# Valenzia Candiano: Racconto

## Part 7

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Allora il Fossano, chiamato quel suo servo che era a parte d'ogni segreto, lo prese ad interrogare con modi assai gravi, per sapere s'egli avesse mai palesato a qualcheduno ciò che tanto premeva tener nascosto. Ma quel buon servo che, molti mesi prima a Milano, era stato indotto a raccontar tante cose sul conto del suo padrone, dal troppo vino che gli aveva accresciuta la parlantina, e dalle astute domande del Malumbra; parte non si ricordava bene dell'avvenuto, parte non voleva farsi conoscere per da poco e peggio, e così con belle parole rassicurò il proprio padrone al tutto.

Intanto il Malumbra, il quale non sapeva che fare in quel dì, erasi, a fuggir tempo, recato sulla piazza d'Angera; per esser giorno di mercato, v'era colà gran quantità di popolo, e così camminando tra gente e gente, attese a baloccarsi per qualche ora. Tra tutte le faccie però di que' montanari, dalle quali traspariva la sincerità, la rettitudine e quella buona fede che divien tanto più preziosa, perchè più rara tra le mura delle città, il Malumbra che, per le incombenze dell'arte sua, aveva dovuto fare, come si suol dire, l'occhio esperto, notò la faccia di un tale che faceva una decisa dissonanza con tutti gli altri che gli stavano intorno. Anche la foggia del vestire di colui si scostava qualche poco dalla comune, ma a questo non avrebbe osservato gran che, se quegli occhi fondi piccoli e muoventisi di continuo, e quella scialba pallidezza che non può accordarsi alla vita serena del montanaro e all'aria pura de' monti, non lo avessero messo in sull'avviso. E davvero che l'astuto Malumbra non erasi ingannato, in quanto che l'uomo che lo aveva tanto colpito, era nulla meno che il Bronzino, il compagno del Visconti. Il caso poi volle che in quel dì s'incontrassero molte volte, e d'aggiunta si dessero a vicenda molte occhiate, forse per quell'istinto medesimo che fa al gatto sentir l'odore del gatto. Dando però a questi scontri fortuiti il valore che si conveniva, il Malumbra verso le sedici ore si recò ad un'osteriaccia che dava sul lago. Ma quando entrò nel cortile, guardando ove si potesse collocare, vide che da un'altra parte era entrato l'uomo nel quale erasi scontrato tante volte.

Dopo molte ore d'ozio e di noia voleva pure attendere a qualche cosa che appartenesse all'arte sua, ed essendogli entrato il desiderio di sapere chi fosse colui, gli si recò appresso per tentare di appiccar seco alcun discorso; il Bronzino dal canto suo, come si vide alle costole il Malumbra, lo guardò un tratto ridendo a mezzo, poi così gli disse:

«Oggi, amico caro, ci siamo incontrati troppe volte, perche io possa credere che sia al tutto effetto del caso.»

«È il mio pensiero questo che voi dite. E per la pura verità, è la quarta volta per lo meno che voi venite su miei passi.»

«Avete voluto dire che voi vi trovate sui miei.»

«Come vi piace, amico mio; ma se la cosa non è effetto del caso, è senza dubbio effetto del destino.»

«Del resto io non trovo che noi abbiamo a fare alcuna cosa insieme.»

«Chi lo può dire? a buoni conti siamo in sull'osteria, e se non c'è altro ci rimane a pranzare ad una tavola medesima.»

Qui il Malumbra, chiamato l'oste, che gli si fece innanzi con mille inchini,

«Si vorrebbe mangiare un boccone,» gli disse.

E domandandogli l'oste se aveva a preparare per ambedue, allora il Malumbra, facendo le viste che molto non gl'importasse della compagnia dell'altro, soggiunse:

«Per questo messere, col quale ci siamo incontrati, non so.»

Ma il Bronzino avendo presto detto all'oste: «Prepara pure anche per me, chè pranzo coll'amico;» senza più altro, l'uno rimpetto dell'altro, si posero a desco.

Preso un pane, spezzatolo, e ingollatine alcuni bocconi, come per passatempo, intanto che si aspettava si mettesse in tavola, il Malumbra con quel suo fare sbadato e freddo che gli era abituale, cominciò a mettere innanzi alcune parole.

«Il tempo continua innanzi ch'è una maraviglia; ma in quest'anno non c'è qui molta affluenza dei signori del piano, ed alle mie merci non c'è modo di far prendere il volo.»

«È la prima volta che capitate in queste parti?»

«Qui la prima volta; ma in Milano ci venni assai spesso, e quest'anno essendovi capitato quando la corte se n'era già andata, e avendo sentito che il duca era venuto quassù a villeggiare, ho detto tra me:--Andiamo, che di ragione verranno colà tulli i gentiluomini della città, ed io troverò di far bene.--Ma, pur troppo, amico caro, mi sono ingannato. Sono però assai contento d'aver visto il duca; e in vero, ha un viso che mi va per la fantasia.»

«Siete di buon gusto, amico caro,» rispose il Bronzino con un sorriso che appena gli si vedeva tra labbro e labbro. «Quella sua barba che finisce in punta, è tal cosa che certamente può dare nel genio a chicchessia.»

«In quanto alla barba, avete ragione, non è la miglior cosa. Ma quel che mi piacque tanto in lui è quell'apparenza di bonarietà.»

«Di che cose vi dilettate a far mercato, se è lecito?»

«Come c'entra questa domanda?»

«Volevo dire che se mai aveste l'occhio tanto acuto nel giudicare gli oggetti e le merci che togliete a comperare per rivendere, come nel giudicare gli uomini, vi consiglio a stare in guardia, che i fallimenti vengono via di fretta, e tra le cose meno difficili, c'è quella di sculacciar la pietra che sta sulla piazza del mercato.»

«Capisco che mi siete amico, dal momento che mi date dei pareri; in quanto poi all'eccellentissimo duca....»

«Cosa volete dire?»

«Questo bel paesello è suo; e le picche che fanno la guardia alla porta del castello, servono a lui, e l'oste che ci dà a pranzare, paga i balzelli a lui....»

«Certamente....»

«Dunque, credete a me, che il duca è l'uomo più buono di questo mondo.»

«Adesso capisco,» e sorridendo vuotava un altro bicchiere di vino. «Ma voi non siete già di Lombardia?»

«No, son della terra di San Marco.»

«Vi si capiva infatti al parlare.»

«E voi?»

«Io, a dir la verità, credo di esser nato a Chambery, che è un paesello della Savoja. Ma a dirvi tutto, ho viaggiato tanto, che ci vuole una bella memoria a ricordarsi della patria.»

«Avete moglie?»

«Credo bene d'averne, con cinque o sei figli salv'errore; ma è così gran tempo ch'io vo errando pel mondo, che oramai non saprei più riconoscerli se mi capitassero innanzi.»

«Ma....»

«A voi non par giusto, non è vero? eppure la cosa è appunto come vi dico.»

«Ed io se avessi a disertar moglie e figliuoli, non saprei più trovare il che ed il perchè di questo nostro vivere.»

«E a me in vece venne una gran voglia di gettarmi da un burrato, come mi vidi intorno quella nidiata di figli, tanto che un bel dì, avendo fatto molto cammino, nè piacendomi ritornare, tirai innanzi, e l'un passo dopo l'altro mi trovai a Milano.» E vuotava un altro bicchiere di vino che certo non sarà l'ultimo.

«E avete potuto far bene colà?»

«Benissimo.»

«Intorno a che anno vi siete trovato a Milano?»

«Nell'ottant'uno, quando....»

«Quando il Bernabò fu preso....»

«A tradimento.»

«Zitto....»

«Capisco che voi parlate per paura che qualcheduno ci possa udire, ma state pur certo che nessuno ci ascolta. Fatemi dunque piacere a confessare che quello fu un tradimento, e dei negri se ve n'ha.»

«Come volete, alla buon'ora; ma voi siete molto amico del Bernabò.»

«Io?... Non state a crederlo; non gli sono nè gli fui mai amico. Bensì vi dirò una cosa, già qui non è alcuno che ci ascolti, e di voi mi posso fidare. Mi fanno compassione i figli di lui.»

«Viaggiando da Milano a questa parte, m'incontrai in un crocchio di persone che mi raccontarono una strana cosa.»

«Ed è?»

«Che Carlo Visconti trovasi celato in uno di questi paesi.»

«Oh diavolo!»

«Vi dico il vero, ch'ei mi piacerebbe a rivederlo quello sventurato giovane; a rivederlo, mi capite, perchè quand'egli capitò a Venezia, io lo vidi più d'una volta, E se avessi ad incontrarmi in lui, avrei a dirgli qualche cosa che gli farebbe inarcare le ciglia per lo stupore.»

Bronzino facevasi attento, il Malumbra aguzzava gli occhi.

«Egli doveva sposare una patrizia veneta.»

«Lo so; ma la patrizia veneta morì, ed egli si sposò in vece alla sorella del conte d'Armagnac che morì anch'essa,»

«Voi la sapete lunga; ma io la so lunga più. di voi.»

«Come sarebbe a dire?»

«Che la patrizia che morì, per un vero miracolo di Dio è risuscitata, e di presente è fresca e sana meglio di me e di voi.»

Bronzino scrollò la testa, poi disse:

«Fantasie, amico caro, fantasie. Queste cose io le posso sapere meglio di voi certo.»

«Lo credete?»

«Pensate un tratto se la Republica di Venezia, alla quale premeva assai di quel tempo l'amicizia di Bernabò Visconti, avrebbe voluto ingannarlo di tal maniera.»

«E la Republica infatti non ingannò, ma fu ingannata: e se ora il figlio di Bernabò potesse mai per caso rifugiarsi alla laguna, la Republica lo accoglierebbe a braccia aperte, e lo rifarebbe dell'inganno e.... io sono veneziano, e queste cose le so molto bene.»

Il Bronzino quando sentì dire che la Republica accoglierebbe il Visconti a braccia aperte, per quanta poca fede avesse nell'altro, pensò tuttavia che non era cosa da tacersi al suo padrone, e si rimase un pezzo senza parlare come consultando i propri pensieri. Il Malumbra al quale non isfuggivano queste mezze tinte, e sempre gli era ronzato in capo un certo sospetto intorno a quel galantuomo, e tanto più dopo aver sentito come gli stessero a cuore i figli di Bernabò, e come ne sapesse ogni loro vicenda, quantunque non potesse così di volo indovinare la verità interamente, pure le si accostò tanto da porla per ipotesi, e da costruire su di essa la tela del discorso che volle continuare.

«Ora che abbiam mangiato questo boccone, dovremmo uscire di qui e passeggiare un buon tratto per una di queste stradicciuole che lambiscono la falda del monte.»

«Benissimo, andiamo.»

E dopo pochi momenti uscirono, continuarono un pezzo il loro cammino senza parlare, finalmente il Malumbra cominciò a dire:

«Scusate la libertà, amico, ma voi non dovreste essere gran fatto ricco.»

«Pur troppo non ho quest'onore, caro mio, e vi siete apposto.»

«Voi, a quanto ho potuto sentire, siete assai pratico di questo lago.»

«Anche in questo avete indovinato, ma non capisco come l'una delle vostre domande possa stare coll'altra.»

«Lo capirete.»

«Fin qui mi siete sembrato un uomo assai misterioso.»

«Vedrete che vi siete ingannato.»

«Allora parlate più chiaro.»

«Ebbene, vi dirò: la Republica di Venezia vorrebbe che il Visconti avesse a rifugiarsi presso di lei. Ma questo suo desiderio non l'ha da saper nessuno, e molto meno questo Conte di Virtù. Se il Bernabò Visconti potesse però sapere questa volontà de' Veneziani, sto certo che vorrebbe approfittarne.»

«E così?»

«E così, voi che siete così pratico di questi siti, dovreste andare guardandovi attorno continuamente per vedere se mai vi venisse fatto scovarlo fuori.»

Il Bronzino, quantunque per il molto vino bevuto fosse diventato più fidente di prima, pure, a quelle parole del Malumbra, gli alzò in volto due occhi penetrativi e pieni di sospetto.

«Sì, scovarlo fuori, e fargli sapere il desiderio della Republica di Venezia; tutto sta che voi abbiate il coraggio di accostarvi a quell'uomo che, senza dubbio, vivrà in sospetto di tutto e di tutti, e però chi tenta avvicinarsegli non sarà certo il meglio arrivato. Ma perchè mi guardate con tanto stupore? Siete voi suddito del Conte? No, dunque le mie parole non vi devono riuscir strane per niente. D'altra parte si tratterebbe di guadagnare....»

«Quanto?»

«Non meno di cinquanta ducati, e forse di più.»

«Ma quando si potrebbero contare?»

«Quand'io potessi sapere di certo ch'egli, il Visconti. se n'è andato a Venezia.»

Il Bronzino cominciava ed esser capace, perchè dalle ultime parole del Malumbra si vedeva non esservi nè tradimento nè inganno sotto, tuttavia rispose girando sempre largo:

«Io son ben pratico di queste terre e di questo lago, però non mi costa gran che l'andarmene vagando per esso. Io ci andrò e subito, giacchè s'ha da fare, e se mai potessi scoprir qualche cosa (ma già, veggo che sarà tutto tempo gettato), volevo dire che vi saprò riportar alcuna notizia. Ditemi intanto: dove abbiamo a ritrovarci?»

Qui il Malumbra alla sua volta diventava sospettoso e pauroso per sè, che in fine non sapeva bene chi fosse quell'altro, e l'apparenza inganna; tuttavia rispose:

«Tutti i giorni verso quest'ora fate di trovarvi qui, solo, io vi vedrò e ci parleremo.»

Cosi rimasti, il Bronzino pensò bene di affrettarsi, e visto che a riva era un battello con due rematori, fatta l'intesa, vi saltò dentro e via pel lago.

E il Malumbra quel dì medesimo se ne tornò ad Angera, poichè, come aveva stabilito col Fossano, sarebbero andati insieme all'isola d'Orta.

VI

VALENZIA.

Quasi nel mezzo dei lago d'Orta il più tranquillo, il più silenzioso, il più malinconico lago di Lombardia, è l'isoletta di San Giulio, assai rinomata per la vigorosa difesa che Uilla, moglie di Berengario, vi fece nel secolo X. Al lembo estremo di quell'isola, quasi dirimpetto al monte detto la Colma, sorgeva un palazzotto costruito a mo' di castello. In un'altra parte dell'isola eravi la chiesa di San Giulio con bei pavimenti a musaico, e due colonne di serpentino che sostengono la tribuna. Dalla sponda del lago vi si saliva su grandissimi gradini formati di sasso indigeno. Presso alla chiesa era allora un monastero che fu demolito, ed ora non se ne serba traccia. In fuori di questi edifici e delle casupole de' pochi isolani che vi abitavano, non era altro a vedersi in quell'isola; bensì poteva occupare gli sguardi la prospettiva delle acque, dei paeselli, che, a non molta distanza, sorgevano sulla riviera, e de' monti, che vietando alla vista di estendersi molto, rendevano cupe e malinconiche le acque in cui riflettevansi, appena che il cielo si adombrasse di qualche nubi, o calasse la sera senza addio di sole.

Ad una finestra su in alto del palazzotto posto rimpetto al monte della Colma, intenta ai fenomeni che presenta il tramonto del dì, giacchè non era altra cosa della vita esterna che la potesse occupare, se ne stava Valenzia una sera del mese di settembre di quell'anno 13.... Volgeva lo sguardo ora alle nuvole dorate che man mano ricevevano una tinta più oscura, ora alla montagna cosparsa in vetta di mille tinte tutte varie, e che non portan nome, ora al lago che faceva specchio a tutto quanto si vedeva. L'attenzione però che Valenzia prestava a quegli oggetti, non era tale che potesse fermare nella sua mente il corso di mille altri pensieri.

Già la sua floridezza giovanile aveva subita un notabile cambiamento, e il suo bel volto s'era venuto affilando, di maniera che non era difficile il comprendere che un assiduo patimento morale l'avea presa. Sola tutte le ore del dì, e lontana da chi più le stava sul cuore, e senza speranza che quell'ordine di vita si potesse cambiar così presto; una profonda malinconia mista ad un tedio mortale, e talora a certi impeti d'impazienza che non le facevano aver bene un istante, era stata per gran tempo la sua compagna indivisibile. Ma da tre giorni una cosa più prepotente, più procellosa, meno monotona della malinconia, le si era introdotta nel cuore, la gelosia.

L'arrivo del Conte di Virtù ad Angera subito si seppe anche all'isola di San Giulio, e chi aveva portata quella notizia aveva recata anche l'altra dell'arrivo di Fossano, e ciò non solo, ma la tresca di lui con la bella contessa Giulia. La povera Valenzia potè, per sua vera sciagura, ascoltare un dialogo tra un barcaiolo ed un suo servo, che le mise nell'animo il veleno mortale del sospetto; e a questo dava peso il considerar che ella faceva essersi le visite del suo Fossano all'isola man mano sempre più diradate: in quella sera poi mentre guardava le scene circostanti, pensava che da tre giorni egli era giunto sì presso, e non ancora lasciavasi vedere, ch'ella di fresco aveagli scritto una lettera alla quale non era stato risposto.

E non è a dire se queste idee la colpissero di forza nel più intimo del cuore, e più di tutto il pensiero della crudele ingratitudine di Alberigo, la quale le pareva così impossibile che quasi s'induceva a ricredersi de' propri sospetti.

Ma nel mentre stava considerando queste cose un punto nero, che apparve a molta distanza sul lago, e che s'avanzava con velocità, attrasse lo sguardo di lei; non poteva essere che un battello, ed ella sforzavasi quasi a render più acuta la pupilla per veder meglio, intanto che un moto indefinito di speranza cangiava d'improvviso la direzione a tutte lo sue idee. Chiamò la fante, il servo: entrarono ambidue, ed il servo precorse le domande di Valenzia dicendo: «Madonna, è qui l'illustrissimo cavalier Fossano.»

«Egli è qui! dunque non mi sono ingannata.»

E uscita in fretta di quella stanza, discese lesta per la scala, si fece agli scaglioni del palazzo, su cui sbatteva l'onda del lago.

Dopo alcuni momenti la barca fu alla proda, Alberigo saltò a terra e con lui il Malumbra.

Le prime parole di Valenzia furono un rimprovero.

«È da tre dì che t'aspetto, Alberigo: da qui ad Angera è così breve tragitto, perchè hai tardato?»

«Non fu mia colpa,» rispondeva freddo e riservato il Fossano, a cui la coscienza del proprio cuore scemava forza alla parola: «ma appena arrivati ad Angera dovetti accompagnare il duca nella sua gita ai castelli del lago, ed ora che ho potuto.... sono venuto qui. Ma guarda un tratto questo buon messere che ha voluto venire con me: egli mi ha recato una lettera di tuo padre, e tien l'ordine da lui di venire a vederti per potergli dire in che condizione t'ha trovata.»

E dicendo queste parole guardava a parte a parte la figura di Valenzia, che gli sembrava impallidita e smagrita oltremisura; pure era tanta la sua bellezza, accresciuta tanto più da quell'aria di languore e di mollezza indefinibile, che facendo i rapidi confronti tra lei e la contessa Giulia, si accorse come l'ultima fosse di lunga mano inferiore alla sua Valenzia, e in quel momento la strinse a sè con tanto affetto, che ella dovette pentirsi d'aver sospettato un momento solo.

E forse all'ingenua anima sua non si sarebbe mai più appreso un simile sentimento, se non fosse intervenuto un fatto che il Fossano, percorrendo tutti i possibili, non avrebbe giammai saputo imaginare.

La bella contessa Giulia s'era di tal modo venuta impigliando nell'amore d'Alberigo, che oramai non poteva vivere un dito discosto da lui con iscandalo di tutta la corte, e dispetto della eccellentissima duchessa Caterina Visconti, che saggia com'era, mal si poteva acconciare a permettere que' palesi amorazzi. Quando Alberigo partì pel lago d'Orta, pensò bene non dir nulla alla contessa, e di queto si tolse alla rocca d'Angera; ma tutto fu inutile, e la contessa avendone chiesto a tutti, giunse a sapere ch'avea noleggiata una barca per l'isola d'Orta, ove egli aveva un suo castello.

Appena venne in cognizione di ciò, eccitata da quell'astuta sua amica, che per una mezzana non v'era la migliore, s'intestò recarsi anch'essa a dispetto di mare e di vento, e più ancora del sessagenario marito, sulle traccie dell'amante, e così di fatto, all'insaputa della duchessa Caterina e del consorte, le sole persone che la mettevano in qualche trepidazione, in compagnia di quella sua amica e di quattro servi, si recò al lago d'Orta.

Giunta alla riviera verso la bass'ora del dì vicino, non volle perder tempo, e quantunque il lago fosse un po' grosso, prese una barchetta e volò all'isola. Approdato a non molta distanza del palazzo di Alberigo, e chiesto di lui a chi primo incontrò, gli fu da que' buoni isolani additato il palazzo che non le era lontano più d'un trar di balestra.

La contessa Giulia, come tutti coloro che facevan parte della corte del Conte di Virtù, ignorava al tutto che il Fossano fosse maritato. E per questa circostanza verrebbe a scemarsi la colpa della bella contessa, alla quale, se fosse mai trapelato com'era la cosa veramente, sarebbesi sforzata a rintuzzare fin dal suo primo nascere quella malaugurata passione che sentì per Fossano, e certo vi sarebbe riuscita.

Ma credendo in vece che Fossano fosse assolutamente libero di sè, e lontana le mille miglia dal sospettare che la più bella gentildonna gli fosse consorte; assai lieta di potergli fare una sorpresa, entrò di volo nel palazzo. Con quella balda sicurezza che è propria delle indoli avventate, ella, senza domandar altro, sali le scale, e già stava per metter piede nelle camere, quando le si fe' per caso incontro una fante a domandarle di chi cercava.

«Cerco del cavalier Fossano,» rispose la contessa non badando più che tanto alle parole della fante.

«Adesso.... per adesso, il cavaliere non c'è; ma non potrà badar molto a tornare. Intanto potete entrare nelle stanze di madonna.»

Quella semplice parola _madonna_, fu bastante per scompigliare in un momento tutti i pensieri della contessa, e

«Chi è questa madonna?» chiese subito alla fante.

«Ho voluto dire la moglie di messer Fossano,» quella rispose.

I primi movimenti che fa una persona quando d'improvviso è côlta da ciò che non si aspettava, e che al tutto è in opposizione allo stato dell'animo suo sono impossibili a rendersi con parole, d'altra parte que' movimenti della persona, que' contorcimenti dei viso sono così eterocliti, così strani, così opposti alle teorie del bello, che, quand'anche si sapessero rendere con esattezza del _dagherrotipo_, non meriterebbero poi la pena di essere conservati. E la povera contessa Giulia fece appuntò uno di que' movimenti, talchè le bellissime fattezze del suo florido volto si sconciarono un poco a quell'inaspettata notizia; e stava dubbiosa la poveretta di quanto dovesse fare, quando, chiamata dal suono delle voci che abbastanza s'eran fatte udire, entrò Valenzia medesima in quella camera.

A lei subito si volse la fante dicendole:

«Questa gentildonna aspetta di parlare al signor cavaliere.»

La Valenzia si trovò alquanto sconcertata vedendosi innanzi quella dama in così sfarzoso apparato, sconcertata tanto più per la paura di venire scoperta; pure, come cortese, «Voi siete la benvenuta,» le disse, «Alberigo non può star molto a ritornare, frattanto vogliate riposarvi un poco.» E con modi assai gentili la invitava a metter piede in un'altra camera.

La contessa Giulia, sopraffatta e attonita, entrava accompagnata da quella sua amica, che guardava di sottocchio la bella e geniale figura di Valenzia.

Questa, intanto che intrattenevasi in parole colla contessa, com'era ben ragionevole, le domandò con chi aveva il bene di conversare, e quando udì quel nome che tre dì prima così ingratamente le era suonato all'orecchio, si sentì per tutto il corpo scorrere un gelo con certe strette ai cuore che la resero più pallida la metà.

In quel momento per mala ventura entrava il Fossano, il quale, quantunque fosse stato avvisato dalla fante ch'egli era atteso da una dama d'alto affare, pure, lontano com'era dall'aspettarsi quella visita, entrò fidentissimo e desideroso soltanto di vedere chi fosse. E a tutta prima durò fatica per credere ai propri occhi, e si rimase sul sogliare dell'uscio perplesso ed esitante, ora guardando la Giulia ora la Valenzia, che, leggendo in quel momento sul volto del Fossano tutte le passioni che in gran contrasto allora gli tumultuavano in cuore, fu ridotta alla misera condizione di chi sente d'aver perduta ogni cosa al mondo.

