# Valenzia Candiano: Racconto

## Part 6

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Ultimamente poi un uomo di Francia, che era stato al servigio del conte d'Armagnac, venuto segretamente a Milano, aveva fatto noto al Visconti, colla speranza di un grande compenso, che Carlo, il secondogenito di Bernabò, il quale dopo la morte paterna erasi rifugiato in Francia, ed aveva dato l'anello alla sorella del conte d'Armagnac che presto morì, partito di là aveva preceduto l'esercito francese, ed erasi già introdotto ne' di lui stati; però se ne guardasse, chè colui era pronto a tentare un partito disperato. Dopo qualche tempo ebbe notizia dal suo castellano di Arona che una notte, una barca di alabardieri, la quale scorreva pel lago alla visita dei posti, inseguita per un pezzo una barchetta, che alla lor vista s'era data a rapidissima fuga, non avevan potuto raggiungerla; ma però per molti indizi avevan potuto capire trovarsi in quella persone d'altissimo affare. Per tutte queste cose aveva il Conte di Virtù fatti raddoppiare i presidii in tutte le rocche che aveva sul lago Maggiore e aveva stabilito recarsi egli medesimo ad Angera, col fine di allontanare coloro che per avventura si fossero rifugiati in que' paesi; in quanto poi alla propria sicurezza, teneva sempre intorno a sè dodici fidatissime labarde, che toglievano di speranza chiunque avesse voluto tentar su di lui qualche violento disegno.

Quando il Fossano sentì parlare di Carlo Visconti che segretamente erasi introdotto negli stati di Galeazzo, e da quella notizia del castellano si venne a congetturare potesse mai essersi celato in una di quelle terre del lago Maggiore, a tutta prima, come è ben naturale, quantunque fosse tutt'altro che d'animo vile, temette per sè e per Valenzia. Ma considerando poscia che egli non era conosciuto di persona dal figlio di Bernabò, il quale d'altra parte non sapeva i pericolosi suoi segreti, e risguardava Valenzia siccome morta, tosto mise l'animo in pace, nè vi pensò altro.

Mentre viaggiava però, tenendosi un po' discosto dagli altri, perchè non desiderava, triste com'era, di venire importunato da inutili parole, venne così per caso ad incontrarsi in quel pensiero, e tra per aver l'animo già troppo inclinato a credere il peggio, tra che in quella mattina, senza che sapesse comprenderne il perchè, Valenzia non le poteva uscire di mente, il timore che alcuni dì prima aveva scacciato come una pazzia, lo invase di tal maniera che tenne per certo il figlio di Bernabò fosse appositamente venuto in Italia per Valenzia. L'affetto antico che un'ora prima inutilmente erasi sforzato a risuscitarsi in cuore per lei; al pensiero di quella terribile sventura gli risorse improvviso, e di tanta forza che già traevasi a maledire il suo signore, per accompagnare il quale egli doveva viaggiare con tanta lentezza, egli che in quel momento avrebbe voluto trovarsi già nella sua casa ad Orta, ed assicurarsi del vero. Ma quegli impeti sbollirono presto, e appena una più fredda considerazione tornò a mostrargli che il suo timore era pazzia, appena che il sole erompendo improvviso da quella zona di nubi che avea resa un po' fosca la mattina, rallegrò la faccia della terra, e per un fenomeno quanto vero altrettanto incomprensibile, rallegrò anche i pensieri dell'uomo; appena che la contessa Giulia, che faceva parte del corteo del duca, gli si avvicinò dicendogli parole piene d'amore e di lusinghe, e abbagliandolo colla sua bellezza, che in quella mattina sfolgoreggiava più dell'usato, tutti i tristi pensieri svanirono, e con loro pur troppo si dileguò la pallida figura di Valenzia.

Giunti che furono a Legnano, tutti alloggiarono nel palazzo dell'arcivescovo Ottone Visconti.

È inutile che noi descriviamo a minuto tutto il viaggio fatto dall'eccellentissimo Conte di Virtù col suo corteggio. Ci basterà il dire che v'impiegarono tre giorni interi fermandosi lungo il cammino in tutte le castella presso cui passavano.

All'alba del terzo dì arrivarono a Sesto; da quel paesello ad Angera avrebbero potuto avviarsi per terra, ma per essere le strade incolte, deserte, disagiate, tali insomma da rendere a più doppi lungo e noioso il viaggio, vollero in vece prender la via del lago. A quest'uopo in un seno entro terra, stavano colà rafferme dieci barche fatte allestire il dì prima dal maggiordomo ducale. Come tutta la gente del duca si fu in esse raccolta, si volsero le prore alla volta d'Angera. Veleggiando quasi terra terra avveniva che quando passavano innanzi ad alcun paesello sparso per la riviera, i villeggiani accorrevano a vedere il magnifico corteggio, e battevano palma a palma accorgendosi ch'era quello del Conte di Virtù. La barca ove questi trovavasi insieme a Caterina Visconti sua moglie, portava un baldacchino di velluto rosso e frange d'oro; i sedili erano coperti di cuscini di seta d'oro e d'argento, e alcuni drappi di peregrina stoffa e stupendo lavoro, gettati intorno intorno sull'orlo della barca a coprire la rozzezza del legno, lasciavano cadere i lembi dorati che s'immergevano nelle acque. Nelle altre barche messe con minor magnificenza risplendevano le ricchissime vesti, gli ornamenti d'ogni sorta delle dame e dei cavalieri. Il sole, sorto da qualche ora, mandava già alcuni fasci di raggi su quel tratto di lago che le barche percorrevano, e rifranto in mille modi brillava tremolando sulle gemme, sugli ori, sulle corazzine, sull'else; tutti quelli oggetti poi che al guardo apparivano l'uno dall'altro così distinti, riprodotti capovolti nel lago, si venivano a confondere insieme rendendo stranissime forme, e sempre varie per l'agitarsi continuo delle acque, ed a produrre una tal mistione di colori che nessuna tavolozza di pittore saprebbe rendere degnamente. La bella apparenza del tempo, la calma serena dell'ora, la ridente prospettiva della fertilissima riviera, aveva messa tanta alacrità e vivezza negli animi, che di barca in barca volavano lepide parole, e frizzi, e risa, e gentilezze d'ogni sorta, e un romorio, un cicaleccio incessante rompeva la quiete del lago. Soltanto nella barca ove trovavasi Galeazzo e Caterina Visconti, la calma era inalterabile.

Appoggiato così a sdraio su d'un cuscino, il Conte di Virtù pensava, e ripensava a' propri dominii, al modo d'estenderli sempre più, agli ostacoli che si frapponevano, alle vittime che avrebbe dovuto sagrificare, e, conseguenza finale di tutto, alla corona di re, desiderio e tormento assiduo di quell'ambizioso principe. E allora mentre pensava che Bernabò era morto, che il durissirno degli ostacoli era tolto, volgevasi a guardar di sott'occhio Caterina, che forse incontratasi essa pure in quel momento nella ricordanza orribile della morte paterna, posava gli sguardi su lui con un fremito ascoso. Così, senza mai volgersi una parola, in poche ore giunsero ad Angera.

Nella parte più alta di questo contado, ergesi ancora la rocca dove allora entrò il duca Galeazzo. In una grandissima sala abbandonata, ancora si vedono pregevoli dipinti che rappresentano le gesta dell'arcivescovo Ottone Visconti, e che allora erano di poco tempo stati eseguiti per ordine del medesimo Conte di Virtù. In un brolo di quella rocca, le molti iscrizioni che vi si vedono, tra le quali segnatamente quella di C. Metilio Marcellino, ci attestano l'antichità di quel paese, intorno al quale alcuni dottissimi uomini, forniti di una imaginazione veramente prodigiosa, raccontano cose che forse saranno vere, ma che per noi sono incredibili, basti il dire che un certo Anglo, nipote del pio Enea, la edificò e la volle dedicata ad Angerona, la quale è nientemeno che la dea del silenzio.

E se in quel dì le campane della chiesa di San Pietro e Paolo, non avessero suonato a festeggiare l'arrivo del duca, e a loro non avessero risposto con pari lena le campane degli altri innumerevoli paeselli sparsi su pel lago; la dea Angerona non avrebbe avuto a muovere un lamento.

Ma per tutto quel giorno in vece fu uno scampanare così continuo e così disteso, che a molte miglia di lontananza si venne a sapere che l'eccellentissimo duca era arrivato.

E si accorse anche colui che più di tutti aveva interesse a quell'arrivo.

V

CARLO VISCONTI.

Il sole era già scomparso dalle cime de' monti che circondano Vall'Intrasca. I valleggiani s'erano già ritirati ne' loro abitacoli, e al tacere di una campana che suonava a brevi intervalli, e si faceva ripetere dall'eco delle montagne, era un silenzio profondo, universale. Sulla riva del fiume San Giovanni, solitaria e pressochè interamente nascosa da tre grossi castagni, sorgeva una capannaccia piuttosto ampia; nessun segno dava indizio che vi abitasse persona; e infatti quando la notte fu del tutto buia, due uomini si fermarono innanzi ad essa, e data una forte spinta ad una portaccia che subito cesse, misero il piede in quel luogo deserto. Entrati, un di loro accese l'esca, diè fuoco a delle stoppie che stavano accatastate su d'una pietra nel mezzo della stanza, e in breve crepitò la fiamma a rischiarare le faccie dei due, che il lettore non ancora conosce. Erano essi Carlo Visconti, figlio di Bernabò, e un avventuriero savoiardo. Nessuno però avrebbe potuto conoscere l'esser loro, travestiti come erano, e se il medesimo Galeazzo fosse stato introdotto a vedere il suo cugino, forse non l'avrebbe ravvisato, tanto era diverso da quel d'una volta. Dopo due anni di sventure, di patimenti, di speranze, di continua incertezza, d'odii a stento repressi, d'ingiurie invendicate, di livore e d'invidia per tutti coloro ch'erano più felici di lui, e tutto il mondo poteva esserlo (che l'altezza della sua caduta nessuno l'aveva misurata); colle sue idee che avevano al tutto cambiato direzione, anche il suo volto aveva cangiata espressione; ferocia e fermezza non erano però ancora venute meno in quelle sue robustissime membra. Vestito anch'esso come il suo compagno da montanaro savoiardo, aveva brache di pelle strette alla carne con scarpe grosse, indossava un gabbano pure di pelle con cappuccio che gli copriva la testa. Veduto alla luce di quella fiamma che gli riverberava con molta forza sul viso ad accrescere il terribile della sua pupilla e ad indorare la tinta della sua pelle con certe ombre che gli alteravano notabilmente le linee della faccia, mostrava avere quarant'anni e più, quando non ne contava che trenta.

Stati per qualche tempo senza proferir parola nè l'uno nè l'altro, alla fine entrò a dire il Savoiardo:

«E così cosa pensate di fare?»

Il Visconti si scosse a quelle parole, e squadrato il compagno d'alto in basso, come solea fare con tutti,

«Per ora non so,» rispose.

«Il vostro cugino è qui presso.»

«La sua venuta mi è di buon augurio, io volevo andare a trovar lui, egli è venuto a trovar me; questo è destino, e mi pare ci sia da sperar bene.»

«E a me pare in vece ci sia da temer tutto.»

«Vadano all'inferno i vigliacchi,» disse il Visconti saettando l'altro colla feroce sua pupilla. «Va! va nell'altra stanza a dormire che sarai stracco; ho bisogno di star solo, va.»

Solo che fu, gettossi a sedere in un canto della stanza dov'era uno stramazzo di foglie fradicie, e colà si mise ad agitare migliaia di partiti senza che neppur uno gli si offrisse che potesse fargli raggiungere i suoi disegni; ma quei disegni erano immaturi, erano difficili, per non dire impossibili, e a nessun altro che ad uomo disperato potevano venire in mente. Quand'egli s'era trovato fuggiasco in Francia, ogni tentativo per quanto audace ed arrischiato, gli era sembrato molto agevole a mandarsi ad effetto, ma di presente, che era vicinissimo al momento dell'azione, che vedeva con chiarezza, con troppa chiarezza, qual fosse veramente la propria condizione, quale in vece quella del cugino Galeazzo, quantunque volesse tacerlo a sè stesso, capiva che altro non gli rimaneva che ritirarsi, se non fosse per altro, per far salva la vita propria. Il coraggio e la virtù ferrea di Carlo Visconti, tanto somigliante in ciò al padre suo, era ben diverso dal coraggio e dalla virtù di un Romano antico.

Questi, a fare una vendetta, sarebbe andato incontro a morte sicura, e sarebbe morto contento perchè vendicato, senza che avesse altre mire. Il Visconti in vece avrebbe esposto la propria vita sì, ma la vendetta non gli bastava, voleva raccogliere anche l'utile per sè, e gli volevano molti gradi di probabilità ad ottenerlo. anzi che volesse esporre la vita ad un pericolo; alle decisioni del fortunoso evento poteva sottoporsi, la certa rovina lo atterriva e lo faceva desistere da qualunque impresa. In quanto poi al desiderio di vendicare l'ombra paterna, questo era un pretesto che certamente avrebbe messo fuori ad onestare il suo colpo in faccia al mondo, ma non era mai stato il più forte motivo della intrapresa, il cui pensiero da qualche tempo aveagli potuto in parte confortargli l'esiglio, ma che ora già minacciava abbandonarlo al disinganno.

Ad ora tarda, alzandosi di quel giaciglio, s'era accostato alla pietra che stava nel mezzo stanza per rinfuocare la bragia e ridestarvi la fiamma che sola poteva rischiarare la camera. Annoiato di star seduto, si diede a passeggiare a rapidi passi, fermandosi di tratto in tratto quasi ad ascoltare il rumore che faceva l'onda impetuosa del fiume San Giovanni: finalmente, fermato un mezzo disegno, si recò nella stanza vicina, e chiamò:

«Bronzino!»

Colui russava della grossa, ed era assai maldisposto a rispondere.

«Bronzino!» tornò a replicare il Visconti avvicinandosegli e scuotendolo con atti di molta impazienza.

E colui si destò, scrollatosi un poco come per cacciarsi di dosso il sonno;

«Che cosa c'è, messere?»

«Alzati, presto.»

Il figlio di Bernabò era di que' caratteri impazienti che non sanno sopportare indugio di sorta, e siccome gli era venuto in mente un pensiero, non pativa d'averlo a tener chiuso in sè fino alla prim'alba.

Il Bronzino, alzato che si fu:

«Che cosa avete a comandarmi a quest'ora?»

«A quest'ora, nulla ho a comandarti, ma ho pensato che per domani tu debba recarti presso al luogo dove ora se ne sta il carissimo mio cugino, e colà, introducendoti tra gli uomini della sua famiglia, scovar fuori ciò che potrebbe far luce a' nostri tentativi, hai tu capito?»

«Ho capito.»

«Tu non sei conosciuto, e in nessuno di loro potrà nascere alcun sospetto di te.»

«Questo va bene, ma la mia andata non gioverà a nulla, e non potrò sapere un iota di più di quanto io so ora. Se voi avrete la pazienza di aspettare la calata dei dodicimila francesi e d'unione col conte d'Armagnac, il vostro cognato, mettervi alla testa di quelle truppe e combattere da pari vostro, allora forse vi verrà fatto provvedere assai bene ai vostri interessi. Ma in quanto al tentar voi solo l'impresa coll'accostarvi al Conte dovreste persuadervi una volta che ciò è al tutto impossibile; in prima il Conte ha sempre intorno a sè una siepe di labarde, che nè a voi nè al diavolo può bastar la vista di sorpassare.... e poi.... se mai aveste a riuscire ad ammazzare il Conte.... gli alabardieri ammazzeranno voi.»

Il Visconti si rannuvolava, e stato un pezzo colle braccia incrocicchiate sul petto senza parlare: «Oh,» disse finalmente con un sospiro che pareva un mugghio, «che mi sia chiusa ogni via? che la provvidenza....»

«La provvidenza non c'entra qui per niente. Volete voi tornare ad esser duca, od esser amico di Dio?»

«L'una e l'altra cosa insieme.»

«Volete troppo, illustrissimo, l'una delle due vi rimane a scegliere; diversamente temo non vi verrà fatto alcun che di buono.»

«Bene, come vorrà il destino. Ma io ho fermo che tu abbia ad uscire domani mattina di questa valle, e recarti dove ti ho detto. Qualche cosa potrai sempre raccogliere.»

«Ed ogni fuscello è un puntello, come dice il proverbio.» soggiunse Bronzino ridendo.

«Io andrò aggirandomi per questa valle finchè tu ritorni, o finchè mi avrà morto la noia che oramai non posso più sopportare. Alla sera verrò a raccogliermi ancora qui in questa capanna; a meno che non fossi invitato ad uscire, se mai ritornasse qui chi n'è il vero possessore.»

«Questi buoni villeggiani son tutti assai ospitali. State tranquillo, che non vi verrà fatto insulto.»

«Dunque hai capito; per adesso continua a dormire.» E senz'altre parole lo lasciava solo, ed egli tornava nell'altra stanza.

E gettavasi ancora su quel giaciglio di paglia mezzo fradicia, e si adattava intorno il gabbano col fine di dormire infino a tanto che spuntasse il dì. Ma sonnecchiato un poco, tosto si ridestava, che quand'uno è martellato da un pensiero assiduo, e che tutta gli occupi la vita, non è possibile che abbia a dormire a lungo. E allora colla memoria tornando molt'anni addietro, pensava alla potenza della propria famiglia, e alla terribile grandezza del proprio padre in mezzo a quella corona di figli prodi e coraggiosi, che per anni ed anni promettevano farla fiorire sempre più, e mano mano percorrendo i fatti memorabili successi nella propria casa, e le lunghe guerre sostenute dal padre contro il pontefice, e le vittorie, e le sconfitte, e le paci, e le crudeltà di cui era stato assai spesso o spettatore o esecutore si fermava colla memoria al momento in cui gli giunse la notizia che Bernabò era stato condotto nelle prigioni di Trezzo, e che a lui e a tutti i suoi fratelli era stato tolto il dominio e la patria e tutto; il sangue gli tornava allora a ribollire, come si trovasse tuttavia in quell'istante medesimo; quando improvvisamente gli si generarono nella mente idee affatto opposte a quelle che gli erano sempre state abituali; l'idea ch'egli era posto al livello e più sotto ancora di tutti gli altri uomini;--che, miserabile, sarebbe stato spettatore dell'altrui grandezza;--che, avvezzo fino allora a farsi rispettare e temere da tutti, egli da quel momento avrebbe dovuto vivere in continua paura di sè. Allora gli si rinfuocava in petto d'una maniera terribile l'odio contro al cugino Galeazzo, e non pensava più ai mezzani partiti, ma alla decisa vendetta, alla morte dell'abborrito parente.... Così passò quasi tutta quella notte, finchè spuntò l'alba ad alleggerirgli il peso della sua condizione. Il Bronzino gli comparve innanzi, sentì rinnovarsi l'ordine di andare a far da esploratore dove trovavasi il duca Galeazzo, e senz'altro, detto addio al suo signore, si procurò una barca, e recossi ad Angera, che, durante il viaggio, aveva sentito dire che in quella rocca s'era ridotto il duca a villeggiare.

Ora, lasciando ir libero costui per qualche tempo, torneremo un tratto a trovare Alberigo Fossano. In quella mattina medesima gli era stata annunciata una visita di un certo tale che aveva a consegnargli alcun che d'importanza; e quel tale era nientemeno che l'Apostolo Malumbra, il quale, viaggiato il più frettolosamente che potè, giunto a Milano, e sentito che la corte erasi recata alla rocca d'Angera, senza por tempo in mezzo, vi si era tosto trasferito. Il Malumbra, intromesso alla presenza del cavaliere, «Io sono,» gli disse, «un mercante di Venezia, assai conosciuto dall'illustrissimo ammiraglio Candiano, che mi degna della sua fede; ed è lui appunto che mi manda a voi per consegnarvi questa lettera.»

Il Fossano, presa la lettera e rottine i suggelli, con segni di molta ansietà si poneva a leggerla.

«Diletto figlio!

«Io vivo in una terribile incertezza; il portatore della presente, che è un onesto mercante di Venezia, mi ha raccontate certe storie che correvano in Milano, intorno a te e a tua moglie, e qualmente il figlio di Bernabò, che s'è intruso negli stati del duca, sia venuta a vessarla con ogni sorta d'astuzie ed atrocità. Io non comprendo come ciò siasi potuto far publico per tutta Milano, e conducendomi l'esperienza mia a dubitare che ciò sia al tutto una falsa diceria, ti prego a confidare al portatore della presente ciò che ti parrà meglio a scarico d'ogni mio timore.

«Addio.»

Il Fossano, letta questa lettera, guardò per un pezzo in viso al Malumbra non comprendendo bene quanto gli scriveva Candiano, chè a nessuno di Milano egli aveva detto nè tampoco d'aver moglie, se non ad un suo buon servo, di cui si valeva per le sue più segrete bisogne; comprendeva molto meno quell'imbroglio del figlio di Bernabò, del quale, per fortuna, il dì prima aveva potuto capacitarsi non esserci nulla a temere, ed alla Valenzia non essere intervenuto danno di sorta; però così disse al Malumbra:

«In questa lettera mi si parla di voi, e di certe istorie che avete udite in Milano, e che io ignoro affatto. Ma in prima mi piacerebbe udire da voi medesimo, come e quando avete sentite quelle strane dicerie delle quali in questa lettera mi vien parlato.»

Il Malumbra non aveva pensato che il Candiano di ragione avrebbe scritto ad Alberigo ciò che aveva sentito da lui medesimo, per cui si rimase sconcertato un poco alle parole del Fossano, ricordandosi tutt'a un tratto di quanto aveva narrato all'ammiraglio, col fine di farlo tutto riscuotere alla presenza del senator Barbarigo; tuttavia, come assai abituato a simili incontri, con quattro parole a modo suo si cavò d'ogni imbroglio, e conchiuse dicendo: «Io dissi ciò che ho sentito dire, senza forse comprender bene; del resto non so nulla.»

«Allora farete piacere a riportare all'illustre Candiano che riposi tranquillo stante che nessun danno mi è intervenuto in questi anni.»

«E anch'io ne godo nell'animo, messere. Ma l'illustre ammiraglio mi diede un'altra incombenza.... forse ne sarà scritto alcun che in quella lettera medesima.»

«Qui non c'è altro,» rispondeva il Fossano dando un'altra scorsa alla lettera.

Il Malumbra stette dubbioso un momento, se mai dovesse far credere al Fossano di essere a parte d'ogni segreto, oppure fare infinta di nulla, e procurare di vedere la Valenzia all'insaputa di lui. Ma pensò prendere il primo partito.

«L'illustre ammiraglio,» allora disse, «mi ha raccomandato procurassi io stesso di vedere la moglie vostra, perchè gli riporti con esattezza la condizione in cui si trova, lo stato di sua salute e tutto.»

Il Fossano a queste parole seguitava a guardarlo con segni di gran maraviglia, onde il Malumbra, che benissimo s'accorgeva di quanto passava nell'interno dell'animo altrui, pensò tenere un discorso molto ambiguo e scaltro, il quale potesse condurre al suo intento, e senza dire egli stesso di saper tutto e di essere a parte di tutto, potesse far parlare il Fossano senza alcun riguardo a lui, come ad uomo che già fosse in cognizione d'ogni segreto.

«Davvero che il signor Candiano,» continuò, «vi ha preso ad amare come non si potrebbe meglio un figlio, ma ciò è ben ragionevole.» E lo guardava intanto con una finezza sua propria, e senza aggiunger altro in proposito. «Una cosa poi mi raccomandò di dirvi, ed è che non vogliate affidare alcuna vostra cosa a nessuna lettera, e piuttosto vogliate incombenzar me di tutto.»

Il Fossano tornò a leggere la lettera di Candiano, per vedere d'assicurarsi meglio, e quantunque in quella fosse detto assai poco sul conto del Malumbra, pure, pensato e ripensato un pezzo, concluse che alla fine la lettera era veramente di Candiano, e che a persona di cui non si potesse fidare interamente, non l'avrebbe nè tampoco consegnata, nè messolo nell'occasione di trovarsi a contatto di chi poteva farlo venire in cognizione di tutto. La conclusione era ragionevole, ned egli volle prendersi altre cautele.

«Io me ne posso andare,» disse il Malumbra, «a fare una scorsa qui d'intorno per oggetto della mia professione. Tornerò a Venezia per doman dopo. Se non vi dispiace sarò qui stasera a ricevere i vostri ordini.»

«Bene.... e adesso che ci penso, fate di venire un po' prima di vespro che ci recheremo ad Orta.»

«Ad Orta?»

«Sì....Valenzia è là,» soggiunse Alberigo a bassa voce.

Il Malumbra non disse nulla, chinò la testa, e se ne usci.

