Part 25
«Non v’è età per le genti che indossano vesti simili alle mie, aspramente rispose il frate.
«Ohimè! padre, parlatemi con più dolcezza, ho bisogno di un amico nelle ore estreme.
«Patite di molto?
«Sì, ma assai più dell’anima che del corpo.
«Vi salveremo l’anima.... ma prima di entrare in confessione, ditemi: siete realmente il carnefice di Bethune come dicevano quelli di fuori?
«Cioè, fece con impeto il ferito, il qual temeva che il titolo di carnefice allontanasse da lui gli ultimi soccorsi che reclamava, cioè lo fui, ma non lo sono più; da quindici anni ho ceduto il mio impiego. Figuro sempre nelle esecuzioni, ma non do il colpo io, oh no!
«Sicchè, avete orrore del vostro mestiere?»
L’infermo diede un sospiro.
«Sino a tanto che non uccisi se non in nome della legge e della giustizia, il mio mestiere mi lasciò dormir quieto, protetto com’ero dalla giustizia e dalla legge; ma dalla terribil notte in cui servii di stromento a una vendetta particolare e con odio levai la spada sopra una creatura di Dio, da quel punto....»
Il boia si tacque muovendo il capo in atto di disperazione.
«Parlate, disse l’altro che si era assiso e cominciava a pigliare interesse a un racconto che si annunziava in maniera così strana.
«Ah! esclamò il moribondo con lo slancio di un dolore per lungo tempo frenato, e che termina con isfogarsi, eppure ho procurato di estinguere questo rimorso mediante venti anni di opere buone; mi sono spogliato della ferocia naturale a quelli che spargono il sangue; in tutte le occasioni ho esposta la mia vita per salvarla a quei ch’erano in pericolo, ed ho conservato alla terra delle esistenze umane in ricambio delle altre che le avevo tolte. Nè questo basta: i beni acquistati nell’esercizio della mia professione, gli ho distribuiti ai poveri, sono diventato assiduo a frequentare le chiese, e le genti che mi schivavano si sono assuefatte a vedermi. Tutti mi hanno perdonato, taluni ancora mi hanno amato, e ora chiedo che Iddio mi perdoni, giacchè mi perseguita la rimembranza di quell’esecuzione; ogni notte mi pare di veder alzarsi davanti a me lo spettro di quella donna.
«Una donna! dunque assassinaste una donna!
«E anche voi fate uso di codesto vocabolo che mi rintrona alle orecchie: — assassinata! — Dunque l’ho assassinata! e non giustiziata? sicchè sono un assassino, e non un giustiziere?»
E l’infermo chiuse gli occhi mandando un gemito.
E bisogna che l’altro temesse ch’egli avesse a spirare senza dir di più, poichè replicò in fretta:
«Continuate, non so nulla io, e finito che abbiate il vostro racconto, penseremo al resto.
«Oh padre! proseguì il boia senza riaprir gli occhi come avesse paura che gli si affacciasse qualche oggetto spaventoso, specialmente quando si fa notte e passo qualche fiume, si raddoppia quel terrore che non so vincere; allora mi sembra che mi si aggravi la mano quasi che avesse ancora il peso del mio coltello, e che l’acqua si tinga di colore di sangue, e tutte le voci della natura, romorìo di alberi, mugghiar di vento, battito delle onde, si riuniscano a formare una voce lamentevole, desolata, terribile, la quale mi gridi: — Lasciate passare la giustizia di Dio!
«Delirio! balbettò colui che ascoltava».
Il carnefice schiuse i lumi, fece un moto per girarsi dalla parte del giovine, e lo afferrò pel braccio.
«Delirio! ripetè, delirio, voi dite! Oh no, no! poichè fu di sera, perchè io gettai il suo corpo nel fiume, perchè le parole che mi van ripetendo i miei rimorsi, quelle parole, io nel mio orgoglio le pronunciai, e dopo essere stato istromento di umana giustizia, mi credevo divenuto quello della giustizia di Dio!
«Ma sentiamo.... come andò? spiegatevi....
«Era di sera; venne a cercarmi un tale, e mi mostrò un ordine. Andai seco. Altri signori mi attendevano. Mi condussero con loro immascherato. Io mi riserbava sempre a far resistenza ove mi paresse ingiusto l’ufficio che da me richiedevasi. Facemmo cinque o sei leghe, tristi, taciti e quasi senza ricambiare un accento. Al fine, dalle finestre di una piccola capanna mi additarono una donna che posava le gomita sopra una tavola, e mi dissero:
« — Ecco quella che si deve giustiziare.
«Orrore! e voi obbediste?
«Padre, quella femmina era un mostro; aveva, per quanto asserivasi, avvelenato il suo secondo marito, tentato di assassinare il cognato che si trovava fra coloro, avvelenata una giovane sua rivale, e innanzi di abbandonare l’Inghilterra, anche questo si accertava, avea fatto stilettare il favorito del re.
«Buckingham? esclamò il religioso.
«Sì, Buckingham.
«Talchè ella era inglese?
«No, francese, ma maritatasi in Inghilterra».
A tal risposta dell’ammalata, l’altro impallidì, si asciugò la fronte, e andò a porre il catenaccio alla porta. Il boia credè che lo abbandonasse e ricadde giù piangendo.
«No, no, eccomi, fece quegli riaccostandosi sollecito, seguitate, che uomini erano?
«Uno era forestiere, Inglese, se non fo sbaglio; gli altri quattro Francesi, e indossavano gli abiti da moschettieri.
«I loro nomi?
«Non li so; se non che i quattro chiamavan l’altro, ch’era Inglese: _milord_.
«E la donna, era bella?
«Giovane e bella! Oh sì, bellissima! E’ mi pare ancor di vederla, quando genuflessa a’ miei piedi, pregava, con la testa buttata indietro.... Nè mai, in appresso, seppi comprendere come avessi potuto atterrare quella testa sì bella e pallida!»
Quei che ascoltava tal racconto sembrava agitato da stranissima commozione; tremava in tutte membra; si scorgeva ch’era ansioso di fare una domanda e non ardiva.
Finalmente, dopo uno sforzo fierissimo, chiese:
«Il nome di colei?
«Lo ignoro. Come vi dico, si era maritata due volte per quanto pareva: una in Francia ed una in Inghilterra.
«Era giovine? diceste!
«Di venticinque anni.
«Bella?
«Al sommo!
«Bionda?
«Sì.
«Chiome lunghe, è vero? che le scendevano fino sull’omero?
«Sì.
«Occhi espressivi al maggior grado?
«Quando voleva.... Oh sì! così è!
«Voce di rarissima dolcezza?
«E come lo sapete?»
Il carnefice posò il gomito sulle lenzuola, e fissò lo sguardo attento sul suo interlocutore, che si fè smorto in faccia.
«E voi la uccideste! disse quest’ultimo, voi serviste di stromento a quei vili che da sè stessi non osavano ucciderla! voi non aveste pietà di tanta gioventù, di tanta beltà, di tanta debolezza! voi uccideste quella donna!
«Ahimè! padre, ve l’ho pur detto, quella femmina sotto un’invoglia celeste celava una mente infernale, e quando la vidi, quando mi rammentai tutto il male che aveva fatto a me stesso, a me....
«A voi! e che poteva avervi fatto? sentiamo!
«Avea sedotto e rovinato mio fratello, ed era fuggita seco.
«Con tuo fratello?
«Sì! mio fratello era stato il suo primo amante; ella era stata cagione della morte di mio fratello.... Oh padre! non mi guardate così! Ah! sono molto colpevole?.... non mi confesserete, non mi concederete il perdono?
«Sì, vi confesserò, sì, vi perdonerò, quando mi manifestiate prima in questa segreta conferenza tutto ciò che vi concerne.
«Oh! gridò il boia, tutto! sì, tutto!
«Sicchè dite.... Se sedusse il vostro fratello.... dite che lo sedusse, non è vero?
«Oh sì, pur troppo!
«Se cagionò la di lui morte.... diceste che cagionò la sua morte?
«Sì, sì.
«Allora, dovete sapere il suo nome da fanciulla.
«Mio Dio! mio Dio! fece il carnefice, mi par di morire! Oh, ricevete la mia confessione!
«Dì il nome e la riceverò....
«Si chiamava.... Dio, Dio! abbiate pietà di me!»
Ed il boia cascò sul letto, pallido, tremante, simile ad uno che sia prossimo a spirare.
«Il nome! replicò l’altro, chinandosi su di lui come per istrappargli di bocca quel nome ch’ei non voleva ancor palesargli; il nome!... parla, o non v’è scampo!»
Sembrò che il moribondo raccogliesse tutte le sue forze.
Al supposto monaco brillavano le pupille.
«Anna di Bueil! balbettò il ferito.
«Anna di Bueil! gridò quegli rizzandosi a un tratto, e levate al cielo ambe le mani: Anna di Bueil! dicesti pure Anna di Bueil?
«Sì.... così si appellava.... ed ora ascoltatemi, che mi sento morire!
«Io? urlò il frate con un sorriso che fece rizzare in testa i capelli dell’infermo, e posso forse ascoltare le tue colpe! io non son prete!
«Non siete prete! e dunque chi siete?
«Te lo dirò, sciagurato!
«Ah! signore! ah, mio Dio!
«Sono John Francis de Winter!
«Non vi conosco! strillò il boia.
«Aspetta, e mi conoscerai; sono John Francis de Winter.... e quella donna....
«Quella donna?....
«Era mia madre».
Il carnefice mandò il grido che prima erasi udito.
«Oh! perdonatemi! seguitò, se non in nome di Dio, almeno in nome vostro; se non come sacerdote, almeno come figlio!
«Perdonarti! strepitò il finto monaco; perdonarti! Dio forse lo farà, ma io non mai!
«Per pietà! diceva il boia stendendo le braccia innanzi.
«Non v’è pietà per chi non ebbe pietà; muori impenitente, muori disperato! muori, e sii dannato!»
E toltosi di sotto la giubba un pugnale, e immergendoglielo nel petto:
«Tieni! disse, ecco come io ti ricompenso!»
Allora fu che s’intese il secondo grido più debole dell’altro a cui succedeva lunghissimo gemito.
Il carnefice, il quale si era sollevato alquanto, piombò di nuovo supino. Il finto monaco, senza tôrre il pugnale dalla piaga, corse al balcone, lo aperse, saltò sui fiori di un piccolo giardino, entrò nella stalla, prese la sua mula, uscì da una porta di dietro, trottò sino al prossimo bosco, vi gittò le sue vesti da ecclesiastico, trasse dalla valigia un abbigliamento completo da cavaliere, e lo indossò, ed a piedi arrivò alla prima posta, ed ivi, fattosi dare un cavallo, continuò a spron battuto il suo viaggio verso Parigi.
XXXVI.
_Grimaud parla._
Grimaud era rimasto solo accanto al boia.
L’oste era ito a cercar soccorso; sua moglie pregava.
Dopo un momento l’ammalato schiuse gli occhi.
«Ajuto! balbettò! ajuto! Mio Dio, mio Dio! non troverò in questo mondo un amico che mi ajuti a vivere o a morire?»
E si portò a stento la mano sul seno; e la sua mano incontrò il manico del pugnale.
«Ah!» disse come uno a cui ritorni la memoria.
E lasciò andare giù il braccio.
«Fatevi coraggio, disse Grimaud, sono andati a cercare assistenza.
«Chi siete? domandò il ferito fissando su Grimaud gli occhi spalancati fuor di misura.
«Un antico conoscente, questi rispose.
«Voi?»
L’infermo cercava ricordarsi le sembianze di lui che favellavagli in tal guisa.
«In quali circostanze ci incontrammo? indi richiese.
«Venti anni sono, di notte. Il mio padrone vi aveva preso a Bethune e vi condusse ad Armentières.
«Vi riconosco, fece il boia, siete uno dei quattro servitori.
«Per l’appunto.
«E d’onde venite?
«Passavo per la strada, mi sono fermato in questa locanda per far rinfrescare il mio cavallo; mi raccontavano alcuni che il carnefice di Bethune era qua ferito, quando avete cacciato due urli. Al primo siamo accorsi subito, al secondo abbiamo sfondato l’uscio.
«E il frate? lo avete visto?
«Che frate?
«Quello ch’era rinchiuso meco.
«No, non v’era più: pare che sia fuggito dalla finestra. È desso che vi ha trafitto?
«Ah sì!»
Grimaud si mosse come per partirsi.
«Che andate a fare? domandò il boia.
«Bisogna corrergli appresso!
«Guardatevene bene!
«E perchè?
«Si è vendicato, ed ha fatto benissimo. Adesso che Iddio mi perdoni, giacchè v’è espiazione.
«Spiegatevi, disse Grimaud.
«Quella donna che i vostri padroni e voi mi faceste uccidere....
«Milady?
«Milady, sì, così la chiamavate....
«Che ha che fare milady col monaco?
«Era sua madre».
Grimaud vacillò e guatò il moribondo, attonito e come stupido.
«Sua madre! ripetè.
«Sì, sua madre.
«Ma dunque ei sa quel segreto?
«L’ho preso per un sacerdote, e glie l’ho confessato.
«Disgraziato! esclamò Grimaud e gli si bagnavano di sudore i capelli all’idea delle conseguenze che potevano resultare da tale rivelazione; disgraziato! ma spero che non abbiate nominato veruno?
«Non ho proferito alcun nome, giacchè nessuno ne conoscevo tranne quello da zittella della sua genitrice, e da questo egli tutto ha compreso; ma sa che suo zio era nel numero de’ suoi giudici».
Il meschino ricascò spossato. Grimaud voleva dargli soccorso e avanzava la destra verso il manico dello stiletto.
«Non mi toccate! disse il carnefice, se si cavasse fuori questo ferro, io morrei».
Grimaud rimase con la mano stesa; indi in un subito percuotendosi col pugno la fronte:
«Ah! se mai colui viene in cognizione chi fossero gli altri, il mio padrone è perduto!
«Sollecitatevi! gridò il carnefice, prevenitelo se vive ancora, avvertite i suoi amici; la mia morte, oh! credetelo pure, non servirà di scioglimento a questa terribile avventura.
«Dove andava? chiese Grimaud.
«Verso Parigi.
«Chi lo arrestò?
«Due giovani gentiluomini che si trasferivano all’armata, e dei quali uno, io lo udii a nominare dal suo compagno, si chiamava il visconte di Bragelonne.
«E desso fu che vi condusse il monaco?
«Eh sì!»
Grimaud levò lo sguardo al cielo.
«Dunque era questo il volere di Dio! disse poi.
«Senza dubbio! confermò il ferito.
«Oh terribile! oh caso spaventoso!.... e sì, quella femmina aveva meritata la sorte che si ebbe.... non pensate in questo modo?
«Sul punto di morire, fece il boja, si veggono gli altrui delitti molto piccoli a paragone dei nostri!»
E cadde giù abbattuto chiudendo il ciglio affannoso.
Grimaud stava perplesso fra la pietà che gli vietava di lasciar quell’uomo privo di assistenza, ed il timore che gli imponeva di partire immediatamente per recare quella notizia al conte di la Fère, allorchè udì rumore nel corridojo e vide venir l’oste insieme col chirurgo che finalmente erasi ritrovato.
Li seguivano parecchie persone, richiamate da curiosità; chè cominciava a spargersi voce dello stranissimo evento.
Il professore si accostò al moribondo che sembrava in deliquio.
«Prima di tutto va estratto il ferro dal petto», disse in tuono ch’esprimeva di molto.
Grimaud si ricordò il prognostico fatto dall’ammalato, e si girò da parte.
Il cerusico tirò in là il giubbetto, lacerò la camicia e snodò il seno.
Il pugnale, conforme accennammo, era cacciato addentro sino all’impugnatura.
Il chirurgo lo prese alla cima dell’elsa; a misura ch’ei lo tirava fuori il ferito aprendo gli occhi li fissava in un modo spaventoso. Quando la lama fu uscita interamente dalla piaga apparve sulla bocca dell’infermo una spuma rossiccia; indi nel momento che respirò sgorgò uno sprillo di sangue dall’orifizio della piaga stessa, ed egli diresse lo sguardo sopra Grimaud con espressione singolarissima, mandò un rantolo e spirò subito.
Grimaud raccolse da terra il pugnale insanguinato che metteva orrore a tutti, accennò all’oste che andasse seco, pagò il conto con generosità degna del suo padrone, e risalì a cavallo.
Esso aveva pensato sulle prime a tornare direttamente a Parigi; ma riflettè all’inquietudine che prolungando la sua assenza cagionerebbe a Raolo; si ricordò che Raolo era distante due leghe dal luogo ove si trovava egli stesso, che in un quarto d’ora sarebbe a lui vicino, e che fra la gita innanzi e indietro e la spiegazione insieme non gli piglierebbero un’ora di tempo. Si avviò di galoppo, e dopo dieci minuti smontava al _Mulo Incoronato_, unico albergo di Mazingarde.
Dalle prime parole ricambiate col locandiere acquistò certezza di aver raggiunto quello che cercava.
Raolo era a tavola con il conte di Guiche ed il suo ajo, ma la trista avventura della mattina lasciava sul sembiante de’ due giovani una tale mestizia cui non riusciva a dileguare il brio del signor d’Arminges più filosofo di loro per la sua grande assuefazione a consimili spettacoli.
Ad un tratto fu schiusa la porta e si presentò Grimaud pallido, polveroso e macchiato dal sangue del disgraziato.
«Grimaud, mio buon Grimaud! esclamò Raolo, eccoti al fine! Scusate, miei signori, questi non è già un servo, è un amico».
Ed alzatosi a farglisi incontro seguitò:
«Come sta il signor conte? gli duole alquanto della mia assenza? lo hai veduto da che ci lasciammo? Rispondi, e poi io ho molte cose da dirti.... Oh! da tre giorni ci sono succeduti tanti casi! Ma che hai? sei smorto in viso.... E sangue! perchè questo sangue!
«Realmente v’è sangue! confermò di Guiche levandosi pur esso, siete ferito, mio caro?
«No, disse Grimaud, questo sangue non è mio.
«E di chi? domandò il visconte.
«Dell’infelice che lasciaste all’albergo, e ch’è morto fra le mie braccia».
«Fra le tue braccia! ma sai tu chi era?
«Sì.
«L’antico carnefice di Bethune!
«Lo so.
«E lo conoscevi?
«Lo conoscevo.
«Ed è morto?
«Sì».
I due signori si guardarono.
«Che volete? disse d’Arminges, tale è la legge comune, ed uno non n’è mica esente per essere stato boja. Dal momento che ho veduta la sua piaga ne ho avuta pessima idea, e ben vi è noto ch’era uguale l’opinione di lui, poichè chiedeva un monaco».
Alla parola di monaco Grimaud si accigliò.
«Animo, a tavola! fece d’Arminges, il quale a guisa di tutti gli uomini dell’età sua non ammetteva la sensibilità fra due portate.
«Sì, avete ragione, rispose Raolo; orsù, Grimaud, fatti dar l’occorrente, ordina, comanda, e dopo che ti sarai riposato discorreremo.
«No, no, replicò Grimaud, non posso trattenermi un istante, mi conviene ripartire per Parigi.
«Come! oh, t’inganni.... è Olivain che parte, tu resterai qui.
«Anzi Olivain resta ed io vado. Sono venuto espressamente per avvisarvelo.
«E perchè tal cambiamento?
«Non posso dirvelo.
«Spiegati.
«Non posso.
«Eh via! che scherzi son questi?
«Sapete, signor visconte, ch’io non ischerzo mai.
«Sì, ma so ancora che il signor conte di la Fère disse che rimarreste presso di me ed Olivain andrebbe alla capitale. Io mi atterrò alle disposizioni del conte.
«Non in questa circostanza, signore.
«Vorreste forse disobbedirmi?
«Sì, poichè così bisogna.
«Dunque persistete?
«E quindi me ne vo; siate felice, signor visconte».
Grimaud salutò e si volse verso l’uscio per andarsene. Raolo inquieto ed anco furibondo corse a fermarlo per un braccio.
«Grimaud! esclamò, trattenetevi; così voglio.
«Sicchè, rispose Grimaud, volete ch’io lasci ammazzare il signor conte?»
E fatto un nuovo inchino si disponeva a partire.
«Grimaud, amico mio! disse Bragelonne, non ve ne andrete in tal modo, non mi lascerete in una tale smania. Grimaud parla, deh parla in nome del cielo!»
E Raolo barcollava, sinchè cadde sopra una sedia.
«Non posso dirvi se non se una cosa.... chè il segreto non è mio.... Incontraste uno che prendeste per un frate, è vero?
«Sì».
I due gentiluomini si osservavano atterriti.
«Lo guidaste vicino al ferito?
«Sì.
«Aveste allora tempo di vederlo?
«Sì.
«E forse lo ravvisereste se lo ritrovaste?
«Oh sì! lo giuro, disse Raolo.
«E anch’io, aggiunse di Guiche.
«Or bene, se mai lo ritrovate, in qualunque luogo si sia, sulla strada maestra, per le vie, in una chiesa, dovunque egli sia, e dovunque voi sarete, ponetegli addosso il piede e schiacciatelo senza pietà, senza misericordia, come fareste ad una vipera, ad un serpente, ad un aspide; schiacciatelo, e nol lasciate finchè sia morto; per me, tanto ch’ei viva starà in dubbio la vita di cinque uomini».
E Grimaud senza dir altro profittò dello stupore e del terrore in cui aveva immersi quelli che lo ascoltavano per islanciarsi fuori dallo appartamento.
«Or bene, conte, disse Raolo a di Guiche, non dicevo bene che colui mi pareva un serpente?»
A capo a due minuti si udì il galoppo di un cavallo. Raolo si affacciò sollecito al balcone.
Era Grimaud che s’incamminava verso Parigi. Riverì Bragelonne agitando in aria il cappello, e in breve disparve alla svolta della strada.
Ma viaggio facendo riflettè a due cose:
La prima, che di quel passo il suo animale non reggerebbe a far dieci leghe;
La seconda, ch’ei non aveva danaro.
Egli aveva però l’immaginazione tanto più feconda quanto meno faceva uso della favella.
Ed alla prima cambiatura vendè il cavallo, e col prodotto prese subito la posta.
XXXVII.
_Alla vigilia della battaglia._
Raolo fu tratto dai tristi suoi pensieri dal locandiere, il quale entrò precipitosamente nella stanza ov’era accaduto quanto poc’anzi narravamo, gridando:
«Gli Spagnuoli! gli Spagnuoli!»
Era assai importante quel grido perchè ogni altra riflessione cedesse a quelle ch’esso doveva cagionare. I giovanetti domandarono qualche informazione, ed intesero che realmente si avanzava il nemico da Houdain e Bethune.
Mentre il signor d’Arminges dava gli ordini acciò i cavalli che si rinfrescavano fossero messi in istato di partenza, Raolo e di Guiche salirono alle più alte finestre del casamento che dominava le vicinanze, e videro spuntare dalla parte di Mersin e di Sains un corpo considerevole d’infanteria e cavalleria. Questa volta non era più una brigata errante di partigiani, ma un’intera armata.
Sicchè non rimaneva da far altro che seguire le savie istruzioni d’Arminges e battere la ritirata.
Essi scesero rapidamente. D’Arminges era digià in sella. Olivain reggeva a mano i due corsieri dei giovanetti, ed i servi del conte di Guiche tenevano cautamente fra di loro il prigioniero spagnuolo, fermo sopra un ronzino comprato espressamente per lui. E per maggior precauzione questi aveva le mani legate.
La piccola comitiva prese di trotto la strada di Cambrai, ove credeva di trovare il principe; ma egli dal giorno innanzi non v’era più, ed erasi ritirato a la Bassée, avendo inteso per una falsa voce sparsa che il nemico doveva transitare da Lys ad Estaire.
Effettivamente il principe, ingannato da tali avvisi, aveva ritirate le sue truppe da Bethune, e concentrate tutte le sue forze fra Vieille-Chapelle e la Venthie, ed egli stesso, dopo aver esplorata tutta la linea col maresciallo di Grammont, era tornato indietro, e postosi a tavola, interrogando gli uffiziali seduti a lui d’intorno sopra gli schiarimenti che aveva incaricato ciascheduno di essi di procurarsi. Niuno però aveva notizie positive.
L’armata nemica era sparita da quarantotto ore, e nulla più se ne sapeva.
Ora, un esercito nemico non è mai tanto prossimo, e in conseguenza minaccioso, come allorquando è affatto sparito. E perciò il principe contro il suo solito se ne stava pensoso e di mal umore, quando venne un ufficiale di servizio ad annunziare al maresciallo di Grammont esservi alcuno che chiedeva di parlargli.
Il duca di Grammont con uno sguardo domandò licenza, ed uscì.
Il principe lo seguitò cogli occhi, e tenne questi fissi verso la porta, mentre nessuno osava discorrere per tema di distrarlo dalle sue meditazioni.
Ad un tratto si udì rumore. Il principe si alzò in fretta stendendo la mano dal lato onde veniva lo strepito. — Lo strepito gli era ben noto: era quello del cannone.
Tutti al pari di lui si erano levati in piedi.
Nel momento fu schiusa la stanza.
«Monsignore, disse allegro il maresciallo di Grammont, vuole Vostra Altezza permettere che mio figlio, il conte di Guiche, e il suo compagno di viaggio visconte di Bragelonne vengano a darle nuove del nemico, che noi cerchiamo e che essi hanno trovato?
«Come, se lo permetto, anzi lo bramo! entrino pure».
Il maresciallo spinse avanti i due giovani, i quali furono così innanzi a Sua Altezza.
Questi salutandoli disse:
«Parlate, signori, e poi faremo i complimenti d’uso; quel che per noi urge più adesso, è di sapere dove sia il nemico o ciò ch’ei faccia».
Al conte di Guiche incombeva naturalmente di essere il primo a favellare; non solo era maggiore di età, ma anche presentato dal proprio genitore; inoltre conosceva da lunga pezza il principe, che Raolo non aveva mai veduto.
Egli dunque raccontò ciò ch’entrambi avevano visto dall’albergo di Mazingarde.
Frattanto Raolo osservava quel giovane generale digià sì famoso per le battaglie di Rocroy, di Friburgo e di Nortlingen.