# Vecchie cadenze e nuove

## Part 4

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Dei nostri pargoli Nel bel candore Stampiam la vergine Fede coi teneri Baci.--L'amore Stampiam nell'anima.

_Coro_ Stampiam l'amore.

A VICTOR HUGO

SALMO

_Anno 1885_

Tu muori, o te felice, ultimo vate, A cui sorrise eterna giovinetta La gloria, a cui sorride oggi la morte.

Bello è il morir ove chi passa incontri Già festeggianti sull'aperta via Le create speranze pellegrine.

Ahi tristo se allo spegnersi del sole Non si ralluma una segreta lampa Nella cella del cor! Piomba la creta

Negli abissi dell'umida spelonca Ove regna la morte e si dissolve Anche l'amore al crepitar dell'ossa.

A Te i campi si schiudon della luce, A Te l'azzurro padiglion del cielo, E il fluttuante mar dell'infinito.

Dalla soglia del mondo anche dipartono Teco i fantasmi del tuo santo core: E come nebbia in un baglior di sole

Volano teco ove in lor patria stanno I sogni e stanno l'anime fanciulle Delle belle fanciulle e degli eroi.

Ecco vengon dai gotici segreti Di_ Nostra Donna_ le vaganti istorie, Teco vengon le mitiche leggende

Cozzanti nel rumor aspro dell'armi E i regi e le fortune alte di Francia E il pianto e il core dell'afflitto Reno.

A Te vengono incontro in un sereno Nembo di fiori e di farfalle i bimbi Come a padre gentil--Salve--gridando,

--Candido vecchio, o coronato araldo Della pace, o signor del dolce canto, Che porti in ciel la voce della terra.

--Noi siamo i sogni, le speranze, gli astri, Che tu chiamavi coi notturni inviti, O poeta, noi siamo gl'Ideali.

--Noi, se ci prega un pio col mesto canto, Scendiam nei solchi arsi dal sol e siamo Ai solchi la rugiada mattutina.

--Noi scendiamo alla culla ove sospira L'orfanello ed entriam larve ridenti Nella rete dei suoi teneri sonni.

--Obbedienti al delicato incanto Delle tue dita scorrerem di fiori A seminar la terra, e di sorrisi,

--Finchè ritornerà sopra i gradini Del tempo l'armonia della tua cetra Finchè un sospir mandi dal cor Natura--

O vivi, o gente altera ed infeconda, Più amor non freme nell'umana selva? Ahi, la voce di Lui spinta dal vento

Come una voce d'organo si perde Nei silenzi del ciel!--Col suo poeta Muore un raggio di Dio sopra la terra.

ALL'ITALIA

Madre ritorna, Italia, Madre de' figli tuoi, Lascia l'amor de' fatui Ed adiposi eroi, Che di lor ciancie assordano I monti, i lidi, i piani: Dai baci onde son viscide Asciugati le mani.

Non più rugosa suocera Di trapassati tempi Vantar ti senta i palpiti E gli ammuffiti esempi; Ma d'una gente libera Che i campi suoi lavora, In guarnellin più semplice, Ringiovanita nuora,

Ti vegga al sole, all'aria Nude le spalle e bruna Tra messi d'oro e pampini Coglier la tua fortuna. Così forse pel Tevere Di sangue ancor non rea Venne l'antica Ausonia Ad incontrar Enea.

Il vecchio elmo di Scipio, Che ti stracciò la chioma, Lascia alla morta polvere Dell'infeconda Roma. Sorgi, fanciulla, al tenero Sospir d'un nuovo amore Di nuove nozze a tessere La veste tricolore.

Stesa la mano al vomero, Cinta di fiori e spiche, L'opere tue vendemmia Sulle memorie antiche: Forte dall'urne esauste Di mutola rovina Il risonante spirito Aliti la fucina.

Se della lenta gondola Già il dondolar ti piacque, Dal lido a lidi incogniti Ti chiama il ciel dell'acque Novellamente a stendere Le forti reti d'oro, Che ad asciugar Venezia Appese al Bucintoro.

Più che del flauto il morbido Suon della luna ai rai, Ti sia dolce la musica De' striduli telai, Sì che procace e cariche D'oro le mani, il rude Vicin non torni a ridere Di tue bellezze ignude;

Nè de' tuoi cenci, o misera, Schifi il tesoro immondo, Che il freddo aspro sparpaglia Per l'ampie vie del mondo: Nè più muoia di lagrime Sommersa la parola, Che lieta nasce a Portici Canzone o barcarola.

Ch'io vegga, ove la querula Rana la morte insulta, Uscir dai rovi indomiti Della maremma inculta Al tocco della giovane Tua man gli aranci in fiore... Oh chi mi vieta un agile Sogno, un sospir d'amore?

Voi no, nell'armi attoniti Irruginiti eroi, Voi no, rochi di fatue Ciancie... Chi parla a voi? Ai baldi, ai forti, ai vergini Cuori distende il canto Oggi il poeta e mormora Un requie al camposanto.

ODE A VERDI

_Febbraio 1887_.

Se ricordi, il luogo è questo Dove un giorno al suon di spade Saltellanti per le strade, E fra pali insanguinati, Dei Crociati Intonasti il pio lamento, Che le cento Dell'Italia torri scosse, Ed i morti sobbalzare Fece all'orlo delle fosse.

Era pien di gridi il vento, Pieno il mare: E venìa per le lontane Terre il suon delle campane Calde ancor della battaglia. O momento! Il cader delle tue note Era maglio che percote, Era incendio entro la paglia.

Morta è l'aria. Più non viene De' tuoi numeri prigione Mista al suon delle catene D'Israello la canzone. Tace il monte e tace Scilla Che balzò, divino Araldo, Del tuo Vespero alla squilla. Chiuso è il cielo. Sui gradini Dell'altar spenta è la face Dell'Idea Che agli italici destini Nel crepuscolo splendea. Nella cenere dei morti Vedi i gelidi risorti Ricercar, se sopravanza, Una brace Per accender la speranza.

"Dare, avere--avere e dare" Ecco l'inno che borbotta Or la gente al santo Affare Curva e ghiotta Sul messale a conteggiare; A noi figli di mercanti Bella musica è il tintinno Del marengo quando rotola Nella ciotola.

"Dare, avere--avere e dare" Questo è il santo intercalare, Questo è l'inno, Che prostrato gracchia il coro Fra gl'incensi al vitel d'oro.

Già nel tempio, ove solea Sparger fiori ed ire sante La bell'arte, una platea Fescennina adora inchina L'Elefante. Cerco invan pudor di gota Ove ignuda salta e strilla una gallica sibilla A sè stessa sola ignota.

Se dal ciel ove dimori Nella luce benedetta Della gloria, in mezzo ai cuori Non ci scagli una saetta, O Signor degli alti canti, Una gente di mercanti, Che non canta e che non prega, Farà tempio la bottega.

Ma tu puoi, tu che raccogli, Eco eterna di natura Nella mano Il fragor dell'uragano; Tu che togli Alle selve, al mar, all'etra L'armonia che scande i cieli; E tra i fili della cetra Tu che Dio soffermi e sveli; Tu che cinto d'alti canti Quest'erranti Muse ancor ritorni a noi; Sì, tu puoi, Stretta in man l'antica tromba, Trarne un suon aspro di rame, Che ci tolga dallo strame, Che ci svelga dalla tomba.

La coscienza antica e sorda Più non ha che questa lenta Delle sette ultima corda: Se a temprar l'affetto e il canto Una mano non si attenta, Onde scorra agile e pia Della vita l'armonia, Sul liuto, ahimè! del core Il dolor va senza pianto, Senza voce erra l'amore.

ALLA TOMBA DI RE VITTORIO EMANUELE II

CAVALCATA

_Anno 1885_

Vidi apparir sulla strada romana Che le rovine del Foro discende, Su scalpitanti cavalli una strana Torma di spirti, il fior delle leggende.

Uscian dall'urne ove giacciono i morti Quale ciascuno il tempo seppellì: Chiusi nell'armi venivano e forti Entro i sereni splendori del dì.

Quanti mietè paladini la spada, Quanti del Cedron riempion la valle, Quanti ne vide la bella contrada D'Adige e Po, Normandia, Roncisvalle.

Quanti portaron la lancia in torneo Dell'armi degni e degli sproni d'or, Passano tutti in trionfal corteo Sotto l'arco di Tito Imperator.

Viene con lor Carlo Magno di bruno Ferro coperto, imperator sovrano, E secolui catafratto ciascuno Che strinse la quirina aquila in mano.

Cesare vidi e Traiano che tante Armi distese e nel marmo effigiò, E molle nella porpora fiammante Quei che all'Imperio le leggi dettò.

Viene con lor su tedeschi cavalli Ezio terror dell'Unnica rapina, E Stilicon che sugli ultimi valli Vide spirare la virtù latina.

E dietro ancor la selvaggia coorte Seguo sonando dei barbari re, Con Berengario primo a cui la sorte La corona di ferro indarno diè.

Ecco sen vien Arduino d'Ivrea Dentro il cappuccio del suo mesto sajo, Ma le vive speranze ond'egli ardea Mandan dagli occhi bagliori d'acciajo.

Passano cento, ne seguono cento, Dai campi sorgono e dalle città: Passati gli elmetti d'or del cinquecento, Sforza, Ferruccio, Gaston di Foà.

Le variopinte tue divise ancora Vidi e le piume e i kolbacchi di pelo, Che scongiurar una terribil ora, Eugenio, quando respinta dal cielo

Roma tremò che non vedesse il corno Della fatal mezzaluna e gridò. Ma da Belgrado non fe' più ritorno Chi la tua spada, o Savoia, provò.

Ride di luce il ciel sopra la strada Che le rovine del Foro discende, Ecco un rullo che par fulgor che cada, È la Gran Guardia che mai non si arrende.

Viene ancor esso e non agita il ciglio Placido il Grande Imperator crudel: E il bel delle battaglie Angel vermiglio Incalza i Mille e ne fiammeggia il ciel.

Tanta immortale semenza di prodi, Che nel sol mattutin s'agita, parmi Un trionfo di Numi.--Lontan odi Al Panteon salir l'onda dell'armi.

E mille voci di sotterra uscite Alzano il grido: "Salute, o gran Re! Noi di tre storie larve impallidite Come a signore ci prostriamo a te.

Salve, o gran Re, nella tomba securo, O dell'Italia paladino amante. Al suo dolor le tue lagrime furo Non men dell'opre gloriose e sante.

Per te fu vista una virtù risorta Distender l'ali cinta dell'allor, E d'una gente che pareva morta Sangue stillar l'inaridito cor.

Pria che l'amor del tuo popolo e prima Che cessi il verde onor della tua gloria Nel mar sommersa andrà l'ultima cima Dell'Appennin, o mentirà la Storia".

Mentre del canto ancor l'aer risona, Galoppa il bell'esercito pel ciel. Ma Carlo Magno lascia la corona E la spada Bajardo sull'avel.

I FRATELLI CAIROLI

_Per l'inaugurazione del monumento Cairoli in Pavia_

Maggio 1900

Balzan dal bronzo squallidi com'ombre Vaganti in aria bruna Nel silenzio de' cuori e di fortuna.

Ma vermigli di sangue entro i fulgori Dell'armi, vivi passeggiar la terra A seminar la guerra Delle sorti fatali.

_Italia, Italia_, era il bel grido. A noi Gente che tace Gridan dal bronzo i giovani immortali _Ah! non sia morte il sonno della Pace!_

PARTE III

GLI INTIMI SENSI

SUL CAMPO DELLA BATTAGLIA

I.

Venimmo al bivio e:--Qui--disse la guida (Un veteran tedesco)--qui si ruppe La legion dei francesi. Entro la fossa, A cui bevono i prati, a cento a cento Incalzati cadevano travolti, Dai nostri. I moribondi brancicando Tiravan dentro i vivi e senza ponte Vi passò lo squadron della Gran Guardia Coi pesanti cavalli. Altri sul posto Disceser dei caduti e novamente Si contrastò, fin che si vide il mucchio Emergere dei morti e far parete Ai combattenti. Allor fu che dal colle La mitraglia tedesca e morti e vivi Spazzò via come volano le stoppie Per il campo al soffiar dell'uragano. Un bel colpo, perdio! ma finalmente Verso sera potè l'imperatore (Che Dio salvi) passar colla sua scorta.

* * *

Proseguimmo pel campo. Essa era pallida Come uno spettro e nella mia mettendo La sua mano e coll'altra i lembi sparsi Stringendo della veste:--Ahimè!--proruppe-- Non lasciar che mi afferrino codesti Poveri morti!

* * *

Il veteran cortese, A cui già sorridea dei quattro marchi Il lucente ideal, seco ci trasse Verso un ponte e:--Di qui--disse segnando Colla man la via lunga che discende La sodaglia--passò dopo la rotta Il sesto fanteria, quando improvviso Si ruppe il ponte al saltar della mina; Pel diavolo, un bel colpo! Ancor si scava E trovan ossa e ciondoli e nell'oro Chiusi sottili ricciolotti d'oro.

* * *

La meschina, la man sempre nascosta Nella mia, balbettò tutta tremante: --Quali voci usciran quindi di notte Da queste zolle? e come sboccia ancora Da tanto sangue un fiore?

* * *

Il veterano Ci condusse a veder il freddo ossario Che raduna gli avanzi. Ergesi in vetta Al poggio, in mezzo ai pallidi cipressi La smorta cripta, a cui salì per breve Scala color di cenere. Un disteso Leon sta sulla porta e va dicendo: _Qui riposa il valor_. Escono a fregio D'eroico stil sull'orlo delle lunghe Finestre i nudi teschi degli eroi Avidamente per le vuote occhiaie Beventi il sol. Intorno scende e tace La mal colta campagna e tace un bosco Pien di sinistri agguati e di rimorsi. Ella si strinse anche di più vicina Al mio cor timorosa e mentre l'uscio Del buio cimitero cigolava Sui rauchi chiovi a palesar la ridda Degli stinchi, inciampò lì sulla soglia, Quasi in un fiero ed insolente oltraggio Che l'afferrasse:--Oh! lascia ch'io mi sieda-- Disse--qui sui gradini all'aria e al sole: Non per questo siam nate.

* * *

Il veterano Tutta sapea di quelle tibie infrante L'epica istoria, e ballottando i crani Nella tremula man, tutta mi sciolse La leggenda dell'odio ch'ei ricanta Per quattro marchi ed un bicchier di birra Com'è descritta in violente note Sopra la scorza logora dell'ossa.

II.

La man levata a maledir proruppi Allor dall'infocata ira travolto: --Il sol piombi feroce su quest'erbe Polverose, nè rivolo discenda, Nè rugiada sull'arida sodaglia A ristorar la maledetta creta, Che di sangue fremente un giorno ingorda S'inebriò. Tal sia. Possa ogni campo, Che vide un giorno scempio scellerato Far di natura e dell'umano affetto, Inaridir così nelle sue glebe! Sia maledetto il pan che da una spiga Sanguigna spremi e possa a' tuoi figliuoli Saper sì triste, che ciascun lo sputi In terra e sia di vermi anche ribrezzo! Non dei nidi di festa, non di molle Usignol suoni il pianto ove il ruggito Corse d'umane belve e scese il ferro La vita a lacerar nei palpitanti Visceri umani!

* * *

Consacrato altare È il cuor dei figli al naturale amore, Ove il trofeo dei padri si conserva E pendono le pie vostre corone Sempre verdi di preci e di sospiri, Povere madri; ma vi reca il piombo Rovina e morte. Maledetta taccia L'aria che intese e gli ultimi raccolse Arsi singhiozzi. Rondine non spieghi Per la maligna landa irta di scheltri Le memorie del mar liete e del cielo, Ma sol vi gracchi la nera cornacchia Dai tristi auguri e vagoli l'irsuto Can che la bava della febbre asciuga Nelle amare ginestre. Ove la buona Pietà fu morta, cessi anche il profumo Dei fiori sacri alla pietà dei morti, Dei fiori sacri al crine delle spose, Dei fiori onde l'altar si veste e ride.

* * *

A queste mie singhiozzanti parole Essa mi porse lagrimosa il volto E singhiozzando meco:--Oh! non per questo Siam nate--mormorò--non per comporre I figli nostri trucidati e rotti Nell'empia sabbia! non per questo il duolo Del crear ricerchiamo e le vigilie Ansiose delle culle e non di baci Infiniti copriamo i tenui corpi (Divino incanto) e non le picciolette Mani atteggiam nei lacci d'una dolce Preghiera di perdon! non per nutrire Del latte nostro una terra selvaggia Cerchiam l'amore giovinette e tutta Sveliam la grazia dei sorrisi e il sacro Mister della bellezza. O sciagurate! Tutto il tesor dei seminati grani Per le valli del mondo un sol non vale Grano d'amor che germini nel core D'un tuo dolce fratel. Ma se di tante Vedovate il dolor una non pesa Ragion di ferro, e per le figlie nostre Meglio è morir di spasimo nei tetri Asili delle vedove speranze, Maledetta la man che in sen ci pone Il cuore e in mezzo al cor il mesto affanno!

* * *

--Viva l'imperator! disse il canuto Veterano: e baciò stretta nel pugno La mercede che a lor frutta la gloria.

IL CANTO DELLA PIETÀ

Essa diceva il suo dolor. La voce Scaturiva dal cor come un gorgoglio D'acque interrotte, che fan specchio al piede D'una pallida Niobe di marmo. Anch'essa nata era di carne viva La bella donna e quel suo cuor di sasso Avea pur gorgheggiato entro la festa Degli usignoli, quando april dischiude L'anima ai fiori ed escono i profumi Dalle selve com'onda pia d'incenso Verso un gran dio.

È allor che si diffonde La giovinezza per il mondo e voce La natura non ha che non diventi Armonia sulle corde d'un pensiero Innamorato. Il cor, come rosata Conchiglia tolta ai ceruli misteri Dell'onda, emana un mistico frastuono, Che vien da un'invisibile e ritorna A una sponda invisibile, tra cui Non anco rugge la tempesta umana. E mi dicea come morì travolta Dalla sterile vita in un'angoscia D'oltraggiate speranze, invan stringendo Nella man l'ombra dei fuggenti sogni Fatti quasi rimorsi. E non bagnava Il suo mesto parlar stilla di pianto, Ch'è pur sì dolce a chi racconta i mali: Ma gli occhi aperti e cristallini tutta Rinfrangean la mestizia del deserto, Ove più non ritorna ombra di bella Cosa passata e sol vi regna il nulla Che ripensa sè stesso.

Allor si ruppe La pietà del mio cor: e col mio pianto Lei piangendo e le gelide di marmo Piccole mani accarezzando, e tutta Spirando su di lei l'anima accesa: --Ch'io senta, dissi, oh ch'io per te ritrovi Il tuo dolor, oh ch'io per te la piena Versi del pianto mio sulle tue mani A riscaldarle: e la mia mano ardente Ti cerchi il cor fatto di pietra e un fiato Passi della pietà che mi distrugge Per le rigide labbra. A desolate Rovine è vita il pio pensier dell'uomo, Che le penetra spesso, onde par quasi Ch'escan le storie più lontane e torni La voce delle cose. Io so che a qualche Simulacro sepolto la carezza D'un amoroso artefice ha potuto La bellezza ridar d'una divina Luce scomparsa e l'immortal sorriso Che fu delizia già del mondo. O estinta Ove scenda la mia che ti carezzi Spiritual pietà, di fibra in fibra Trascorrerà la vita, delle spine Risentirai la punta e colar sangue Vedrò dalle tue carni e gli occhi pregni Farsi di pianto e trasalir le membra Entro i soavi spasimi--soavi Se ci fan questa vita anche una volta Ritrovar sul cammin della speranza. --Nulla può--mi rispose--a un corpo morto Pietrificato in un dolor eterno Dar vita e forza, non s'altri lo ponga Nelle fiamme del sol. In me già spenta È la memoria d'ogni antico sogno E giace il desiderio in un oscuro Angolo come spada irrugginita: Lascia ch'io posi qui sul mio sepolcro Statua dolente di me stessa morta, In fin che il tempo colla lenta ingiuria poco a poco il mio nome cancelli Dalla pietra e la gialla edera stringa Del mio destin la bruna urna caduta.

* * *

Così dicendo, aprì gli occhi solenni, Che parver vuoti d'ogni idea e fece Infine al fondo a me tutta palese L'infinita tristezza. Un senso oscuro Quasi di morte allor mi assalse e curvo Sopra i ginocchi, al suo rigido corpo Appoggiato, intonai l'inno del pianto, A cui dal sen delle dolenti cose Mille voci risposero piangendo. Un fremito mandò scossa la selva Pei rami infranti e dei rapiti fiori Si querelò sul margine il cespuglio Delle rose di maggio. In un lamento Singhiozzando la tortora proruppe Dall'alto nido e raccontò l'angoscia Dei rotti amori. E fin dentro le grotte Del cavo tufo risonò la lenta Storia d'oscure lagrime stillanti, Di cui le ortiche pasconsi e s'imbeve L'orrida spina. Dai meandri, in cui S'appiatta il verme, un susurrìo di duoli

Venne a narrar come si soffra indarno Di vita fin nell'ultime radici Poi che una legge di dolor governa I sostegni del mondo e sol si pasce Di sè stessa natura. Ecco non una In braccio al vento trema arida foglia Senza dolor, non sfiorasi una siepe, Ma quando autunno misero sparpaglia Per le fredde campagne quasi un sciame D'anime stanche, stridono i viali Che le vedon fuggir e lunghe stendono A lor le braccia gli alberi morenti Sopra i bianchi crepuscoli.

Più triste Sarìa di quest'uman gregge la sorte Nella valle del duol ove non fosse Della pietà la lagrimosa fonte A ristorar le forze inaridite. Forse a rimedio d'immutabil sorte E d'inconsulto error questa nel coro Ci pose un dio di lagrime sorgente, Che sovra i mali ampia trabocca e spegne Di molti mali il furibondo orgoglio. Sgorga la fonte e qual si apre al ristoro Della rugiada un fior consunto, un fiore Torna così di pallida speranza Sulla tomba dell'anima e diffonde Il non morto profumo. Essa è divina E vien da noi questa bontà del pianto, Che benedice alle morenti cose E le morte consacra. Ai colpi acerbi Della forza che strugge, una gentile Forza che sana contrappone e tragge Dall'ingiuria l'amor. Ove non fosse, Nido di serpi il mondo ed esecrata Sorte sarìa la vita e combattuta Ragion l'amor come tra i ciechi armenti; Ma la pietà che stilla e che ti avvolge Di lagrime in un tiepido lavacro Ti fa più bella pensierosa e santa, Alta ti posa sull'altar del duolo Quasi raggiante, e in te fissarsi è luce Al lontan pellegrin ch'erra smarrito Per la sassosa valle e che già teme D'essere morto o faticosamente Conduce il peso dell'inutil vita.

* * *

Un vermiglio color corse le guancie, La man che ghiaccia resistea si sciolse In un tiepor di calde rose al sole; Si schiusero le labbra e fatto indarno Argine all'onda che le gonfia il petto, Proruppe il pianto vincitor dei mali.

SOLITUDINE (_Chiaravalle Milanese_)

Qui si apre in mezzo ai pioppi, nel profumo Del buon fieno, che a mucchi odora al sole, Il mio regno, Tacete! ogni rancore Di voce è spento e va lento per l'aria La fatica degli uomini nel lento Fumo dei campi. Oh quanto egli è soave L'errar su l'orme di sè stessi, ignoti Agli occhi dei saccenti! oh come il filo Dolce si snoda dei pensieri all'ombra Coperta d'una siepe! ecco ti sfugge Di mano il libro che portasti grave Di logorati sillogismi e stai A leggere te stesso.

Erra a mancina Una garrula allodola: si stende Un vol di corvi a destra, che fan lunga Macchia nel ciel; là svolgasi nel mezzo Una gloria di nuvoli d'argento. Piena di rotte immagini.

Se l'ora Poi tramonta col sol dietro la rete D'una boscaglia che s'incendia, o suona Un cinguettìo di passeri raccolti, Senti, amico, vibrar come d'un'ala Di farfalla la morbida carezza Sulla carne del cuor. Tu nel languente Crepuscolo t'immergi e ti par quasi Di spegnerti nell'ora che si spegne.

* * *

Ma se porgi l'orecchio, è nel tramonto Di quest'ora che parlano le oscure Cose del mondo a chi timido veglia Al lume d'una fede. Odi, son mille E mille voci ch'escono dal campi Ottenebrati, come se uno spirito Pulsasse da ciascun filo dell'erba: E nel passare fremon non so quanti Altri spiriti spessi entro la chioma Delle molli robinie: e luci e stridi Corron per l'aria nera, in cui susurrano Ignoti stillicidî di piangenti Anime che ti chiaman....

