Part 5
Son le vostre Anime antiche già passate a stormi, Lavoratori della terra, stanchi Di seminare il pan duro nel duro Seno della natura. Or che disciolta È la prigion del corpo e giace in polve La struttura dell'ossa entro il recinto, Che biancheggia laggiù dietro i cipressi, Al morire del dì tornati le voglie Dei buoni spirti a folleggiar tra i solchi, E guizzando ti toccano, o vibrante Anima mia. Mi parlano e rispondo Un pensiero che sdegna il rauco suono Della parola e non sarà mai scritto. Che se per vago error non sbaglia il senso Arcano che mi fa non istraniera Questa tristezza, anch'io fui già del volgo Forse altra volta o cadde alcun dei miei Ne' rotti solchi. O forse in una sola Anima ondeggia il mar delle tristezze E in me percote, mormorando, il flutto D'antichissimi pianti....
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Ancor non era Nata in quei giorni, o verde Chiaravalle, Nel dolente pensier d'un cenobita Quest'abbazia, che in mezzo ai prati erompe Gotica mole e par fatto di pietra Malinconico sogno.
O Chiaravalle, Quante migrar dalle tue chiostre al cielo Consolate colombe e quante ancora Vorrian fermar nelle tue nicchie brune Una pace che fugge! A stento il nido Nelle rovine tue nasconde il picchio, A cui lacera il cor spesso il rimbombo Del cacciator malvagio; e l'ombre stesse Del padri incappucciati (s'egli è vero Che si adunino a notte in mezzo al coro, Quando la luna luccica inquieta A turbare il gran sonno degli avelli) L'ombre dei padri esterefatte balzano Al reo fischiar della macchina nera, Che solca l'orto del convento e versa Bave di foco ed aliti d'inferno Sulla mesta Certosa. O Chiaravalle, Alle tue mura già scende l'insulto Della vita che rugge e che trascina Gli stridenti bisogni. Indarno all'urto Potran dei vivi reggere le antiche Mal sorrette dai santi absidi tue All'incalzar del tempo. Alla cresciuta Prole d'Adamo è scarsa aiola il mondo, Sì che ogni valle ne trabocca e ingombra È d'ogni solitudine l'asilo.
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Questi pochi che ancor restano a noi Viottoli deserti assai più cari Ci sian, fratelli, e per le ombrose vôlte Andiam recando i desideri e i sogni Cari agli dei, che il grosso volgo ignora.
IL CANTO DELL'ULIVO
_Battaglia di Abba Carima_
Il tuo bel giovinetto Aldo partìa Per la terra dei mali un dì d'aprile, Mentre di rose rubiconde e bianche Fiorìa tutto il giardin: e ancor fiorisce Maggio che lui già d'Africa il deserto Preme sepolto... e non avea vent'anni, Povera madre!--il tremolante bacio Tu non sentisti allor che sull'arcione Ei balzò vigoroso e via si tolse Dalla soglia paterna e dagli sguardi Delle pallide amiche. Oh almen se morta Fossi e discesa innanzi a lui, tu prima Ad aspettarlo sull'oscuro ingresso, Ombra ridente, non vedrei te folle Nella vedova casa andar vagando Senza pianto a cercar, ombra mai viva, L'orme sanguigne del tuo figlio ucciso. Mai non si sazia l'egra fantasia Che si specchia nel reo sogno (se un sogno La reità può vincere del vero) A rinnovar le non mai viste scene Di dolor, di terror, di scempio atroce. Quando dall'ambe quando dagli acuti Inesplorati sassi, ove s'infranse Non la menzogna, ma d'Italia il cuore, Fur visti uscir neri nugoli densi Di vive fiere umane e scender quasi Torrenti nel fragor cupo dell'armi A travolger le candide coorti, Il segreto a cercar della fiorente Lor giovinezza coll'immondo ferro.
A quest'assalto d'indomati affanni Arde la fronte. Una vampa ti assale, Misera donna, qual di sabbie aduste Pregne di sangue. Nell'odor del sangue Balzi la notte esterefatta e scalza Discendi a supplicar qualche rugiada Dal ciel che brilla immobile sul capo.
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Pace, fratelli, alle materne angoscie Pace preghiamo! e se la pace è tolta Alle torbide voglie, alti dal cielo Preghiamo i sonni all'umido guanciale, Fin che sugli occhi placido discenda Come lento crepuscolo l'oblio.
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Ecco dorme la madre: e per incanto Dagli assopiti sensi ecco fiorire Una verde vision di spessi ulivi, Tra cui sen viene in veste più che neve, Reggendo il tronco d'una spada infranta, Il suo bel giovinetto Aldo, più bello Dell'Arcangelo in viso e più raggiante.
"Da una terra di sogni, ove non giunge "Che il sospir delle madri, a te ritorno, "Madre--egli dice.--Ivi l'eterno ulivo "Della pace frondeggia e a te un germoglio "Ne reco intesto a una stillante lama "Prendi, mia cara, e nella sacra terra "De' padri miei la morbida radice "Spargi ed il pianto delle oneste donne "Le sia ruscello. A seminar l'ulivo "Ti porgo il ferro della fredda lama, "Che penetrò quest'ossa e vi si ruppe. "Ove del bianco ramo esce in tenera "Ombra, rinasce il suon delle canzoni, "Danzano i cuori, il negro sen la terra "Schiude al tesoro del crescente pane, "Ritorna il lento faticoso ardire "Del ben oprare, che il furor di pochi "Sgomina spesso e il vaniloquio assorda: "Dell'umano alvear vola il ronzio "Lieto, frequente, a sparger la dolcezza "Che il sacro fiore della vita emana. "Olio stilla il bel ramo e il lume scende "Dalle lampade ai libri, ai miti altari, "Alle nebbie dei secoli. Di questo "Amabile arboscel sparsa la via "Fu di Cristo quel dì che al mondo sparse "La nuova legge, ah non compiuta, e invano "Scritta nel libro, o sacerdoti, e in oro "Scolpita invan nelle marmoree imposte, "Se vivente non sia legge dei cuori. "A voi madri, a voi spose, a voi sorelle, "Serbato è il seminar questa di pace "Viva radice all'ombra dell'amore, "Che per voi crescerà grande coi rami "Sopra le case e le dormenti culle; "Ma non si posi il sacrosanto bacio "Della donna sull'orma empia del sangue, "Nè il dolce amplesso la fatica onori "Di chi sogna lo strazio empio dei corpi "E il fluttuar del sangue e le nequizie "Oscure della Morte.
"Noi per sempre "Caduti il lacrimar poco ristora, "Ma ne ravviva il pio pensier dei vivi, "Se dal nostro morir tranno argomento "Di futura giustizia. Anche la morte "È un proceder avanti, è un mite sogno "Che rispecchia gli eventi ancor non nati, "Se dalle tombe sanno estrarre i vivi "L'idea sepolta e dispiegarla al sole."
EVOCAZIONI
I.
Chi togliere mi può questa possanza Ch'eccita il core delle morte cose? Se un dio si agita in me, ben alla forza Che schiaccia il mondo io mi ribello e balzo Sopra il dolor e là dove trascorsa È poc'anzi la Sfinge scolorita Figlia di morte col massiccio carro, Del mio pensier (io magico poeta) Suscito i fiori e a nuove danze incito Le figlie del mio sogno. Inutilmente Tenta intralciarmi di sua spine il passo L'orrida selva, oppur di sue tristezze Accumulate mi fa cerchio e muro L'ora che passa. Il mio poter s'innalza Incontro al fato e dalla morte chiamo Fonte viva d'immagini viventi. A lor io mi accompagno e vo superbo Del mio corteo, qual simile non ebbe Il gaio re della leggenda Arturo E nessun dei dipinti Saladini, Che di Georgia trassero e di Samo Le più candide spose. Io son tal sire Nell'ampio regno del pensier, che tutte Meco trascino le letizie e i giochi Che infiorano le culle. Io d'ogni bionda Pargoletta che ride esser presumo Fratello e d'ogni bimbo ingenuo amico. Chi può vietar che al core del poeta Scenda la voce e l'innocente invito Dei fanciulli che chiamano? e chi vuole Un amplesso intralciar d'anime amanti?
II
So che beato estimasi tra i pochi Chi stringe nella man la chiave d'oro, Ch'apre gli scrigni del pensiero e svela Il tesor degli affetti e le riposte Gemme della sapienza.
Anche beato Chi può del libro rompere i suggelli Che di Natura l'ultime contiene Immobili ragioni e chi alla fonte Può ber della Virtù, dove di quercia Incoronata sta la veneranda Esperienza, che le sempre eguali Leggi ritrae con giusta mano e fila.
Ma più beato chi del cor dirige I dolci incanti a suscitar le larve Delle remote o spente illusioni, A richiamare i tramontati giorni Nella veste raggiante e sa dei morti Baci evocar le timide fragranze, Come allor che la vita altro non era Che un fior di più nel semplice giardino Di giovinezza. Al rifiorir di queste Essicate memorie, io non so come, Sento che tutta l'anima s'inebria Di savia gioia e sembra che il ricordo, Ombra del ver, scenda del ver più bello.
Io la serbo nel cor questa parola Ch'apre le fonti alla dolcezza e chiama Tutti gli erranti spiriti che vanno Per la luce e per l'ombra. Ecco, s'io dico Il sacro motto, a me tornan le belle Donne che alla tristezza di Natura Intessero un sorriso e tutte passano A me davanti colla man gittando In mezzo a molti fior frasche d'ulivo: E passan le gentili a te facendo Molle la strada, per la qual tu scendi Estrema, nel dolor cinta, ma in pace Tra le modeste ancelle dell'amore.
Chi trattener vi può nella leggiera Procession che sfila sotto l'arco Ch'io v'innalzo, o divine visioni? E qual nembo è sì forte che vi possa Sgominar nel pensier che vi rimena In terra? Ancor se il mio voler indugia A ripeter l'incanto, ecco ch'io traggo A me vassalli quanti cavalieri Portar la grazia del valor dipinta Nei bianchi scudi e furono di dame Pallide grazioso patimento: E par che al lor trascorrere risuoni Il rumor del torneo misto ai singhiozzi Delle mandole. E voi dal tempo chiamo E voi governo, ombre sepolte all'ombra Dei vecchi monasteri, illividite Nei passeggiati marmi, invan da mille Anni consunti nelle cripte e spenta Fin nella mente degli scribi illustri, Che di vostr'ombra pascono la scarna Gloria che li fa vivi. E vanno i canti Per l'alte ogive e fremon le dipinte Finestre al pio riverbero che emanano I dischiusi sepolcri. A cento a cento Escono le devote anime bianche Delle mistiche spose a cui fu sposo, Il morto in croce e talamo l'avello.
* * *
È questa la virtù, madre, che spesso Mi mena a favellar presso la sponda Del tuo riposo all'ombra d'una tenera Edera affettuosa che ti abbraccia Per amor mio. Colà dove ti è dato Dal ciel per premio di sognar te stessa Nel silenzio campestre, odo la nota Voce che parla. Nel morir del sole Vedo l'immagin tua venir tra l'erbe Folte nel mezzo alla fiammante festa Dei fior di prato, onesta apparizione Più vicina al mio cor che mai non fosti, Come ogni cosa che dal cor germoglia.
"Il dolce immaginar caro ti sia-- --Sento che dici--più che il vero e il fasto Dei chiassosi trionfi. A te sia bello Richiamar quel che fugge e far coi fiori Del tuo pensier ghirlande a' figli tuoi. Altri dai vivi a mendicar si affanni La carità del vivere, o se piace, Un lumicin di fatua gloria errante Entro le stoppie. A te sia pane e luce Il santo giusto che per sè risplende: Nè ti spiaccia seder spesso coi morti Pensoso ad ascoltar quel che la terra Racconta al ciel, a cogliere virgulti Molli di pianto, a riempir le mani Di speranze a chi va senza conforto Per le strade del mondo.
Alcun t'invidi Nella vecchiezza tua, quando d'intorno Rifiorirà la selva delle belle Cose pensate e nel varcar la soglia Ti verrà dietro l'ultima speranza.
LE ORE DELLA VITA
Disciolto il vago sogno, esco pei campi sotto la neve e nella nebbia occulti, quasi occulto a me stesso o a me sol noto quanto basta per dir: son un che piango, Per il nudo deserto in ordin mesto mi seguono, lasciando dietro un solco di tristezza nel pian candido, i morti pensieri della vita e quei che all'alba del primo gioco giovanil sereni nunzi di glorie e fantasie di pace all'innocente cor disser le prime insidie e quelli che al maturo senso schiusero il mito delle eterne cose. E seguon lagrimando, angeli vinti nella breve battaglia intorno al vinto lor signore, le rotte ali strisciando alle ruvide spine. Escono al pianto nostro dalla socchiusa urna del Tempo l'Ore cadute, che passar nel regno della mia vita luminose o brune, e ognuna a ricordar alza la voce quel che già fummo.
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"Io son--una ricorda-- l'ora del Sogno. Io son quella che i casti giorni dipinse e suggerì le rime preludiando all'amor. Se ti rimembri, molto ti piacqui in sul fiorir degli anni, allor che mi traevi ramingando per vie solinghe a ricamar la trama de' reconditi boschi o di solinga tomba a baciar le squallide viole. Nella vergine veste a te le immagini spesso recai, che ti facean dal forte sonno balzar ed allungar la mano a rosei lembi ed a fuggenti chiome.
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"Son io--mi dice una seguente voce-- l'ali fremente dell'amor son io, Ora che mai si oblia, quella che prima raccolsi sul bocciuol d'un rugiadoso labbro il singhiozzo d'un soave affanno, soave ancora a ricordar. La bella mal renitente a te sporse la bocca molle d'ogni dolcezza, onde fu a lungo inebriata poi, lieta di canti, l'aurora del tuo maggio e a lei men triste degli anni brevi il pallido tramonto.
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"Io te guidai per la superba via e forte in man ti equilibrai la spada della Giustizia--un'altra erra dicendo in ton più grave.--Del voler ti cinsi i fianchi il dì della battaglia e l'ira t'armai di solitudine sdegnosa contro il volgo dei mali. Io nelle gare de' vili il core ti sostenni e stetti fiera in disparte a ritemprar la forza dei sacri sdegni. In altro scudo io penso non brami d'esser collocato il giorno che, nudo in terra, ma la fronte al cielo cadrai.
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"Deh, non fuggir quel che ti attrista Io, io del tuo Dolor l'Ora più fiera col mio singhiozzo non dovrei nell'ombra rinnovellare i gemiti e gli auguri... (così se stessa una dolente accusa). Al cor molle di gioie e di speranze io stesi il dito acuto e tanto il tenni fin che quasi lo spensi. Amor e fede ne strappai spaventosa e al suol, non morto, ma sanguinante ti lasciai nel sangue della tua vita alla pietà dei buoni umil bersaglio. Ma del ben ti schiusi l'intime fonti e nel tuo pianto immersa i lenti moti dirizzai de' sensi a seguir della logora mestizia i passi tra i bisogni aspri de' miseri, chè scuola è il nostro mal ai mali altrui. Io non già t'insegnai l'orride piaghe a denudar del volgo e a far d'un cencio alta bandiera all'irritante musa, ma dal palagio all'umil tana a dito mostrai qual sia del vivere lo stento e il signorile affanno.
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"Ed io, mi guarda, amico, io son la mite Ora che prega, che teco inginocchiata, ove il materno occhio vegliava, il tenero sospiro della Fede sorella al sen raccolsi. Andar senza di me, forte non lieto, sciogliesti poi, nume a te stesso. E ancora sulla soglia ti aspetto ove negletta mi lasciasti, se mai d'una cocente stilla di sangue ti lacrimi il cuore, o se disperazion dai desolati cieli più nera piova. Invan tu speri dimenticarmi. A chi bevve profonda la mia dolcezza in sul mattin, più lunga di me nel vespro tornerà la sete.
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"Volgiti lieto al mio chiamar. All'opra sempre desta tu vedi in me la pronta Ora del tuo Lavor, madre a robuste speranze, quella che ai cresciuti danni porsi il ristoro dei raccolti frutti, che all'ombra edificai d'una sicura coscienza del tuo vivere la casa. Sai come al martellar forte e frequente si scosse il tuo vigor: dalle riposte fantasie scaturì qualche non rozzo simulacro e l'idea venne all'incude del sonante lavor docile ancella.
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"Ed io son l'Ora del Dover--(sommessa parla un'ultima voce)--umile vissi nella tua vita e taciturna; scarse lodi raccolsi; di ragion ministra me di me stessa mi contento e pago".
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Questo dell'Ore che fuggir il grido tra il doloroso e il lieto, a cui tra il lieto risposi e il doloroso:--O mie fedeli, o del mio viver sacre e benedette sorelle, il ricordar dite che giova? voi ben sapete come voli il tempo e in picciol spazio irrigidisca il labbro delle parlanti cose. In aria un segno di voi, di me non resterà più vivo di quanto lasci nel volar la nera rondinella che passa. Ove il più bello ci venga tolto e in particelle, in polve volga di noi la più divina parte, qual gioia il dir: noi fummo? e quale il vanto d'aver coi mali avuta inutil guerra? ogni cosa vien meno e tutto oscura un'estrema d'Oblìo ora che tace sopra gli stessi mali eternamente.
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"Non vano esser vissuti!--a me col pieno coro rispondon le vaganti amiche-- non vano, ove in gentil opra di bene si perpetui l'affanno. Anche se sciolta e sparsa al vento è la dolente polve, erra come di fior morto il profumo nella stanza dei vivi. A un Nume è sacro, non a sè quell'incenso che dall'ara sale continuo nella oscura cella, nè inutil scende la rugiada all'erbe che poi dissipa il sol. Non a sè stessa edifica la pietra. Al tempio giova non men l'ignoto che sepolto giace coccio sotto le basi e il crisolito ardente che prostrato il volgo adora. Ogni Ora nasce quando è il tempo e ognuna scende dell'infinito Essere in grembo di sua ragione coronata in fronte in una tenue, che all'orecchio sfugge del querulo mortal, vasta armonia. Nulla è vano, fratel. Non la stanchezza che mosse della terra i lenti semi, non il pianto che largo li feconda, non la morte che scioglie e riconduce il mister della vita. Alza la speme, chè a chi vien dietro non è vano il solco di chi prima passò. Migrano a sciami associati gli spiriti, siccome scendon nel freddo tempo in lunga riga gli stornelli a portar salva in più caldo lido del caro stuolo la speranza. Non ognuno per sè, ma ognun sorregge della stirpe il destin colla brav'ala non mai stanca, che tremola all'invito degli spazi del ciel ampi e del mare".
FUNERALE BIANCO
IN MORTE DI IDA DONATI
_luglio 1895._
Giovani amici e giovinette in pianto Precedono il trionfo della Morta Per l'ampie strade. Il ciel ride giulivo, Mentre lenta si avanza la coorte Dal dolor disarmata, a cui la rigida Non conosciuta man ha tolto il vivo Fiore d'una speranza. Erra il profumo Per l'aria delle mille rose bianche, Che per amor di lei voller morire Sulla pallida testa. Il popol scarso Che stette all'ombra delle case in questo Giorno chiaro di festa, al venir lento Guarda del carro, e guarda i fiori e i bianchi Visi delle compagne e--_Addio, mia cara...._ Dice ciascuno in cor, chè ognun ritiene Sua figlia ogni fanciulla che si avvia Al camposanto. In ogni giovinetta Vita che muore ognun sente morire Sè stesso, o almen di sè la più ridente Memoria e coll'ignota si accompagna Bara che passa quasi lagrimando. Una spenta dolcezza.
A questo incanto Giova il saper che bella era e gentile La verginella ora caduta in grembo Alle funebri rose e giova il dire; "Questa che passa avea libata appena La gioia che fa bello ogni sorriso E soave ogni lagrima. Non una Ora bruna volò di triste augurio Intorno al capo giovanil che dorme Senza rughe e senz'ombre. Inesplorato Enigma a lei fu della vita il senso E amor (l'antico tempestoso affanno) Non fu per lei che un sogno mattutino. Col suo pensier il suo bel corpo passa Come puro alabastro al culto eterno Di purissimi spiriti. Non cadde Per forza, no, di vento o di tempesta, Ma come si disfiora un ramoscello Nel chiaro specchio d'un ruscello vivo, Sì che la vita sua continua e scende Di core in core in una fresca idea Di giovinezza".
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A quante più leggiadre Candide fantasie passan nei sogni Dei poeti gentili il nome presta E le sembianze un'innocente morta, Che poi ritorna rivestita e ardente Di gloria a noi. Così non cadde il sogno Amoroso di Dante nel trionfo Di Beatrice morta e va soave Nel triste verso il nome di Nerina: Così per voi tra i vivi si perpetua Il culto della Grazia, o a noi rapite Ancor ridenti nell'esiguo fato Di pochi aprili!
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Alcun che a notte muta Si smarrì tra gli avelli, ove più folti Erano i gigli nelle nivee tombe, Sentì voci tornar come di canto Dolcissimo e fuggir vide una luce Palpitante nel sasso, in cui rifulge Il nome delle belle adormentate Nel silenzioso oblio.--"Noi siam le vostre Sopite illusioni ma non spente-- --Dicevano le voci--e nei scolpiti Nomi fermiamo l'ideal che fugge. Noi la bellezza siam che mai non ebbe Dal tempo insulto o da infedeli amanti, Noi siam la vostra giovinezza immota, O padri stanchi e declinanti, e il vostro Giovine core a custodir siam morte: Per voi serbiamo in ogni tempo un fiore Di bel ricordo e allo scoccar dell'ora Ultima, allor che la speranza cade, Da questi tabernacoli di marmo Angeli vostri usciamo luminose Di nostra luce a rischiarare a voi La tenebrosa via, per cui sì triste È l'andar soli e l'arrivare ignoti".
LAGRIME
Dopo la morte della figlia Cesarina.
IL TRISTE RITORNO
Caro è fuggir la stanca afa d'agosto Per voi cercar, e quete ombre dei faggi, Scossi e ridenti al tremolo Rezzo che manda a voi l'umida valle.
Caro volger le spalle Al fragor della gente e al vasto tedio Che il piano ammorba per trovar voi, care Ombre nere dei pini, sulla via.
Lasciato indietro il mare Delle cure in tempesta, ecco qui snodasi Dietro il clivo la pace e vien innanzi Sparso di suoni un bel pascolo verde.
Il sentierol si perde Tra le roccie lassù, lambendo il margine Della chiesetta, albergo alto ed aperto Alle rondini pie. S'incurva al basso
Dove coll'acque si trastullan l'anatre Un ponticel co' pie' tra sasso e sasso: Ivi il molino innalza Tra verdi spruzzi ed urti il soffio ansante.
Or non fa l'anno ed io salìa la balza Di questi monti e meco era una tenera Fanciulletta cantante.... Or sola è l'ombra mia lungo la via.
Voi ridete del vostro verde eguale, O prati, o boschi, e sotto all'arco provano L'ali le spesse rondini al ritorno, Che già le chiama il mare.
Rota e ripete la sua nota il rauco Operoso molin tra l'acque chiare, Che nuovo pane a nuovi figli appresta. Io sol vo stanco e solo
Cercando invan la mia canzon. In questa Foggia il ritorno è un picciolo morire. O voi, ombre, prendetemi Dei cipressi davanti al muricciolo.
* * *
Era cara con lei questa segreta Stradella, che nei campi umile gira, La mattina di maggio e nella queta Ora che il vespro tra gli alberi spira.
Nella mestizia mia correa giuliva La sua parola come un'acqua chiara Tra lenti sassi garrula si avviva.
Della tristezza dissipato il fosco Velo, sentivo nella voce cara Rider le cose, gorgheggiare il bosco.
Ancor tra i campi cerco la segreta Ombra là dove il mio dolor mi attira: Ma tace il torrentel, chiusa è la meta, E un gran tramonto nell'anima spira
* * *