# Valenzia Candiano: Racconto

## Part 9

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Arrivati presso a Crugnoga, che è un paesello non molto distante del lago, al confluente di una stradella, s'incontrarono in due uomini a cavallo, e fu così rapido e inaspettato quello scontro che l'uno de' cavalcatori fu addosso alla lettiga, e nel momento che tirò a sè le briglie per iscansarla, potè vedere così alla sfuggita le due donne che stavano dentro, senza però poterne distinguere i volti; bensì Valenzia, che, per essere chiusa e all'oscuro, vedeva meglio chi stava fuori, potè in quel fuggevole istante vedere il viso di colui che le era passato così presso, e senza indovinarne la cagione, provò una sensazione di terrore, e le sorsero in mente mille sparse ricordanze che non sapeva come raccapezzare, e intanto lo scalpito de' cavalli che sentiva ancor vicino, continuava a stringerla di spavento. E vôlta al Malumbra che in quel momento le stava da canto:

«Avreste mai, per caso, conosciuto chi sieno costoro?»

«Io no, madonna, non ho potuto guardarli in volto.»

«Non vorrei fosser uomini di malavita che vanno attorno la notte per recar danno a' viandanti.»

«Non è possibile.»

«Eppure....»

«Guardate come se ne van difilati per la via loro; non fa così chi ha ribaldi disegni.»

«Ma adesso han rallentato il corso, mi pare.»

«Scacciate codeste fantasie dal capo, e siate sicura che non c'è un pericolo al mondo.»

In questo momento i due uomini che avanzavano di qualche passo Valenzia, attendevano essi pure a parlare tra loro:

«Mi dà molta noia il far la via di conserva con questa gente.»

«Eppure non è a temer nulla da un uomo solo che viaggia insieme a due donne.»

«Chi t'ha parlato di timore? Sai bene chi son io, se mai si trattasse di menar le mani; ma qui ci conviene tirar via dritto, che tutto il nostro pericolo sta nell'essere conosciuti.»

«Voi dite benissimo.»

«Dunque?»

«Dunque lì c'è un altro sentiero, e dilunghiamoci un tratto da costoro.»

«Purchè non si corra l'altro pericolo di sviare.»

«Perciò basta che ci teniam volti un poco a que' monti, e non faremo contrario cammino.»

Allora dato di sprone a' ronzini presero per una viuzza che s'apriva attraverso le campagne. e scomparvero alla vista de' nostri viaggiatori.

Del resto lo spavento che aveva assalito Valenzia alla vista d'uno di que' viandanti, era ben ragionevole, e se il volto di quell'uomo suscitò in sua mente sparse e terribili ricordanze, gli era perchè quell'uomo l'avea veduto infatti più d'una volta. Era esso il figlio di Barnabò accompagnato dal fidato suo Bronzino,

Arrivati a Sesto qualche ora prima del Malumbra, avendo voluto percorrere le strade assai fuori di mano, di tanto prolungarono il cammino che si lasciarono raggiungere da chi era partito dopo. Così Valenzia e il figlio di Bernabò si trovarono a un passo di distanza, e fu gran ventura se non successe altro.

Ma intanto che i nostri viaggiatori continuavano alacremente il loro cammino, sorse la prim'alba, spuntò il sole, e ai campanili dei paeselli vicino a cui passavano, si sentivano di tratto in tratto a batter l'ore.... il tempo camminava veloce, nè ancora si sostava; venne il mezzodì, e quantunque la stagione autunnale non desse gran caldo per sè, pure la sferza del sole intorno a quell'ora bruciata, diede tanta noia e tanto affanno a Valenzia che, non usa a quelle corse, sentivasi d'aggiunta indolenzite le membra per la notte vegliata e trascorsa a malagio; andava tempestando il Malumbra perchè si fermassero a riposare un momento in qualche luogo; ma troppo premeva a lui il tirarsi assai lontano dal lago, e con belle parole d'uso in altro paese, giunsero verso l'imbrunire presso Olgiate Olona.

A noi che siam usi ai mezzi di trasporto così facili e rapidi d'oggidì, deve parer strano che si dovesse impiegare tanto tempo per percorrere così breve cammino; ma le strade erano così cattive ed ardue, e in que' luoghi principalmente non molto frequentati, che a' cavalli, quasi sempre, conveniva andare di passo. Quando furono tra Castel Seprio e Appiano, parve al Malumbra che fosse sufficiente distanza per non avere a temere una sorpresa, e veduta un'osteria pensò alloggiarvi colà le donne.

La spossatezza eccessiva in cui era caduta Valenzia, l'oscurità della sera sopraggiunta tutt'a un tratto, la sinistra apparenza di quell'osteria con certe cameracce basse basse e sucide qualche poco, l'avevan messa di così pessimo umore, che tutto quello che un dì prima gli era stato causa di grandissima gioia, nella fantasia ottenebrata le divenne causa di timori e peggio. D'aggiunta non poteva farsi ragione delle risposte che lungo il viaggio il Malumbra aveva dato alle sue domande, dacchè non erale riuscito sapere precisamente da lui in che luogo si trovasse il Fossano. E allora tornavale in mente che Alberigo le aveva promesso sarebbe tornato lui all'isola di San Giulio. Ma quella promessa ricordandogli il perchè era stata fatta, tornava a pesarle sull'anima il pensiero della contessa Giulia, e quel repentino pentimento del Fossano non le pareva potesse esser sincero. Qui un brivido di raccapriccio la coglieva per tutte le membra, e pensava non vi fosse mai qualche mistero sotto; e recatasi per svagarsi un momento ad una finestretta che dava su di una landa incolta, interminabile; quell'apparenza deserta e monotona, quel velo cinericcio di vapore che si stendeva a coprire tutta quanta la campagna, e in fondo in fondo si confondeva col cielo di un bigio pallido, e più di tutto una monotona cantilena che di quando in quando si sentiva a non molta distanza, le serrarono il cuore di maniera che pareva le si fosse in quel momento svelato tutto l'orribile della sua condizione.

Intanto il Malumbra passeggiando pel cortile dell'osteria, e sopravvegliando perchè a' suoi cavalli si desse orzo e fieno quanto poteva bastare per rifarli del lungo e continuato viaggio, vide due altri cavalli ancora insellati e tumidi di sudore.

«Son cavalli di forastieri?» domandò ad un uomo dell'osteria così come suol farsi più per passatempo che per altro.

«Sì, messere, e arrivati qui di fresco, e pare che debbano aver fatto molto cammino, che ancora sbattono i fianchi.»

«Quando si viaggia torna assai meglio far presto che adagio.»

«Ma questo è il modo d'ammazzar le povere bestie; se si trattasse di scappare, pazienza!»

«Tu parli bene, ma alle volte anche senza scappare occorre far presto.»

«Sarà come voi dite messere.»

E quel buon uomo, a cui pochissimo importava d'uscir vittorioso della discussione, senz'altre parole lasciò solo il Malumbra.

Ma questi ricordandosi dei due cavalcatori che aveva incontrati la notte prima, e pensando fossero quei medesimi che avevano tanto stancati i loro cavalli, e di presente si fossero fermati in quell'osteria, gli venne una gran voglia di vederli in volto.

Tra le cose infinite che cospirarono a spingere il Malumbra a quel suo tristo mestiere, ci siam dimenticati parlare dell'organo della curiosità, ch'egli aveva pronunciatissimo, e pel quale era sempre stato uno dei bisogni della sua vita il domandare, il frugare, l'inquisire. Senonchè non ebbe questa volta a durar molta fatica nelle sue indagini; e mentre si disponeva a quell'impresa, nell'uscire da una porta, e nel mettere il piede in un andatoio comune si trovò faccia a faccia col Bronzino: un _oh_! di maraviglia fu pronunciato da ambidue in quel momento, e si fermarono.

«Si capisce che tu mantieni assai bene la parola, amico,» gli disse il Malumbra, «a quest'ora io ti credevo a cavalcione di qualche barca sul lago.»

«Benissimo, ed io ti credevo a quest'ora fermo ad aspettarmi sulla piazza d'Angera.»

Il Malumbra sorrise e soggiunse:

«In somma m'avvedo che i cinquanta fiorini ti toccano assai poco la fantasia.»

«Ed è gran ventura, giacchè m'accorgo che tu non eri gran che disposto a snocciolarmeli.»

«Sei di buon umore, amico.»

«E tu non mi sembri gran fatto tristo.»

«Del resto, tornando a noi, io ti dico che il tiro non ti ha colto al segno, giacchè se tu sei uomo d'onore, m'avrai presto a sborsare i cinquanta fiorini che hai promesso.»

«Davvero?»

«Non ischerzo.»

«Dunque che cosa hai a raccontarmi.»

«Che l'amico viaggia verso Venezia.»

«Chi?»

«Lui.»

«Il Visconti?»

«In carne ed ossa.»

«Io non ti posso credere, se non me ne dai le prove.»

«Vai a Venezia tu?»

«Io?... non così presto.... ma ci andrò.»

«Serba adunque i cinquanta fiorini, che ci rivedremo là senz'altro.»

«Certo che li serberò; ma ora fammi chiaro di una cosa sola?»

«E che cosa?»

«Questa notte tu galoppavi allegramente sulla via di Cusnedo.»

«Io?»

«Tu stesso, e in compagnia d'un altro; ma perchè ti spiccasti così presto dal tuo lago? perchè non mi hai aspettato? perchè sei qui? chi è quel tuo fidatissimo amico?»

«Io mi ricordo che a Milano quando ho dato nelle labarde del duca che facevan la ronda per la città; press'a poco mi si fecero queste inchieste; ma prima di risponderti ti voglio un tratto interrogare.»

«Sentiamo?»

«Questa notte io t'ho visto cavalcare adagino adagino accanto di due belle signore; perchè non aspettarmi ad Angera? perchè viaggiar di notte con donne? chi sono quelle donne? Rispondi tu ora.»

Il Malumbra tacque, e stette pensando la risposta; ma in quella fu chiamato dalla fante di Valenzia che lo tolse all'imbarazzo. Risalì la scaletta pensando alla stranissima combinazione di quel quinto incontro col medesimo uomo, e ridendosene fra sè; mentre queste idee gli ronzavano per la testa, e fermavasi un tratto sul pianerottolo d'una scala di legno, vede una riga di luce attraverso alle imposte malconnesse d'un uscio.

Per un'abitudine propria del suo mestiere mette l'occhio a quella cruna e guarda. Il figlio di Bernabò Visconti stava seduto innanzi ad una tavolaccia colle braccia incrocicchiate sul petto, la testa ritta e incappucciata e l'occhio fisso; quantunque non l'avesse veduto che due o tre volte a Venezia, molt'anni prima, pure quella fisonomia al tutto caratteristica gli si svolse intera innanzi agli occhi, e lo riconobbe. Si diè mille volte dello stolido per non aver saputo indovinare che l'uomo della faccia astuta era un addetto di colui, e più d'una volta ebbe a dire che non altri che il demonio poteva aver prodotta quella combinazione straordinaria, considerando la quale egli non sapeva credere a sè stesso. Ma a que' pensieri subito tenner dietro degli altri; ed uno segnatamente, al quale non potè dar passo così di fretta; sentendo che saliva qualcheduno per la scala, si ritrasse ricordandosi allora che la fante l'aveva chiamato, ed entrò nella stanza dove trovavasi Valenzia.

Ella, volgendogli un viso assai pallido e pieno di accoramento, gli disse:

«Io m'avvedo che voi volete tenermi nascosta qualche grave sciagura toccata al Fossano, giacchè mi traete d'oggi in domani, e passa il tempo e mai non si viene a capo di nulla: per carità vogliate dirmi il vero, e vi giuro ch'io saprò essere più ferma di quello si abbia a pretendere da donna, e assoggettandomi a qualunque disgrazia che a Dio fosse piaciuto mandarmi, io non vi darò nessuna noia con inutili lamenti, e prima di tutto, giacchè sino a quest'ora me ne avete voluto fare un mistero, ditemi in che luogo mai si trova adesso il mio Alberigo, e dove precisamente mi avete a condurre.»

Il Malumbra che sino a quel punto non aveva mai detto nessuna cosa a Valenzia dalla quale si potesse cavare un costrutto, a togliersi per sempre la noia d'altre domande, le disse di suo capo, tanto per acquetarla, un nome di luogo dove avrebbe veduto finalmente l'illustrissimo cavalier Fossano, e in quanto alle sventure delle quali mostrava aver tanto sospetto, la tranquillò con sì bei modi ch'ella parve assicurarsi un poco e darsi pace. Auguratale allora la buona notte, e raccomandatole stesse preparata a svegliarsi presto, chè alla prim'alba si sarebbero rimessi in viaggio, le si tolse dinanzi ed uscì.

Discese nel cortiletto dell'osteria, e agitando molti partiti si diè a passeggiarlo in lungo e in largo. Se sino a quel momento non era stato molto difficile l'ingannare Valenzia, vedeva bene che quanto più si progrediva innanzi, e quanto più di tempo si consumava, si sarebbe trovato in così difficile posizione che non ci sarebbe via d'uscirne col pericolo di non raggiungere l'intento suo che era quello di condurla a Venezia; però cominciò a tentarlo il diabolico pensiero di lavarsene le mani, e giacchè il caso aveva fatto capitare in quel luogo il figlio di Bernabò, condurre le cose in modo ch'egli potesse vederla, e quindi condurla seco a Venezia.

Questo partito per altro, a dir tutto, appena gli venne in mente gli sconvolse un po' l'animo di raccapriccio, e quel suo istinto di tenerezza pe' suoi figli che sempre lo aveva fatto crudele cogli altri uomini, questa volta gli fece pensare al dolore del padre di lei, alla disperazione del Fossano, allo strazio troppo crudele di Valenzia, alla quale più che ogni altra sventura sarebbe stato insopportabile la perdita della propria dignità e del proprio cuore, scena straziante di famiglia che gli toccò la sola corda sensibile e generosa del suo cuore; ma d'altra parte il pensiero di una larghissima ricompensa per parte del senator Barbarigo, che certo avrebbe avuto assai obbligo a lui dell'avere così felicemente condotte le cose a quel termine, arrestò tutt'in un tratto quell'oscillazione pietosa, e allora fu per fermare assolutamente il partito.

Si tolse di là, recossi nella stanzaccia dell'osteria, e si accostò al Bronzino, che se ne stava seduto ad una tavola.

«Hai pensato la risposta?» gli domandò il Bronzino ridendo.

«Tu sei pazzo, amico; ma com'è che tu sei qui solo, e non fai compagnia al tuo signore?»

«Al mio signore?»

«Non occorre che tu faccia le maraviglie, tra noi non ci devono essere più segreti, e in quanto al tuo signore mi pare piegato per nulla dalle sue sventure.»

Il Bronzino si alzava alquanto turbato, e guardava in volto il Malumbra con un'espressione particolare.

Ma il Malumbra si mise a ridere, e continuò:

«In verità che non vi so comprendere, amico caro, e non mi pare dobbiate avere di me un timore al mondo, giacchè fin qui abbiam sempre fatto le cose d'accordo.»

«D'accordo! va bene, ma non state ora a guastare le cose mie.»

«Guastarle? voglio anzi che vadano a miglior cammino; e però devi farmi un piacere.»

«Quale?»

«Condurmi innanzi al Visconti.»

Bronzino guardò un pezzo il Malumbra, poi disse:

«Questo non sarà mai.»

«Eppure io dirò tal cosa al tuo signore che lo farò rinascere, e se darà la mancia a me, non vorrà lasciar te colle mani vuote.»

«Ma cosa devi dirgli?»

«Usciamo un tratto di qui, e conducimi da lui.» Ma nell'istante che uscivano, al Malumbra venne un altro pensiero che lo sconsigliava del suo infame attentato. Intanto che il tristo uomo se ne sta irresoluto, a noi tocca ritornare ancora al silenzioso lago d'Orta.

La sera del giorno prima il Fossano, come già aveva detto al Malumbra medesimo, si era presentato all'eccellentissimo duca Galeazzo, e seppe così bene mettere innanzi la sua preghiera, che il duca, quantunque con moltissimo suo dispiacere, gli dovette concedere di assentarsi per qualche tempo dalla corte. Così dispose partire per il dì dopo, se non che avendo dovuto accompagnare il duca ad Arona, e fermarsi colla corte colà sino alle diciott'ore circa, dovette protrarre sin quasi verso sera la cavalcata ad Orta, onde finalmente, colma l'anima di quella contentezza che troppo rare volte prova l'uomo in questo mondo, si fece condurre all'isola. Il suo amore per la bella contessa Giulia, come il lettore può benissimo essersi accorto, non aveva giammai invaso interamente il cuore d'Alberigo; s'era trovato preso dall'artificio di una donna, e d'altra parte per quella cedevole bontà che, quando è soverchia, è causa talvolta di grandi errori, non seppe mostrarsi scortese a quella calda profferta d'amore che gli era stata fatta. Ma la sua passione, come quei frutti cresciuti d'inverno al calore della stufa, e per nulla giovati dalla feconda vampa del sole, era sempre stata una certa cosa così a mezzo a mezzo, ed alla quale non è facile trovare il vero nome. Non si deve dunque durar molta fatica a farsi capace di quel suo rapido ritorno all'amor vero che con tanta forza già aveva sentito per Valenzia, e che soltanto per quegli alti e bassi che sono nell'umana natura, aveva potuto freddarsi un momento. Con un ardore indicibile egli stesso in quella sera diè mano al remo per giungere più presto all'isola, e intanto pensava:--No, non avrò più a vivere in timore di te, Valenzia mia, io ti veglierò sempre da vicino nè speri d'averti mai il tristo figlio di Bernabò, se avvisato dell'esser tuo da qualche spia d'inferno, è venuto per te appunto in questi paesi.--

Questo pensiero gli venne spontaneo alla mente pel gran discorrere che in quel dì s'era fatto di Carlo Visconti, atteso che una delle labarde che stavano al servigio del duca in un forte che questi possedeva presso Ascona, aveva assicurato d'aver veduto co' propri occhi il figlio di Bernabò, e però s'era statuito d'armare appositamente una mano d'uomini, i quali si mettessero sulle traccie di lui in fino a tanto non lo avessero catturato. Arrivato all'isola, gettati i remi nel battello, saliti i gradini dello scaglione che mettevano al suo palazzotto, v'entrò. Il servo che stava in un cortiletto a confabulare con alcuni di que' buoni isolani, s'alzò appena che vide il suo padrone, senza dirgli nulla però, credendo non facesse mestieri, e lasciò che salisse nelle stanze superiori. E il Fossano sicuro tanto di trovar la sua Valenzia in quell'ora seduta appresso il finestrone che dava sul lago come della propria esistenza, disse ad alta voce:

«E così, attenni io bene la mia promessa, Valenzia?»

In quella batteva l'ora di notte al campanile della chiesa di San Giulio, e l'onda di suono che penetrò fin entro a quella stanza generata dall'oscillazione della campana, fu l'unica risposta alle sue parole; s'accorge finalmente che in quella stanza non c'è nessuno, e va oltre, e così d'una in altra, ma, come è inutile a dire, senza mai trovare chi cercava; non gli prese però alcun fastidio di questo tanto era lontano dal benchè minimo sospetto, e ridiscese e domandò ai servo:

«Dov'è Valenzia? dove se n'è andata?»

Quel buon servo a tutta prima non comprese bene, poi sentendosi replicare la medesima domanda alzò in volto al Fossano due occhi pieni di maraviglia senza però rispondere ancora. Il volto sicuro e lieto del servo non potè nemmeno in questo momento fargli nascere neppur ombra di timore, soltanto gli aggiunse un po' d'impazienza che gli fe' ripetere per la terza volta;

«Ma in somma dov'è Valenzia?»

«Ma non l'avete mandata a prender voi, messere?»

«Cosa dici?»

«L'uomo che venne a levarla di qui, non fu mandato da voi espressamente per questo?»

«Ma che uomo! per la croce di Dio, parla più chiaro!»

«Io non so chi fosse, ma bisogna pure che fosse un vostro conoscente, giacchè madonna non esitò a riconoscerlo.»

«Ma, e tu non l'hai veduto mai altra volta?» gli domandò il Fossano con una voce così alterata, e facendo un viso così stravolto che anche il servo cominciò a pensar male e a temere fosse accaduta qualche grave sventura.... però, come a trovare qualche filo per venire a capo di qualche cosa,

«Io non so bene,» continuò a dire, «ma quel messere che venne qui con voi l'altro dì, ha qualche cosa di somigliante all'uomo che venne qui ieri.»

«E quando venne qui?»

«Intorno a quest'ora.»

«Parlò a lungo con te?»

«No.»

«L'hai tu ben guardato in volto tanto da ricordartene precisamente com'era fatto?»

«No, a dir vero.»

«Che fosse quel medesimo che venne con me qui?»

«In questo caso non saprei che dire, ma voi dovete conoscere colui, e....»

Qui un'idea terribile balzò alla mente del Fossano, e con voce nella quale sentivasi un ira furibonda mista a paura e a spavento:

«Ch'ei fosse uno spione dei Dieci.» E si percosse la fronte col pugno, e si scontorse per tutta la persona, e fece mille gesti in un momento.... poi si lasciò cader le braccia, e stette ritto su due piedi immobile colla pupilla tesa e pallido come un morto.

Quando si scosse non disse nulla, uscì delle stanze, discese le scale, sì recò sugli scaglioni del palazzo. Il servo che lo aveva sempre seguito,

«E così,» gli disse «cosa avete in animo di fare?»

«Andarmene,» rispose Fossano così sopra pensiero e con una voce bassa e languida un cotal poco.

«L'ora è troppo tarda, io vi consiglio a fermarvi qui, per questa notte.»

«Per questa notte!» replicava Fossano così macchinalmente e stato un pezzo irresoluto: «oh, notte d'inferno!...» proruppe alla fine, e disceso sull'ultimo gradino saltò nella barca.

«Ma pensate d'andarvene così solo? a quest'ora? Aspettate che venga anch'io.»

«No, tu hai da star qui... piuttosto chiamami qualchedun'altro.»

Venne un altro servo, saltò esso pure nella barca, e si partirono. La condizione dell'animo e della mente di Fossano, era quella che è più prossima alla pazzia.

La sventura inaspettata che lo colpì allora, appunto che l'animo suo era inclinato alle più belle speranze ed alla gioia; l'incertezza insopportabile in cui si trovava a tal che non sapeva nemmeno che partito prendere in quella sua dolorosa situazione; l'amore per la sua Valenzia che gli sboccò nel cuore con un impeto procelloso che non gli lasciava requie, ed a rendere più insopportabili tutte codeste punte, uno sgomento ineffabile di una sventura inaudita: Candiano e Valenzia accusati al tribunale dei Dieci, tutto valse a produrre in lui una così violenta confusione d'idee da non saper più dove ei si trovasse veramente, e sulla prora della barchetta seduto, colla pupilla aperta e come intenta al gioco che faceva l'acqua nel frangersi, mostrava quell'attonita tranquillità che tanto muove a compassione.

VIII

IL DOGE

Quindici giorni dopo, la campana grossa di San Marco in Venezia batteva tocchi gravi e frequenti, che spandevano un suon lugubre per gran tratto all'intorno. Innanzi al palazzo ducale se ne stava stivata un'immensa moltitudine di popolo. Era un parlare sommesso, un bisbiglio, un susurro incessante, un domandare, un rispondere continuo. Il doge, vecchio novantenne, aveva il dì innanzi resa l'anima a Dio, e di questo avvenimento era piena in quel dì tutta Venezia.

Un secolo prima dell'anno in cui ci troviamo con questa storia, la salma mortale del doge sarebbe già stata trasferita nella chiesetta di San Giovanni e Paolo senza apparato di sorta, e il popolo veneziano in vece di starsene colà innanzi al palazzo e sparso sulla gran piazza di San Marco a discorrere dell'evento, a raccontare i fasti dell'illustre trapassato, a pensare chi mai sarebbe stato il suo successore, sarebbe in vece entrato tumultuante nel palazzo ducale, ed avrebbe messo a sacco ed a ruba tutte le suppellettili del doge defunto, facendo schiamazzi e gettando altissime grida quasi si fosse trattato di una publica baldoria. Così aveva voluto la barbara rozzezza dei tempi; ma forse alla morte di qualche doge che assai avesse meritato della patria col mettere la propria vita alla sua difesa, la moltitudine percossa dalla sventura, intenerita per la gratitudine, rispettosa alla virtù del trapassato, di sua spontanea volontà avrà derogato a quel barbaro costume. Così il doge fu da quell'ora considerato alla sua morte pari almeno a tutti gli altri uomini, e si pensarono a rendere anche a lui quegli onori dovuti a chi non è più. Man mano poi si pensò a rendergli tributi pari alla sua dignità, e in ragione che questa, col volgere del tempo, venne sempre più acquistando di splendore, anche la funzione dei funerali del doge aggiunse una magnificenza grado grado sempre più sfarzosa.

