Valenzia Candiano: Racconto

Part 2

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«Benissimo,» continuava Candiano, «occhio acuto e braccio forte fanno il miglior schermidore. A miei tempi lo fui anch'io; però anche di presente, che conto sessantasette anni, il mio occhio sa fissare il sole, e il mio braccio può ancora rattenere la fuga di una corvetta nemica. Questo ve lo dico perchè tutti lo sanno, e anche tu lo dovresti sapere.» E in così dire venne squassando con sì gran forza il braccio d'Attilio, che il giovane se lo sentì intormentire; però, volto al vecchio pieno di livore e d'odio,

«Ringraziate Dio e san Marco,» disse, «che abbiate trentasette anni più di me; che altrimenti i vostri eredi avrebbero riso domani.»

Il parlar alto del giovane Gritti fece che in quella camera s'affollasse gran parte delle persone che trovavansi a quella festa per vedere e sentire di che cosa mai si trattasse. Il Candiano non pensò già di tacere in faccia a coloro. Anzi con voce più alta e con modi più severi e solenni, così prese a dire:

«Giacchè mi costringi a parlarti più chiaro, o meschino beffardo, sappi che le mie parole non saranno senza effetto. Tu hai offeso la povera famiglia di Tritto, e dopo avere attentato all'onore dell'innocente sua figlia, hai ucciso il prode fratello di lei, unico sostegno della miserabile famiglia. Quel vecchio è venuto a supplicarmi perchè io m'interponessi al suo vantaggio, e un momento fa chi aveva commessa tanta ingiustizia, se ne gloriava irridendo le lagrime del vecchio desolato. Per Dio, mi penso che codeste tristizie facciano orrore agli stessi Barbari, a cui facciamo la guerra, e de' quali parlasi fra noi con tanto disprezzo. Però in faccia a tutta questa buona gente ti chiamo vile e infame, e così sempre ti chiamerò infino a tanto che non avrai obbedito a quel che vuole la legge.»

«Senator Barbarigo,» disse Attilio per risposta a quelle parole, sforzandosi a celare lo sdegno sotto l'apparenza dell'ironia, «sarete persuaso che questa sera il vostro vin di Cipro ha fatto male a qualcheduno.»

«Stolto beffardo,» proruppe allora Candiano, «in faccia a queste illustri persone non mi degno ora più di risponderti con parole. In faccia a queste persone io ti do quel solo che meriti. Prendi, e va sfregiato per tutta la vita.» E così dicendo d'un manrovescio percosse la guancia al giovane Gritti.

La mano di Attilio, in men che non si può dire, brandì lo stiletto, e fece per gettarsi sul corpo di Candiano. Per buona ventura si era esso ritratto a quella furia del giovane, e di traverso afferratolo per la mano, lo sforzò colle potenti sue strette ad abbandonare quell'arme, intanto che molti fra gli astanti s'erano fatti intorno al Gritti per rattenerne la furia. Nè si può con parole dipingere al vero come colui si venisse contorcendo vedendosi chiuso il campo ad una subita vendetta, basti il dire che a versar fuori quello spasimo di rabbia che lo aveva invaso, s'era per tal modo stretto co' denti il labbro inferiore che ne fece spricciar vivo sangue.

«Per ora è bene che tu sappia,» continuava Candiano, «che il mio palazzo è in canal grande, che in Venezia vi son molti luoghi remoti per ribattere un'ingiuria, se mai tu ti credessi offeso, e che a me non pesano ancora i miei sessantasette anni. In quanto alla famiglia del povero Tritto ci provvederò io medesimo.....» E senza più altro si tolse di là.

Dopo que' primi soprassalti d'ira, il Gritti aveva subito una specie d'atonia, che lo fece durare immobile nel mezzo della camera per molto tempo. Non parea vero al borioso e spavaldo giovane d'aver potuto sopportare una sì grave offesa; intorno a lui frattanto ogni cosa erasi rimessa in calma, chè tutti gli astanti, ad uno ad uno, l'aveano abbandonato, non osando più rivolgergli una parola; e il senator Barbarigo, fin dal punto ch'era cominciata la contesa, avea pensato uscire di quella stanza.

Vi ritornò per altro di lì a qualche tempo. Fermatosi in prima a riguardare il Gritti ed accostatosi a lui,

«La campana di Sant'Elmo,» disse, «suonò dieci ore. Quasi tutta la gente è dileguata dal mio palazzo, i doppieri più non brillano, ed è un'ora buonamente che tu stai qui solo ritto, immobile e cogli occhi a terra. Che cosa pensi?

«Se nel vostro vin di Cipro,» rispose Attilio scuotendosi d'improvviso, «aveste gettato polvere d'arsenico, penso che io avrei dovuto ringraziare mille volte la mia fortuna.»

«I morti non seppero mai vendicare le offese ricevute.»

«Chi mi parla qui di offesa, chi ardisce ricordarmela? Senator Barbarigo, non mi traete in furore, e se vi fu taluno che in faccia a tutta Venezia osò svillaneggiarmi, svillaneggiar me che non ho mai patito sopruso da chicchefosse uomo del mondo, è tal cosa che ciascuno dovrebbe fingere di non sapere in faccia me.»

«Un'ingiuria che dev'essere vendicata, deve essere ricordata, Attilio.»

«Questo lo credo anch'io.»

«Dunque?»

«Dunque, io sono sì sprofondato che non vorrei mai più veder luce, nè uscire mai più fuori all'aperto: pure se mi venisse in pensiero qualche atroce modo a vendicarmi, qualche cosa di straordinario, d'inaudito, di orribile, penso che tosto lo manderei ad effetto.»

«Lascia fare al tempo, Attilio, e a rivederci domani.»

Queste parole di congedo furono pronunciate dal Barbarigo, quando sentì bussare alla porta della camera.

Attilio si tolse di là, mentre entrava Apostolo Malumbra.

Il suono de' sistri era cessato, il romore dalle sale era passato ai piedi del palazzo, e sulle gondole partivano le persone ch'erano intervenute alla festa.

Il senator Barbarigo, chiusa allora la porta della camera a chiavistello,

«Siamo soli,» disse al Malumbra, «ora tu puoi parlare liberamente. Raccontami tutto;» e si gettò a sedere su di un ampio seggiolone.

«Prima vorrei pregare la signoria vostra illustrissima a farmi degno di dirle due parole con libertà.»

Il senatore gli accennò che parlasse.

«Io so che la Serenissima Republica dà trecento ducati di premio a chi sa svelarle alcuna cosa di grave importanza.»

«E tu avrai i trecento ducati dalla Serenissima, e qualche cosa di più ti verrà dato dalla mia borsa particolare. Ti dirò poi quando tu debba presentarti innanzi al consiglio dei Dieci.»

«Va bene, ora udrete da me tali cose che in mille anni mai non avreste imaginate le simili.»

Erano le ultime ore della notte, le sole ore di profonda quiete in Venezia. Il vecchio Barbarigo, colla testa china e colle mani incrocicchiate sul petto, si pose ad ascoltare le parole del Malumbra.

Siccome questi nel fare il suo racconto dovette di ragione tacere assai cose che il Barbarigo già sapeva, ma che per la chiara intelligenza del tutto, al nostro lettore deve importar di conoscere, così noi medesimi ci faremo a narrare la storia del fatto, al quale non ci sovviene d'aver trovato mai caso che rassomigli in alcuna parte; che se dessa parrà un po' strana e maravigliosa, preghiamo il lettore a non volerla poi tacciare d'inverosimile, ed a considerare in vece che ci fu tramandata da un cronista contemporaneo agli avvenimenti che imprendiamo a narrare; che appunto perchè alquanto maravigliosa, fu scelta ad argomento di queste pagine, non mettendo conto di raccontare ciò che siam usi a vedere in ogni incontro della vita comune; che l'essere il fatto straordinario, e l'esservi implicati uomini d'una tempra per certo qual modo straordinaria ci aprirà forse il campo a scoprire alcun nuovo rapporto tra le cose di questo mondo ed a svolgere qualche piega intentata dei cuore umano.

II

IL PADRE E LA FIGLIA.

Il lettore si ricorderà delle poche parole che già sopra si sono dette intorno all'ammiraglio Candiano e ad una sua figlia chiamata Valenzia, che, incontrata una sventura per lei insopportabile, ne dovette poi morire.

Quattro anni prima della notte a cui siamo con questo racconto, nel palazzo ducale, la metà di Venezia era intervenuta per udire un cavaliere lombardo che diceva maravigliosamente all'improvviso, e che aveva inoltre assai buon nome nell'arme. Erasi esso recato a Venezia nella sua qualità di cavaliere aureato, per accompagnare l'ambasceria del Conte di Virtù. Appena il giovane comparve nella sala, l'avvenenza della persona e il decoro de' suoi modi, come suole intervenire, cominciò a disporre così bene gli animi di tutti coloro che già avevano sentito a dire di lui tante meraviglie, che uno scoppio d'applausi, alzatisi spontaneamente da tutte le parti, fu il primo saluto che gli fu reso. Come adesso, anche allora era costume che gli uditori dessero i temi del canto, ed egli per guisa li venne svolgendo, accompagnandosi col liuto che toccava mirabilmente e spiegando una voce soave con tanta virtù e tant'arte, che l'aspettazione di tutti non solo fu appagata, ma superata di lunga mano. La maraviglia del dire all'improvviso, se tu l'accompagni coll'incanto delle noti vocali, ha tale un fascino che può facilmente mettere impressioni profonde in un cuore sensitivo. Una fanciulla che di poco aveva passato i diciassette anni, che fino a quel dì tra le cure tranquille dell'età sua s'era sempre mostrata d'una gaia e festosa natura, quando uscì di quel palazzo, e saltata nella gondola, venne ricondotta tra le donne e i servi nella sua casa, si sentì oppressa improvvisamente, e quasi che ella medesima non ne sapesse indovinare la causa, di un'arcana molestia che la faceva tutta pensosa, e non le lasciava più bene. La bella e florida giovinetta era la figlia dell'ammiraglio Candiano, che in quel tempo trovavasi colle galere sul Mediterraneo. Il volto del giovane cavaliere, il muovere degli occhi di lui, quella sua voce piena d'una mesta ed ineffabile dolcezza, per tal guisa le si erano fitte nell'animo, che per il resto della notte non potè mai liberarsi affatto affatto di quel pensiero, e provava un'agitazione, un'inquietezza, una specie di desolazione, ma di un genere particolare, e pur mista ad una fantastica ebbrezza che di quando in quando le faceva provare certi repentini soprassalti che mai non le permisero di chiuder occhio interamente. La mattina un forte pensiero, assalendola d'improvviso, le fece provare un così acuto dolore che quasi era prossimo a disperazione. Come mai la passione, in così breve giro di tempo, aveva potuto invadere il cuore di Valenzia, con tanta forza da farle venire in mente la legge inesorabile che vietava le nozze tra una figlia di San Marco ed uno che non fosse patrizio se veneto, o non fosse re o figlio di re, se straniero? Come mai codesta legge aveva potuto recarle già tanta molestia da farle maledire la sorte che l'avea fatta nascere in Venezia? Il fatto è così appunto, e all'ingenua fanciulla potè venire in mente un simile pensiero. Passarono così alcuni giorni, nè alla giovane intervenne mai cosa che potesse confortarla di qualche speranza, giacchè con accanto di continuo la severa sua governante, alla quale per nessun conto avrebbe voluto che fosse trapelato nulla di quel suo affetto, e chiusa per lo più nelle stanze del proprio appartamento, vedeva bene che era troppo difficile ch'ella venisse mai ad incontrarsi un'altra volta in quel giovane cavaliere. Per buona, o meglio per mala fortuna il caso volle secondarla troppo bene. Il suo padre Candiano, col grosso delle galere, era tornato nel porto di Venezia. L'arrivo di quell'uomo, che tanta parte aveva nelle publiche vicende, fece che per tutta Venezia si parlasse di lui, e, d'uno in altro discorso, anche dell'unica e bellissima sua figlia. In un crocchio di giovani dove soleva praticare Alberigo Fossano, che tale era il nome del cavaliere lombardo, si venne appunto a parlare della Valenzia, e tanto bene si disse rispetto alla maravigliosa avvenenza e virtù di lei, e aggiungi il prestigio dell'esser figlia a quel glorioso uomo, che ad Alberigo, così come suol prendere vaghezza ad un giovane, venne voglia di vederla. L'arrivo dell'ammiraglio Candiano a Venezia, illustre per una recente vittoria riportata contro la flottiglia pisana, fece che in que' dì ad altro non si pensasse che a feste e luminarie. Venne la volta sua anche al Candiano, che volle invitare tutta Venezia ed una gran festa nel proprio palazzo. Come è facile a credere, Alberigo vi fu invitato per dare una prova dell'arte sua, e di buon grado egli v'intervenne. Così l'avesse potuto impedire qualche caso impreveduto, che si sarebbe spezzato il filo di tante sventure che la sorte allora cominciava ad ordire a que' due poveri giovani. Lasciamo pensare al lettore che effetto producesse nell'animo di Valenzia la notizia che quel cavaliere, che tanto l'avea fatta maravigliare nelle sale del doge, sarebbe venuto la sera nel suo medesimo palazzo. Basti il dire che il medesimo suo padre Candiano, lontano com'era le mille miglia dal congetturare ciò che passava nella mente della sua figliuola, dovette tuttavia accorgersi di qualche cosa di nuovo che erale entrato nell'animo. Non ne fu nulla però, che, pieno com'era egli di cure assai più gravi, ben presto fu divagato ad altro. Venne la sera. Alberigo mise il piede nelle sale dell'ammiraglio. Vide la figlia di lui.... le parlò. Ch'egli siasi accorto di aver destato nell'animo della fanciulla alcuna simpatia di sè, è troppo facile il crederlo; e tra per questa circostanza che in lui destò quel senso indefinito di gratitudine che uom prova quando sa che una donna si prende alcun pensiero di lui, tra che la bellezza veramente straordinaria della fanciulla fortemente lo colpì, egli sentissi pure trascinato, forse suo malgrado, ad amare quella giovinetta.

I pericoli che incontrava un gentiluomo straniero se mai osasse mettere gli occhi su di una figlia di San Marco, la legge che vietava ad una veneziana il maritarsi fuorchè ad un patrizio veneto o ad un re o principe straniero, tutto era ben noto anche al giovane Alberigo. Ma troppo spesso l'ingegno dell'uomo si irrita delle difficoltà e le vuol vincere, e quando il segno è reputato impossibile a raggiungere, è allora appunto ch'egli s'intesta di rivolgervi le proprie mire. Così è appunto. Vedeva inoltre che tra i giovani patrizi veneziani era una gara per rapirsi uno sguardo di quella fanciulla; vedeva che ciascheduno avrebbe ascritto a propria gloria il poterne vincere gli affetti; ed egli già era certo d'aver ottenuto quello che gli altri non potevano che desiderare, Venuto in quella sera a stretti colloqui col Candiano medesimo, egli seppe comportarsi così bene parlando con quell'uomo pieno d'onore e di virtù, e per sua parte fu tanto maravigliato dai modi affabili e sinceri dell'illustre ammiraglio, che presto nacque tra loro una stretta amicizia. Quando poi Alberigo fu al punto di dovere dar prova dell'arte sua, tra per i vari affetti da cui l'animo suo era agitato, tra per quell'esaltazione di spirito che ne è la naturale conseguenza, seppe dare tanta forza e tanta verità e tanta magia al suo canto che tutta l'adunanza ne fu scossa al punto che anch'essa pareva invasata dell'esaltazione di lui. La figlia di Candiano, che assai teneva della sincera indole del padre, e che oramai non poteva più rattenere in sè l'impeto dell'amore, per quella medesima ingenuità che non sa trovar una colpa nelle impetuose passioni del cuore, disse ad Alberigo parole di tanta dolcezza e tanta bontà che egli se ne sentì fin nel più intimo dell'animo suo. In quel momento nè l'una nè l'altro pensarono più alla legge inesorabile della Republica. Essa non era già la figlia di San Marco, ned egli uno straniero. In faccia l'uno dell'altro non erano più che due esseri liberi di sè e non dipendenti che dalla legge dell'amore. Non pensarono i due giovani ai mali che avrebbe partorito l'inconsiderata loro passione, sorta improvvisa nei loro cuori quasi per virtù di magia. Nè poteva pensare il prode Candiano che in quel momento i destini preparavano la rovina della sua casa e di lui.

I due giovani però, quantunque abbastanza sapessero ciò che passasse a vicenda negli animi loro, non ne tennero mai chiare parole in proposito; ma come Alberigo, avendo stretta amicizia col Candiano, trovò modo a frequentare, più spesso che non avrebbe potuto, la casa di lui; colla continua pratica, tanto si vennero riscaldando l'uno dell'altro che più non potevano oramai senza pena vivere un solo momento distanti. Nè di nulla se n'era addato il Candiano, nè altri che praticavano con lui, perchè il pensare che la Republica aveva sancita quella legge, e che gravissimo delitto ei fosse il contravvenire ad essa in una minima parte, rintuzzava tosto i sospetti quando mai avessero potuto sorgere nella mente di taluno. E i giovani d'altra parte si comportavano sì decorosamente che, se non impossibile, era difficile certo l'intravederne qualche cosa. Di questo tenore passò buonamente un mese senza che mai caso intervenisse nè a scemare nè ad accrescere la felice loro condizione.

Di quel tempo Bernabò Visconti, messo continuamente alle strette dalle armi temporali del Santo Padre, per tacere delle spirituali, aveva pensato accostarsi all'amicizia de' Veneziani, ed a ciò spedì a Venezia il suo secondogenito Carlo insieme a due oratori della sua corte.

L'arrivo a Venezia di un figlio di quel potente e terribile signore, la cui fama, o infamia che si voglia dire, era sparsa per tutta Italia, fu senza dubbio un avvenimento che fermò l'attenzione di tutta la città. Del resto alla Republica, quando udì le proposizioni del Visconti, parve avere buonissimi patti, onde non fu lenta a venire all'accordo, tanto più che già da gran tempo ella desiderava confederarsi a quel potente signore.

E in quanto al popolo veneziano, che sapeva troppo bene le atrocità di quella casa, s'affollava intorno al figlio del Visconti ogni qual volta ei compariva in publico. E l'aspetto di lui era tale che se non accresceva l'idea terribile che ognuno s'era fatto di quella famiglia, certo non l'attenuava. Giovane di ventott'anni e poco più, era assai vantaggioso della persona, ma nel suo incedere, ne' suoi moti, in ogni suo gesto era un tal misto di selvaggio, di crudele e di beffardo che metteva in ciascuno che lo vedesse, un senso di paura e di disgusto indicibile. Tenente assai del padre, aveva barba folta e rossiccia che gli copriva tutto il mento, e non gli lasciava scoperti che i labbri; di belle linee nel resto della faccia, di una tinta assai forte e rubizza. Ma non è parola che possa ritrarre al vero quella scintilla d'astuzia e di ferocia che gli brillava tra ciglio e ciglio, quasi che in lui si fossero congiunte le due nature della volpe e del leopardo. E davvero che quando parlasi di quel ceppo monstruoso dei tre Visconti, Matteo, Galeazzo e Bernabò, a renderne meglio che si possa il ritratto, è proprio forza istituire il confronto co' bruti e colle belve, chè anche, a volerne rintracciare le somiglianze tra i selvaggi dove la natura umana è più viziata e più eccezionale, se ne vien sempre a dare una debole imagine.

Bernabò, a stringere l'alleanza con legami più sodi, aveva consigliato al figlio Carlo chiedesse alla Serenissima Republica in isposa la figlia di uno di que' patrizi; ma egli dopo essersi guardato attorno ben bene, ned essendosi incontrato in nessuna che le piacesse, pensava già partire di Venezia senza farne altro; quando in una delle ultime notti ch'egli se ne doveva rimanere in Venezia, essendo stato invitato ad una delle più splendide feste che mai potesse offrire il doge a principe straniero, colà gli venne veduta la figlia dell'ammiraglio Candiano. La sensazione ch'egli ne provò quando la vide, non fu già quella che suole comunemente invadere chi sentesi trascinato ad amare qualcheduno. Amore, nel senso più bello della parola, non era certamente il suo, ma era tuttavia alcuna cosa che gli si accostava: un desiderio di padroneggiarla, di possederla; una rabbia al solo pensare che altri mai avesse a poterla chiamare sua donna. Quella notte medesima pensò accostarsi a quella fanciulla, e la balda e feroce sua natura parve si venisse mitigando un tratto quando si fece a rivolgerle alcuna parola. E in quanto alla Valenzia che aveva sentito a raccontare così atroci istorie del padre suo e di lui, che sin dal primo momento che l'avea veduto in una gondola a passare sotto le sue finestre, forse perchè era stata così malamente prevenuta, sentì tutta invadersi di un senso indefinito di ribrezzo, pareva trovarsi su carboni ardenti e peggio, finchè fu costretta a rispondere alle domande di lui, e ad ogni tratto si rivolgeva a cercare cogli occhi o il padre o la governante o le sue amiche perchè la togliessero di quel tormento. Nè certo le parole che il Visconti le diceva valevano a rassicurarla punto, che dopo quella prima sfioritura di cortesia con che s'era sforzato a far velo al proprio selvaggio talento, la baldanza delle sue espressioni con certe occhiate procaci e penetrative, altro non fecero che mettere assai più di diffidenza nell'animo della giovinetta. Un vago terrore, di cui non sapeva bene rendersi ragione, fu a lei compagno in quella notte, e quando si fu ridotta nella stanza segreta della sua casa, nel mentre lasciavasi andare alle tenere e soavi illusioni dell'amore che troppo l'avea legata ad Alberigo, e vedeva pur sempre coll'occhio della calda fantasia la bella figura di quel giovane, d'improvviso le s'intrometteva fra que' pensieri dorati la cupa e terribile figura del Visconti. Davvero che nell'uomo è alcuna cosa talora che gli fa presentire, quantunque in confuso, ciò che il suo destino gli vien preparando, giacchè qual motivo poteva avere la Valenzia di corruciarsi tanto pensando al figlio del Bernabò, se ella non aveva neppure una ragione per temerlo?...

La mattina del giorno che susseguì a quella notte, l'ammiraglio Candiano ebbe invito di recarsi dal doge. Colà v'era il figlio del Visconti, v'erano i senatori, v'erano i procuratori di San Marco. Con parole abbastanza dolci in apparenza, ma che racchiudevano in realtà il più stretto comando, gli fu domandato se in quanto a lui non si rifiutava a concedere la sua figlia in isposa al Visconti. L'ammiraglio Candiano, come lo avrebbe dovuto ciascun altro dell'indole sua e delle sue virtù, abborriva e detestava apertamente il nome di Bernabò; però, come udì una simile proposta, si senti tutto avvampare di sdegno, che non si versò per altro nelle sue parole, e stette per qualche tempo perplesso e in grandissima agitazione prima di rispondere. Ma gli occhi de' senatori erano fissi in lui, e volevano dire che al partito ch'era stato preso, non era autorità paterna che si potesse opporre. L'ammiraglio Candiano senza parlare chinò la testa soltanto, e tutti mostrarono prendere quell'atto come una decisa risposta.

La notizia di quegli sponsali non tardò a spargersi per tutta Venezia. Alle mense del senator Grimani, dove Alberigo era stato invitato, si parlò, com'era di ragione, di quell'avvenimento, e il giovane non seppe dominarsi così che nulla trapelasse del repentino suo turbamento. Quantunque fosse preso del più sviscerato e sincero amore per Valenzia, non aveva tuttavia mai osato sperare potesse mai giungere a congiungersi in nozze con lei, che ben sapeva come le leggi della Republica fossero di ferro; ma senza pensare a nulla che non fosse l'amore per Valenzia, illudevasi e lasciava andar le cose a beneficio di fortuna Alcuna volta bensì, in uno di quei momenti che la passione si lascia un tratto padroneggiare dalla ragione, aveva pensato che un dì o l'altro quella che tanto amava, avrebbe pur dovuto andar sposa a qualcheduno. Ma codesto fatto riferivasi allora ad un tempo indeterminato, e il pensarvi non poteva essere gran che doloroso. Or si consideri la condizione del povero Alberigo, quando egli si trovò gravato di quella sventura che aveva temuta lontana.