Part 15
«Ma lezione da solo a solo. Manderemo a desinare le guardie alla cucina del signor di Chavigny, e noi faremo qui una colazione di cui lascio la direzione a voi.
«Uhm!» mugolò la Ramée.
L’offerta era seducente; ma il nostro birro, per quanto avesse potuto pensar di lui svantaggiosamente il ministro, era un volpone che conosceva tutte le reti che può tendere un prigioniero: il signor di Beaufort, per quel che diceva, aveva preparati quaranta mezzi di uscir di carcere: quella colazione non celava qualche agguato?
Riflettè un momento; il resultato fu però che ordinerebbe egli stesso le vivande e il vino, ed in conseguenza a quelle nessuna polvere ed a questo nessun liquore sarebbe mescolato. Di ubbriacarlo poi il duca non poteva aver l’intenzione; anzi ei si mise a ridere all’immaginarlo: dopo di che gli venne un’idea atta a conciliar tutto.
Il signor di Beaufort aveva osservato il monologo interno di la Ramée con inquietudine, a misura che questa appariva anco dalla di lui fisonomia. Alla fine si rasserenò il viso del birro.
«Ebbene? domandò il principe, sta egli così?
«Sì, monsignore, con un patto.
«Cioè?
«Che Grimaud ci serva a tavola».
Non v’era cosa che meglio accomodasse al duca. Eppure ebbe tal capacità da assumere nel volto una grossa tinta di mal umore.
«Eh! al diavolo il vostro Grimaud! esclamò, mi guasterà la festa.
«Gli comanderò di starsene dietro a Vostra Altezza, e siccome ei non fiata nemmeno, Vostra Altezza non lo vedrà e non lo udrà, e, volendo, potrà figurarsi che sia lontano da lei le mille miglia.
«Caro mio, ribattè il principe, sapete che ci veggo chiaro, in tutto questo? che non vi fidate di me.
«Monsignore, doman l’altra è Pentecoste?
«E che m’importa della Pentecoste? ha da succedere un miracolo per ispalancarmi le porte della carcere?
«No, ma vi ho raccontato ciò che aveva predetto il maledetto stregone.
«E che mai?
«Che non passerebbe il giorno di Pentecoste senza che Vostra Altezza fosse fuori di prigione.
«Stupido! e credi agli stregoni?
«Io, me ne curo tanto come di questo! disse la Ramée, e fece schioccare insieme le dita, ma il signor Giulio se ne cura, e in qualità d’Italiano è superstizioso».
Il duca si strinse nelle spalle.
«Or via, rispose, fingendo la massima bonarietà, accetto Grimaud, perchè se no non si finirebbe più, ma non voglio altri che lui; voi v’incaricherete di tutto, voi disporrete il pasto a vostro talento. L’unico piatto che chiedo io si è uno dei pasticci de’ quali mi avete parlato. L’ordinerete per me, acciocchè il successore di maestro Marteau faccia portenti, e gli prometterete che mi avrà per avventore, non solo in tutto il tempo che ho da star in prigione, ma anche dal momento che ne sarò uscito.
«Dunque credete sempre di uscirne?
«Diamine! quando non fosse che alla morte del Mazzarino. Io ho quindici anni meno di lui.... È vero (aggiunse il principe sogghignando) che a Vincennes la vita va sollecita.
«Monsignore! monsignore!
«O sia che vi si muore più presto.... lo che in sostanza è lo stesso.
«Altezza, vado a ordinare la colazione.
«E vi pensate di fare qualche cosa del vostro discepolo?
«Spererei.
«Se vi dà tempo! borbottò di Beaufort.
«Che dice Vostra Altezza?
«La mia Altezza dice che non facciate risparmio con la borsa del signor ministro, il quale si è compiaciuto incaricarsi della nostra pensione».
La Ramée si fermò sulla porta.
«Monsignore, chi volete ch’io vi mandi?
«Chi vi pare, eccetto Grimaud.
«Dunque l’ufficiale delle guardie.
«Col suo giuoco di scacchi.
«Sì».
La Ramée se n’andò.
Indi a cinque minuti entrava l’uffiziale, e il duca sembrava assorto profondamente nei calcoli sublimi dello scaccomatto.
È cosa pur singolare il pensiero, e i cambiamenti che vi recano un cenno, una parola, una speranza! Da cinque anni il principe era in prigione, ed uno sguardo datosi all’indietro gli faceva parere quegli anni tanti, passati però ben lungamente, più brevi che i due giorni, le quarantott’ore, che ancor lo separavano dall’istante prefisso alla fuga.
Ed inoltre, quel che terribilmente l’occupava, era il modo onde si effettuerebbe la fuga. Gli si era data lusinga del resultato, ma celati i dettagli di quanto contener doveva il pasticcio misterioso. Quali amici lo attendevano? dopo un quinquennio di carcerazione aveva tuttavia degli amici? In tal caso era un principe veramente privilegiato.
Egli obliava che fra’ suoi amici (e codesto era anco più straordinario) una donna si era di lui ricordata. È vero che essa forse non gli era stata molto fedele, ma non lo aveva dimenticato, lo che era digià molto.
In tutto ciò esisteva materia più del bisogno a far riflettere il duca; e quindi accadde agli scacchi come alla palla, il signor di Beaufort fece uno sbaglio sull’altro, e l’ufficiale lo battè la sera conforme la mattina lo avea battuto la Ramée.
Però, le continue sconfitte aveano avuto il vantaggio di condurre il principe sino alle otto ore; erano tre ore acquistate, poi verrebbe la notte, e con essa il sonno.
Così almeno ei s’immaginava. Ma il sonno è una divinità assai capricciosa, ed appunto allorchè uno la invoca si fa aspettare. Il duca l’aspettò sino a mezzanotte voltandosi di qua e di là sulle materasse. Alla fine si addormentò.
Ma a giorno si destò. Si era fatti dei sogni stravaganti: gli erano cresciute le ali; allora naturalmente avea tentato involarsi; sul principio le ali lo sostenevano benone; arrivato bensì ad una certa altezza, quel singolare appoggio gli era mancato, si rompevano i vanni, ed a lui sembrava di ruzzolare in un abisso senza fondo. E così si destava con la fronte bagnata di sudore, e tutto tronco quasi avesse fatta realmente una caduta aerea.
Si riaddormentava per andar nuovamente errando in un labirinto di sogni uno più stolto dell’altro. Appena aveva chiusi gli occhi, la sua mente, intenta ad una sola meta, alla fuga, ricominciava a tentare la fuga. E allora era tutt’altro: si trovava un passaggio sotterraneo che doveva condurlo fuori di Vincennes; egli vi s’inoltrava, e Grimaud camminava innanzi a lui con una lanterna in mano; a poco a poco il passo diventava più stretto, eppure il duca continuava a andare avanti; poi il sotterraneo si faceva sì angusto ch’ei procurava invano d’ire più oltre; le muraglie si ristringevano, si assestavano una all’altra, egli faceva sforzi tremendi per proseguire, e non poteva.... E frattanto vedeva da lontano Grimaud colla lanterna che badava a camminare; voleva chiamarlo acciò lo ajutasse a togliersi da quel luogo ove si sentiva soffocare, e nemmeno gli riusciva di proferire un accento. Ed ecco all’estremità opposta a quella da cui era venuto, udiva correre quei che lo inseguivano, essi si avvicinavano, egli era scoperto, non gli rimaneva più speranza di scampo. Pareva che il muro fosse d’accordo coi suoi nemici, e lo incalzasse quanto più d’uopo egli aveva di scappare.... Indi udiva la voce di la Ramée.... lo vedeva in persona. La Ramée stendeva la mano, e questa mano gliela posava sulla spalla dando uno scroscio di risa.... Ed egli era ripreso, e menato nella stanza bassa ed a vôlta dov’erano morti il maresciallo Ornano, Puylaurens e suo zio. Stavano là le loro tre tombe, là sul terreno, ed era aperta una quarta fossa che attendeva un cadavere.
Sicchè il duca, quando si svegliò, fece tanti sforzi per mantenersi desto quanti ne aveva fatti per addormentarsi, e la Ramée, nell’entrare, lo trovò sì pallido e affaticato che gli domandò se era ammalato.
«Difatti, disse uno dei guardiani, il quale era rimasto in camera e non avea potuto riposare a motivo di un mal di denti prodottogli dall’umidità. Sua Altezza ha avuto una nottata agitatissima, e due o tre volte sognando ha chiamato ajuto.
«Che cos’ha Vostra Altezza? chiese la Ramée.
«Eh scimunito! sei tu, che con le tue cianciafruscole di fuga, jeri mi rompesti il capo, e sei causa ch’io abbia sognato che scappavo, e scappando mi rompevo il collo».
La Ramée rise come un matto.
«Vedete, monsignore, rispose, questo è un avvertimento del cielo; sicchè spero che non commetterete mai simili imprudenze altro che in sogno.
«E avete ragione, mio caro, disse il duca asciugandosi il sudore che tuttavia gli colava dalla fronte, non voglio più pensare che a mangiare e bere....
«Zitto!» fece la Ramée.
Ed allontanò uno ad uno i guardiani con frivoli pretesti.
«Ebbene? domandò il principe quando furono soli.
«È ordinato il pasto.
«Ah! e di che si compone? sentiamo, mio signor maggiordomo.
«Monsignore, avete promesso di rapportarvi a me.
«E vi sarà il pasticcio?
«Lo credo! e grosso come una torre.
«Fatto dal successore di mastro Marteau?
«Per l’appunto.
«Gli hai detto ch’è per me?
«Glie l’ho detto.
«E ha risposto?....
«Che farà meglio che potrà per contentare Vostra Altezza.
«Alla buon’ora! esclamò il duca stropicciandosi le mani.
«Corbezzole! seguitò la Ramée, come vi principiate a far ghiotto, monsignore! non vi ho mai veduto in viso tanto allegro da cinque anni in qua».
Il principe comprese non aver saputo frenarsi abbastanza. Ma, nel momento, come se egli avesse ascoltato alla porta e conosciuta urgente una distrazione alle idee di la Ramée, capitò Grimaud ed accennò a quest’ultimo che avea da dirgli qualcosa.
La Ramée si accostò a Grimaud, il quale gli parlò pian piano.
Intanto il signor di Beaufort si rimise a sesto.
«Ho già proibito a costui, egli disse, di presentarsi qui senza mia licenza!
«Altezza, convien perdonarglielo, giacchè son’io che l’ho fatto chiamare.
«E perchè, mentre sapete che mi spiace?
«Rammentatevi, monsignore, quel che si è fissato, che deve servirci al famoso pasto; Vostra Altezza si è scordata del pasto?
«No, ma mi ero scordato di Grimaud.
«Sapete pure, monsignore, che senza di lui non si va a tavola.
«Ebbene, fate a modo vostro.
«Avvicinatevi, giovanotto, disse la Ramée, e state a sentire quel che vi dico».
Grimaud si appressò con la cera più burbera che potesse.
L’altro continuò:
«Monsignore mi fa l’onore d’invitarmi a cena per domani da solo a solo».
Grimaud fece un atto che significava non capire egli in che lo risguardasse una tal cosa.
«Sicuro, sicuro; anzi vi riguarda, poichè avrete l’onore di servirci, senza contare che per quanto abbiamo buon appetito e gran sete, resterà un po’ di roba in fondo ai piatti e alle bottiglie, e quella sarà per voi».
Grimaud s’inchinò in segno di ringraziamento.
«E adesso, monsignore, proseguì la Ramée, chiedo licenza a Vostra Altezza: pare che il signor di Chavigny debba assentarsi per alcuni giorni, e avanti di partire mi avvisa che ha da darmi degli ordini».
Il duca procurò di ricambiare uno sguardo con Grimaud, ma l’occhio di questo era senza sguardo.
«Andate, rispose il principe al birro; e tornate al più presto.
«Monsignore, volete forse la rivincita della partita di jeri alla palla?»
Grimaud fece col capo un cenno impercettibile di su a giù.
«Sì; replicò il signor di Beaufort, ma badate, la Ramée, non tutte le giornate sono eguali, ed oggi io son deciso di battervi ben bene».
La Ramée uscì. Grimaud lo seguì cogli occhi senza che il rimanente del suo corpo scartasse di una linea. Quando vide chiusa la porta si levò sollecito di tasca un lapis e un pezzo di carta, e disse:
«Monsignore, scrivete.
«E che ho da scrivere?»
Grimaud fece un segno col dito, e poi dettò:
«Tutto è pronto per domani sera; state in guardia dalle sette alle nove ore; abbiate allestiti due cavalli; scenderemo dalla prima finestra della galleria».
«E poi? domandò il duca.
«E poi? riprese Grimaud attonito, firmate.
«Niente altro?
«E che volete di più, Altezza?» ribattè Grimaud partigiano del più rigido laconismo.
Il principe firmò.
«Adesso, soggiunse l’altro, monsignore, avete perduta la palla?
«E quale?
«Quella che conteneva la lettera.
«No; ho pensato che ci potrebbe essere utile: eccola».
Difatti di Beaufort, togliendola di sotto al capezzale, la porgeva a Grimaud.
Questi sorrise nel modo più grazioso che stesse in lui.
«E ora? chiese il duca.
«Ora ricucirò il foglio nella pillotta, e voi, giuocando, mandate questa nel fosso.
«Ma forse si perderà!
«Non dubitate, vi sarà qualcuno a raccoglierla.
«Un giardiniere?»
Grimaud ammiccò di sì.
«Lo stesso di jeri?»
Uguale specie di affermazione.
«Dunque il conte di Rochefort?»
Tre atti di Grimaud esprimenti di sì.
«Orsù, almeno dammi qualche dettaglio sulla maniera in cui dobbiamo fuggire.
«Mi è proibito prima del momento dell’esecuzione.
«Chi sono quelli che mi attenderanno dall’altra parte del fosso?
«Non lo so.
«Ma dimmi almeno che cosa conterrà il famoso pasticcio, se non vuoi ch’io impazzisca.
«Conterrà due pugnali, una fune annodata, e una _pera d’angoscia_[9].
«Bene! capisco.
«Vostra Altezza vede che ve ne sarà per tutti.
«Prenderemo per noi i pugnali e la fune, aggiunse il principe.
«E faremo mangiar la pera a la Ramée, rispose Grimaud.
«Mio caro Grimaud, replicò il signor di Beaufort, tu non parli spesso, ma quando parli, convien renderti giustizia, dici parole d’oro!»
XXII.
_Un’avventura di Maria Pichon._
Verso la stessa epoca in cui si tramavano quei progetti di fuga infra ’l duca di Beaufort e Grimaud, due uomini a cavallo, seguìti a poca distanza da un lacchè, entravano in Parigi pella via del sobborgo San Marcello. Erano il conte di la Fère ed il visconte di Bragelonne.
Era quella la prima volta che il giovinetto veniva a Parigi, ed Athos non aveva fatto figurare di molto la capitale, sua antica amica, mostrandogliela da quella parte: che di certo l’infimo villaggio della Touraine era più gradito alla vista che non fosse Parigi preso dal lato per cui dà inverso Blois. E quindi n’è duopo il dirlo, a vergogna della tanto vantata città, essa non produsse sul garzoncello che un effetto mediocre.
Athos si manteneva nel suo aspetto sereno e non curante.
Arrivato a San Medard, egli, che nel grande laberinto faceva da guida al suo compagno di viaggio, pigliò dalla strada delle poste, indi da quella delle Estrapade, e dopo dai fossi di San Michele, e in seguito di Vaugirard. Giunti nella via Feron, entrambi vi s’inoltrarono. Verso la metà di questa, Athos, alzando gli occhi sorridendo, ed accennando al ragazzo una casa di media apparenza, gli disse:
«Ecco una casa, o Raolo, dove ho passati i sette anni più dolci eppur più crudi della mia vita».
Raolo sorrise anch’esso e salutò la dimora. La di lui pietà pel suo protettore si manifestava in qualunque atto della sua esistenza.
In quanto ad Athos, conforme già avvertimmo, Raolo era per lui, non solamente il centro, ma anche (meno le vecchie rimembranze del reggimento) l’unico oggetto d’ogni suo affetto, e ciascuno comprende in qual modo e tenero e profondo poteva amare questa volta il cuore di Athos.
I due viaggiatori si fermarono in via del Vecchio Colombajo, all’insegna della _Volpe verde_. Athos conosceva da lunga pezza quella taverna; v’era stato cento volte con gli amici, ma da venti anni erano accaduti molti cambiamenti nell’albergo, principiando dalla padrona.
I forestieri consegnarono i palafreni ai garzoni, e siccome quegli erano animali di razza nobile, raccomandarono di averne somma cura, e che ad essi non si desse altro che paglia e avena, e si lavasse loro il petto e le gambe con del vino tepido. Avevano fatte venti leghe nella giornata! Indi, occupatisi in primo luogo dei corsieri, come debbono fare i veri cavalieri, chiesero eglino per sè due camere.
«Ora vi vestirete meglio, Raolo, disse Athos; vi presenterò a qualcuno.
«Oggi! fece il giovanetto.
«Tra mezz’ora».
Raolo s’inchinò.
Forse meno instancabile di Athos, il qual pareva di ferro, egli avrebbe preferito un bagno in quel fiume Senna, di cui aveva inteso a parlar tanto, e ch’era persuaso di trovare inferiore alla Loira ed al suo letto; ma il conte de la Fère aveva favellato, ed egli non pensò che ad obbedire.
«Appunto, disse Athos, adornatevi bene; vuo’ che vi trovino bello.
«Signore, rispose il ragazzo, spero che non si tratti già di matrimonio; conoscete gli impegni miei con Luigia.
«No, no, benchè io vi voglia presentare ad una donna.
«A una donna?
«Sì, ed anche desidero che la amiate».
Raolo guardò il conte con una tal quale inquietudine, ma visto ch’esso sorrideva si fu presto acquietato.
«E quanti anni ha ella? richiese il visconte di Bragelonne.
«Caro mio, replicò Athos, sappiate una volta per sempre che codesta è una domanda da non farsi mai; quando potete scorgere sul viso di una donna la sua età è inutile ricercargliela; quando non potete più, è imprudenza.
«Ed è bella?
«Sedici anni fa passava non solo per la più leggiadra, ma anco per la più graziosa che fosse in tutta la Francia».
Questa risposta tranquillizzò il visconte. Athos non doveva avere progetto alcuno su di lui e sopra una femmina reputata la più leggiadra e graziosa della Francia un anno prima ch’ei venisse al mondo.
Si ritirò dunque nella sua camera, e con quella vanità che si addice alla gioventù, si applicò a seguire le istruzioni di Athos, cioè a farsi più bello che potesse. E ciò ben gli era facile con quanto aveva già a tal effetto disposto la natura.
Allorchè ei ricomparve, Athos lo accolse con quel sorriso paterno col quale in addietro aveva ricevuto d’Artagnan, ma che per Raolo portava in sè una maggior tenerezza.
Volse lo sguardo a’ suoi piedi, alle sue mani e a’ suoi capelli, tre segni che indicavano la razza. I capelli neri erano scompartiti come usavano in quell’epoca e ricadevano inanellati a contornargli il volto piuttosto pallidetto; guanti di pelle grigia, e che combinavano col colore del cappello, mostravano la vaga forma della mano sottile ed elegante, mentre gli stivali del color medesimo che i guanti ed il cappello stringevano due piedi che parevano di un fanciullo di dieci anni.
«Eh via! disse Athos, se non va superba di lui, conviene che sia pur difficile»
Erano le tre pomeridiane, cioè l’ora opportuna per le visite. I due s’incamminarono dalla via di Grenelle, presero da quella de’ Rosaj, entrarono nell’altra di San Domenico, e si fermarono davanti ad un magnifico palazzo, situato dirimpetto ai Giacobini avente in cima le armi di Luynes.
«È qui» disse Athos.
Entrò nel palazzo col portamento deciso che accenna al guarda-portone come quegli che arriva abbia diritto di agire così. Salì la gradinata, e domandò ad un lacchè, che aspettava in gran livrea, se la signora duchessa di Chevreuse era visibile e poteva ricevere il conte di la Fère.
Indi a un momento il servo ritornò dicendo che quantunque la duchessa di Chevreuse non avesse l’onore di conoscere il signor conte pur lo pregava di passare.
Athos andò col domestico, e questo gli fece traversare una lunga fila di stanze, e si ristette al fine dinanzi ad un usciale chiuso. Athos accennò al visconte che si trattenesse là fuori nel salotto.
Il lacchè avendo aperto annunziò il signor conte di La Fère. Madama di Chevreuse, di cui fu parlato sovente nella storia dei _Tre moschettieri_ senza però che mai si desse occasione di poterla conoscere, era tuttora reputata una bellissima donna.
Difatti, benchè in quel tempo avesse digià quarantaquattro o quarantacinque anni, ne mostrava appena trentotto o trentanove; possedeva tuttavia i bei capelli biondi, gli occhi grandi e vivaci che tanto spesso aveva aperti il raggiro e socchiusi l’amore e il personale da ninfa, il quale faceva sì che a mirarla per dietro paresse ancora la stessa fanciulletta che insieme con Anna saltava di sul famoso fosso delle Tuilerie che nel 1623 privò d’un erede la corona di Francia.
Del rimanente, ell’era sempre la medesima pazza creatura che diede a’ suoi amori un tal carattere di originalità da far che questi diventassero una sorta d’illustrazione pella sua famiglia.
Stava in un piccolo gabinetto che dava con la finestra sul giardino. Secondo la moda messa su da madama di Rambouillet nel fabbricare il suo palazzo, il parato era tutto di una specie di damasco cilestro a fiori color di rosa e foglie d’oro. Grande atto di civetteria era pure in una femmina dell’età della Chevreuse lo starsene in un simil gabinetto, e soprattutto nella positura in cui si teneva in quel momento, cioè distesa in un seggiolone bislungo, con la testa appoggiata alla tappezzeria.
Aveva in mano un libro mezz’aperto, e poi un cuscino per reggere il braccio che sosteneva il libro.
All’annunzio del lacchè sollevò un poco il capo e lo avanzò curiosetta.
Comparve Athos.
Era vestito di velluto violetto con guarnizione di passamani consimili; gli aghetti erano di argento ben brunito, sul suo manto non vi era alcun ricamo d’oro, ed una semplice piuma paonazza gli avvolgeva il cappello nero.
Ai piedi aveva gli stivali di cuojo nero, e al cinturino inverniciato gli pendeva quella spada dalla magnifica impugnatura che tante volte Porthos ammirò in via di Feron, ma che Athos non volle mai imprestargli. Di superbe trine si formava il collo della camicia, e trine eguali ricadevano sulle rivolte degli stivali.
Nell’individuo annunziato a madama di Chevreuse sotto nome al tutto ignoto esisteva un tale aspetto di gran gentiluomo, ch’essa si alzò un pocolino sulla vita ad accennargli graziosamente che prendesse una sedia a lei vicina.
Athos s’inchinò ed obbedì. Il lacchè andava per ritirarsi, ed egli con un segno lo trattenne.
«Signora, disse alla duchessa, ho avuto l’audacia di presentarmi nel vostro palazzo senza essere da voi conosciuto; ben mi è riuscito, poichè vi degnaste ricevermi, e ardisco poi domandarvi una mezz’ora di colloquio.
«Ve lo concedo, signore, rispose la duchessa col più gentile dei suoi sorrisi.
«Ma ciò non basta, madama. Oh! sono un grande ambizioso! lo so; chiedo un colloquio a testa a testa, e bramerei caldamente non essere interrotto.
«Andate, ordinò al servo la signora, io non ci sono per alcuno».
E il domestico uscì.
Fuvvi breve silenzio, durante il quale quei due soggetti che scambievolmente si riconoscevano per personaggi di altissima schiatta, si esaminarono senza provare confusione veruna.
Fu la prima a parlare la duchessa.
«Ebbene, signore, disse con sommo garbo, non vedete che attendo con impazienza?
«Ed io, madama, rispose Athos, guardo con ammirazione.
«Dovete scusarmi, soggiunse la signora, se sono ansiosa di sapere con chi discorro. Voi siete un uomo di alto rango, non v’ha dubbio, eppure mai non vi vidi in corte. Venite forse dalla Bastiglia?
«No, replicò il conte sogghignando, ma forse sono sulla via che ivi conduce.
«In tal caso ditemi presto chi siete, e poi andatevene, soggiunse la dama con quel modo brioso che aveva in lei tanto pregio.
«Chi sono, signora? vi fu detto il mio nome: conte di la Fère. Questo nome non vi fu noto giammai. In passato io ne aveva un altro, che probabilmente sapeste, ma che di certo avete obbliato.
«Ditelo pure, non ostante.
«Prima io mi chiamava Athos».
La signora di Chevreuse, maravigliando, spalancò gli occhi. Era evidente, secondo le diceva il conte, che quel nome non fosse del tutto cancellato dalla sua memoria, ancorchè vi stesse confuso fra altre ricordanze.
«Athos?... ella fece...., aspettate....»
E si pose ambe le mani su la fronte, come per ritenere le mille idee fugaci che vi stavano rinchiuse a fissarsi un momento onde lasciarle discernere chiaro nella lor turba brillantissima.
«Volete ch’io vi ajuti, madama? seguitò Athos sorridendo.
«Oh! disse la duchessa digià stanca di cercare, mi farete piacere.
«Quell’Athos era in istretta relazione con tre giovani moschettieri che si chiamavano d’Artagnan, Porthos ed....
«Ed Aramis! finì con impeto la signora, perocchè Athos si era soffermato.
«Aramis appunto, questi confermò: non vi siete dunque dimenticata affatto di quel nome?
«No, no.... povero Aramis! era un amabile gentiluomo, elegante, prudente, e che faceva dei bei versi; credo che non abbia fatto buon fine.
«Si fece abate.
«Ohimè! peccato! ribattè la Chevreuse muovendo con indolenza il ventaglio. Davvero, signor mio, vi ringrazio.
«Di che, madama?
«D’avermi riprodotta quella rimembranza, ch’è una delle più piacevoli di mia gioventù.