Vecchie storie d'amore

Part 5

Chapter 53,897 wordsPublic domain

Chi ama di perfetto amore cerca con tutte le forze dello spirito e dei sensi il possesso spirituale e corporale della donna amata, e come se quel primo possesso gli mancasse non gli gioverebbe l'altro piacere, cosí quando non possa riposare e ritemprare il fervore dello spirito nella soddisfazione della carne, anche chi bene ama, soffre. Piú soffriva, disordinato amante che solo al piacere sensuale limitava l'intento dell'amore e della vita, il gentiluomo bolognese; e mentre imaginava e meditava la bellezza di Valeria, guardandola nel suo fisso pensiero, si diceva con raffinata cupidigia: -- Oh! solo una volta, e poi, allora, o vivrei o morirei contento.

Ma per quanto si rimproverasse d'aver corso troppo e si ripetesse che non era stato abbastanza astuto e fermo, non ardiva ritentare l'impresa: comprendeva che madonna Valeria non avrebbe acconsentito mai, per ostinazione di coscienza o, peggio, per ostinazione di natura. Cosí il pensiero di lei s'impadroní solo e assoluto della sua mente e diventò doloroso. Cosí le domande e i sorrisi dei compagni, che gli leggevano in faccia la cura segreta, a lui sembravano oltraggi; a lui che un tempo aveva nascoste le proprie fortune (giacché le fortune d'amore uscendo quasi per sé medesime dal mistero, tanto piú acquistano pregio quanto piú apparisce lo sforzo di tenerle celate), riusciva ora d'umiliazione e vergogna dover mentire e lasciar travedere un'acerba sconfitta, quasi la sconfitta d'un capitano reputato invincibile.

Si sottrasse agli amici; e rinchiuso in casa s'abbandonò del tutto al suo cupo e inconsolabile affanno. L'insonnia cominciò a consumarlo e la febbre, una febbre sorda, a limargli le forze: quell'idea fissa gli struggeva il cuore, la giovinezza, la vita.

Meglio morire. Ma quando sentí che l'approssimava la morte si riscosse, spaventato, in un impeto di desiderio: -- Vivendo, chi sa che per grazia di fortuna non conseguisse un giorno, una volta sola, il bene per cui s'era dato alla disperazione?

Ed egli sperava. Sperava e s'era ridotto a tal punto per disperazione! Delirava.

Delirando, tra le forme confuse e strambe di persone conosciute intorno a Valeria, una volta sognò anche la vecchia bigotta, la parente del mercante che egli si era amicata invano; e tornato in sé stesso mandò per lei affinché ella testimoniasse a Valeria della sua misera condizione. Quella accorse, e a trovarlo piú morto che vivo capí come per suo profitto le rimaneva un tentativo solo e innocente. -- Messere -- chiese --, volete che madonna Valeria venga a vedervi? -- Oh sí! -- rispose l'infermo --. Mi potrebbe guarire!

Poco dopo la vecchia diceva a madonna con aria di severità: -- Valeria, tu sai che messere Anselmo muore per amore di te. Per la sua pazzia Dio lo castiga cosí; ma noi non dobbiamo godere che abbia del male chi intendeva farci del male: dobbiamo perdonare e venirgli in aiuto. Io l'ho visto, l'ho udito, e per l'amore dei tuoi figliuoli e per l'amore di Dio egli ti chiede d'andare da lui. Vuoi acquistarti del merito visitando un infermo e perdonando a chi cercava tirarti al peccato? E tu va. Non vuoi? E tu mettiti in pace con la coscienza e rimani.

Valeria tacque a lungo, riflettendo; poi sospirò e disse: -- Voi avete ragione: bisogna che vada. -- E incaricatala di tenere in ciarle Teresa e di badare ai figlioli, si vestí in fretta e uscí di soppiatto.

Intanto Anselmo attendeva, ma la speranza stessa gli era una fatica e una pena; e una sonnolenza grave e fantasiosa l'avvolse. In questa egli vide la morte. La morte, quale con freddo terrore da fanciullo aveva spesso considerata dipinta, tutta ossa, con uno sguardo nero nelle orbite cave e profonde e con un infernale sorriso tra le mandibole lunghe e dentute, s'avanzò scricchiolando con la mano tesa, quasi per toccarlo su 'l cuore, e pareva che dicesse: basta!

Egli si ritraeva con terrore freddo, gemendo. Ma la mano del mostro ricadde; dalle orbite cave gli lampeggiò una vivida luce come di due occhi di donna, e per virtú di tal luce lo scheletro a poco a poco rivestí umane forme e di donna innamorata ricevette a poco a poco la sembianza, il colore, il sorriso e una meravigliosa bellezza.

Al portento, l'infermo dié un grido di gioia; e scorse china su lui madonna Valeria.

-- Messere -- ella diceva --, voi avete vinto il piú duro assalto del male. -- E gli tergeva la fronte soavemente.

-- Dio vi rimuneri il beneficio -- mormorò Anselmo, che si sentiva alleggerire e ristorare da una forza rinnovatrice di tutti gli spiriti. -- Quel giorno foste cattiva...; oggi, no.

La donna arrossí e disse: -- Volentieri sono venuta a vedervi; ma che cosa posso fare di piú?

Alla dimanda il viso di Anselmo tornò sofferente ed egli rispose: -- La mia vita è la vostra --. E aggiunse: -- Se mi contentaste solo una volta, dopo non mi vedreste mai piú, non udreste mai piú cosa alcuna di me.

-- Voi non pensate all'anima vostra -- ribatté la donna --, all'anima mia!

Anselmo ripeté: -- La mia vita è la vostra. Per Cristo morto in croce, non dovreste ammazzarmi!

Tacquero; indi l'ammalato sospirò: -- Lasciatemi dunque morire --; e abbassò le palpebre rifinito.

Madonna Valeria ebbe paura: cosí, con gli occhi chiusi, nella penombra, l'infermo pareva un cadavere; e a lei in quei minuti lunghi di angoscia sembrò di sentire su la coscienza il peso del delitto che ancora non aveva commesso. Ella si dibatteva perché non voleva fallare, e avrebbe voluto concedere il bene invocato. E mentre pensava udiva l'affanno di Anselmo. -- «Cedendo il corpo non salvava forse un uomo? E non cedendo l'anima chi avrebbe potuto incolparla d'infedeltà?» Sopraffatta da questo pensiero e vinta, disse con voce tremante: -- Messere, fra un mese, se vi sarete rimesso, la sera del sette settembre, che mio marito deve andare a Firenze, verrete da me: vi prometto che v'aspetterò al portone dell'orto. Ma giuratemi che non mi cercherete mai piú.

Anselmo Canetoli giurò lieto il patto che gli salvava la vita. -- Egli avrebbe, dopo, abbandonata Bologna per sempre.

Ma appena fuori di quella camera e di quella casa, quasi al lume e al rumore della strada ricuperasse la conoscenza e la misura della realtà e s'accorgesse d'essere stata còlta a un inganno, madonna Valeria sentí il turbamento, l'amarezza, il rimorso del fallo in cui era caduta, e giunta a casa sua, piena d'ira e smaniosa cominciò a raccontare alla vecchia ciò che pur troppo aveva fatto e che pur troppo aveva detto. La parente dissimulava la sua gioia tra le esclamazioni e i sospiri e la confortava. -- In tal caso strano chi si sarebbe comportata altrimenti? Dio il quale perdona le colpe piú gravi, doveva perdonarle la colpa leggera che aveva e avrebbe commessa a fine di bene; -- e, confortandola, per curiosità le chiedeva tuttavia particolari del fatto e spiegazioni, per cui apprese fino il giorno e il modo stabilito al convegno. Anzi l'appresero in due, giacché Cristina, che aveva vista la cognata uscire pensosa e tornare con in faccia il segno d'una sventura, fiutando il mistero s'era messa ad ascoltare dietro una porta, e, come accade sempre a chi ascolta di nascosto, imparò e indovinò proprio quello che meno s'attendeva e voleva. Non di lei, ma di Valeria messer Anselmo era stato ed era preso al punto che Valeria, per compassione di lui, avrebbe tra un mese disonorato il marito. Arrabbiata pertanto e sconvolta dall'odio, deliberò vendicarsi; e la sera di quel medesimo giorno rivelò al fratello tutto quanto aveva appreso.

Anastasio alle parole di lei rimase come a un colpo di mazza nella testa; ma tosto si riebbe e si contenne; finse di non credere nulla; minacciò la sorella che guai a lei se ripetesse ad alcuno una tale istoria, e, cosí gli premeva il suo nome e cosí poca fede aveva nella segretezza e nella benignità di sua sorella, pochi giorni dopo la mandò a Pianoro presso un cugino.

Quetato in questo, Anastasio, che della parente non dubitava, poté cercare il partito piú acconcio per impedire che la moglie gli fallasse e nel medesimo tempo per sorprenderne l'intenzione maligna di cui voleva punirla; per scoprire la verità, ma anche evitare uno scandalo e, non essendo uomo uso a spada o a pugnale, evitare danni piú gravi. E dopo molti disegni risolvette di travestirsi e di penetrare egli nell'orto prima dell'amante, la sera del convegno.

Oh come trascorrevano lenti i giorni pe 'l povero uomo, e che fatica durava a celare il suo travaglio! E madonna Valeria penava al pari di lui. Ma non è donna cosí onesta che non volga l'animo, sia pure in fugaci abbandoni, agli stimoli e alle lusinghe della colpa, ed essa udendo che messer Anselmo aveva ricuperato vigore e salute e già usciva di casa, non poteva non sentire in sé stessa il merito di averlo guarito e non pensare che molte belle donne ne sarebbero state orgogliose. Pensieri cattivi; e per scacciarli ella ricordava Anastasio e l'amore di lui; e cosí ricordava anche il torto della sua brutta promessa: onde con la ragione combattuta e la coscienza affannosa, o non dormiva, la notte, o non dormiva tranquilla.

Venne, come a Dio piacque, la mattina del giorno temuto da madonna Valeria, sospirato da Anselmo Canetoli e maledetto da Anastasio Bonesi; e questi, detto addio alla moglie, con tutte le sue robe se n'andò in un luogo poco lontano ad aspettarvi l'ora di tornare travestito a casa.

Valeria socchiuse il portone dell'orto per tempo. Ma il diavolo, che spesso si diletta di trascinare con disagio ai suoi fini, mandò proprio quella sera due mercanti romagnoli in cerca di Anastasio Bonesi; e la donna, conforme il solito, dovette ospitarli in casa sua. Preparata loro la cena, ella uscí, e scorta l'ombra che supponeva l'amante, gli si accostò risoluta dicendo piano: -- Messere!

Egli tese le braccia. Ed ella: -- Siete guarito?

Anastasio rispose come meglio seppe, ma non cosí piano e non con tale simulazione e sicurezza che con súbito orrore la donna non scoprisse in lui il marito. Nondimeno, riponendo la sua salute nella sua sagacia, essa rifletté un istante e riuscí a contrapporre un inganno all'inganno: pregò l'altro di pazientare che certi suoi ospiti romagnoli andassero a letto, sicché senza sospetto lor due potessero restare insieme. E l'introdusse nel magazzino, che chiuse a chiave; indi corse nell'orto; aprí il portone, dietro il quale Anselmo Canetoli già imprecava alla lealtà delle donne, e facendogli segno di tacere e di seguirla, lo condusse in una stanza vicina, dove l'affrettò a liberarla dell'obbligo suo.

Ma come chi riarso di sete in un dí canicolare brama un bicchiere di acqua attinta appena dal pozzo, e se può averla, l'inghiotte avidamente e ne domanda dell'altra, Anselmo Canetoli avrebbe voluto bere ancora ancora alla coppa della voluttà; e madonna Valeria, ch'era piena d'ira perché Anastasio aveva dubitato di lei e aveva tentato di superarla in astuzia, e, d'altra parte, sentiva di qual gioia aveva confortato il suo amante, pensava: -- Quanto bene mi vuole! Mio marito che ha tal fede in me, si meriterebbe che non lo lasciassi andare. -- Cattivo pensiero, che ella respinse con molta fatica. Poi disse: -- Messere Anselmo, mantenete la vostra parola: andate, e non pensate piú a me.

Anselmo sospirò, la baciò e, vincendosi, le ripeté ch'ella non l'avrebbe mai piú riveduto ma che egli l'avrebbe ricordata in ogni luogo e per sempre. E partí.

A Valeria restava da pacificare il marito, e non solo per salvezza di sé, ma anche per conforto di lui; né fu certo il desiderio di vendicarsi che le consigliò uno strattagemma crudele. Non trovò miglior strattagemma; e tutt'angosciosa corse dove erano i mercanti e disse loro: -- Messeri, ajutatemi! Un giovane, che mi sta attorno da un pezzo, ora è qui in casa con mala intenzione. Voi gli insegnerete a non disturbare le donne degli altri.

I due balzarono in piedi ed essa li accompagnò al magazzino dove entrati, quelli gridarono: -- Ah cane! Ah vigliacco! Ti daremo noi l'andare attorno alle donne degli altri! -- e, secondo il costume dei romagnoli, non avevano finito di minacciare che già tempestavano Anastasio di pugni e di calci. Per farsi riconoscere, il misero gridava bestemmiava pregava, e fu riconosciuto dopo che era ben pesto; ma i mercanti non lo riconobbero con meraviglia minore del vederlo fra le braccia di madonna Valeria demandando perdono e chiamando sua moglie la piú virtuosa e piú saggia donna del mondo.

Madonna Valeria si fingeva stordita e chiedeva: -- Come siete voi qui? E quello a cui doveva capitare ciò che purtroppo è capitato a voi?

-- Sta sicura -- rispose allora Anastasio: -- ho chiuso io il portone dell'orto!

Cosí, finalmente, madonna Valeria poté dormire tutta una notte d'un sonno tranquillo e pieno e riposare la sua buona coscienza nell'opera di pietà, la quale aveva compiuta: non quella d'aver convinto in tal guisa il marito della sua virtú per risparmiargli la gelosia e la certezza del disonore; -- non quella: l'altra.

PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO

Sec. XVI.

I.

_Lettere di due amanti._

Il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo, tornato dopo lunga assenza a Venezia, incominciò con lettere impronti e frequenti ad esagerare a madonna Vittoria, come ogni amante che s'accinga a una difficile conquista, la forza e le pene della sua passione: per non darle noia, sette anni era rimasto lontano da lei; tre anni aveva errato pe 'l mondo in vana ricerca di svaghi: sperando che ella almeno gli concedesse di svelarle a voce alcuni segreti, con le fiamme nel cuore era tornato in patria.

A messer Alvise, buon amico d'infanzia, Vittoria, la quale era moglie ad un giovane conte, rispose per lamentarsi ch'egli le mandasse delle ambasciate affidandole a servi: «La mia professione è sempre stata ed è di donna d'onore, né mai mi sarebbe caduto nell'animo, che voi aveste usato meco sí fatta discortesia. Basta, pazienza, non resterò per questo di amarvi quale fratello....»

Ma Alvise meritava scusa, e le scriveva:

«Che cosa posso far io, infelice, per disacerbare il dolore ch'io sento dell'amarvi senza mercede? E s'io non vi facessi, per qualche vostra donna di casa, intendere i tormenti che per cagion vostra sostegno, in che modo potrei io vivere? Deh, anima mia, non vi sdegnate s'io paleso parte di quell'ardore, il quale non potrei se non con grandissimo pericolo della mia vita tener nascosto. Ma se m'astringete co 'l comandarmi, son contento d'obbedirvi.... Ben vi prego a concedermi tanta comodità ch'io vi possa parlare, o vero a dimostrarmi il modo di darvi alcuna lettera....»

Or dunque come la contessa scongiurava invano messere Alvise ad esser prudente, a non mostrare il suo ritratto ad alcuno, a non discorrere con alcuno di lei, a non mandarle ritratti perché non voleva esser scoperta; come, non crudele quale egli la chiamava, poteva dirgli in coscienza: «Io vi amo, il che mi pare che non sia male, nascendo dall'amore ogni buona operazione», qual fallo mai avrebbe commesso concedendogli di parlarle, dietro la porta di casa, una sola volta?

Cosí, per quel primo onesto colloquio e per le lettere che Alvise le inviava ardentissime, doveva penetrare nell'animo di madonna una gran dolcezza d'amore puro, una gran compassione pe 'l nobile giovane innamorato: e quando lo seppe infermo in villa, gli scrisse tutta amorosa che cercasse di venire a Venezia per rimettersi piú facilmente; e poi, piú tardi, gli si mostrava ammirata «dello splendore che senza pari ritrovava in lui», e per lui pregava il Signore: anche accettava e gli mandava e gli chiedea dei piccoli doni.

Ma Alvise non viveva lieto, né la promessa di lei, che «se è vero che di là come di qua vi sia amore, e si ami, esso mio spirito in Cielo vi godrà», gli arrecava bastevole conforto; e avrebbe voluto tornare a discorrere con lei. Temeva ella nella dimanda ostinata un'insidia, e disperando che l'amore di lor due rimanesse «giusto fedele e onesto» com'era incominciato, minacciò Alvise di rifiutare le sue lettere: «Conosciuta la vostra disonestà, mi sono spogliata di quell'amore ch'io vi portava....»

A che, disperato, egli: «Poi che tanto vi piace che dal mondo mi toglia, son contento di soddisfarvi. E perciò mi risolvo, con la prima occasione, d'andar in luogo tanto lontano che secondo il desiderio vostro finisca i miei giorni.»

E madonna Vittoria, pentita e impaurita, un giorno l'accolse in casa furtivamente: fu quello il giorno della colpa. Da quel dí in avanti le lettere di madonna Vittoria si susseguirono piene di amarezza, di tristezza profonda, che derivava, piú tosto che dai rimorsi, dal rimpianto pei lunghi piaceri cui libera avrebbe potuto gustare; dall'amore stimolato, esasperato dalla bramosia sensuale; dal timore, quasi dal presentimento che tra breve Alvise si sarebbe stancato di lei.

Dopo ciascuno dei gioiosi convegni, che consentiva l'assenza del marito, ella piangeva:

«Come foste partito mi gettai nel letto, e con gli occhi del corpo (benché co 'l pensiero a voi) m'addormentai: indi a poco svegliatami e ritrovatami senza di voi, cominciai a pianger sí forte che s'io non mi fossi nascosta sotto la piega del letto averei senza dubbio svegliato ognuno di casa.... La maninconia m'è sí cresciuta che mi sento uscir fuora l'anima....»

Di lui era compresa cosí intimamente che a ripensarne le parole ne riudiva la voce e dalla voce ne riacquistava la sensazione intera: essa si deliziava a martoriarsi finché si abbatteva in una mortale angoscia.

«Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a questa si è cresciuta in me la confusione, ch'io non so piú quello ch'io mi faccia. Le vostre dolcissime parole mi sono rimase cosí vive nella memoria che, se talor chiudo gli occhi, parmi di vedervi e di ragionar con voi; il che è cagione che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi, e mi ritrovo ingannata. Onde destatami, vergognata di me stessa, sento tanta passione che mi è forza di desiderar la morte per uscir una volta di pene.... Troppo grave tormento è l'aver desiderio di cosa amata piú che la propria anima, e vedersene privo senza speranza di poter già mai per lunghezza di tempo goderla!....»

Né conosceva ancora le pene della gelosia; ma quando il marito tornò e cominciò a sospettare e già alcuno dei vicini e dei conoscenti mormorava della loro tresca, dovettero contenersi e non vedersi che di rado. Quali altre donne vedeva Alvise? Ove passava il giorno? A che feste si recava?

Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e per andare da madonna, avvertito da segnali di richiamo, sfidava la vigilanza del marito e degli altri, e giurava che tra le braccia di lei, nel tripudio dei sensi e dell'animo, si sentiva davvero felice. Felice era essa pure in quei momenti, anche perché si vendicava del marito il quale, mentre ella era con Pasqualigo, «stava a piacere con altrui»; ma l'invidia e la viltà la privarono pure di consolazioni sí fugaci. Lettere anonime persuasero il conte che la moglie lo tradiva e tentarono persuadere madonna Vittoria che era ingannata dall'amante: il Pasqualigo ebbe minaccie di morte entro il termine di otto giorni se si ritrovasse ancora una sera con Vittoria; e madonna soffriva d'una gelosia divenuta un incomportabile tormento.

Invano egli tentò di assicurarla che solo per nascondere il vero amore simulandone un altro corteggiava altra donna, giacché ella dubitava ogni giorno piú e ripeteva di volere uccidersi; ella che già per amore di lui non s'era curata né «di parenti, né di fratelli, né di padre, né di figliuoli».

-- «Ma ditemi -- egli le scriveva per frenarla --: vi piacerebbe ch'io trasportato dall'appetito e rotto ogni freno di ragione, venissi con forza a levarvi di casa per torvi di mano di chi potrebbe tor la vita a voi? O pure vi piacerebbe ch'io, spinto dal desiderio della salute e contentezza vostra, uccidessi _lui_, onde mi convenisse poi d'esser eternamente separato da voi, la qual dite che prima di me morireste?....»

I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare dei sospetti nel marito, il quale proibiva alla moglie finanche di stare alla finestra, e fino a un amico dava incarico di osservarla: a un certo Fortunio.

Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto di Vittoria era in possesso d'Alvise; piú d'una volta era stato su 'l punto di sorprendere gli amanti; forse egli era stato l'autore delle lettere anonime e forse quegli che aveva trafugato a madonna un pacchetto di lettere: di madonna era lui pure acceso. Oltre Fortunio spiava Vittoria una ribalda, cognata o suocera.

E il marito «tutto il dí gridava seco dicendole: io ti darò tanta mala vita che ti farò anzi ora morire --»

Essa era incinta. Non le era permesso svago alcuno; e, «per essere priva di ogni conversazione, e, si può dire, confinata in casa, le conveniva pensar sempre di quella cosa che piú le era cara»; e cosí la violenza dei desideri diveniva in lei uno spasimo, una frenesia.

«Ieri vi vidi in strada, e mi venne rabbia grandissima di baciarvi, onde mi sentiva morire, e credo certo che se _lui_ non era in casa, io era sforzata, rompendo ogni velo di onestà, di chiamarvi ad alta voce -- In somma, questa nostra vita è troppo aspra e mi pare quasi impossibile di poterla vivere lungo tempo....

«Misera e disavventurata! A che termine sono giunta per amore, dal qual non può o non dovrebbe nascere altro che buoni effetti e pur in me non provo altro che passioni, tormenti e morte; e se pur io potessi finire -- sí come tante volte ho desiderato e ora vie piú che mai bramo per le disperazioni che nascono in me dal non potervi abbracciare -- sarei contenta....»

«Bisogna frenare gli appetiti, e scacciare certi pensieri dannosi» -- esortava Alvise co 'l tono dell'amante che può riflettere dopo essere stato soddisfatto.

I mesi, intanto, passavano; e madonna Vittoria sfogava appena per lettere i lunghi e duri affanni:

«.... Questo crudel matto di mio marito non cessa di contrastar meco tutto il dí.... Durante il parto.... io ho avuto disagio d'un uovo fresco.... Ma non manco al bambino di cosa alcuna...., né posso pur patire di dilungarmi punto dalla cuna per non lasciarlo piangere....»

Alle sofferenze di lei Alvise adduceva conforto di parole; e, una volta, per parlarle si vestí da donzella e, accompagnato da una donna, si pose in chiesa, alla predica, nella stessa panca di lei; ma poi, sospettato uomo, fu costretto ad uscire: un'altra volta, mentre stava discorrendo con Vittoria, essa fu sorpresa da uno di casa e acerbamente sgridata e minacciata di morte. In tale guerra, con troppo brevi tregue, l'amore di messere Alvise si raffreddava e nell'inquietudine e nei pericoli (egli doveva guardarsi da' sicari; e certo giorno ferí tre che l'assalirono per via, e non azzardava ad andar fuori che accompagnato da tre gentiluomini: madonna Vittoria temeva che il marito l'avelenasse) le doglianze e i raffacci degli amanti divenivano piú acerbi e piú frequenti.

Per lei Alvise «aveva dispregiati gli onori della sua repubblica; per lei aveva messo a rischio l'onore offendendo, percuotendo e ferendo non solo uomini e donne di basso stato, ma di sangue nobile e alto: l'amò per tutta la vita attendendo il guiderdone della divina maestà!» E Vittoria, di rincontro: «Le vostre crudeltà sono tante e tante che meritano che ciascuno le fugga!»

Alla fine egli le scrisse che per non accontentare i suoi, i quali volevano s'ammogliasse, partirebbe da Venezia: essa lo scongiurò che rimanesse, magari s'ammogliasse, e lo minacciò: «Vi avvertisco bene che vi potreste ancora chiamar pentito; e tenetevi a mente queste parole perché si verificheranno». -- Ed egli rimase, e n'ebbe premio di brevi gioie.

Ma poi, d'improvviso, si decise ad andarsene. Ella fe' giuramento di morte o libertà dal suo amore; egli disse: -- morrò ma parto --, e partí davvero.

II.