Part 2
Pende dal chiodo sul guancial, di grani fitto il rosario della nonna mia: pende e sui sonni miei torbidi o vani l'ombra distende pia:
Fanciullo, il tintinnir mi piacque e il lento volger di questa coronina antica; e ancor quando la tocco ancor ne sento uscir la voce amica
dei cari giorni e dei misteri santi, che stanno ora confitti al vecchio muro: che non temon di dotti e di pedanti il perfido scongiuro.
Serban le perle le ancor calde impronte delle tue dita, o nonna, ove passasti, quando inchinata al tuo Signor la fronte de' tuoi pensier più casti
gli svelavi i tesori intimi, arcani; onde non morti ancor dopo molt'anni come piccoli cor battono i grani pieni dei santi affanni.
Forse già tutte consumò le nude ossa la terra e accanto al sasso pio della tua tomba già forse si schiude un fior che non è mio;
ma quel che fu tuo spirito immortale palpita e vive in questo scapolare, che il ciel congiunge colla terra e vale per me più d'ogni altare.
Presso qui sta di gravi opere denso un armadio di libri, che raduna in poco il mare della scienza immenso che sta sotto la luna;
che la ragione delle cose amara mi distilla nel cerebro e l'essenza com'acido purifica e rischiara della volgar coscienza;
a cui, del capo urtando al vecchio legno, chiedo la notte e chiedo il dì la sorte del viver mio, ma invan chiedo.--ed un segno che plachi un po' la morte:
chè tutt'insieme il venerando stuolo non fa più breccia, quando il cuore assale, di quel che faccia lento un vermiciuolo nel logoro scaffale....
Ma tu, sol che ti tocchi, una dolcezza versi che definir non san le scuole: scintilla amor e passa una carezza su tutto ciò che duole.
Morremo e immota in suo rigor di sasso starà dei saggi la ragion superba: tu, povera umiltà, col picciol passo, ove più dura e acerba
scende la via, sorreggi il piede e il fianco alla languida vita; e sull'eterna scala ove trema il pellegrin più stanco innalzi una lucerna.
LA CAPRA ED IO
Sovra la rupe aerea, Dove non giunge mai Foglio di stampa od orma d'esattore, Soli tra spini e cardi Tra le nebbie emergenti e i scialbi sassi Siamo una capra ed io.
Non prati, non ovili, Ma solamente burroni scoscesi Fra cui serpeggia e luccica Al sol d'un'acqua povera la striscia: Intorno alto il silenzio Scende nel lento scendere del giorno.
Io lei rimiro ed essa Sui piè diritta e rigida Guarda il borghese ignoto che la guarda E non sappiam che dire. Qual scienza mai d'una barbara capra Intese i biascicati sillogismi? Del mio scarso viatico Porgo alla bestia un morsellin di pane, Che lieta il muso sporge E mangia e ancor ne chiede: io la cornuta Testa carezzo, chè già sento un nuovo Affetto entrarmi in seno.
O sacra forza d'un boccon di pane! Già in fondo agli occhi gialli Io veggo il lento fluttuar di un'anima Che mi ringrazia; parmi Che anche un pensier si snodi Tra la cornuta e l'uomo.
Un picciol suon non più che di zanzara È degli umani il dire In riva al mar ch'ogni pensiero asconde. Meglio parla il silenzio Degli occhi che una luce a noi riflettono Degli infiniti flutti.
"--Amici entrambi del deserto, i cari Verdi cerchiamo e l'ombre Dei più segreti boschi; Guardar nel fondo degli abissi e i cieli Correr col guardo è giubilo Comune---essa mi dice s'io l'intendo.--
"Se de' belati tuoi, fratel, l'ascoso Senso non colgo, la pietà del cuore Sento nel pan che dài. Una sola bontà forse ne spinge Per i sassi del mondo Verso un fonte che scioglie i tristi arcani.
"Rotta questa di carne e d'unghie e d'ossa Compagine diversa, Nel ben comune scioglierem le voglie Or impedite, e cara In altri mondi men ricchi di mali Sarà di questo incontro la memoria.
"Però ti prego, o senza-corni, stendi La mano alla mammella E un po' del latte mio spremi a ristoro Della riarsa sete: Chè più del pane è dolce Il beneficio che si rende altrui."
Obbediente all'amoroso invito Porsi la mano e molle Trassi alle labbra il tiepido tesoro. Povera capra, addio! Se Dio tien nota, ci vedremo all'ultimo Di Giosafat in qualche ombra romita.
Perchè ride, marchesa? Se tra gli umani irsuti arido è spesso Il favellar e il vivere Qual colpa n'ha la capra? Qual colpa il servo suo quando all'altero Riso non ride e l'anima non trova?
LA FANCIULLA BENEFICA
Quando tu scendi al poveretto albergo in man recando del tuo cor la manna, ogni misero a te guarda e sorride come ad angelo suo.
La madre cui la voce acuta strazia del bambinel, che invan le batte il seno, ti saluta:--Da qual discesa a noi scala celeste, o buona?
Cercano i fantolini, alto levando le mani picciolette, onde dal tergo ti si spicchino l'ale e donde al crine tanto splendor ti venga,
inebriati al suon delle soavi parole. Ed io, quando tu passi, anch'io cerco, ma invan, dei molli piè la molle orma nel fango impressa:
chè un alito ti porta tra le case e per le vie correnti, un caldo affanno ti accende ai mali altrui, sì che non pesa a te la tua persona.
--Addio--ti gridan dalla soglia i ciechi padri che ascoltan trasognati il sole sulla morta pupilla.--Addio fanciulla, bella siccome il sole!
In tua beltà tu scendi entro gli spiriti chiusi nell'ombra, vision lucente, scendi e vi lasci un pio calor di santo raggio che d'alto piove.
Dal capezzal di gravi morbi afflitto ti chiama e bianca a te volge la testa la moribonda, quando vai pietosa tra i molti letti in fila.
Sì, tu, come la mite entra di luna luce per le finestre, ai molti mali rechi un sorriso e ancor più dolce mesci ai pianti umili il pianto.
Bontà, raggio di Dio, passa le pietre, trapassa i cuori nel dolor sepolti, di lei vivono i morti e in lei non muore chi sen riveste e cinge.
Tu, perchè buona, fatta già sicura tra noi mortali dubitosi e tardi cammini innanzi e colla mano accesa a noi rompi la via;
si che possiamo nella triste valle credere a un raggio dell'eterna Luce e sul tuo piede rintracciar la meta delle lontane cose.
IL FIUME E LA VITA
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando, Tra i rochi sassi nel silenzio vai: Donde partisti e quando E dove e perchè vai forse che il sai?
Tu mi risvegli e ti sento passare Pieno di pianti nel frigido letto: Alzo la testa, e se attendo mi pare Che meco pianga, o vecchio poveretto, Perchè sei stanco di dover andare.
Mentre riposa ciascuna persona, Tu sol non cessi dal lungo tuo guaio: Fai nel passar una romba che suona Come il girar d'un immenso arcolaio, A cui la testa lenta si abbandona.
E lento mi abbandono sul guanciale, Tornando ai sogni in cui tu piangi ancora. Qual forza ne trascina entro il fatale Corso del tempo e mai senza dimora Uomini e fiumi in un destin uguale?
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando Tra i rochi sassi nel silenzio vai: Che vai tu domandando? Segui tua forza che non resta mai.
* * *
Nell'ombra d'un altissimo mistero Nato dal pianto di fonte romita, Sceso saltando per picciol sentiero (Che per noi prende il nome della Vita) Di balza in balza con rumor leggiero
Garrulo strepitasti, o fresco umore, Di giovinezza tua cérulo e molle, Ora questo baciando ora quel fiore In un bel gioco tra le verdi zolle (Che per noi prende il nome dell'Amore).
Dai caldi soli poi fatto vorace, Più che d'acque lucente di tue spume, Sprezzasti il verde dell'antica pace Per penetrar gli abissi, avido fiume, Portando guerra come ai forti piace.
Così si ruppe il giovanil tormento Di questo cor contro le sorti cupe Del viver, nè temette lo spavento Che mugge ai piedi dell'aerea rupe, Quando si sparse la gran forza al vento.
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando, Tra i rochi sassi nel silenzio vai: Precipitar amando È legge antica che non cangia mai.
* * *
Fatta più saggia l'anima si stende In più docile corso. Ama la riva Dei campi ove più densa erra e discende L'ombra dei salci e la canzon giuliva: E lieta dona quel che lieta prende.
L'estate in noi si specchia e corre l'onda In mezzo ai fiori e in mezzo all'erbe piena: L'opra dell'uomo placida seconda Quando ai molini le sue forze mena, O d'antica città bacia la sponda.
I neri ponti dagli archi fuggenti, Gli ardui castelli e le ruvide mura Senton l'istorie delle vecchie genti, O sacro fiume, entro la notte oscura Uscir dall'ombre de' tuoi fiotti lenti.
Le sente del poeta il mesto cuore, Che ripieno di spiriti e leggende Evoca i tempi e fa riscoccar l'ore De' giorni morti, mentre il corso scende Nella barca che porta il suo dolore.
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando, Tra i rochi sassi nel silenzio vai: Proceder forte oprando Questo ti salvi se di più non hai.
* * *
Alle città siccome fresca vena Scendi di vita a rinnovar la forza, L'acqua tua lava il fango che avvelena Le dimore dei vivi e l'aria ammorza De' giorni tristi e della calda arena.
Così sognai recar, fiume regale, Ai pigri affanni l'onda de' miei canti Come tu scendi in tuo furor fatale: Così coi versi flagellar sonanti Il fango che sugli uomini più sale.
Gran sogno, ohimè... Già l'onda, ohimè si lagna D'esser poca allo sdegno... ohimè, già stanca Nella maremma s'impaluda e stagna L'acqua morta che pullula e che manca... Già della morte il mare mi guadagna.
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando, Tra i rochi sassi nel silenzio vai: Senza cercare il quando Andiamo al fine che non manca mai.
AD UN GENEROSO SIGNORE
Mugge dall'ampio casolar la mandra, Che bianco fiume a te versa di latte, Donde poi tragge il tuo castaldo un aureo Fiume al palagio: ma ti sforzi invano Esser contento. Oh perchè mai si adira Coscienza quasi vergognosa e freme Il cor, quando tu vedi a un pigro nume Fumar dell'opra altrui la valle e il piano?
Balzan veloci i tuoi cavalli al caldo Schioccare delle ferze e corre il suono De' tuoi cocchi tra i pallidi tuguri, Ove il popol si annida, ultimo gregge. Ma se dall'alto ai neri tetti il guardo Volgi, che stanno come pietre al sole, Ah delle cose il tuo pensier ravvisa L'intimo error e la spietata legge.
Non versa a te l'oblìo della menzogna Il vin che invecchia nelle oscure celle, Dolce vendemmia degli antichi tralci, Che ruppe ai padri il tedio doloroso: Nè al gioco cerchi o alla superflua mensa O al tripudio di Venere danzante, Come de' pari tuoi l'agile sciame, Contro all'acerba Idea sonno e riposo.
No, tu sei giusto. L'armonia del vero Suona com'arpa dall'esatte corde Nel tuo spirto magnanimo ed aperto Al caldi venti dell'affetto. Il trono Su cui ti diede di seder la sorte Non per stolto dominio, e ben lo sai, Fu a te largito o per sollazzo al volgo, Ma sol per esser regalmente buono.
Tu sai come maturi entro il suo solco L'opra dell'uomo, che non dorme al rezzo: Sai come, esempio al pigro, anzi rampogna, Il miel dall'arnia che più freme fili: Rompe il sasso la stilla e schiude il ferro Alla marmoree ninfe il passo e il volo: Sai come scorra, spola entro il traliccio, L'umana volontà dagli aurei fili.
Già di natura tra i più fitti arcani Leggesti fanciulletto, allor che in traccia Dei boschi andando e dei deserti monti, T'era saggia maestra la formica. Allor ti apparve l'inquieto affanno Delle cose operanti ed il segreto Della Vita, che a palmo invidia a palmo Il campo al ferreo piè della Nemica.
Fu tuo dolor la stretta onde si duole Nella viscida ragna il moscherino E del morente grillo entro la tana Miserasti tu placido la sorte: Tu non del tuo, ma del dolore altrui Doloroso ti muovi e guardi e temi Non il tuo danno, ma l'ingiuria e il fato Che all'umil giusto fa men giusto il forte.
Già con medica man indi mirasti Degli anni in sul fiorir (quando più scorre Amore ai sensi rugiadoso e molle) A far incontro al Mal colpi leggiadri: Sì che l'opra si spande, e come il sole Spazza la nebbia in fondo alla palude, È luce ove tu scendi, è vita, è pace, È perdono, è sorriso almo di madri.
E a te letizia corre incontro e ride, Se dal palagio tra gli scossi campi Al lavor de' tuoi servi arrechi il dono Della parola che le voglie esorta. Oprar con loro anche t'è bello e senti, Quando poi siedi co' tuoi figli a mensa, Uscir dal pane un pio savor di fame Ai denti ignoto della gente morta.
IL CANTONIERE
Col suon corrente la muta frangono notte le ruote. Accusa il fischio spaventevol la macchina che arriva, che brace e fumo vomita.
Passan sui piani, ove la candida neve dimora, le calde macchie del sangue, che dall'orbite i fanali biechi nell'ombra versano.
Passa ed il lento sonno e la tiepida dolcezza rompe dei baci, o tenera sposa, che voli al sospirato amplesso, un bianco lume vivido,
che getta un rapido saluto e rapido cade nel perso aere.... Morbida reclini in seno al tuo diletto e sogni nella rapita immagine,
una casetta sogni di candide nevi coperta e un fuoco e un palpito d'amor nella silente erma campagna e senza fine un giubilo;
una casetta che april di glicini circondi e irraggi il sol di fulgidi eliotropi sull'orlo d'una verde ombrosa solitudine!
Stan nelle valli coi bruni vertici al ciel le chiese; lucenti si aprono agli ozî dei palagi l'alte porte; le ville ai poggi ridono:
Gridano i borghi vivi del fremito dell'arte: Invidia agita ed Odio le case sparse nel fecondo piano, che al mio fuggir s'involano:
Tu, guardiano, pago alla povera capanna, al segno fisso, propizio genio custode dei destini erranti, ai nostri sogni vigili:
ai nostri affanni vigili: e principi rendi e tesori securi ai popoli, tu la coscienza che giammai non dorme, tu dell'amor un palpito.
Passan le genti innanzi e sfuggono come ombre labili in acqua tremula: nei carri alati van gemiti e canti, vanno le cure e tornano;
pazze alla meta le voglie corrono, corron sdraiate molli e trionfano le viaggianti vanità più stolte; tu sol, tu resti assiduo.
Al raggio fervido del sole, al perfido urlar del vento, ai geli, al piovere dell'irte nevi, a te pur sempre eguale, la tua bandiera sventoli.
Non gloria il drappo ne l'aria sventola (non è di sangue lordo e di lagrime) non rauca stride la cornetta a segno di morte.... Al ben degli uomini
sacra d'un uomo sta la miseria, sacro il dovere che sorge rigido contro la fame. Ignoto ai vivi e al tempo di te che resta?--Un numero.
A UN VECCHIO CROCIFISSO
O buon Gesù, che invecchi sulla croce, Scendi, ripiglia la tua veste bianca; Vedi l'umanità, che a te la stanca Mano distende e stanca alza la voce.
Il morto capo sgombra dall'incenso In cui ti celi all'occhio dei meschini; Dalle valli, dai monti e dai confini Ultimi ascolta un singhiozzar immenso.
Scendi dal legno e le stecchite braccia Sciogli, a stringere il mondo un'altra volta, La tua greggia, o pastor, che va disciolta, Teneramente al cor stringi ed allaccia.
Non vedi il nembo presso all'orizzonte Già grave d'odio annuvolar la terra? Dall'odio seminato urla la guerra E volge sangue della vita il fonte.
Indarno il lento cantico di pace Mandano i sacerdoti alla tua croce, Chè rauca è fatta al chèrico la voce E ignoto il libro tuo nel tempio giace.
Regna avarizia dei potenti in cuore Famelica, e di lacrime si pasce: Onde mal nasce e invidia già chi nasce Il sonno a quel che affaticato muore.
Scendi; ritorna nella veste bianca O del pietoso Amor biondo profeta! Anche una volta l'aspre voglie accheta, Sfamaci, o Padre, poi che il pan ci manca.
Sull'orme tue risorgeran gli ulivi E stilleran dalle tue man gli unguenti Dietro al profeta torneran le genti, Recando in braccio i pargoli giulivi,
Vieni nel tuo splendor mite, siccome Il dì che andasti placido sul mare; Il popol vieni, Amico, a consolare, Che mal si segna nel tuo santo nome.
PARTE II
LE VAGANTI IMMAGINI
CANTILENE DI NATALE
I.
Vorrei, se fossi il Re delle magìe, Stender stanotte un bianco ampio mantello Di neve sopra i tetti e per le vie E in ogni casa alzare un focherello.
Al suon di pastorali melodie Andrei pel mondo in groppa a un asinello A scongiurar gli affanni e l'altre arpie, Che stridono l'ingiuria al poverello.
Tornar farei gli arcangeli dei morti A rendere alle madri lagrimanti Con un sorriso i pargoli risorti;
E a quanti sono derelitti amanti, A quanti sono generosi e forti Farei nel core gli amorosi incanti.
II.
Allora, o verga magica, vorrei Stender lunga una tavola imbandita A fiori, a lumi, a lucidi trofei, Colma d'ogni allegrezza più squisita.
E Siri e Turchi ed Arabi e Giudei, Misti al popol di Cristo che ne invita, E ciechi e vecchi logori vedrei Inebriarsi a una seconda vita.
O festa lunga fino all'orizzonte! Verrian dal mar le navi pellegrine, Verrian dai campi i miseri e dal monte,
Verrian gli afflitti e l'anime meschine, Ch'han la vergogna ed il delitto in fronte, A chieder grazia, disciogliendo il crine.
III.
Al nuovo cenno si aprirebbe il coro Del paradiso e giù dagli sgabelli Vedrei scendere i santi in veste d'oro Luminose le barbe ed i capelli.
In litania d'amor, nel concistoro S'udrian cantar cogli esuli fratelli: IN TERRA PAX, IN TERRA PAX... e a loro Dal cimiter rispondere gli avelli.
E rose e perle e di mille colori Le gioie spargerei sul mio cammino, Adornando di lauro ogni stamberga.
Quando il gallo cantasse a mattutino, Vedreste, o bimbi, un gran giardino a fiori, E tramutato il mondo in Norimberga.
IV.
Stanotte a mezzanotte, quando spunta La dicembrina luna, Andiam, devoti amici, sulla punta De' piedi a meditar presso una cuna.
Nel tenero sorriso De' bimbi che riposano È in terra un luccicar di paradiso.
A mezzanotte fra tintinni e canti Per una liscia scalinata d'oro, Scende nei sogni loro Iddio con tutti i santi.
* * *
Se Dio tu cerchi invan nella morente Speranza dei mortali, E stanche in ciel va dibattendo l'ali La superba ragion che il dubbio espia, Oh credi almeno a questa poesia! Fin che sorride un piccol innocente Nei sogni della culla, È Dio che dolcemente Colla ragion dei padri si trastulla.
LA CHIESETTA
Sul sasso ignuda sta, carca le spalle D'anni e di doglie la chiesetta antica; Dal fondo guarda a lei tutta la valle, Come tu pensi alla lontana amica. Apresi a stento un praticel davanti Tra gli orli dell'abisso e il vecchio muro, Che le scosse sentì di non so quanti Secoli e sta di sua bontà sicuro, Una sola è la squilla, agli echi tutti Nota del monte e povero è l'altare; Un Cristo piange il suo dolor dai brutti Occhi tra ceri stanchi d'aspettare. Aspetta stanco anch'esso un cataletto Che un qualche morto a scuoterlo si muova; Per l'ampia soglia luminoso e schietto Entra il sol, entra il vento, entra la piova, Entra del fieno l'alito e dei fiori, Entran le rondinelle, entrano i cuori.
CANZONETTE DI PRIMAVERA
I.
La bella primavera, o cittadini, Di violette adorna, Ecco tra noi ritorna. April l'accoglierà ne' suoi giardini E sotto i pergolati Di fresco inghirlandati,
Uscite ad incontrarla, o quanti siete Belle fanciulle e quanti Desiderosi amanti: E voi, che vecchi stanchi, non potete Discendere le scale, Correte al davanzale.
Ella sen vien di molli aure vestita Nel rugiadosi umori Il sen colmo di fiorì: E dove passa colle rosee dita Crolla le siepi e scioglie Del mandorlo le foglie.
S'increspa il flutto e brilla Bianco nel prato il torrentel; sul clivo S'illumina ogni villa. Andiamo ad incontrare, O cittadini, in lungo stuol giulivo Le rondini sul mare.
II.
Di raggi d'oro il sole Rallegra le finestre: E dalle stalle fuggono le fole, Che le comari al novellar maestre Allungan, quando fiocca, Sul filo della rocca.
S'apre il mattin. D'argento, Fanciulla, è l'alba e ride: Tu la mantiglia sciorinando al vento, Scoti la polve e le lusinghe infide, Che in mezzo a false rose Il carneval vi pose.
O mio dolore assorto, O miei pensieri bruni, Itene fuor, libratevi nell'orto A far bisbiglio tra le siepi e i pruni: E vi trasformi il sole In rose ed in viole.
LASCIAMOLE VOLAR....
_Alle allieve del Collegio Bianchi-Morand l'ultimo giorno di scuola._
Apriamo le finestre oggi a costoro, Apriam la gabbia d'oro, Lasciamole volar queste figliuole All'aria, al verde, al sole.
Già troppo le vedemmo gli occhi inchini Sui vecchi libri e sui gualciti lini A tessere la vita Rinchiusa e scolorita.
Mal tornan le viole Entro il recinto oscuro, Lenta si svolge abbarbicata al muro L'edera senza sole.
Oggi le chiaman dall'erbose rive Dai margini fioriti a larghi gridi Dai numerosi lidi Del mar, dalle cascate fuggitive
Le liberali voci di natura A respirar la pura Energia della vita tutta quanta Che gioca, ride, canta.
Lasciamole volar. Le selve, i piani Han bisogno di voci allegre e oneste Ahimè! già troppo meste Son le giornate dei lavori umani....
Queste alle selve, ai monti Vadano, il crin fiorito Degli altri uccelli al gorgheggiante invito A farsi belle a specchio delle fonti
Nel sangue che scintilla Più vivo balza il cor che lo riceve Divina è la pupilla Che più lembi di ciel dischiude e beve:
Quanto rapì nella stagione oscura Il pigro e curvo inverno, Col suo tesoro eterno A cento a cento renderà natura.
Il sol che pinge i fiori Il mar che mai non posa Ritornerà sui languidi pallori Il bel color di rosa.
A lor che un giorno soffriran la guerra Dei torbidi elementi Giovi produrre le radici in terra Profonde e dar tutta la chioma ai venti.
A lor che un giorno forniranno i nidi Nei verdi amplessi ai teneri usignuoli Tornin benigni i soli Tornin le brezze degli aperti lidi.
Lieto trionfo nostro Sarà quel dì che sulle belle gote Vedrem stampato in rubiconde note Quel che scriviamo in troppo nero inchiostro.
Volate dunque ad imparar la grande Storia che parla e vive Nelle libere cose. Iddìo la spande Nell'universo e in mezzo al cor la scrive.
Nell'ampia scuola ove il saper si stende Del ciel, nel libro aperto di natura Ragiona una scrittura Che molte cose insegna a chi la intende;
Per gli stellati numeri si svolve Una dottrina arcana Che tutta passa della scienza umana La radunata polve.
Questa dolce sapienza or dunque cada A voi nel grembo e vi rinfreschi i cuori Siccome la rugiada Che rende sul mattin l'anima ai fiori