Vecchie storie d'amore

Part 6

Chapter 63,865 wordsPublic domain

La lontananza parve spegnere affatto l'antica fiamma nel cuore di messere Alvise; ma bastò ch'egli ritornasse a Venezia perché la vista di madonna Vittoria gli ravvivasse nell'anima, dalle poche faville che v'erano rimaste, tutto il fuoco d'un tempo. Se non che trovò madonna Vittoria cambiata al bene e molto sicura contro le tentazioni nella sua virtú.

«Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva), per non perdere l'anima insieme co 'l corpo...., ho pregato Iddio che rompa il fisso pensiero che di voi avea.... e fui esaudita....»

Egli non credette. Ed essa:

.... «Io conosco il vostro amore verso me fuori di ogni mio merito ardentissimo, e confesso d'aver ricevuto da voi tanta quantità di cortesia, che quando anche spendessi mille volte la vita per voi non pagherei la minor di quelle; ma perché io mi sono deliberata di voler rimettere tutte queste vanità corporali, rivolger l'animo a Dio e riconoscerlo per mio Signore vivendo vita cristiana, confessandomi e comunicandomi ai tempi ordinari, vi prego che non vogliate romper questo mio proponimento co 'l molestarmi ogni ora con vostre lettere....»

Egli non le credeva ancora, e sollecitato dal rifiuto voleva riaccenderla e ridestarne i sensi evocando i ricordi con tutti gli artifici del suo miglior stile di poeta:

«Deh, anima mia, riduciamoci a memoria il piacere che da' nostri cuori fu sentito quando eravamo insieme. Ricordiamoci del raddoppiar de' baci nelle partenze, delle voci da caldi, spessi e non lunghi sospiri interrotte; del pender collo a collo, e dei giuramenti, e delle promesse fatte di viver sempre nell'oggetto amato. Sovvengaci del vegghiar notti intere, né si partano già mai da i nostri cuori le lagrime calde e amare che talora e per allegrezza e per timore erano sparse da gli occhi nostri e poscia raccolte dalle labbra amate....»

Invano: non pentimento, non rimorsi l'avevano cambiata cosí, ma la colpa di lui che era stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto neppure una lettera; e non s'era cambiata cosí, come diceva: ella aveva un amante. Un giorno Alvise non seppe, vide che nell'altana ove si biondeggiava i capelli al sole, ella accoglieva Fortunio. Fortunio lo scrittore delle lettere anonime! Fortunio il delatore!

Essa negò! Ma Fortunio per vanagloria e paura a un tempo disse al Pasqualigo: -- è vero --; e lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva tratto a lei. Madonna Vittoria dovè confessare, e confessò senza vergogna, con audacia, con impudenza:

«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch'io rimasi tra tanto duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine disperata, veggendo che non vi curavate né anche di consolarmi con una semplice carta, caddi in tanta gelosia, ch'ebbi ad impazzire e mi risolsi, vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorte di malia per liberarmi di tante angoscie. Ma ragionato sopra di ciò con una mia amica, fui consigliata a lasciare quello e a fare elezione d'altro amante, e tante belle ragioni mi furono dette da lei e tanto instabile e crudele mi foste dipinto, che facile cosa fu il farmi accostare alla sua opinione. Risoluta adunque di vendicarmi per questa via e di liberarmi insieme da tante noie, attesi l'occasione, la quale non sí tosto mi venne ch'io l'abbracciai nel modo ch'avete inteso da quel crudele, che piú tosto dovea patir morte che confessarvi le cose passate tra lui e me.... Ma pazienza! La mia fortuna ha voluto ch'io spenga affatto l'amor vostro e sí m'accenda di lui che non abbia mai requie....»

Pazienza! Ed essa perdonava a quel perfido: l'amava, e nell'amore nuovo e nell'abiezione non avrebbe avuto piú un pensiero, una parola, uno sguardo per Alvise Pasqualigo!

Alvise non sopportò l'abbandono deciso ed assoluto della donna che aveva amato troppo e troppo a lungo; non volle rassegnarsi alla vendetta di madonna Vittoria; non si riebbe, e la gelosia travolse nel fango l'anima sua e la dignità d'un uomo. Nessun innamorato fu mai un mendico cosí sordido come Alvise Pasqualigo, il quale scriveva di tali lettere:

«Se voi vedeste com'io sto, forse che m'avreste compassione, se ben pochissimo mi amate. Di grazia, trovate modo ch'io possa darvi alcuna lettera, che so ben io che avete molte comodità. E se è possibile, sí come io son certo, fate ch'almeno per una volta sola io venga a voi (non dico ad abbracciarvi, ché troppo indegno mi giudicate e troppo vile mi tenete), ma ch'io venga a baciar la terra dove voi tenete i piedi...»

Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava i ricchi doni, le sue lettere, il suo ritratto.

Ed egli:

«O mio amore infinito, o donna ingrata! E qual altro sarebbe stato quello che non avesse scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocché foste stata conosciuta per quella che sete? Voi meritavate pure ch'io scoprissi il vostro adulterio a vostro marito....; ma io non voglio che la fragilità del vostro petto e l'errore di donna poco savia mi faccia far atto indegno di me. Anzi tanta discortesia che m'avete usata voglio ricompensar con doppia gratitudine procurando fino co 'l proprio sangue di coprir la vostra vergogna.... Voglio che conosciate l'amor mio vedendo ch'io non posso patire di vedervi patire danno o vergogna alcuna: anzi per accrescer il vostro contento e acciò che voi possiate godervi il vostro amante, voglio esser cagione che vostro marito vada a star fuori qualche giorno. Vi avvertisco bene e vi prego ad operar piú cautamente di quello che fate, perché non vi è alcuno in quelle contrade che non sappia il modo che tenete per raccoglier i vostri amanti nelle braccia....»

Proprio cosí: egli «voleva essere il mediatore a' suoi diletti e procurar comodi alle sue dolcezze, contentandosi, in premio del suo lungo affaticare, che il bene che gli toglieva la sua crudeltà privandolo di lei, gli fosse concesso dal vedere che per suo mezzo godeva felice....»; contentandosi «di essere amato da fratello, pur che talora gli fosse concesso di vederla e di ragionarle con quell'amore che sogliono i fratelli famigliarmente....»

Per prudenza essa permise questo, e un giorno che voleva andare nell'altana passando di tetto in tetto egli fu preso a sassate come un ladro: come un mortale nemico era odiato da madonna.

«Voi, secondo ch'io bramo, vi lasciate vedere ogni giorno, ma vi mostrate sí colma d'orgoglio che men noia mi apporterebbe il non vedervi. S'io vi saluto, voi vi volgete ad altra parte; s'io vi parlo, sorda e muta vi mostrate; ond'io posso dire, e in verità, d'essere odiato a morte....»

Peggio: era burlato.

«La mia mala fortuna vuole che io abbia gli occhi d'Argo acciò ch'io vegga la cagione della mia rovina. Son contento, poi ch'altro non posso, che voi m'inganniate, ma che i vostri amanti mi burlino, non patirò già mai. Se gli avete cari fate che mi lascino stare e che si contentino di godervi....»

Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira contro l'amante, se non contro la donna, se non contro sé stesso, non avrebbe potuto scuoterlo e sollevarlo? No: una volta a vedere madonna Vittoria alla finestra con faccia ridente e Fortunio sotto, che le rispondeva, «spinto da furor geloso» e attaccata questione, ferí il drudo, ma scongiurò Vittoria che gli perdonasse!

Il qual fatto atterrí la donna e l'indusse a posporre il nuovo amore al terrore dello scandalo e dell'infamia. Rispose:

«Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni vostra voglia, né amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che l'amore; ma poi che le cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete perdono, io ve ne faccio grazia....»

L'invitò a sé: «Anima mia, vi prego che veniate a me quanto prima potete perché io mi sento morire per desiderio di vedervi....»

E, per convincerlo, gli mandò fino copia della lettera con cui diceva addio a Fortunio e in cui Alvise poté leggere di queste cose:

-- «Ho ricevuto ieri una vostra lettera, né tale io credeva vederla. Pazienza! La mia mala fortuna sempre m'aggiunge angoscie agli affanni che mi tormentano acciò sempre misera e infelice io viva.... Appena posso credere alla vostra mano e agli occhi miei perché troppo sicura viveva del vostro amore. Ora, mancatami ogni speranza né trovando alcun rimedio a' casi miei, voglio farvi conoscere quanto vi ho amato; del che buonissimo testimonio vi potrà essere l'aver veduto che io ho consentito alle vostre voglie; cosa ch'io non volsi già mai concedere ad altri.... Voi potreste rispondermi che non mi pregaste ad amarvi e che voi, mosso dai miei lamenti, per non mi dispiacere avete voluto compiacermi e che non amore o qualità vostre m'indussero ad amarvi con tanto affetto, ma solo un istinto naturale di femminil cuore, che solo appetisce ciò che le vien conteso, mi sforzò a questa servitú.... Io vi replico che m'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità che mi pareva di scorger in voi....»

E finiva: -- «Mentre avrò vita vi averò nel mio pensiero....»

Allora, solo allora il Pasqualigo sentí tutta la depravazione di madonna Vittoria e l'abiezione sua e gli parve di capire tutta la falsità di lei che, come aveva mentito con lui prima e con l'altro dopo, adesso mentiva di nuovo seco: non rifletté che s'ella era cosí corrotta la prima colpa ricadeva in lui; non ricordò che per amor suo madonna aveva pianto, e con un pretesto spezzò l'ignobile legame. La disse Messalina e Pasife e agli oltraggi aggiunse l'accusa ch'ella avesse incaricato un sicario d'ammazzarlo.

Egli era salvo. E con le sue pubblicò le lettere di lei.

LA DAMA FALLACE

Sec. XVII.

I.

Mentre il duca Odoardo Farnese, i Francesi e il duca di Savoia assediavano Valenza, don Alfonso della Torre, il quale era tra gli ufficiali d'Odoardo, ricevette la notizia che suo zio il marchese di Cortemaggiore era morto lasciando a lui, come a giovane savio ed a nipote affettuoso, ogni suo avere; ond'egli, da nipote affettuoso, dimostrò un ineffabile dolore, e da giovane savio deliberò tra sé di godere al piú presto di quella fortuna inattesa. Infatti appena i collegati ebbero tolto, per disperato, l'assedio, egli corse a Parma, ed ivi diede tosto troppe prove di prepotenza e di grandezza: capestrerie, fastosi sollazzi, amori, brighe, soprusi. Né continuò poco cosí; ma quando il duca fu uscito dai travagli della guerra e riprese il retto governo dello stato, chiamò a sé, un giorno, il giovane e turbolento cavaliere e gli propose il dilemma o d'ubbidire alle sue leggi per restare in Parma, o d'andarsene da Parma per non ubbidire alle sue leggi.

A ciò don Alfonso avrebbe dovuto rispondere co 'l sussiego che gli conveniva: -- Altezza, io possiedo anche un feudo fuori delle vostre terre --; eppure, trattenuto da certa sua riflessione, egli chinò il capo e tacque.

Di che meravigliandosi e dolendosi quasi di un'umiliazione sua il conte Gabrio Gabrii, che gli era intimo amico, gli disse Don Alfonso: -- Oggi capirai che se io metterò il giudizio a posto non sarà tutto merito di Sua Altezza.

E nel pomeriggio, condotto l'amico al giardino della sua casa, da un punto dal quale si scorgeva chi era nel giardino attiguo disse a bassa voce: -- Guarda!

Una dama leggendo un libro passeggiava all'ombra; e come fu condotta dal sentiero presso il muricciolo di confine, levò gli occhi e al profondo saluto che le fece don Alfonso risalutò, senza ristare, con garbo signorile. Una dama bellissima. Il Gabrii sorrise, attese ch'ella si fosse allontanata ed esclamò:

-- Varrebbe la pena di mettere la testa a posto; ma io credo che tu, questa volta, la perderai del tutto!

II.

La dama posò il romanzo. Nella sua mente piena di quell'avida lettura le viragini e i cavalieri continuarono a scambiare colpi di spada e prove eroiche e i príncipi a perseguire le donzelle traverso strane e confuse vicende di battaglie, di rapimenti e di naufragi; ma nel suo cuore, dai discorsi piú galanti e dalle pagine piú sentimentali, era penetrata una tentazione sottile, un'eccitazione dolce ad un amore tuttavia sconosciuto.

Fanciulla quasi l'avevano data in moglie a un cavaliere milanese, tanghero e geloso; a pena vedova i congiunti del marito, per carpirle una parte dell'eredità, l'avevano rinchiusa a forza in un convento, e da poi che era fuggita dal convento in casa della vecchia dama che le voleva il bene d'una madre, il Palmenghi figlio della dama, per non essere compromesso e per sottrarla all'ira dei congiunti, la costringeva a una vita peggio che di chiostro. O piú tosto, invaghitosi di lei, il Palmenghi aspettava agio di sposarla?

Da Scilla in Cariddi!; e altro confortatore della sua giovinezza sognava Domitilla (questo il suo nome): ella sognava una grande passione che le consentisse il dominio dell'amante in guisa d'aver poi uno schiavo in suo marito; e il Palmenghi era un geloso carceriere quando ancora non le aveva proposto di sposarla!

Sospirando, Domitilla riprese il libro. Ma il suo pensiero oramai ripugnava dalla lettura e seguiva imagini sue, un'imagine che da alcuni giorni cercava il suo cuore e l'accarezzava per entrarvi; e don Alfonso della Torre, il giovine e bello e perfetto cavaliere di cappa e spada, le sorrideva con un inchino profondo di saluto. Ella non aveva il dubbio di non piacere a don Alfonso della Torre: anzi s'era avveduta che la corteggiava; ma, quando pure le riuscisse innamorarlo, riuscirebbe al piú, a divenirgli moglie? Divenirgli moglie! E la sua fantasia correva, correva. Egli era ricco e superbo; onde una gloria l'avvincerlo e una fortuna il possederlo. Se non che lo dicevano anche intemperante, violento, infido colle donne, e non le conveniva disgustare il Palmenghi per avventarsi a una speranza incerta e a un pericoloso tentativo. Rifletté, poi levandosi risoluta e sicura: -- A innamorarlo -- pensò -- basta la bellezza; lo avvilupperò con l'arte e con l'inganno e avrò lo schiavo!

E si guardava nello specchio della sala: era bellissima.

III.

La dama che ogni giorno passeggiava nel giardino del Palmenghi, rispose cortese alle prime dimande di don Alfonso, ma guatandosi attorno quasi paurosa che ci fossero altri ad ascoltarla; disse che aveva nome Vittoria, che era sorella del Palmenghi e vedova da poco tempo di un gentiluomo milanese: non piú; ma negli occhi e nel viso essa aveva l'ombra e l'impronta d'un dolore sempre presente al suo spirito, e dalla circonspezione con cui ella si conteneva, s'arguiva che qualcuno l'invigilava. Qual colpa di lei o d'altri la teneva vittima di quella tirannia occulta? qual cura l'affliggeva turbandone la meravigliosa e fresca bellezza? Don Alfonso non poté sapere di piú, ma se il giovanile desiderio di un'avventura galante l'aveva condotto nel giardino le prime volte, nel solito luogo, all'ora solita, ve lo trasse di poi il desiderio acre e virile di far dispetto a qualcuno e di affrontare un pericolo; e quindi ve lo trasse, con tutta la forza e con tutti i lacci, l'amore.

E quell'accensione lenta, nuova per lui, divampò cosí nel suo cuore che non ebbe piú requie: e il suo animo rimase conquiso, occupato, umiliato da quella donna la cui bellezza s'elevava e raffinava con lo strano contorno della pietà e del mistero. Egli fece e le ripetè molte proteste, ma la dama o taceva inquieta o rideva mestamente; ed un giorno in cui egli insistette per ottenere una parola, una parola sola, ella disse: -- Io non ci penso a rimaritarmi.

Don Alfonso non le chiedeva questo o non le chiedeva tanto. Allora la dama lo guardò fissa per leggergli il pensiero negli occhi; poi soggiunse: -- Che cosa domandereste a una dama nobile ed onesta? -- Una parola! soltanto una parola! -- La dama gli sorrise.

In fine, un altro giorno, ella si dolse perché le bisognava interrompere la consuetudine di quei piacevoli colloqui.

-- Impossibile! -- esclamò don Alfonso. -- Voglio vedervi, udirvi! Chi può impedirmelo?

-- Io -- essa rispose --; se no, voi, don Alfonso, mi recherete danno.

Né alle domande di lui aggiunse spiegazione alcuna, ma si mosse come per andarsene. Allora egli si contenne, la supplicò e promise d'essere prudente; e la dama quasi per premiarlo gli concesse di scriverle e di nascondere le lettere in un crepaccio della cinta: ivi, potendo, gli lascerebbe le risposte. Tacquero; e dalle loro pupille le anime loro si guardarono tremule e accese, interrogando.

-- Voi m'amate! -- disse don Alfonso.

-- Sí -- disse la dama; e ne' suoi occhi luccicarono le lagrime.

IV.

Certo che essa l'amava, senza piú titubare don Alfonso intese al fine del suo amore; e le ripulse della dama non lo frenavano, non l'intimidivano gli ostacoli; ed essa gli scriveva invano: «Vorrei, ma non posso».

Egli un giorno, stanco, le scrisse cosí: -- O la sera sarebbe venuta da lui, nel giardino, ad udire quel che aveva a dirle, od egli, alla prima buona circostanza, la porterebbe via a forza.

Domitilla, com'ebbe letto il biglietto, sorrise all'idea d'essere rapita di notte in una carrozza trascinata da due veloci cavalli e scortata da ceffi spaventosi; ma la ragione la distrasse dalle fantasie romanzesche, e poiché l'amante si ribellava, comandava, minacciava, il meglio era non badargli -- se pure, a tirar troppo, la corda non si fosse rotta. No, meglio era andare da lui -- se pure al convegno, per debolezza sua, non fosse seguíto ciò che sarebbe seguíto al rapimento. -- _Parcere subiectis et debellare superbos!_ Domitilla, la sera tardi, s'attenne alle norme che l'amante le aveva scritte; e don Alfonso, ricevutala da una scala nel giardino, non stentò a persuaderla che entrasse nella sua casa. -- «Soggiogare il ribelle e, dopo, nel perdono, acconsentirgli» aveva determinato a sé stessa Domitilla; ed entrando disse in tono ostile, súbito:

-- Per voi io comprometto, questa sera, il mio onore. Del vostro amore quali prove avete date voi a me?

-- Io vi amo -- rispose don Alfonso.

La dama senza badargli continuava: -- Voi m'avete fatta una proposta indegna, l'insensata minaccia d'impossessarvi di me con la violenza! Ma io non vi temo; v'ascolto. Che volete?

Già alle prime parole di lei cosí avversa nell'aspetto e nella voce il cavaliere aveva perduta la riflessione del disegno che s'era preparato in mente; e alle ultime lo turbò il dubbio che la dama nascondesse un'arma; onde, umile, le chiese:

-- Vittoria, che cosa debbo fare io per voi?

-- Nulla, se non potete soffrire e non sapete dominarvi!

Allora egli si lamentò di lei: egli soffriva da troppo tempo, egli soffriva di quell'amore che gli pareva tenebroso ed aspro quasi un delitto o una condanna; e da lei non aveva conforto se non di poche parole vane; non aveva speranza e confidenza alcuna. -- Desiderate che io soffra. E avete detto che mi amate!

-- Io vi amo -- ripeté essa; e ai lamenti contrappose gli aforismi appresi nei romanzi. -- Non è amante degno chi non rinunci la propria volontà a quella dell'amata; né v'ha amore buono che non sia combattuto dalla sorte; né è passione nobile e pietosa in chi non sia pronto ad ogni sacrificio, al sacrificio della vita stessa.

Il rimprovero offese don Alfonso. Esclamò: -- La mia vita non è vostra? Ogni mio pensiero, da quando vi ho veduta, ogni mio desiderio non è in voi? Non vorrei io liberarvi ad ogni costo della tirannia che v'affligge? Un cerchio di ferro vi stringe e vi soffoca: vorrei spezzarlo, e v'avvolgete nel mistero e mi fuggite; vorrei consolarvi o dividere nel vostro segreto i vostri affanni, e mi fuggite! Che amore è il vostro?

-- Un amore onesto, paziente, generoso!

Don Alfonso tacque con uno sforzo palese per contenere il diniego contro il quale la dama era agguerrita: nel dibattito l'ira deformava la bellezza della donna ed egli che aveva creduto d'ottenerla presto in pace, quella sera, pativa come sentisse dileguarsi un sogno di felicità. Perciò egli taceva. Ed ella, quantunque quel silenzio non la sbigottisse molto, per lasciar trapelare un po' di barlume agli occhi dell'amante, proseguí.

-- In quest'amore io aveva riposto il conforto d'affanni vecchi e nuovi: ad esso confidavo l'avvenire: per il bene di esso, il mio e il vostro bene, mi credevo costretta a nascondervi ciò che cercate di scoprire, a celarvi ciò che cercate di sapere, quasi dubitaste di qualche mia azione indegna. Voi ignorate le lagrime che mi costa il solo sospetto dell'amore che vi voglio; e non mi vedete quando vi sospiro, non mi udite quando vi chiamo a me, non mi sentite in voi come io sento voi in me. Mi sono ingannata. Voi, voi mi avete ingannata turbando cosí per gioco e per sfogo della vostra giovinezza la poca quiete che la sorte mi lasciava. Ma se non m'avete compresa, non m'avete meritata, don Alfonso! Addio dunque.

E stupita ora ch'egli non fiatasse, andò all'uscio per uscire: l'uscio era chiuso a chiave. Si rivolse, di bianca divenuta livida.

Il cavaliere disse orgoglioso e solenne: -- Voi siete in mia balia. Ma don Alfonso della Torre vi difende proponendovi il suo nome, il suo cuore, la sua nobiltà. -- E le si accostò tendendole la mano. La dama non sorrise: piú fiera, piú solenne di lui, rifatta bellissima da quell'orgoglio superiore, ella disse: -- Per difendermi basta il mio nome, puro come il vostro, e la mia nobiltà, piú antica della vostra, don Alfonso della Torre!

No: ella non aveva nessun'arma; tremava e, tanto il cuore le batteva, ansimava quasi il respiro le mancasse. E vinse lei.

Ai suoi piedi il cavaliere domandava perdono con le piú umili e dolci parole che la passione gli suggeriva e con gli occhi ansiosi cercava nell'aspetto di lei il segno del perdono, come la speranza della sua vita. Essa ascoltava rasserenandosi a poco a poco, e infine su quell'ira domata, quell'orgoglio avvilito, quella fierezza abbattuta, essa sorrise e sollevò lo schiavo a baciarla nella bocca.

V.

Domitilla non aveva a pena goduto del suo trionfo che si dié colpa d'essere stata troppo debole ed arrendevole; e quantunque non dubitava della parola di don Alfonso, temeva che egli appagato nel desiderio e già pentito si disamorasse, o almeno non giudicasse grande quant'ella voleva la grazia ottenuta quella notte. Essa l'amava; ma per dominarlo le bisognava che l'ardore di lui fosse piú vivo del suo stesso ardore; e per acuirne o riagitarne le brame e inretirlo piú strettamente, le bisognava farle stentare la ripetizione e l'intero possesso della voluttà.

Gli scrisse il giorno dopo: «Guardatevi, ché è in pericolo la vostra vita.»

Don Alfonso, il quale non aveva paura di pericolo conosciuto e certo, a quell'avviso cominciò quasi sgomento a imaginare ogni piú strano affronto ed ogni danno che potesse fargli il nemico nascosto e sconosciuto; e come da un pezzo sospettava fosse il Palmenghi il carceriere della dama, cosí suppose che il Palmenghi, scoperto il trascorso della dama, cercasse vendicarsi: non usciva se non armato e seguíto da piú servi e comandava di vigilare presso la casa del vicino. Di che questi s'avvide presto; né avendo ragioni proprie d'inimicizia con il Della Torre, credette a un accordo fra i parenti di Domitilla, che l'odiavano a morte, e don Alfonso; e si guardava anch'egli. I servi dell'uno e dell'altro si guatavano in cagnesco. La rissa avvenne, e quando già Domitilla, dimentica del suo biglietto, aveva ripreso a scrivere all'amante e a confortarlo.

Un giorno don Alfonso veniva verso la porta del Palmenghi, sulla quale due figure di bravi stavano in attitudine spavalda; e poiché egli fu passato, quelli risero in faccia ai due fidi che gli erano di scorta. Offesa ai servi, offesa al padrone: don Alfonso fe' un cenno e i suoi attaccarono gli altri.