, si accorgesse che non sempre le ricchezze formano la felicità._

D’Artagnan passò il cancello e si trovò di faccia al castello. Quando poneva piedi a terra comparve sul verone una specie di gigante. Si renda giustizia a d’Artagnan: a parte da ogni sentimento di egoismo, gli balzò il cuore di gioja all’aspetto di quell’alto personale e di quel volto marziale che gli rammentavano un uomo buono e prode.

Corse incontro a Porthos e si gettò nelle sue braccia. Tutta la servitù disposta in circolo, a distanza rispettosa, guardava con umile curiosità. Mousqueton in prima fila si asciugò gli occhi; il povero giovinotto non aveva cessato di piangere per l’allegrezza dacchè aveva riconosciuti d’Artagnan e Planchet.

Porthos prese a braccetto d’Artagnan, esclamando con voce che dal baritono era passata al basso:

«Ah! che piacere di rivedervi! dunque voi non mi avete obliato?

«Obliarvi! oh, caro du Vallon! e si dimenticano i più bei giorni della nostra gioventù, e gli amici affezionati, ed i pericoli affrontati insieme? e nel rivedervi, tutti i momenti dell’antica nostra esistenza si riproducono al mio pensiero.

«Sì, sì, seguitò Porthos procurando di dare alle basette quella piega elegante che avevano perduta nella solitudine, sì, al tempo nostro ne facemmo delle belle, e si diede da sudare ben bene a quel povero ministro!»

E cacciò fuori un sospiro.

D’Artagnan lo guardò fisso.

Ma egli continuò in tuono languido:

«Basta, siate il ben venuto; mi ajuterete a ritrovare la sparita mia gioja; domani rincorreremo la lepre nella mia pianura ch’è bellissima, o il capriuolo ne’ miei boschi che sono superbi; ho quattro levrieri che son tenuti per i più leggieri di tutta la provincia, e una muta che non ha l’eguale di qui a venti leghe».

E Porthos mandò un altro sospiro.

«Ohe! fece tra sè d’Artagnan, che fosse meno felice di quello che pare?»

Indi rispose:

«Però, prima di tutto mi presenterete a madama du Vallon, giacchè mi rammento di una certa lettera di cortese invito che vi piacque scrivermi, ed in fondo alla quale essa favorì mettere alcuni versi».

Terzo sospiro di Porthos.

«Da due anni ho perduta madama du Vallon, egli disse, e ne sono tuttavia afflittissimo; perciò lasciai il mio castello du Vallon, vicino a Corbeil, per venire ad abitare nella mia tenuta di Bracieux, cambiamento che mi ha indotto a comprar questa. Povera madama du Vallon! (seguitò con una smorfia di rammarico) non era una donna di carattere molto costante e eguale, ma aveva terminato coll’avvezzarsi alle mie maniere e adattarsi a’ miei capriccetti.

«Sicchè siete ricco e libero? domandò il tenente.

«Ahimè! son vedovo, ed ho quarantamila lire di rendita. Andiamo a far colazione: volete?

«Certamente; l’aria della mattina mi ha dato appetito.

«Sì, fece Porthos, la mia aria è ottima».

Entrarono nel palazzo; da cima a fondo erano tutte indorature; dorati i cornicioni, dorati i finimenti, dorato il legno delle seggiole.

Stava pronta una tavola apparecchiata.

«Vedete, disse Porthos, questo è il mio ordinario.

«Caspita! me ne congratulo con voi; il re non lo ha consimile.

«Sì; ho inteso dire che Mazzarino lo tratta male a cibo.... Assaggiate questa costoletta, caro d’Artagnan, è de’ miei montoni.

«Avete de’ montoni molto teneri, e di nuovo vi fo i miei complimenti.

«Sì, sono mantenuti nelle mie praterie, che sono stupende.

«Datemene un’altra.

«No; piuttosto, pigliate di questa lepre, che ammazzai jeri in una delle mie conigliere.

«Per bacco, che sapore!... ma dunque le nutrite a forza di sermollino le vostre lepri?

«E che vi pare del mio vino? è grato, non è vero?

«È delizioso.

«Eppure è del paese.

«Propriamente!

«Di un piccolo terreno lassù sulla mia montagna; mi fornisce da venti botti.

«Ma l’è addirittura una vendemmia!»

Porthos sospirò per la quinta volta. D’Artagnan aveva contati i suoi sospiri.

«Orsù, disse questi, curioso d’investigare il problema, sembra che siate angustiato da qualche cosa; state male forse? la salute....

«Ottima, migliore che non fosse mai; ammazzerei un bove con un pugno.

«Allora, dispiaceri di famiglia.

«Di famiglia? per buona sorte non ho al mondo altri che me.

«E dunque, di che avete da sospirare?

«Ah! sarò schietto con voi.... non sono felice.

«Voi, non felice! voi che avete palazzo, praterie, montagne; voi che avete quaranta mila lire di rendita, non siete felice!

«È vero, possiedo tutto questo, e fra tutto questo, son solo.

«Eh! capisco, siete circondato da villani, che non potete frequentare senza derogare in certo modo....»

Porthos impallidì alquanto, e vuotò un enorme bicchiere di vino.

«No, disse, all’incontro: figuratevi che son tutti gentiluomini di campagna, i quali hanno un qualche titolo, e pretendono di risalire a Faramondo, a Carlomagno, o almeno ad Ugo Capeto. Sul principio io era l’ultimo venuto, e in conseguenza dovevo essere il primo a usare le cortesie; lo feci, ma sapete bene, d’Artagnan, che madama du Vallon....»

Parve che nel dir questo Porthos inghiottisse a stento la sciliva.

«Madama du Vallon, continuò, era di una nobiltà assai dubbia; di primo letto (non credo raccontarvi cose nuove) aveva sposato un procuratore. Qui trovarono che questo era nauseante.... sì, dissero nauseante.... capite? è una parola da far uccidere trentamila uomini; io ne uccisi due, lo che fece tacere gli altri, ma non me li rese amici. Sicchè non ho più compagnia, vivo solo, mi annojo, mi struggo».

D’Artagnan sorrise; vedeva la mancanza di usbergo, e preparava la botta.

«Ma insomma, disse, siete nobile di per voi, e la vostra moglie non vi può disfare.

«Sì; ma intendete, non essendo di nobiltà storica come i Coucy che si contentavano di esser Signori (_sires_), ed i Rohan che non volevano esser duchi, tutti coloro che sono visconti o conti, passano avanti a me, in chiesa, nelle cerimonie, dappertutto, ed io non ci posso ridire.... Ah! se fossi soltanto....

«Barone, non è così? fece d’Artagnan terminando la frase.

«Oh! esclamò Porthos, se fossi barone!

«Bene! pensò il tenente, qui riuscirò».

E rispose:

«Or bene, amico mio, quel titolo che bramate, oggi vengo a portarvelo».

Porthos fece un balzo che scosse tutta la stanza; due o tre bottiglie perderono l’equilibrio e ruzzolando in terra si ruppero. Al romore accorse Mousqueton, e si vide in prospettiva Planchet con la bocca piena e il tovagliuolo in mano.

«Monsignore mi ha chiamato? domandò Mousqueton».

A cui il padrone ammiccò di raccattare i pezzi delle bottiglie.

«Veggo con piacere, disse d’Artagnan, che avete sempre questa bravo giovine.

«È mio maggiordomo.... (ed alzando la voce): ha fatto il fatto suo, il briccone! e si conosce subito... Ma (seguitò piano) mi è affezionato, e non mi lascerebbe per qualunque cosa.

«E lo chiama monsignore! pensò d’Artagnan.

«Uscite, Mouston, disse Porthos.

«Avete detto Mouston?... ah sì! per abbreviazione: Mousqueton era troppo lungo a pronunziarsi.

«Sì, replico Porthos, poi puzzava di sergente maggiore da una lega lontano.... Noi però discorrevamo di affari; quando è capitato quel birbante.

«Appunto, fece d’Artagnan, per altro, si rimetta la conversazione a più tardi; i vostri servi potrebbero sospettare di qualcosa; vi possono essere delle spie nel paese; comprendete che si tratta di oggetti serj.

«Diamine! or via, per far la digestione, passeggiamo nel mio parco.

«Volentieri».

E perchè entrambi avevano fatta una colazione abbastanza copiosa, cominciarono a fare il giro di un giardino magnifico; viali di castagni e di tigli racchiudevano uno spazio di trenta jugeri per lo meno; alla fine di ciascuno di essi, e nel più folto di alberi e arboscelli, si vedevano correre i conigli, e sollazzarsi fra l’erbe le più alte.

«Affè, disse d’Artagnan, il parco corrisponde a tutto il rimanente, e se nel vostro stagno vi sono tanti pesci quanti conigli v’hanno nelle conigliaje, siete un uomo fortunatissimo, caro Porthos; purchè abbiate conservato il genio per la caccia ed acquistato quello della pesca.

«Amico mio, rispose Porthos, io lascio la pesca a Mousqueton: gli è un piacere da plebei; ma a volte vado a caccia, cioè quando mi annoio, seggo sopra uno di quei sedili di marmo, mi fo portare il mio schioppo; mi fo condurre il mio cane prediletto, e tiro a’ conigli.

«Ma è un gran divertimento! fece d’Artagnan.

«Sì, ripetè Porthos con un sospiro, è un gran divertimento!»

D’Artagnan aveva smesso di contarli.

«Poi, aggiunse Porthos, Gredinet va a cercarli, e li porta da sè al cuoco: c’è benissimo avvezzato.

«Oh, che cara bestiuolina!

«Ma lasciamo stare Gredinet, che vi darò, se ne avete voglia, perchè principio a infastidirmene, e torniamo a’ nostri affari.

«Volentieri: soltanto vi avverto, acciò non diciate ch’io v’abbia preso a tradimento, che vi toccherà cambiar vita.

«Come mai?

«Indossare da capo l’armatura, cinger la spada, andare incontro alle avventure, lasciare come in passato qualche brano di carne per la via.... Sapete, alla maniera di prima....

«Oh diavolo!

«L’intendo; siete mal avvezzo, avete fatto pancia, ed il pugno non ha più quella elasticità di cui ebbero tante prove le guardie del signor ministro.

«Ah! il pugno è ancora buono, vi giuro, seguitò Porthos stendendo una mano non dissimile da una spalla di montone.

«Meglio così!

«Sicchè si ha da fare la guerra?

«Eh sì, Dio buono!

«E contro a chi?

«Siete stato a giorno di politica?

«Io? neppure per ombra.

«E siete per il Mazzarino, o per i principi?

«Io? son per nessuno.

«Vale a dire che siete per noi; bene, bene! questa è la vera posizione per fare i fatti suoi. Orsù, mio caro, io vi dirò che vengo da parte del ministro».

Queste parole produssero effetto sopra Porthos come se fossero stati sempre nel 1640.

«Oh oh! egli disse, che vuol da me sua Eccellenza?

«Avervi al suo servizio.

«E chi le ha parlato di me?

«Rochefort; vi ricordate?

«Sì, cospetto! quello che tempo addietro ci diede tanto tormento, e ci fece correr tanto; lo stesso a cui voi somministraste una dopo l’altra tre stoccate, che per lui non erano rubate, in sostanza!

«Ma sapete ch’è diventato amico nostro?

«No, non lo sapevo.... Ah! non serba rancore?

«V’ingannate, Porthos; son’io che non lo serbo a lui».

Porthos non capì appieno: ma già noi ci ricordiamo che il suo forte non era la facilità di comprensiva.

«Sicchè, continuò, il conte di Rochefort è quello che ha discorso di me al ministro?

«Sì, e poi la regina.

«Come, la regina?

«Per ispirarci fiducia, essa gli ha perfino consegnato il famoso diamante, vi sovviene? che io aveva venduto al signor des Essarts, e che non so come è tornato in suo possesso.

«Ma mi pare, osservò Porthos col suo solito giudizio un po’ rozzo, che avrebbe fatto meglio di darlo a voi.

«Così penso anch’io, replicò d’Artagnan; ma che volete? i re e le regine hanno talvolta singolari capricci. In conclusione, siccome sono essi che tengono le ricchezze e gli onori, che distribuiscono danaro e titoli, tutti son dediti a loro.

«Sì, gli si è dediti.... E allora, voi siete dedito in questo momento?...

«Al re, alla regina e al ministro; e di più, ho garantito della vostra divozione.

«E dite che avete stabilite per me certe condizioni?

«Stupende, caro mio, stupende! Prima di tutto, avete danaro, non è vero? quaranta mila lire di rendita, me lo avete detto».

Porthos entrò in diffidenza.

«Eh! ribattè, danari, non se ne ha mai di troppo. Madama du Vallon lasciò un patrimonio imbrogliatissimo; io poi non sono un signorone, dimodochè vivo a giorno per giorno.

«Ha paura ch’io sia qui per chiedergli de’ soldi in prestito, pensò il tenente dei moschettieri.

«Oh! rispose forte, meglio, meglio, se siete in ristrettezze!

«Come, meglio? fece Porthos.

«Sì, perchè sua Eccellenza darà tutto quel che si voglia, terre, numerario e titoli.

«Ah! ah! ah! esclamò Porthos, e spalancava gli occhi.

«Sotto l’altro ministro, proseguì d’Artagnan, non sapemmo profittare della fortuna; e sì, gli era il caso, veh! non lo dico per voi che avevate in vista le vostre quaranta mila lire di entrata e mi parevate l’uomo più avventurato di questo mondo».

Nuovo sospiro del signor de Bracieux di Pierrefonds.

«Bensì, tirò innanzi il tenente, non ostante le vostre quaranta mila lire, e forse anche per ragione di queste, ho idea che una piccola corona farebbe ottima comparsa sulla vostra carrozza.... eh?

«Ma sì, ripicchiò Porthos.

«Or bene, guadagnatevela. Ella sta su la punta della vostra spada. Noi non ci nuoceremo. Il vostro scopo è un titolo; il mio è danaro. Che io ne guadagni a sufficienza per far ricostruire Artagnan (lasciato andare in rovina da’ miei antenati impoveriti mediante le crociate), e per comprare intorno a questo una trentina di jugeri, non mi occorre altro: mi vi ritiro, e là muojo tranquillo.

«Ed io, disse Porthos, voglio esser barone.

«Lo sarete.

«E non avete pensato pure agli altri nostri amici?

«Sì, ho veduto Aramis.

«Ed egli che desidera? innalzarsi, ci s’intende.

«Aramis, fece d’Artagnan il quale non voleva far perdere a Porthos le sue illusioni, Aramis, figuratevi, vive come un orso, rinunzia a tutto, non pensa che alla salute dell’anima; le mie esibizioni non valsero a deciderlo.

«Male! disse Porthos, aveva tanto spirito! E Athos?

«Non l’ho ancor visto, ma andrò da lui quando vi lascio. Sapete dove lo troverò?

«Vicino a Blois, in una piccola tenuta ereditata non so da qual parente.

«E che si chiama?

«Bragelonne. Capite questa, mio caro? Athos, ch’era nobile come l’imperatore e ha per eredità una tenuta la quale ha nome di contea! e che ne farà egli, di tutte quelle contee? contea di La Fère, contea di Bragelonne?

«Di più che non ha figliuoli, aggiunse d’Artagnan.

«Uhm! mugolò Porthos, ho inteso dire che avesse adottato un giovinetto che nel volto gli somiglia.

«Athos, ch’era virtuoso come Scipione, lo avete riveduto?

«No.

«Domani, dunque, andrò à dargli le vostre nuove. Temo, a dirla fra noi, che la sua inclinazione per il vino lo abbia invecchiato assai.

«Sì, è vero, beveva molto.

«E poi, era maggiore a tutti noi, osservò d’Artagnan.

«Di pochi anni, riprese Porthos; l’aspetto suo grave lo faceva parere più vecchio che non fosse.

«Così è. Sicchè, se abbiamo Athos sarà tanto meglio; se non lo abbiamo, ne faremo di meno: siamo buoni per dodici, noi due.

«Sì, disse Porthos sorridendo alla rimembranza delle ultime sue imprese, ma noi quattro saremmo stati buoni per trentasei.... e di più, che, secondo dite, il mestiere sarà scabroso.

«Scabroso per reclute, ma per noi no.

«Sarà lungo?

«Eh! può durare tre o quattro anni.

«Vi sarà da battersi di molto?

«Spererei.

«Bene, alla fine dei conti, benone! esclamò Porthos, non avete idea, mio caro, quanto mi sento scricchiolare le ossa dacchè sono qui. Alle volte, la domenica, all’uscire dalla messa vo a cavallo per i campi e sulle terre dei vicini, onde incontrare qualche piccola disputa, giacchè sento che ne ho bisogno; ma nulla! o mi rispettano o mi temono, lo che è più probabile, mi lasciano calpestare il trifoglio insieme co’ miei cani, passare addosso a tutti, e torno indietro più annojato che mai.... Almeno, ditemi un poco, a Parigi v’è più facilità di battersi?

«Per cotesto, amico mio, gli è un gusto: non più editti, non guardie del ministro, non Jussac nè altri bracchi. Mio Dio! vedete, sotto un lampione, in una locanda, da per tutto, siate del Mazzarino, siate della Fronda, fuori la spada e basta. Il signor di Guise ha ucciso il signor di Coligny sulla Piazza Reale, e non è successo niente.

«Ah! va ottimamente, disse Porthos.

«E poi, tra poco, seguitò d’Artagnan, avremo battaglie ordinate, cannone, incendi; sarà una faccenda variata.

«Dunque mi ci decido.

«Mi date la vostra parola?

«Sì, è finita. Tirerò di stocco e di taglio per il Mazzarino.... ma....

«Ma?

«Mi fa barone?

«Ehi perdinci! è cosa stabilita prima; ve l’ho detto e ve lo ripeto, vi garantisco la baronia».

Dietro questa promessa, Porthos che non aveva mai dubitato della parola del suo amico si avviò nuovamente al palazzo.

XIV.

_Ove si dimostra qualmente se Porthos era scontento del proprio stato, Mousqueton però era soddisfattissimo del suo._

Tornando verso il palazzo, mentre Porthos nuotava ne’ suoi sogni di baronia, d’Artagnan rifletteva alla miseria della povera natura umana sempre scontenta di quel che ha, e bramosa di quel che non ha. Egli, nei piedi di Porthos, si sarebbe considerato per l’uomo più avventurato dell’universo, ed a Porthos per esser tale che mai mancava? sei lettere da porre innanzi a tutti i suoi nomi, ed una piccola corona da far dipingere su gli sportelli della sua carrozza.

«E dunque, diceva tra se d’Artagnan, starò tutta la vita guardando a destra e a sinistra senza veder mai la faccia di un uomo completamente felice?»

Quando faceva questa filosofica riflessione, parve che la Provvidenza gli volesse dare una mentita. Appena Porthos lo aveva lasciato per dar degli ordini al suo cuoco, ei si vide avvicinare Mousqueton. Il viso del buon giovanotto, salvo una certa confusione che alla guisa di un nuvolo d’estate velava anzi che oscurare la di lui fisionomia, sembrava quello di un uomo pago al maggior segno.

«Ecco quel che cercavo, disse fra sè il tenente dei moschettieri, ma ohimè! il poveretto non sa perchè io sia venuto qui».

Mousqueton se ne stava alquanto distante. Egli si mise sopra un sedile e gli accennò si accostasse.

«Signore, disse colui profittando del permesso, ho da chiedervi una grazia.

«Parla, mio caro, rispose d’Artagnan.

«È che non ardisco, ho paura che pensiate che la mia grande prosperità mi abbia guastato.

«Sicchè sei soddisfatto?

«Soddisfatto quanto si possa, eppure potete esser cagione ch’io lo sia anco di più.

«Di’ su, e s’è cosa che dipenda da me è conclusa.

«Oh! non dipende che da voi.

«Aspetto.

«Signore, la grazia che ho da domandarvi è di non più chiamarmi Mousqueton, ma bensì Mouston. Dacchè ho l’onore di esser maggiordomo di monsignore, ho preso quest’ultimo nome, ch’è più decoroso e vale a farmi rispettare da’ miei subalterni... e sapete quanto è necessaria la subordinazione alla servitù».

D’Artagnan sorrise: Porthos allungava i suoi nomi, e Mousqueton scorciava il suo.

«Ebbene, signore? fece il buon domestico tremando.

«Oh! sì, mio caro Mouston, sta quieto, non dimenticherò la tua richiesta, e se lo gradisci non ti darò nemmeno più del tu.

«Ah! se mi faceste un tale onore ne sarei riconoscente per tutta la vita; ma forse sarebbe domandar troppo.

«Ohimè! disse fra sè d’Artagnan, è ben poco in cambio delle inattese tribolazioni che reco a questo diavolaccio il quale mi ha accolto tanto bene.

«E vossignoria si trattiene dimolto con noi? domandò Mousqueton a cui il volto restituitosi in tutta la sua serenità diventava rosso come un fringuello.

«Parto domani, mio caro.

«Ah! eravate venuto soltanto per cagionarci un rincrescimento?

«Ho paura di sì, fece d’Artagnan».

Ma tanto piano, che Mousqueton il quale si ritirava salutando non potè udirlo.

Passava un rimorso in mente a d’Artagnan, sebbene gli si fosse allargato il cuore: non gli spiaceva d’impegnare Porthos in una carriera in cui sarebbero compromesse la di lui vita e le fortune, giacchè Porthos arrischiava volentieri tutto questo pel titolo di barone che desiderava da quindici anni; ma Mousqueton che bramava solamente di esser chiamato Mouston, non era crudeltà il toglierlo dalla vita deliziosa del suo granajo di abbondanza? Mentre quest’idea lo confondeva, ricomparve Porthos.

«A tavola! disse questi.

«Come a tavola? domandò d’Artagnan, e che ore sono?

«È passata l’un’ora.

«La vostra abitazione è un paradiso, Porthos! uno vi dimentica il tempo. Vi seguo, ma non ho fame.

«Venite; se non sempre si può mangiare, si può bere però; l’è una delle massime del povero Athos di cui ho riconosciuta la solidità dacchè m’infastidisco».

D’Artagnan, renduto ognora assai sobrio dal suo naturale guascone, non sembrava convinto al pari del suo amico della verità dell’assioma di Athos; nulladimeno fece quanto potè per mantenersi a petto del suo accoglitore.

Frattanto, stando a veder mangiare Porthos, e bevendo egli benone, gli tornava in capo l’idea di Mousqueton, e ciò con tanto più di forza in quanto che quest’ultimo, senza servire a tavola (lo che sarebbe stato al disotto della nuova sua posizione), compariva tratto tratto sull’uscio, e dimostrava la sua gratitudine per il nostro tenente mediante la qualità e la vecchiezza dei vini che faceva imbandire.

E quindi, allorchè alle frutta, Porthos dietro un cenno di d’Artagnan ebbe mandati via i suoi domestici; e i due amici si trovarono soli, d’Artagnan disse:

«Porthos, e chi vi accompagnerà nelle vostre campagne?

«Eh! Mousqueton, mi figuro, rispose Porthos con tutta naturalezza».

Codesto fu un colpo per d’Artagnan; già vedeva cambiarsi in ismorfie di dolore, il benevolo sorriso del maggiordomo.

«Peraltro, replicò il tenente, Mouston non è più giovanissimo; inoltre è ingrassato assai, ed avrà forse perduta l’abitudine ad un servizio attivo.

«Lo so, ma mi sono assuefatto a lui; e poi, non vorrebbe lasciarmi, mi è troppo affezionato.

«Oh, cieco amor proprio! pensò d’Artagnan.

«D’altronde, domandò Porthos, voi stesso non avete sempre al vostro servizio il medesimo vostro lacchè, quel buono, bravo e intelligente.... come lo chiamate?

«Planchet.... sì, l’ho ritrovato ma non è più lacchè.

«E ch’è egli?

«Con le mille sei cento lire, che voi sapete guadagnò all’assedio di La Rochelle portando la lettera a lord de Winter, ha messo su una piccola bottega in via dei Lombardi; ed è confettiere.

«Ah! è confettiere in via de’ Lombardi! ma come vi serve?

«Ha fatto qualche scappata, e teme di esser molestato.

«Ebbene! fece allora Porthos, se vi avessero detto che un giorno Planchet farebbe scappare Rochefort, e che per questo voi lo nasconderete?

«Non lo avrei creduto; ma che volete? gli avvenimenti cambiano gli uomini.

«Non v’è cosa più vera; bensì quel che non cambia, o cambia soltanto per megliorarsi, è il vino. Assaggiate di questo; è d’una qualità di Spagna che il nostro amico Athos teneva in grande stima, è Xères».

Nel momento venne il maestro di casa a consultare il padrone sulla disposizione di tavola dell’indomani ed anche sulla gita a caccia progettata.

«Dimmi, Mouston, chiese Porthos, le mie armi sono in buono stato?»

D’Artagnan cominciò a battere il tempo sulla mensa onde celare il suo imbarazzo.

«Le vostre armi, monsignore? rispose Mouston, e quali?

«Eh, per brio! la mia armatura.

«Che armatura?

«Da guerra.

«Ah!... sì!... almeno, credo.

«Domani te ne assicurerai, e le farai pulire se ne hanno bisogno. Qual è il mio miglior cavallo da corsa?

«Vulcano.

«E per fatica?

«Bajardo.

«A te, quale piace?

«A me piace Rustaud; è una buona bestia e mi c’intendo a meraviglia.

«È robusto, non è così?

«Normanno, deciso Mecklembourg; andrebbe via di giorno e di notte.

«Ecco quanto ci bisogna. Farai mettere a sesto i tre animali, netterai o farai nettare le mie armi; e di più, pistole per te ed un coltello da caccia.

«Sicchè viaggeremo, monsignore? domandò Mousqueton digià sgomento».

D’Artagnan che sino allora aveva fatto qualche accordo vago, battè una marcia.

«Anco di meglio! rispose Porthos.

«Si fa forse una spedizione? seguitò il maestro di casa, in cui le rose delle guance principiavano a convertirsi in gigli.

«Si torna al servizio, replicò il padrone, procurando sempre di rendere alle basette la perduta loro piega marziale».