# Vecchie Storie

## Part 2

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Chi non conosce i boschi dell'alto Milanese, detti boschi di Saronno, di Mombello, di Limbiate, può immaginare una stesa di selve, sopra un terreno disuguale, una volta incolto e oggi piantato a pini silvestri e a qualche rovere, che è quanto la terra, oltre le eriche e il bruco, può sopportare. Queste piantagioni non sono molto antiche e appunto per ciò, non sono molto note. Della maggior parte si ricordano i nostri padri d'aver veduto i primi germogli, quando ancora quel nudo tratto di paese non era che una nuda sodaglia. Oggi il bosco è maturo, non dirò per i ladri, che non vivono più per i boschi, ma per tutti coloro che amano le meste solitudini e sognano sempre, quando sono in un luogo, di trovarsi in un altro.

A me questi boschi ricordano per esempio, certe solitudini dell'antica Caledonia: e il più bello si è che in Caledonia non ci sono mai stato. Ma non si è letto inutilmente a dodici anni una dozzina di romanzi del Walter Scott, seduti all'ombra di un'antica quercia, o anche solo sul pianerottolo della scala. Se non è come in Scozia, vi son tratti nei boschi di Limbiate che potrebbero essere trasportati in Scandinavia e allora è ancora più bello per chi ama viaggiare a piedi.

Le piante d'un verde scuro perenne, di un fusto magro e diritto, che si apre a larga piuma o a ombrello, collocate a migliaia l'una presso l'altra in una disposizione quasi simmetrica, e così per l'estensione di cinque o sei miglia: i viali che tagliano questi eserciti di piante e si prolungano, si sprofondano nel verde a perdita d'occhio: le forre di altissime erbe filiformi dove non entrano che i bracchi: la terra gialla, rotta da immensi crepacci dove la picchia il sole: molle, melmosa, scivolante come il sapone dove l'acqua stagna: gli scoli d'acqua piovana che scendono a formare pozze, paludi, laghetti, e fin dei laghettoni perenni circondati da conifere con increspature e piccole tempeste sconosciute al mondo, come quelle delle anime modeste: e poi aggiungete un silenzio profondo, non interrotto nemmeno dal solito stormire delle fronde (il pino è taciturno) e i chiarori celestiali e mistici dell'aria al disopra di tanto verde, e le fiamme vaganti del tramonto veduto attraverso alle fessure del bosco.... tutto ciò voglio dire, mi ha tante volte trasportato fuori di me in una regione dove io sento che son vissuto un'altra volta, forse diecimila anni fa.

Oh la poesia, amici, è pur la dolcissima cosa! Voi uscite un mattino d'autunno, con un libro, mettiamo Aleardo Aleardi, nella tasca del carniere, col fucile ad armacollo, col vostro cane che vi saltella innanzi, girate dietro le case, pigliate verso il cimitero vecchio, date un'occhiata a quei poveri morti e a quella croce bianca dove da cinquant'anni dorme una contessina morta.... No, no, non è poesia.

Io fui innamorato a sedici anni di quella contessina, ed è una storia che ho promesso di contare qualche volta. Io l'ho seguita attraverso alle ombre del bosco, più contento quanto più le nebbie del novembre entravano fra le piante a rannuvolare i contorni della selva.

Una mattina, giusto sui primi di novembre, mentre io correvo prima di colazione attraverso la pineta, pensando al mio futuro poema sulla _Risurrezione dei Morti_, fui a un tratto arrestato da una fiamma che si agitava in fondo, e che stentava quasi a rompere il velo bianco e gelato dalla nebbia. Anche _Pill_, il mio cane da caccia, si fermò su quattro piedi, col muso in alto, e la piccola coda piena di meraviglia. La Cherubina mi aveva detto prima ch'io uscissi di casa che si sarebbe fatta colazione alle undici, più tardi del solito, perchè si aspettava mio fratello coi parenti della sposa.

Da due giorni si lavorava in cucina a preparare quella colazione, che doveva essere un banchetto di Sardanapalo con un piatto di selvaggina e un brodo ristretto che pareva giulebbe. L'importanza d'una casa si conosce a tavola e mio padre voleva, come si dice, far colpo su della gente un po' materiale.... Ma sono cose che non hanno nulla a che fare con quella fiamma che, come ho detto, si agitava in fondo al bosco e che stentava quasi a rompere il velo fitto della nebbia.

Strano un fuoco nei nostri boschi! Man mano che io mi avvicinavo, la fiamma si faceva più distinta, e già si potevano vedere nel chiarore rosso del fuoco disegnarsi alcune figure radunate in cerchio come a un tristo complotto di negromanti.

La solitudine e la selvatichezza del luogo che s'internava in una specie di crocicchio: quelle ombre ballonzolanti sul fusto delle piante al mobile ed acceso riflesso della fiamma fumosa e resinosa, avrebbero ben potuto far credere a un convegno di malviventi, se dopo alcuni passi non avessi riconosciuto le gambe lunghe e magre del signor segretario comunale, e accanto a lui la figura tozza del console e due o tre guardie campestri.

Il console s'era seduto in adorazione del fuoco sopra un pezzo di tronco. Battistino, una delle guardie campestri con un ginocchio a terra cercava di far saltare un carbone acceso nel buco della pipa, mentre il signor Boltracchi, il segretario, scaldava le parti meno rispettabili della sua persona, voltando le spalle al focolare, colle gambe aperte come un compasso. Quella brava gente si trovava da qualche ora nel bosco e col freddo del novembre e coll'erba bagnata di guazza, sentiva volontieri il beneficio d'una scaldatina.

Il console quando mi vide, toccò l'orlo del cappello colle due dita e disse:

--Riverisco, sor avvocato.

Il buon uomo era un mio contadino e nella sua semplicità sentiva un grande rispetto della mia persona.

--Che cosa fate, la polenta?--domandai.

--È per cagione di quel Gasparino della Vela,--rispose il console con quel linguaggio lungo che è proprio dell'alto Milanese.

--Che cosa ha fatto Gasparino della Vela?

--È morto.

--Era malato?

--Da un mese, sor avvocato, un poco di pellagra, ma bisogna dire che gli sia andata ai visceri del capo.

--Se non ho sentito a suonare l'agonia.

--Si muore anche senza la campana,--interruppe Battistino colle parole mozze di chi ha in bocca una pipa corta che gli abbrucia quasi le palpebre.

Il signor Boltracchi mi accennò col pollice sopra la spalla qualche cosa alla sua destra. Guardai e vidi il mio _Pill_ quasi stecchito sulle sue quattro gambe, che tremava tutto sotto la sua pelle.

A un nuovo cenno del Boltracchi feci un mezzo giro sopra di me, guardai indietro presso le piante e allora scorsi sul terreno molle per la pioggia del dì prima, un non so che, coperto da una stuoia di carro e da una gualdrappa logora, e sotto un po' di paglia. Da uno dei lati uscivano due piedi lunghi, magri, infangati, colle unghie lunghe, due brutti piedi che parevano quelli della morte, i piedi insomma del morto.

--O Dio, che cosa è stato?

Il console stendendo le sue mani alla fiamma, continuò col suo tono naturale:

--Gli è venuta addosso la scalmana, si vede. Stamattina, la va bene? mentre la sua donna era a messa aprì l'uscio, traversò l'orto e nudo come è uscito dal ventre della sua mamma, prese la via dei boschi.

--Dev'essere passato dal laghettone di Mombello.

--Ci sarebbe rimasto, se fosse passato, perchè l'acqua è alta. Invece si vede che ha traversato il vallone della Merla, si è cacciato nei boschi vecchi di Lenzano e andò a finire alla pozza del Vetro. Qui ha creduto di poter traversare, ma c'è rimasto preso al vischio.

--C'è una terra che par giusto liscivia.

--Son passato ieri dalla pozza del Vetro e non c'era un barile d'acqua.

--Ne è venuta un poco stanotte.

--Si è mandato ad avvisare il sindaco e il maresciallo,--disse il segretario voltandosi davanti alla fiamma.

--Non era vostro parente?--dimandò Battistino al console.

--Ha sposato una mia sorella, sicchè lascia tre figliuoli. Uno è soldato.

--Adesso potrà venire a casa, se è morto il vecchio....

--La legge non permette se non ci sono dei minorenni,--disse gravemente il signor Boltracchi.

_Pill_, coll'unghie tese, col muso avanti, rigido come un cane di legno, non cessava di fiutare il morto.

--Lo sa la sua donna?

--Quando è tornata dalla messa che era ancora bujo, verso le cinque, la va bene? trovò l'uscio aperto. Allora capì che il suo Gasparino era scappato, perchè aveva tentato un'altra volta, di scappare. Si mise a gridare, a chiamar gente. Venne un ragazzo dei Melgoni a dire che aveva veduto un uomo nudo come un verme che correva nei boschi e che era Gasparino della Vela. Allora si è cominciato a cercare nel bosco e si sono trovati dei passi freschi colla pianta delle dita. Cerca di qua, cerca di là, poi abbiamo incontrato voi Battistino, la va bene?

--Io venivo da Bovisìo, dov'ero stato a portare un paio di stivali al calzolaio, perchè mi mettesse le calcagna e giungo alla pozza del Vetro, quando mi par di sentire un scialacquamento come fa il mio cane quando ha caldo ed entra nella pozza a lavare le pulci. Ho creduto anzi che fosse il _Pill_ del signor avvocato, che viene volentieri incontro quando sa che vado per i boschi. Anzi mi fermai e chiamai forte: _Pill_.... Torno a sentire un _ciuf-ciuf_ nell'acqua. _Pill_! dove sei?... e fischio, così.... mentre vado verso la pozza dietro il rumore....

Battistino, prese la pipa colla sinistra, e mandò un sibilo acuto da cacciatore che risuonò per tutta la solitudine. L'altro villano, che non aveva mai parlato e che conobbi per il Rosso, sorrise colla sua faccia cretina di ranocchio.

--_Pill_.... Non sentendo più nulla, vado giù verso la pozza e trovo quel povero cristiano in un boccale d'acqua tutto impastato come un mostro nella melma, che aveva trovato la maniera di annegare.

--È la pellagra che mette una sete d'inferno.

--Capita spesso alla bassa che i malati si buttano nel pozzo.

--Vi sarete spaventato, Battistino.

--Non è la prima volta. L'anno scorso vi ricordate quel matto di Mombello che scappò dallo stabilimento e che s'impiccò fra due piante? L'ho visto pel primo una mattina di gennaio. Era arrampicato sopra un pino altissimo dove attaccò la corda; poi andò sopra un'altra pianta più alta e attaccò l'altro capo, e Dio sa come potè impiccarsi a mezz'aria all'altezza d'un campanile.

--I matti hanno una gran forza.

--M'è toccato vederlo tra il chiaro e il fosco. Il freddo aveva gelata anche la corda e il matto pareva di vetro.

--La Bortola del sarto ha vinto cinquantasei lire coi numeri del matto.

Il Rosso rise ancora gonfiando gli occhi slavati.

--Quello era un conte diventato matto per i liquori.

--Chi troppo, chi nulla....

--C'è qui il maresciallo.

Venne anche il sindaco e il dottore. Il cadavere fu scoperto. Pareva una mummia ingiallita. La creta gli riempiva ancora la bocca e i forellini del naso.

_Pill_ pareva diventato di sasso e guardava il morto con occhio lagrimoso.

Povero Gasparino! lo si sarebbe detto un fossile di tremila anni, e nel suo freddo abbandono non si scorgeva che una tenue espressione d'ironia agli spigoli della bocca. Non era certo la creta che lo faceva ridere.

......................

_Pill_ mangiò poco quel giorno.

PARLATENE ALLA ZIA

(DIALOGO)

Questo dialogo fu due volte interpretato in famiglia con vera intelligenza d'artisti dalla signora Maria Nessi e dal Dott. Giuseppe De Capitani d'Arzago, ai quali m'ispirai nella Correzione e nella riproduzione della scena.

E. D. M.

NICOLÒ

è un giovinetto maturo, che ha già fatto le sue campagne. Gran buon diavolo nel fondo. Siamo in campagna nella villa d'Incirano. Nicolò in cappello di paglia e in abito grigio chiaro, entra dal giardino e dice a qualcuno che non si vede:

Grazie, aspetterò.

Dà un'occhiata intorno, si passa una mano nei capelli e con un breve sospiro d'affanno dice:

Eccomi qua. Il cuore mi batte come se volesse scoppiare. Ho paura di aver già fatto un passo falso. Basta! sono ancora in tempo a pentirmi e se sarà il caso, infilerò l'uscio.

Si abbandona su un divano.

Sicuro, Nicolò: se non concludi qualche cosa quest'oggi, tu morirai nel tuo letto in odore di verginità. No, no: è tempo che tu la pigli questa moglie benedetta! Vedi?

va a guardarsi in uno specchio.

Tu sei arrivato a quell'età in cui, se il frutto non si coglie, casca in terra a marcire. Non sei un brutto mostro: che, che?

carezzandosi i baffi.

Puoi passare ancora per un giovanotto in gambe, ma.... qua e là comincia a spuntare qualche capello meno nero degli altri. Certe mattine hai la ciera d'un uomo che ha dormito male

parlando alla sua immagine.

Sicuro, signor Nicolò: quel vivere di qua, di là, sulle trattorie, sui caffè, sui _clubs_, in compagnia di scapoloni pari suoi non è più una vita fatta per lei.... Lei digerisce male, lei dorme male, diventa sempre più brontolone, bisbetico, incontentabile e a lungo andare finirà col fare uno sproposito. Chi non si marita a tempo, sposa la morte prima del tempo; tranne il caso in cui si sposa la serva

torna a sedere.

--Mia sorella Giacomina, che da un pezzo mi ha sul cuore, la settimana scorsa mi disse:--Nicolò, c'è una ragazza che va bene per te: anzi ce ne sono due: le sorelle Bellini, due care creaturine sui ventitrè l'una, sui ventiquattro l'altra, non troppo giovani e nemmeno troppo stagionate, un po' disgraziate nella famiglia, ma buone, belle, con qualche po' di sostanza. Tu non hai che a scegliere. Esse vivono a Incirano con una zia che fa loro da madre, perchè le poverine hanno perduto i parenti e non hanno si può dire nessuno al mondo. Sotto questo aspetto tu fai quasi un'opera di carità. Va a mio nome, cerca della zia, mettiti nelle sue mani e lascia fare alla provvidenza.

Eccomi qui. Ora le vedrò e dovrò scegliere tra le due....

vede sul tavolino alcuni ritratti in piccole cornici.

Forse questo è il loro ritratto. Carina questa col suo profilo greco, con que' capelli pettinati alla Niobe. Forse questa è il ventitrè.

Ma anche questo ventiquattro non c'è male. Forse questa è bionda, e questa è bruna. Chi mi consiglia? Il biondo è più romantico, più... simbolico... troppo Svezia e Norvegia. Il bruno è quasi sempre segno di un carattere ardente, geloso... troppo Spagna e Portogallo. Che ti dice il cuore, Nicolò? ventitrè o ventiquattro?...

pesa nelle mani i due ritratti.

Sentiremo il consiglio della zia, che nella sua esperienza saprà guidare un povero uomo sempre incerto nel cammino della vita.

indicando un altro ritratto grande.

Certo questa vecchia cuffia è la zia dei buoni consigli. Lei conosce le due ragazze e saprà dirmi quale delle due ha più disposizioni al settimo sacramento. Per me capisco, che se dovessi scegliere, farei la fine dell'asino che, messo tra due fasci di fieno, si è lasciato morire di fame. Zitto, qualcun si avanza!

Si alza, fa una rapida toilette allo specchio.

Forse è la vecchia zia. Animo, su, coraggio. Sei stato a Custoza, corpo d'una baionetta, e devi aver paura d'una vecchia cuffia?

TERESITA

una vedovella ancor giovane, simpatica, vestita con finissima semplicità e con molto buon gusto. Fa un inchino a Nicolò, che resta un istante imbarazzato.

Signore....

NICOLÒ.

Signora....

TERESITA.

Lei ha bisogno di parlarmi.

NICOLÒ.

Sissignora... cioè... veramente mia sorella Giacomina mi ha detto di chiedere della zia delle signorine, la vecchia zia, sissignora....

TERESITA.

Sono io la zia delle signorine....

NICOLÒ

sorpreso.

Ah, lei fa da madre alle due orfanelle....

Avvicinandosi riconosce una antica amicizia.

Oh, ma scusi, noi ci conosciamo. Ah, chi l'avrebbe detto dopo tanti anni? Lei, lei è la signora Teresita....

TERESITA

fingendo di cader dalle nuvole.

E lei è il signor Nicolò.... Guarda che combinazione! ma si è fatto così grasso....

NICOLÒ

ridendo con un po' di confusione.

Credevo che volesse dire: così vecchio!

TERESITA

amabile.

Si è viaggiato insieme sulla strada della vita. Guarda che combinazione!

NICOLÒ.

Guarda che combinazione!

Segue un brevissimo imbarazzo d'ambo le parti.

Io credevo che la zia fosse una signora in età, colla cuffia.

TERESITA.

La cuffia verrà... è in viaggio. Ma prego si accomodi, signor Nicolò....

Indica la sedia e siede lei per la prima.

NICOLÒ

ripetendo materialmente.

Guarda che combinazione....

Prende la sedia, vi si appoggia, ma non vi siede.

Ma da quanto tempo non ci vediamo più?

TERESITA.

Oh è un gran pezzo! A che cosa devo attribuire l'onore della sua visita?

NICOLÒ

giocando colla sedia che fa girare sotto la mano.

Mia sorella Giacomina mi ha detto: Va a Incirano, cerca della zia delle sorelle Bellini ed esponi il tuo caso.

TERESITA.

E qual è il suo caso?

NICOLÒ.

Il mio è un caso, dirò così, di coscienza: ma ora non so se devo parlarne.

TERESITA.

Perchè non deve parlarne?

NICOLÒ

facendo girare più forte la sedia sotto la mano.

Perchè... io...

dà in una risata allegra

perchè io credevo che la zia fosse una cuffia....

TERESITA

ride anch'essa mentre sì abbandona nella poltrona.

Dunque è alla cuffia che lei desidera parlare.

NICOLÒ.

No, stia buona, ora le dirò il mìo caso. Ma è certo che, se avessi potuto immaginare di trovar qui lei al posto della... cuffia...

ride

non sarei venuto.

TERESITA

un po' offesa.

Non merito dunque la sua confidenza?

NICOLÒ.

Lei merita tutto, ma il mio caso è di quelli che hanno bisogno di molta indulgenza.

TERESITA.

Ma sieda....

NICOLÒ

mettendosi a sedere sull'angolo della sedia.

Intanto mi dica: come si trova qui a far da madre a queste due bambine?

TERESITA.

Una serie di dolorose circostanze.... Oh sapesse quante disgrazie! Morti i parenti di queste due povere figliuole, ho pensato ch'io potevo essere utile in questa casa.

NICOLÒ

esitando.

Ma scusi. Lei non aveva sposato quel marchese?

TERESITA

molto riservata.

Sì.

NICOLÒ

C. S.

E.... suo marito?

TERESITA.

È morto.

NICOLÒ

con una certa sorpresa.

Ah! è morto anche lui....

TERESITA.

In duello a Parigi.

NICOLÒ.

In duello a Parigi.... Guarda, guarda.

TERESITA

dopo un breve pensiero.

Ma non parliamo dei morti. Quel che è passato, è passato.

NICOLÒ

astratto in una sua idea.

O bello, o bello...

TERESITA.

Che cosa?

NICOLÒ

si corregge, si fa serio, si alza.

Mi rincresce di aver risvegliato delle dolorose memorie. Mi scusi....

in atto di congedarsi

mi perdoni....

TERESITA

restando seduta.

Ma che cosa fa? lei non mi ha ancora detto lo scopo della sua visita.

NICOLÒ.

È vero, ma io non so nemmeno se la mia visita abbia uno scopo. Giacoraina doveva avvertirmi di queste circostanze.

TERESITA

con tono quasi materno.

Bene, si accomodi. Giacomina mi ha scritto tutto. Lei e venuto a Incirano per uno scopo molto lodevole e molto onesto. Vuol prender moglie.

NICOLÒ

affettando una certa sicurezza.

Sì, voglio prender moglie.

TERESITA

ridendo con gaiezza simpatica.

O bello, o bello...

NICOLÒ

un po' mortificato.

Che cosa c'è di bello?

TERESITA.

Bello che il signor Nicolò voglia finalmente prender moglie.

ride.

NICOLÒ

serio.

Non rida o mi scoraggia.

TERESITA.

Ci ha pensato un pezzo il signor Nicolò.

NICOLÒ

in tono di rimprovero.

E di chi la colpa?

TERESITA.

Di chi?

NICOLÒ.

Ah Teresita! non si dovrebbero ricordare certe cose....

picchia nervosamente il bastoncino sul cappello.

TERESITA

gravemente.

Proprio!

NICOLÒ.

E tanto meno si dovrebbe ridere.

TERESITA

sospirando.

Si ride quando si è finito di piangere.

NICOLÒ

con una punta d'ironia.

Beata lei che ha finito! Le donne son così facili a dimenticare....

TERESITA.

Si dimentica... per non odiare.

NICOLÒ.

Io non ho meritato il suo odio.

Con un leggero tono di sarcasmo.

A ogni modo la donna che sposava il marchese di San Luca deve aver trovato nel fasto del suo blasone qualche conforto a' suoi dolori.

TERESITA

offesa.

Nicolò, non dite queste parole che offendono una donna che fu già troppo infelice nella sua vita. Voi sapete come sono andate le cose. Il mio matrimonio fu per me una di quelle necessità che il solo cuore d'una donna sa comprendere e sa compatire. Voi sapete che mio padre era un uomo rovinato, che sulla nostra casa stava il disonore e il fallimento, che soltanto un matrimonio di convenienza poteva salvare una vecchia esistenza dalla disperazione. Allora voi eravate un giovine ufficiale senza fortuna, nell'impossibilità di mettere una casa. Poi venne la guerra e voi partiste per il campo....

NICOLÒ

con amarezza.

E quando tornai dai pericoli della guerra, seppi che Teresita Morando era diventata la marchesa di San Luca.

TERESITA

con un moto di ribellione.

Già, e non pensaste nemmeno ch'io avessi potuto fare quel passo per un sentimento di abnegazione e di dovere. Voi pensaste solamente e semplicemente che Teresita Morando, ragazza vana, leggera, smaniosa di brillare, inebriata all'idea di portare una corona sul suo biglietto di visita, avesse dimenticato volontieri il povero tenente per darsi nelle braccia di un vecchio nobile... sciupato dai piaceri. Questo solo voi avete pensato: e non sareste stato un uomo se aveste pensato altrimenti. L'egoista non è obbligato a compatire e meno a comprendere... e tanto meno a perdonare.

NICOLÒ

si alza, resta un istante come combattuto, e mormora:

Se sapeste invece quanto ha sofferto questo egoista!

TERESITA

alzandosi anch'essa.

E quest'ambiziosa oh! non ha forse sofferto! no. Rapita dai bagliori de' suoi diamanti questa vittima incoronata non ha versata mai una lagrima.... Nei tre anni del suo matrimonio con quell'infelice _boulevardier_ essa passò di trionfo in trionfo... invidiata da tutte le miserabili che non hanno una corona sulla carrozza... e un supplizio nel cuore.

Abbandonandosi alla sua passione.

Voi non vi siete più occupato di me; ma per qualche motivo avete stentato a riconoscermi. Voi avete trovato facilmente dei dolci compensi...

Arrestata improvvisamente da una specie di rimorso, cangia tono, e con affettata naturalezza ripiglia.

Ma di che cosa si parla? oh buon Dio! questo non è lo scopo della vostra visita. A che pro' disseppellire cose morte e finite? Sediamo: animo, sedetevi.... Veniamo all'argomento.

Come smarrita.

Giacomina mi ha scritto.... Che cosa mi ha scritto la buona amica? che voi volete accasarvi, che è tempo anche per voi di mettere giudizio. È giusto. Sa che le povere mie nipoti son buone e brave ragazze e anch'io sarei contenta di vederle collocate. Ma sedetevi dunque, parlate.

NICOLÒ

con espressione patetica.

No, no, non ho più nulla a dire. Scusate, Teresita, io non son più degno di accostarmi a una donna....

Si ritira qualche passo per andar via.

TERESITA.

Non andate in collera per quello che vi ho detto. Vi domando scusa se vi ho offeso. Sedetevi, ragioniamo. Accettate almeno un bicchierino di vermouth....

Toglie da uno stipo una bottiglia di cristallo e offre un bicchierino a Nicolò.

NICOLÒ

sforzandosi a rifiutare.

No, no, lasciatemi andare. Non merito più nulla. La mia vita è finita da un pezzo.

TERESITA.

Devo proprio mettermi una vecchia cuffia in testa per persuadervi a ragionare?

Nicolò accetta il bicchierino.

Se vi ho offeso perdonatemi. Voi avete per errore messa una punta di ferro sopra una cicatrice e io ho gridato di dolore. Ma ora è passato. Qua....

Lo fa sedere e siede anche lei.

Posso aiutarvi, voglio consigliarvi, perchè in fondo ho molta stima di voi.

NICOLÒ.

Io invece non ho nessuna stima di me. Io ho sempre creduto che non valesse la pena di voler bene a una donna. Ho atrocemente sofferto, ma non per pietà della vittima inghirlandata. Ho sofferto solamente per il mio orgoglio ferito. Avete detto bene poco fa. Il mio nome è Egoista. Quando un uomo non è capace di comprendere, di compatire, di perdonare, non merita più che una donna gli voglia bene....

Volta via la faccia alquanto commosso, tracanna d'un fiato il bicchierino, va a collocarlo sullo stipo, e si prepara a congedarsi.

TERESITA

si alza, un po' soprapensiero.

