Part 11
«Sì, comprendo, è per il giovanetto, per Raolo, fece d’Artagnan guardando sott’occhi Athos.
«Avete indovinato, amico mio, disse questo.
«E quegli è forse vostro commensale, vostro figlioccio, vostro parente... Oh! come siete variato, Athos mio!
«È un orfanello, abbandonato da sua madre presso un povero curato di campagna; io l’ho mantenuto, allevato.
«E dev’esservi attaccato assai?
«Credo che mi ami come se fossi suo padre.
«È specialmente molto grato?
«Oh! la gratitudine poi è scambievole, disse Athos, io gli debbo quanto egli deve a me, e se a lui non lo dico, lo dico però a voi, son io quello che abbia più obbligazioni.
«E come mai? fece il moschettiere attonito.
«Eh sì! egli fu che in me cagionò la variazione che osservate: mi risecchivo come un povero albero isolato che a nulla abbia rapporto sulla terra; non v’era se non se un affetto profondo che potesse farmi rimettere radice nella vita: un’amante? ero troppo vecchio; amici? non vi avevo più meco. Ebbene! quel fanciullo mi fece ritrovare tutto ciò che avevo perduto. Non mi sentivo più il coraggio di campare per me, campai per lui. Per un fanciullo le lezioni son molto, l’esempio val di più. Io gli ho dato l’esempio. Dei vizi che avevo, mi sono corretto; le virtù che non possedevo, ho finto di possederle. Sicchè non credo illudermi, d’Artagnan, ma Raolo è destinato ad essere un gentiluomo compito quando sia ancora al nostro secolo impoverito concesso di darne».
D’Artagnan guardava Athos con sempre maggiore ammirazione.
Passeggiavano insieme sotto un viale fresco e ombroso, ove entravano obliquamente alcuni raggi di sole sul tramonto. Uno di questi raggi dorati illuminava il volto di Athos, e sembrava che i suoi occhi a vicenda rendessero quel fuoco tepido e quieto della sera che ricevevano.
Venne a presentarsi allo spirito di d’Artagnan l’idea di milady.
«E siete felice?» domandò all’amico.
Le pupille penetranti di Athos si volsero in fondo al cuore a d’Artagnan, e parve vi leggessero il suo concetto.
«Felice per quanto sia dato ad una creatura di Dio di esserlo in questo mondo... ma terminate di esprimere il vostro pensiero, non me lo avete detto tutto.
«Siete terribile, Athos! nulla si può occultarvi. Or bene, sì, volevo domandarvi se avete talvolta qualche improvviso impulso di terrore che somigli....
«A rimorsi? continuò Athos, finisco io la vostra frase. Forse sì, forse no. Non ho rimorsi, perchè quella donna, io credo, meritava la pena che ha subita; non ho rimorsi, perchè se l’avessimo lasciata vivere ella avrebbe indubitatamente proseguita l’opera sua di distruzione; ma ciò non vuol dire ch’io sia convinto che avessimo diritto di far ciò che facemmo. Forse qualunque sangue versato vuole un’espiazione. Ella compiè la sua; chi sa che a noi non rimanga da compiere la nostra?
«Io pure con voi lo pensai alcune volte, replicò il tenente.
«Aveva un figlio, colei?
«Sì.
«Ne udiste parlare?
«Giammai.
«Deve avere ventitrè anni, borbottò Athos, io penso spesso a quel giovane.
«È singolare! io lo aveva dimenticato».
Athos fece un sorrisetto malinconico.
«E di lord de Winter ne aveste notizia?
«So ch’era in gran favore presso il re Carlo I.
«Avrà seguitata la di lui sorte, che in questo momento è cattiva. Ecco, d’Artagnan, con questo si torna a quel ch’io vi diceva poc’anzi; egli lasciò scorrere il sangue di Strafford; il sangue chiama sangue. E la regina?
«Qual regina?
«Enrichetta d’Inghilterra, figlia di Enrico IV.
«È al Louvre, come sapete.
«Sì, e sprovvista di tutto, non è vero? Dicono che nei forti freddi di quest’inverno la sua figliuola ammalata abbia dovuto restarsene a letto per mancanza di legna. Capite un po’! (e Athos si stringeva nelle spalle) la figlia di Enrico IV a tremare per non avere due fascine da accendere! Perchè non venne a chiedere ospitalità al primo di noi, invece di domandarla a Mazzarino? nulla le sarebbe mancato.
«La conoscete voi, dunque, Athos?
«No, ma mia madre la vide bambina. Vi ho detto mai che mia madre era stata dama d’onore di Maria de’ Medici?
«No, mai; voi non le dite codeste cose.
«Oh! anzi sì, vedete pure.... ma bisogna che ne capiti l’occasione.
«Porthos non l’aspetterebbe con tanta pazienza, fece d’Artagnan sorridendo.
«Ognuno ha il suo naturale, mio caro. Porthos, non ostante un poco di vanità, ha qualità eccellenti. Lo avete rivisto?
«L’ho lasciato cinque giorni sono», rispose d’Artagnan.
E raccontò con tutta la vivacità dell’indole sua da Guascone le magnificenze di Porthos nel suo castello di Pierrefonds, e mentre lacerava l’amico mandò due o tre botte all’ottimo signor Mouston.
«Ammiro, replicò Athos sogghignando a quel brio che gli ricordava i loro giorni felici, ammiro che in addietro noi abbiamo formato a caso una società d’uomini ancora tanto ben collegati uno con l’altro a malgrado di venti anni di separazione. L’amicizia pone delle radici molto profonde nei cuori onesti, d’Artagnan; credete a me, i malvagi soli negano l’amicizia, perchè non la comprendono. Ed Aramis?
«Ho visto anco lui, ma mi è sembrato freddo.
«Ah! avete veduto Aramis? riprese Athos fissando sul tenente un occhio indagatore; ma fate a dirittura un pellegrinaggio al tempio dell’Amistà, come direbbero i poeti.
«Eh! sì...., fece d’Artagnan imbarazzato.
«Aramis, vi è già noto, continuò Athos, è naturalmente freddo; e poi, è sempre confuso negl’intrighi di donne.
«Credo che ne abbia nel momento uno complicatissimo» disse il tenente.
L’altro non rispose.
Non solo Athos non rispose, ma anche cambiò conversazione, ed accennando all’amico ch’eran tornati vicini al palazzo dopo un’ora di passeggio:
«Ecco, disse, abbiamo già fatto il giro de’ miei dominj.
«In essi tutto è bello, e specialmente dimostra il gentiluomo», replicò d’Artagnan.
Nel momento si udì camminare un cavallo.
«È Raolo che ritorna, disse Athos, avremo notizie della povera fanciulla».
Realmente comparve al cancello il giovanetto, e rientrò nel cortile tutto coperto di polvere; indi smontando dal cavallo, e consegnando questo ad una specie di palafreniere, venne a salutare il conte ed il tenente con rispettosa civiltà.
«Questo signore, fece Athos volto a Raolo, e posando la mano sulla spalla a d’Artagnan, è il cavaliere d’Artagnan di cui mi avete inteso spesso a discorrere».
E Raolo direttosi al tenente, e riveritolo più profondamente, soggiunse:
«Il signor conte ha pronunziato davanti a me il vostro nome come un esempio ogni volta che gli è occorso di citare un gentiluomo generoso ed intrepido».
Il piccolo complimento scese dolcissimo al cuore di d’Artagnan. Questi porse la mano a Raolo rispondendogli:
«Giovane amico mio, tutti gli elogi che di me si fanno devono ritornare al signor conte, giacchè egli formò la mia educazione in tutte le cose, e non è sua colpa se l’allievo abbia profittato poco o punto; ma egli si rifarà sopra di voi, ne sono certo. Mi piace il vostro aspetto, Raolo, ed ho gradita la vostra cortesia».
Athos fu più contento che non sapremmo esprimere; mirò in viso d’Artagnan con riconoscenza: poi volse sopra Raolo uno di quegli stranissimi sorrisi di che i ragazzi vanno tanto gloriosi.
«Adesso, ripigliò il tenente a cui non era sfuggito quel giuoco alla mutola, adesso ne sono più che sicuro.
«Ebbene? domandò Athos, spero che lo inconveniente accaduto non abbia avuto conseguenze?
«Non si sa ancora niente: il medico nulla ha potuto dire a motivo dell’enfiagione; teme però che abbia sofferto qualche nervo.
«E non vi siete trattenuto sino a più tardi, presso madama di S. Remy?
«Avrei dubitato di non esser qui all’ora vostra di pranzo e di farvi aspettare», rispose Raolo.
In quel punto un ragazzetto mezzo contadino e mezzo lacchè venne ad avvisare che la cena era in tavola.
Athos condusse il suo commensale nel salotto da mangiare, semplicissimo, ma avente le finestre che da un lato davano sul giardino e dall’altro sopra una stufa ove crescevano fiori magnifici.
D’Artagnan diede un’occhiata al servito; il vasellame era superbo; ben si scorgeva esser tutta vecchia argenteria di famiglia. Sopra una credenza stava un bellissimo mesciroba dello stesso metallo. Ei si fermò a contemplarlo.
«Oh! questo è fatto egregiamente! disse poi.
«Sì, fece Athos, è un capolavoro di un sommo artista fiorentino chiamato Benvenuto Cellini.
«E la battaglia che rappresenta?
«È quella di Marignano; è il momento in cui uno de’ miei antenati dà la sua spada a Francesco I che aveva rotta la sua. Si fu in quella circostanza che Enguerrando di La Fère, mio avo, venne fatto cavaliere di S. Michele. Inoltre, dopo quindici anni, il re, che non si era dimenticato di aver combattuto ancor tre ore col brando dell’amico Enguerrando senza che questo si rompesse, gli donò quel mesciroba ed una spada che forse avrete vista in addietro da me e ch’è ugualmente un bellissimo capo di oreficeria. Quello era il tempo dei giganti, seguitò Athos, noi siamo tanti nani a petto a quegli uomini.... Sediamo, d’Artagnan, e ceniamo. Oh! (avvertì quindi al piccolo lacchè che aveva messa in tavola la zuppa) chiamate Carletto».
Il ragazzo uscì, e indi a un momento venne il domestico a cui i due viaggiatori si erano diretti al loro arrivo.
«Caro Carletto, gli disse Athos, vi raccomando particolarmente, per tutto il tempo che resterò qui, Planchet, servo del signor d’Artagnan. Gli piace il vino buono, voi avete la chiave della cantina; egli ha dormito per un pezzo malamente, e non gli deve increscere di aver un buon letto: procurateglielo, ve ne fo premura».
Carletto fece un inchino e se ne andò.
«Anch’esso è un brav’uomo, disse il conte, mi serve oramai da diciotto anni.
«Voi pensate a tutto, replicò d’Artagnan, e vi ringrazio per Planchet, mio caro Athos».
A questo nome Raolo spalancò gli occhi, come per assicurarsi che il tenente parlasse propriamente al conte.
«Raolo, gli disse Athos sorridendo, questo nome vi sembra bizzarro? Era il mio da guerra, quando il signor d’Artagnan, due valorosi amici, ed io, facevamo prodezze a la Rochelle sotto il defunto ministro, e sotto Bassompierre ch’è morto esso pure. Il signor d’Artagnan si degna conservarmi codesto nome di amicizia, e ad ogni volta che l’odo il mio cuore ne esulta.
«Quel nome era celebre, seguitò il tenente de’ moschettieri, e ottenne un giorno gli onori del trionfo.
«Che intendete dir mai? domandò Raolo con curiosità.
«Davvero non lo so» fece Athos.
«Che? vi siete scordato del bastione S. Gervasio, e del tovagliolo di cui tre palle fecero una bandiera? Io ho la memoria migliore della vostra, me ne sovvengo, ed ora, giovanotto, vi racconterò la faccenda».
E d’Artagnan narrò a Raolo tutta la storia del bastione, siccome Athos aveva narrata a lui quella del suo avolo.
A tal relazione parve al giovanetto di udire il racconto di uno dei fatti descritti dal Tasso, o dall’Ariosto, spettanti ai prestigiosi tempi della cavalleria.
«Ma ciò che non vi dice d’Artagnan, soggiunse Athos, si è ch’egli era uno de’ migliori combattenti dell’epoca; garretto di ferro, pugno d’acciajo, colpo d’occhio sicuro, sguardo di fuoco, ecco quanto offeriva all’avversario; aveva diciotto anni, tre anni più di voi, Raolo, la prima volta ch’io lo vidi all’opra e contro ad uomini sperimentati.
«Ed il signor d’Artagnan fu vincitore? domandò Raolo, a cui brillavano le pupille durante quella conversazione e sembrava implorassero ulteriori dettagli.
«Ne uccisi uno, se non isbaglio, disse il tenente interrogando Athos collo sguardo, l’altro lo disarmai, o lo ferii, non mi ricordo....
«Sì, lo feriste.... Ah, eravate un fiero atleta!
«Ed ancora non ho perduto di troppo; contento, riprese d’Artagnan con la risatina da Guascone, ed ultimamente pure....»
Athos lo fissò in viso in maniera che gli chiuse la bocca, e disse a Raolo:
«Vuo’ che sappiate voi, mio caro, che vi credete spada fina, e nella vostra vanità potreste un giorno soffrirne qualche spiacevole disinganno, vuo’ che sappiate quanto è pericoloso l’uomo che congiunge il sangue freddo all’agilità, giacchè non potrei mai ritrovarne un più chiaro esempio: pregate domani il signor d’Artagnan, qualora non sia troppo stanco, di darvi una lezione.
«Diamine! ripicchiò d’Artagnan, voi, Athos, siete pure buon maestro, soprattutto per le qualità che di me vantate. Anche oggi Planchet mi parlava del famoso duello del recinto dei Carmelitani con lord de Winter ed i suoi compagni.... Giovanetto! ei proseguiva, qui dev’esservi in qualche luogo una spada, che spesse fiate io chiamai la prima del reame.
«Oh, avrò guastata la mia mano con quel fanciullo! fece Athos.
«Mio caro, vi sono mani tali che non si guastano, ma che sciupano le altre» disse il tenente.
Raolo avrebbe voluto si prolungasse tutta la notte il colloquio; ma il conte gli fece osservare come l’ospite loro doveva essere stanco e aver d’uopo di riposo. D’Artagnan si difese con molta cortesia. Athos insistè perchè ei pigliasse possesso della sua camera. Raolo condusse a quella il forestiero, ed Athos figurandosi che si tratterrebbe più tardi che potesse onde fargli riepilogare tutte le prodezze dei tempi giovanili, venne a prenderlo dopo un momento, e chiuse quella buona serata con una stretta di mano cordialissima, augurando la felice notte al moschettiere.
XVII.
_Diplomazia di Athos._
D’Artagnan erasi coricato, non tanto per dormire, quanto per esser solo e ripensare a tutto ciò che aveva udito e veduto in quella sera.
Essendo egli di ottimo naturale, e avendo avuto per Athos sino da principio una spontanea propensione, la quale aveva terminato col diventare sincera amicizia, gli fu grato il trovare un uomo che brillasse d’intendimento e di vigore anzichè l’abbietto ubriaco cui si attendeva di rivedere sdrajato sul letame a digerire il vino tracannato; si rassegnò pure senza difficoltà alla costante superiorità di Athos sopra di lui, ed invece di risentire il disappunto e l’astio che avrebbero attristato un animo men del suo generoso, non provò in sostanza che uno schietto e onesto giubilo il quale gli fe’ concepire per le sue attrattive le più favorevoli speranze.
Bensì parevagli di non ritrovare Athos chiaro e franco sovra tutti i punti. Che giovanetto era quello, ch’egli diceva di aver adottato, e che tanto gli somigliava? d’onde il ritorno alla vita di società e l’esagerata sobrietà da lui notata nel medesimo a mensa? Ed una cosa, in apparenza inconcludente, cioè l’assenza di Grimaud, da cui in addietro Athos non poteva separarsi, e del quale neppur si era proferito il nome non ostante che si fosse cercato di entrare su quel proposito, inquietava d’Artagnan. Dunque egli non possedeva più la fiducia dell’amico, ovvero Athos era legato da qualche catena invisibile, o anche anticipatamente prevenuto contro la visita ch’ei gli faceva?
Non potè a meno di riflettere a Rochefort ed a ciò ch’esso gli aveva detto nella chiesa di Nostra Signora. Che Rochefort lo avesse preceduto recandosi presso del conte?
D’Artagnan non aveva avuto tempo da perdere in lunghe congetture. E quindi risolse venirne l’indomani ad una spiegazione. Le scarse fortune di Athos abilmente occultate indicavano desiderio di figurare, e manifestavano un resto di ambizione facile a risvegliarsi. La robustezza di mente e la lucidezza d’idee rendevano Athos più sollecito di un altro ad agitarsi. Egli entrerebbe nei progetti del ministro con tanto maggior calore, in quanto che l’attività sua naturale raddoppiata sarebbe da una dose di necessità.
Queste idee mantenevano desto d’Artagnan ad onta della sofferta fatica; ei preparava il suo piano di attacco, e benchè sapesse essere Athos un avversario terribile, fissò di agire subito al dì vegnente dopo la colazione.
Però, da un altro lato fra sè diceva, che sopra un terreno così nuovo facea mestieri inoltrarsi con prudenza, studiare più giorni le aderenze di Athos, abbadare alle sue novelle abitudini e farsene un giusto concetto; procurar di trarre dall’ingenuo giovane, o battendosi seco di scherma o rincorrendo qualche animale a caccia, le notizie intermedie che gli mancavano per riunire l’Athos di prima all’Athos attuale: e ciò doveva riuscire agevole, imperocchè il precettore avrebbe sicuramente comunicato qualcosa del suo al cuore ed allo spirito dell’alunno. Ma d’Artagnan stesso, ch’era accorto abbastanza, comprese tosto quali armi fornirebbe contro di sè in caso che un’imprudenza o una inavvertenza qualunque discoprisse i suoi raggiri all’occhio esperto di Athos.
E poi, sarà egli d’uopo di dirlo? d’Artagnan pronto a far uso di astuzie contro la scaltrezza di Aramis o la vanità di Porthos, si vergognava ad andare per vie indirette con Athos, uomo schietto, animo leale. Gli sembrava che riconoscendolo per lor maestro in diplomazia, Aramis e Porthos lo stimerebbero vieppiù, laddove Athos all’opposto lo avrebbe in minor stima.
«Ah! perchè non è qui, egli diceva, Grimaud, il taciturno Grimaud? Molte sono le cose che dal suo silenzio io avrei capite. Era tanto eloquente il silenzio di Grimaud!»
Frattanto era cessato in casa ogni rumore; egli aveva udito chiudere usci ed imposte: indi i cani, dopo essersi scambievolmente risposto per la campagna, si erano pure chetati; finalmente un usignolo solo in un gruppo d’alberi aveva gorgheggiato alquanto le sue note armoniose e si era addormentato. Nel castello non succedeva se non se un movimento di passi uguali e monotoni di sotto alla sua camera. Ed ei suppose fosse quella la stanza di Athos.
«Passeggia e riflette! fece d’Artagnan, e per che fare? Ecco quel ch’è impossibile di sapere. Il resto si poteva indovinare, questo no».
In ultimo Athos certamente si mise in letto, poichè si estinse anco quel rumore.
Stanchezza e silenzio insieme uniti vinsero d’Artagnan, ei chiuse gli occhi e lo prese il sonno.
Non era solito a dormir molto. Appena l’alba ebbe indorate le sue cortine si levò ed aprì la finestra. Allora gli parve di distinguere dalla persiana qualcuno che ronzasse pel cortile scansando di farsi sentire. Seguendo la sua usanza di non lasciar passare cosa a lui vicina senza assicurarsi di ciò che si fosse, guardò attento e senza far chiasso, e riconobbe il giustacuore color di granato ed i capelli scuri di Raolo.
Il garzoncello (chè era desso) schiuse la porta della stalla, ne tolse il cavallo bajo di che si era servito il giorno avanti, gli mise da sè la sella e la briglia con la prontezza e la destrezza del più abile cavallerizzo, poi trasse fuori l’animale pel viale diritto dell’orto, aperse un uscio laterale che dava sopra una strada, lo riserrò; ed allora d’Artagnan di cima al muro lo vide scappare come un dardo chinandosi sotto i rami pendenti e fioriti degli aceri e degli acacia.
Nella sera precedente d’Artagnan aveva osservato che quel sentiero doveva condurre a Blois.
«Eh, eh! disse il Guascone, ecco un bricconcello che già ne fa di belle, e che non mi sembra odiare il bel sesso come Athos. Non va a caccia, poichè non ha nè armi nè cani; non va per un’incombenza, poichè parte di soppiatto.... Di soppiatto da chi? da me, o da suo padre? chè, ne sono certissimo, il conte è suo padre.... Cospetto! questo poi lo saprò, ne parlerò alla libera ad Athos».
Si faceva sempre più giorno; si risvegliavano i clamori cessati la sera innanzi; l’uccello fra i rami, il cane nella stalla, i montoni nei campi; anche le barche legate sulla Loira distaccandosi dalla riva si lasciavano trascinare dal moto delle acque. D’Artagnan rimase alla finestra per non destare alcuno; indi, quando ebbe inteso spalancarsi usciali e imposte del palazzo, si accomodò i capelli, si allisciò i baffi, per abitudine si spazzolò le tese del cappello con la manica del giubbetto e andò abbasso.
Ed aveva appena saltato l’ultimo gradino del verone, che vide Athos chinato verso terra come un uomo che cerchi uno scudo tra la rena.
«Oh! buon giorno, mio caro albergatore», disse d’Artagnan.
«Buon giorno, amico: la nottata è andata bene?
«A meraviglia; tutto è andato benone, come il vostro letto, come la vostra cena che doveva condurmi al sonno, come la vostra accoglienza. Ma che guardavate costì con tanta attenzione? siete forse diventato amatore di tulipani?
«Ah! non per questo dovreste burlarmi: in campagna variano di molto i gusti, e si arriva ad amare senza accorgersene tutte quelle belle cose che lo sguardo di Dio fa scaturire dal più profondo della terra e per cui nelle città si ha disprezzo sì grande. Io osservava semplicemente alcuni iridi che avevo messi vicino a quella conserva d’acqua, e che stamane sono stati schiacciati. Quei giardinieri sono pure sbadati! nel menare indietro il cavallo che ha tirata la noria, lo avranno fatto camminare sulle cassette».
D’Artagnan sorrise dicendo:
«Uhm?... credete così?»
E condusse Athos giù pel viale, dov’erano impressi molti passi simili a quelli che avevano schiacciati l’iridi.
«Eccone degli altri, mi pare, disse con indifferenza.
«Eh si! fece Athos, e passi recenti!
«Recentissimi!
«Chi sarà uscito stamane? domandò Athos come fra sè ed inquieto; fosse fuggito un cavallo dalla stalla?
«Non è probabile, ribattè d’Artagnan, perchè le orme sono eguali e ben solcate.
«Dov’è Raolo? esclamò Athos, e come va ch’io non lo abbia veduto?
«Zitto! rispose il tenente mettendosi un dito sulla bocca.
«Che c’è?» chiese l’altro.
D’Artagnan raccontò ciò che aveva visto, ma esaminando bene la cera di Athos.
Questi replicò facendo un piccolo moto delle spalle.
«Ah, ah! ora capisco; il povero ragazzo sarà andato a Blois.
«A che fare?
«Mio Dio! per aver notizie della piccola La Vallière.... sapete pure, della fanciulletta che jeri si stravolse un piede.
«Ne siete persuaso? seguitò d’Artagnan incredulo.
«Non solo persuaso, ma sicurissimo, disse Athos; non avete osservato che Raolo è innamorato?
«Eh via! di chi mai? di quella bambina di sette anni?
«Caro mio, alla sua età il cuore è così pieno ch’è necessario riversarlo sopra qualche cosa, o sogno o realtà.... E l’amore di lui è metà dell’uno e metà dell’altra.
«Via scherzate! come! quella bimba?....
«Non l’avete forse guardata? è la più bella creaturina che sia al mondo: capelli biondi e lucidi, occhi azzurri, digià maliziosetti e languidi ad un tempo....
«Ma che ne dite di codesta fiamma?
«Io non dico niente; me la rido, e mi fo beffe di Raolo. Peraltro, quei primi bisogni del cuore sono sì imperiosi, questi sfoghi della malinconia amorosa ne’ giovanetti sono tanto dolci ed insieme amari, che spesso, mostrano tutti i caratteri della passione. Io mi ricordo che alla di lui età mi ero invaghito di una statua greca data dal buon Enrico IV a mio padre, ed ebbi ad impazzire quando mi fu detto che l’istoria di Pigmalione era soltanto una favola.
«È tutto effetto d’ozio; voi non date a Raolo occupazione bastante, ed esso cerca dal canto suo di occuparsi.
«Non v’è altro; e perciò penso ad allontanarlo di qua.
«E farete bene.
«Senza dubbio; ma sarà uno straziargli il cuore, ed egli ne soffrirà quanto per un vero amore. Da tre o quattro anni indietro, ed allora esso pure era bambino, si è preso diletto ad abbellire ed ammirare quell’idoletto, che un giorno poi finirebbe con adorare se rimanesse qui. I due fanciulli stanno insieme giornate intere a riflettere e discorrere su molte cose serie come veri amanti di venti anni. Insomma per un pezzo i parenti della piccola La Vallière ne ridevano, ma adesso credo che comincino a far cipiglio.
«Ragazzate! bensì Raolo ha d’uopo di distrarsi: levatelo di qui presto, o per Bacco! non ne farete mai un uomo.
«Ho idea, disse Athos, di mandarlo a Parigi.
«Ah!» fece il tenente de’ moschettieri.
E stimò giunto il momento delle ostilità.
«Se volete, rispose, possiamo fargli uno stato a quel giovinetto.
«Ah! ripetè a vicenda Athos.
«Anzi, vorrei consultarvi sopra una cosa passatami per il capo.
«Dite pure.
«Credete che sia tempo da porsi nel servizio militare?
«E non ci siete sempre, voi, d’Artagnan?