Part 3
Volate dunque e sia festoso sciame Di rondinelle ai grandi voli esperte; Se del saper vi pungerà la fame Qui troverete le finestre aperte.
I CONSIGLI DEL VECCHIO MARINAJO
Che la tua nave o figlio abbia buon legno, Che ben si regga sui fasciati fianchi, E scarsa all'uopo ove una cosa manchi:
Dico la forza natural del core, Che guarda le tempeste, e soffre, oblia La noia e il male dell'incerta via.
Vero padron dell'acqua e degli scogli Solo è colui che nel _voler_ ripone Dell'arrivar la scienza e la ragione.
Questo più che il timon, più che le vele, Più che la scienza delle astruse stelle Ti caverà dal sen delle procelle.
Nè per rumor di ciel, nè per incanto Che dalle rive a te mandi l'invito Tu dalla rotta non piegar d'un dito,
Ma sempre va dentro la notte oscura Col lume a prora della vecchia fede, Ch'oltre la notte e le tempeste vede.
Stolto è infierir coll'onda o contro i sassi O colle rauche spume. Avanti! aspetta A far dal lido una miglior vendetta!
L'agili brezze, i molli increspamenti E gli abbracci del mar, sono pei forti: Restano i cataletti agli altri morti.
È il mare, il mare il campo di battaglia; Morti ci culla e ci porta alla sponda L'irrequieto palpito dell'onda.
Il pigro no, meschin, nè il sonnecchiante Non l'incostante o il pazzo arrischi il mare, Ai vili resta il bere o l'affogare.
Sempre arriva chi vuole, e sempre vuole Chi sull'antenna innalza una speranza E nel pensier di chi l'aspetta avanza.
IL MAESTRO CONTENTO
Purchè d'inverno il fuoco non mi manchi E un botticel nell'angol del camino, Mi creda, professor, rinuncio ai banchi Dove lei spiega il greco ed il latino.
Che vuole? l'aria è pura alla campagna E sdrucciola dai monti imbalsamata: Il sole, grazia a Dio, non si sparagna Nell'abbaino un tanto la fiammata:
Ma schiara i muri ed entra da padrone Ad asciugar i travicci tarlati, Scaldando l'ali d'oro a una legione Di farfalle, che brillano sui prati.
Esco al mattin, ove qua e là si perde Un sentierol che mena alla ventura Fra due file di salici e nel verde Delle foglie che fremon la frescura.
Vado lungo il sentier, la mente e il cuore Che svolazzano via secondo l'estro, Finchè dal campanil, sonando, l'ore A scuola non invitino il maestro.
Ritorno e avvien talvolta che da un denso Cespuglio io tragga i renitenti fuori. Ma del cespuglio, quando ben ci penso, Siam noi le spine ed essi sono i fiori.
Son cento insieme, ma trecento, mille Se parlano e fra tanto ondeggiamento Di teste bionde spiccan le pupille, Come lucciole in campo di frumento.
E quando al cicalìo segue la pia Cantilena al gran Padre dei bambini, È inutil, professor, ch'ella mi stia A citarmi i suoi Greci e i suoi Latini;
Allora provo--e piango--un senso nuovo Come se navigassi in un gran mare.... Un non so che, mi scusi, che non trovo Nei libri che m'han fatto studiare.
Fra quei piccini dalle mani ladre, Dai musi tinti e che non taccion mai, Vi son di quei che chiamano la madre Ita lontana, assai lontana, assai....
Vi son cervelli modellati a stampo Dei crani d'una volta e ingegni vivi In cui divin guizza talora un lampo.... È il pan che manca che li fa cattivi.
Io penso (se tra i banchi una lacuna Ricorda un saggio che morì giocando) Che mal si resta a specular la bruna Ora di morte e a ritardarne il quando.
Bello il morir, quando s'ignora il mondo, Piegando come un uccellin la testa. E il funeral, spettacolo giocondo, Si fa con fiori e le campane a festa.
Qui nel mio seggio in legno di castagno Io sono quel che son, nè i birbi sanno Che sol trecento e trentatre guadagno Lirette magre quanto lungo è l'anno.
Non sanno i punti che nel vecchio tema Dello sdruscito ferraiol ricamo: E note son che valgono il poema, Come fa lei coi classici, mettiamo.
A sera il luogo è bello entro un tranquillo Vïal divago al cimiter pian piano; Brillan le stelle, si riscuote il grillo E dei fanciulli il chiasso da lontano.
Sì, quando un giorno essi diranno (il volto Fisso al cancello l'uno all'altro in spalla) --L'han sepolto laggiù, l'hanno sepolto....-- Io dal cespuglio balzerò farfalla.
LA VILLETTA CHIUSA
Chiusa e muta ogni finestra Sta il casino abbandonato Nel giardin giallo di foglie: Il novembre sulle soglie E sul verde assiderato Pioggia e neve insiem balestra.
La vagante e già si spessa Di profumi ampia liana Cade affranta lungo il muro: Nel bacin di marmo puro Più non mesce la fontana L'onda a specchio di sè stessa.
Freddo versa l'occidente Un chiaror quasi lunare Sul balcone delle rose: Stanno immemori le cose Tra i lenzuoli ad aspettare Nell'interno oscuro, algente.
Tornerà l'aprile in fiore, Sarà lieta ancor la gronda De' tuoi gridi, o rondinella: Al balcone ancor più bella Tornerai, signora bionda, Al fiorir d'un nuovo amore.
Ma in un cuore già fiorito, Se il crudel dubbio si avanza, E la fe' muore di gelo, Più non torna amico il cielo, Più non si apre alla speranza Un'amore intirizzito.
DOPO LA PIOGGIA
Fra i corni della Grigna apresi e pare Una scena di mare umido il ciel: E l'aria vaporosa Come sul corpo di novella sposa Cinge alla vetta rugiadosa un vel.
Scendon le nubi che trasporta il vento, Lasciando un lento strascico regal Che s'imporpora al sole: Si screzia nel color delle viole Il trasparente lembo boreal.
Dentro le valli a corsa si allontana E si rintana il carro aspro dei tuon. Qui salta ilare il fonte Che fa la barba bianca al vecchio monte, Empiendo il sasso d'un pazzo frastuon.
O ristorati dall'iniquo caldo, O di smeraldo prati, o vigne, o bel Poggio di folti ulivi, Alfin vi vedo morbidi e giulivi Della frescura che a voi diede il ciel.
Io no, che sempre sitibondo e roco, Dall'alto invoco un refrigerio al cor; Ma per mutar di vento, Raccolto appena il desiderio, sento Che torna in polve il desiderio ancor.
IL FUNERALE DEL POVERO
Il morto passa in mezzo al rumor grande Della città, che brulica e non sente La voce che dal feretro si spande... Ad altre cose ha da pensar la gente.
La gente?--butta la spregiata creta Nell'angolo dei cocci e passa via. Oh ch'io ti segua, io sol, zoppo poeta, Col mio rosario e colla fede mia:
"Ave, corpo mortal, in cui piangea Tra duri ceppi l'anima divina, O rozzo vaso d'un'eterna Idea, O diroccato altar, ave, o rovina!
"Ave, spirto immortale, che s'inciela A terger l'ali in più sereni amori. O sfuggita da sozza ragnatela Farfalla nata per gli eterni fiori.
"Tu scendesti una notte al lume bianco Degli astri in mezzo ai campi, ove ti accolse La madre poverina entro il suo fianco; Poi de' suoi baci tiepidi ti avvolse....
"Era di sangue e latte il picciol viso, La bocca era una frugola vermiglia: Il cor nel dolce mar degli occhi fiso, Tutta stringendo in te la sua famiglia,
"Contemplò la tua mamma una gioconda Serenità che valica i confini Della mente e che i sensi umani innonda: Amor ti sprimacciò gli stracci lini.
"Di tua magrezza vergognoso al sole Quindi posando sul materno petto, Nel bel canto imparasti le parole Che schiudono le porte all'intelletto.
"Poi corresti, fanciul, scalzo nel giallo Frumento a fare l'eco alla cicala, E a te dalla cascina ilare il gallo Rispondea starnazzando sulla scala.
"Natura, al poverin sempre gentile, T'empiè di bacche le siepi e di more, Nè ti rifiutò del lieto aprile Un bel raggio e d'un prato il più bel fiore.
"Te respinto dagli usci alfin raccoglie Nelle sue braccia e t'offre un cataletto Entro un lettuccio squallido di foglie Pur dianzi cadute a farti il letto.
"E ancora, o Madre pia, culli i tuoi morti A un modo istesso e il nome non ne chiedi; Di pratoline e di virgulti smorti A tutti una ghirlanda alfin concedi.
"Ave, corpo mortal, in cui piangea Tra duri ceppi l'Anima divina, O rozzo vaso d'un'eterna Idea, O diroccato altar, ave, o rovina!
IL FABBRO
Tra i muti casolari odi frequente il suono che rimbalza sull'incude: è Bellincion, che colle braccia nude batte il ferro rovente.
Ei sta fosco Vulcan da mane a sera al mantice, al martel, alla tenaglia: batte, inchioda, arroventa, il ferro scaglia rosso nell'acqua nera.
Copron serrami e toppe aspre e ferraglie l'affumicata volta della muda: ansa la vampa sulla carne ignuda le sue stridente scaglie.
Grida al compagno e cade in una dura danza la solfa delle salde braccia: tuona il martel, che rompere minaccia le costole a natura.
Se il vino canta e scalda il sentimento, piomban sì giusti i colpi del martello, che la torre merlata del castello balla sul fondamento.
Quindi egli siede ai caldi occhi del sole sull'uscio e in così grasse risa il pane accompagna che fuggono lontane le donne alle sue fole.
Oppur si piglia in braccio o sui ginocchi un suo vezzoso bambinel di latte: e le morbide incudini gli batte, soffiandogli negli occhi.
Dell'uom barbuto e nero il picciol fiore mitiga i sensi e le parole audaci: scendon spesse carezze e scendon baci che fan rovente il cuore.
I VECCHIETTI
--Quanti anni son passati, Anselmo? venti trent'anni che si viene insiem noi due a goder questo fresco? --Se ti senti ancor padrone delle gambe tue, o che importano i venti ed i trent'anni? ognun si aggiusta colle forze sue. --Sta ben! ma Giovannin non è Giovanni; e settant'anni sulla gobba un peso sono, che pesa settecento affanni. --Settanta è un bel fardello, ben inteso... --Or ti zoppica il pie'.... --Ti manca il fiato: --L'occhio ti trema dalla luce offeso: --Lo ragazze non sanno che sei nato: --D'accordo.... le ragazze. Oh che vorresti che inseguissero quello ch'è scappato? --Di dosso, gua', ti cascano le vesti: --E gli scalini? un sito non c'è dove non sian tropp'alti, orribili, molesti. --Se fai di camminar tre o quattro prove, sudi in gennaio e ghiacci sotto il sole; è brutto quando è bello e quando piove. --Per me il difficil sta nelle parole: penso a curato e dico cardinale, e la gente non sa quel ch'uno vuole. --E le gazzette? --Se le stampan male! --E quel che stampan? --È l'ira di Dio d'ogni ordine politico e morale. --Non è che un litigar sul tuo sul mio, di cani e gatti un odio vergognoso. --E le leggi? --Le leggi un arruffìo. --Davanti a questo vivere odioso, se l'impiccarsi un'eresia non fosse, cosa indegna d'un uomo religioso, guarda m'impicc.... uh! uh! --Gianni, che tosse! e che ci fai? --È un mese che la curo. --Provasti le pastiglie Delafosse? --Fanno bene? --È il rimedio più sicuro. --Dove si piglian? --Sai, quello speziale che sta vicino a San Giovan sul Muro... --Corro. Non vo' che invecchi, io, questo male.
LE DUE POESIE
--Buon dì, signor Maestro. --Bravo, sei tu, Marcello? e a quando queste nozze? --A quando? Iddìo lo sa. Son disperato e temo già d'esser fritto e bello spacciato. --O che mi dici? --Che l'è un'iniquità. S'è messa sui puntigli, mi fa le brutte scene: dice che non mi vuole e non vuol dir perchè. --Un caso grave insomma. Però tu le vuoi bene. --Lo cerchi come il mio un altro ben, se c'è. --Ci vai? --La non mi guarda. --Scrivi una bella lettera, in cui le tue ragioni esponi come va. Le dici che tu l'ami, che sol disposto.. eccetera.. a far ogni promessa. --Sta bene, ma c'è un ma. Lei sa come si scrive noi dotti poverini: il nome o bene o male, un te lo mette giù; ma il core ti s'impiglia in mezzo a quegli uncini per poco che tu voglia estenderti di più. Se lei me la scrivesse la lettera? --Ti pare? e che le devo dire? --Ma scriverla per me. --S'intende, la tua Lisa non te la vo' rubare. --Le dica che fa male, che una ragion non c'è, Le dica che non dormo da dieci notti intere, che così non la posso durare un pezzo ancor; che se proprio si ostina e non mi vuol vedere io.... io.... per quanto è vero che credo nel Signor, io che ho già la febbre e l'anima avvilita uno di questi giorni una pazzia farò: o che mi ammazzo... --Aspetta che trovo una matita; --o ammazzo lei, capisce? --Lisa? ammazzarla? oibò! --Se buono sono e tenero, non c'è ragion, perdio, che come un can soffrire mi facciano così: e se c'è qualche terzo che tocca ciò ch'è mio, scriva pure che come mi vede adesso qui, non ho paura. Venga colle ragioni sue, foss'anche il brigadiere, in un campo quaggiù, Scriva che, se li trovo, li ammazzo tutti e due, come due can' li ammazzo. --È amor questo, Gesù? O falso è Metastasio od io son rimbambito senza capir un'acca di quel che sia l'amor. --Ora però ha capito. --Capito, arcicapito. --Li ammazzo tutt'e due. --_Accetta, o bella, un fior!_ --Se non mi farà piangere, morir di crepacuore, se ancora la mi stende con cortesia la man, non più vino e bestemmie, ma sol casa ed amore sarò per lei, paziente, onesto cristian: dica che tutti gli angeli non valgono un capello della mia Lisa e un bacio di lei vale per me il sol, il paradiso.... --... la luna... Tu bel bello mi fai scrivere un libro. --Ma lei saprà cos'è questo tormento e a lei non manca la grammatica, E Dio la benedica, Maestro; tornerò. --Addio: ma in queste cose che conta è più la pratica, la pratica, la pratica, ahimè, che più non ho.
O divo Metastasio, ed io son rimbambito, credendo che una cosa fosse così così tra il chiaro della luna e il giùggiolo candito, Amore... C'ingannammo: e t'ingannai, Mimì. Perdona alla grammatica, perdona anche ai poeti, mia vecchia, e facciam voti che si rinasca ancor. Ma se si torna a nascere, restiamo analfabeti, perchè l'altra non guasti la poesia del cuor.
LA SARTINA
--Aiuto, aiuto, olà... di quà... correte, S'è buttata nell'acqua una ragazza. --O poverina! com'ha fatto? è pazza? --Sarà la storia solita, sapete.
--La portan fuori. --Bravo il bersagliere! --È morta? --Vuol spirare ogni momento. Indietro.... per di quà... fate piacere, Oh signor benedetto, che spavento!
--L'avete vista? --O Vergine dolorata, Ha un viso bianco come un pannolino. Fa la sartina ed era innamorata D'un zerbinotto. --È morta? --Il signorino,
Quando fu stufo ha dato un bel saluto (È la solita storia!) alla biondina. --Per divertirsi è buona la sartina, Ma si sposa il vestito di velluto.
--Gliel'ha scritto. --E la Clelia? --Nulla ha detto. Pareva anzi, a vederla, indifferente: Se il traditor le aveva il pugnaletto Ficcato in core, che ci fa la gente?
--Stette tranquilla tutto il giorno. A scuola Andò siccome il solito: non dette Alcun segno di smanie o di vendette, E a casa non ne disse una parola.
--Cenò colla sua mamma; e quando questa Fu andata a letto, scese sullo spalto Ch'era già buio e raccolta la vesta, Si buttò dentro l'acqua con un salto.
ANGELINA
PER NOZZE
Madonna, a cui degli Angeli è il bel nome e l'innocente riso, s'io possedessi il delicato stile, onde vanno lodate ancor le chiome di Laura e lo saranno eternamente, farìa di voi, Madonna innamorata, innamorar la gente.
Un lieto spiritel d'amor gentile saltò nel core a Quei che in voi si specchia come in sua dolce stella; mentre che passa il giovinetto aprile, ite al trionfo dell'amor, voi bella ed egli forte di virtute onesta; ite e vi accolga nel suo caldo raggio padre fecondo il Maggio.
Se ciò Ragione con Amor comanda, altro non resta a noi che il coglier fiori e fare una ghirlanda.
MARIA
PER NOZZE
.......................................... O ridente Maria, picciolo albergo come alveare ove l'industria e l'arte alzan piccioli lari, ove si accosta il desiderio a mendicar sommesso e frettoloso vi fiammeggia il sole, queste le nostre case. Alla finestra ove per uso sederai traendo il filo entro la chiara onda del giorno l'ore vedrai discendere graziose come foglie da scossi alberi al vento sulla tua testa e sul tuo cuor, Maria, e te beata!--il cielo innanzi aperto una picciola selva ivi raccolta sul davanzal e giù nel sottoposto giardin il verde tremulo che sale dolce al guardo teatro e alla speranza: Il saltellar, il cicalar perduto dei passeri sul tetto allor che accade pien di pace il meriggio; e il suon d'un passo che ritorna improvviso a te le care queste saranno ripetute gioie che, traboccando, non sa dar la spuma del profano piacer.
Altre dell'ara domestica languir lascian la fiamma vestali dissipate: ad altre il gioco piace e la mesta vanità di un'ora agitata ove più ferve il periglio men di pugnar che d'esser vinte altere: Tu, sacrata dal pio raggio materno, uscita or or dalle materne dita, farai tua festa il governar, succinta Penelope al mattin, in pria che l'ora entri a rider d'entrambi: e poi col canto non meno sgombrerai dagli occhi altrui che dagli angoli intorno la tristezza: finchè non torni ripercosso in molte labbra il tuo riso tenero nascente a far la casa risonar del padre, come al sol che li scalda alzano i nidi un mormorio che tutto agita il bosco.
L'ACQUA E IL SASSO
Dice l'Acqua al Sasso:--Io garrula Rompo al monte gli aspri fianchi, Fresca scendo ai campi, agli aridi Cespuglietti, ai fiori stanchi: Di mia voce apro il silenzio Delle valli e rido al cielo: Sempre lieta ad un'incognita Meta io scivolo ed anelo. Quando mai tu muovi un passo? Nel mio corso io sono il simbolo Del progresso che si avanza....
--Ed io sono la Costanza!-- In suo cor brontola il Sasso.
IL SORRISO
(_Duetto per Mandolino e Chitarra_)
IL MANDOLINO - Ridi, sorridi, Carolina: il riso Al cuore è un elisir soave.... LA CHITARRA - e buon.
IL MANDOLINO - Più dei colori di un lieto viso, Più che la pallida malinconia, Che l'occhio ottenebra talvolta a sera Della pensosa padrona mia, Più che la bionda treccia o la nera. O Carolina, amo il sorriso, Ridi, sorridi, mentre è primavera LA CHITARRA - Chi tardi ride ride fuor di ton.
IL MANDOLINO - Se come morbide piume le nude Mani trascorrono alla carezza E fanno spesso pallido il viso, Come sul mare vivida brezza, Che i flutti increspa, erra il Sorriso E il mar dell'anima agita, schiude. Ridi, sorridi e lascia che l'ebbrezza Dello spirito scorra.. LA CHITARRA - in lieto suon.
IL MANDOLINO - Altri di Venere vanti le rose E il pie' che candido il marmo imita, O vanti i glauchi occhi di mare. Sol nel sorriso scorre la vita E rider senti tutte e parlare Quante già furono donne amorose. Ridi, sorridi e lasciati adorare. LA CHITARRA - Chi non ride è una mummia od un birbon
PREDICHETTA
--Sì, vivremo al di là, belle signore, Del ciel a tutti aperta è la gran strada, Ma non si deve credere Che bastino i rosari o che si vada In carrozza alla casa del Signore.
E non basta tienimeli, ve l'assicuro, Il far di magro e d'olio, o al Santo Padre Mandar ricami e ninnoli O a rischio di parere più leggiadre Vestirsi la quaresima di scuro.
Perchè possa al di là viver ciascuno È della fede mia primo argomento Che è d'uopo saper vivere Molto bene al di quà, fare per cento Il bene e non vantarsene per uno.
Chi sè confronta spesso al poverello E sol per sè non si condisce il pane Costui potrà risorgere Nell'alba luminosa del domane, Che preludia ad un vivere più bello.
Chi si contenta perchè mai di pianto Fe' spargere una stilla e tutto ha sciolto Verso il fratello il debito In fredda pace dormirà sepolto, Ma l'alba non vedrà del Giorno santo.
Sol chi dai cuori toglier sa le spine E ristorar gli inariditi steli O sa pietoso scorrere Sull'umano fallir.... quei rompe i cieli E schiude il tempo che non ha più fine.
Voi non vivrete bigottine avare, Che offrendo al _Sacrè Coeur_ l'essenza e il fiore Dei vostri oziosi spiriti, Or cercate all'altar, ora all'amore Un passatempo che non sia volgare.
Chi troppo il corpo suo carezza e loda Non andrà tra gli spiriti immortali Che a Dio fan corte e gloria; All'alto volo si domandan ali Che Parigi non mise ancor di moda.
FESTE E GLORIE
BRINDISI DEI TIPOGRAFI
FERRAGOSTO
Stampiam nel vivido Color del vino L'allegro brindisi; L'ore s'affoghino Del reo destino In fondo al calice.
_Coro_ Stampiam col vino.
Un giorno i monaci Sopra i salteri Alluminavano I larghi margini Curvi e severi Coi volti pallidi.
_Coro_ Sopra i salteri.
Taceano i gotici Archi, o soltanto Le malinconiche Ore del vespero Rompeva il canto Tetro di Davide.
_Coro_ Sia lieto il canto.
Ecco di Guttemberg L'arte risplende! Come dal Sinai In nuove tavole Ecco discende La legge ai popoli.
_Coro_ Onore a Guttemberg.
Scosse dal magico Spirto inquïeto Dal chiostro fuggono Sciolte le lettere Dell'alfabeto In nozze libere.
_Coro_ Dal chiostro fuggono
Si sbigottiro Alla malìa I vecchi secoli: E si difesero Con una pia Giaculatoria.
_Coro_ Si sbigottirono
Noi di fuligine Suffusi e forti, Urtiam le macchine, Che acute strillano Destando i morti Dentro la polvere.
_Coro_ Sorgono i morti.
Ai colpi cedono Della tempesta I monti. Ai ruderi Cedono i ruderi: Il _libro_ resta Tempio granitico.
_Coro_ Il libro resta.
Cedono al vecchio, Che gli anni fila, Sfingi e Piramidi, Ed è l'_Iliade_ De' suoi tremila Anni ancor giovane.
_Coro_ Cantiam l'_Iliade_
Stampiam nel vivido Sangue latino La bella Italia Cinta di lauro. Stampiam col vino Viva l'Italia.
_Coro_ Viva l'Italia!
Stampiam sugli angoli Del Bel Paese Dei nostri martiri Che trapassarono, Le sante imprese, Le glorie, il numero.
_Coro_ Onore ai martiri!
Al lieto applauso L'ombre usciranno Del vecchio Panfilo, Degli Aldi a bevere Il vin dell'anno Nuovo in un brindisi.
_Coro_ Sia gloria a Panfilo