Part 14
Soltanto quando comparve nel bel mezzo della festa la giovinetta sposa Malipieri, sfolgorante di bellezza e di gemme, il buon vegliardo corse col pensiero alla sua Valenzia, e una nube coprì per un istante la faccia serena di lui. Quantunque si consolasse nell'idea ch'ell'era ancor viva, e in sicuro e forse felice, pure considerava ch'egli non l'avrebbe veduta mai più, che l'essere egli assunto alla dignità del dogato, impediva assolutamente di recarsi là dov'ella si trovava, e che Valenzia non avrebbe mai potuto venire neppure per un momento a Venezia, chè guai per lei e per tutti! e questa considerazione scemò per un momento quella fantastica gioia che aveva generato in lui il sapere d'aver potuto raggiungere quell'alto seggio a cui eran volti i desiderii, le virtù, i talenti, le fatiche, i sacrifici di tutti quanti i patrizi veneziani; lo accasciò il pensiero che non avrebbe mai più veduta la diletta sua Valenzia!
A quella festa trovavansi quasi tutti i senatori che formavano l'eccelso consiglio dei Dieci; e non vi mancava che il senatore Attendolo Barbarigo. Candiano, avendo saputo quanto in suo pro si fosse adoperato colui ch'egli aveva tenuto per suo rivale e peggio, e non sospettando che il Barbarigo si fosse rifiutato a intervenire a quella festa, pel dispetto di trovarsi faccia a faccia con lui che ora lo avanzava di tanto nella dignità della carica, ne chiese conto ai colleghi di lui:
«Stanotte gli è toccata insieme al Mocenigo, e al Tiepolo, la sopraveglianza nella sala dell'eccelso consiglio, però non ha potuto intervenire alla festa.»
«Si sa mai quello che può succedere, ammiraglio, e sapete bene che quando trattasi di servire la patria, non v'è altra cosa al mondo che possa distogliere il Barbarigo dall'oficio suo.»
«È suo debito,» rispose Candiano, «e quanti siam Veneziani dobbiamo fare così.»
«E poi, sapete bene, ammiraglio, quel che resta a farne domani, e quante cose si debbono apprestare prima di cingere la veste d'oro all'amico nostro dilettissimo.» E sorridendo i due che parlarono, strinsero cordialmente la mano al vecchio Candiano, che, assai grato di quelle cortesie, fece altrettanto con loro.
Poco dopo s'era ritratto con que' due a giocare a tavola reale, in una sala appartata.
Quando agli orologi suonò la mezzanotte, entrò in quella sala un servo del senator Malipieri, e accostatosi al tavoliere,
«Illustrissimi Senatori,» disse, «il fante dell'eccelso consiglio è qui fuori che aspetta; vorrebbe parlarvi.»
I due senatori furono colpiti a quell'annuncio, e si domandarono a vicenda:
«Che sarà mai? a quest'ora.» Poi volti al servo: «Avete dato codesto avviso,» gli domandarono, «anche agli altri nostri colleghi che si trovano qui?»
«Il fante m'ha ingiunto ch'io dessi avviso a tutti voi che siete chiamati a palazzo.»
Ogniqualvolta i membri dell'eccelso consiglio venivano nottetempo invitati a recarsi in palazzo, era indizio ch'era sopravvenuto d'improvviso una bisogna così grave e seria che non ammetteva dilazione di tempo. I due senatori, smettendo subito il giuoco, si alzarono tosto; i loro volti erano alquanto impalliditi.
«Vi lasciamo colla buona notte, ammiraglio.»
«Ammiraglio, a rivederci domani, che per questa notte sendo già ora assai tarda, non è facile che possiamo tornar qui.»
«Che cosa può mai essere intervenuto di sì grave, che possa fare necessaria una sessione a quest'ora?» domandò il Candiano alzandosi esso pure.
I due si strinsero nelle spalle, e nulla risposero.
Allora il Candiano, e fu cosa assai notabile, che al primo annuncio del servo non aveva tampoco dato segno di maraviglia.... cominciò a farsi pensoso, e disse:
«Per sant'Elmo! codesta improvvisa chiamata mi fa pensare il peggio: non vorrei?...»
«Cosa, ammiraglio?»
«Gli è dieci anni che l'eccelso consiglio dovette a quest'ora raccogliersi in seduta per deliberare, e se non vi ricorda, ci fu in quella notte annunziato che s'eran vedute sull'Adriatico le vele turche, non vorrei che qualche grave sventura stèsse sopra Venezia.»
«Non sarà, non sarà,» risposero i due senatori impalliditi il doppio, e uscirono di là lasciando solo il Candiano.
Ora, tornando a Carlo Visconti, nel quale il Barbarigo aveva riposte tutte le sue speranze, entrato che fu nella stanza dov'era la sventurata Valenzia, e fermato il chiavistello dell'uscio, già nella sua mente precorreva l'esito dell'infame tentativo cui stava per accingersi. Chiusa la porta, si fermò un istante gettando un'occhiata a colei, che, per sua sciagura, avendo ricuperati i sensi, comprendeva tutto il terribile della sua situazione. Nel momento che il Visconti s'era fermato, in quel silenzio generale che copriva tutte le cose intorno al suo palazzotto, non si sentì che il respiro intermittente e singhiozzante della poveretta. Egli stette fermo qualche tempo ancora, come se aspettasse qualche cosa. Finalmente, fatti alcuni passi, si avvicinò a Valenzia, la quale provando un ribrezzo invincibile all'avvicinarsi di quell'uomo, si ritrasse strascinandosi ginocchioni com'era, e mandando un tal gemito che non si può rendere con parole, poi lasciandosi cadere le braccia, e intrecciando le mani alzò la faccia come rapita dal fervore di una preghiera che in quel punto faceva mentalmente. Quel volto di Valenzia, sul quale era l'impronta di un dolore antico, accresciuto dalla desolazione del momento, conservava tuttavia la maravigliosa sua bellezza; se non che per que' segni di dolore, per quelle traccie di patimento, più non poteva suscitare le voluttuose sensazioni che, forse alcun anno prima, avrebbe potuto destare nella fantasia d'uomo avvezzo a servire al senso, ed anzi, tanta ne era la pallidezza, il languore, lo sbattimento che in vece di voluttà, avrebbe potuto destare, se non assoluto ribrezzo, certo alcuna cosa di simile. Fatto sta che quella prima idea colla quale il Visconti le si era avvicinato, svenne nell'istante medesimo che potè contemplarla bene, e la faccia di lui, sulla quale era un riso procace e disonesto, si appianò tutt'in un tratto conservando tuttavia ne' guizzamenti dei muscoli un certo che significante noia, malcontento, aspettazione delusa. E quella repentina mutazione d'idee, quello spostamento improvviso di sensazioni, anzi quel vacuo assoluto di pensieri che allora gli si fece in mente, non gli permise di metter fuori alcuna parola, e stette in silenzio un pezzo, e soltanto si accontentava di guardarla.--Valenzia intanto tutta tremante e ristretta in sè, per quanto fosse grande la confusione delle sue idee, pure riandando col pensiero le vicende già corse, rimontando quattr'anni indietro, quando per la prima volta aveva veduto l'uomo orribile che ora gli stava presso, quando sentì dal padre che colui gli era destinato in isposo, e via via le sue lagrime, la sua confessione a Candiano del proprio amore per Fossano, la fuga.... quella fuga in cui le parve di toccare il paradiso.... e più di tutto, le parole del suo Fossano:--Quel tristo figlio di Bernabò non ti riavrà mai più in eterno, in eterno.--Ed ora se lo vedeva lì presso... e le risuonava tuttavia nell'orecchio quel disperato grido che un momento prima il suo Fossano aveva mandato nel doverla abbandonare. Per l'azione di questo cocente pensiero, quello spavento misto all'atonia che le teneva come aggranchite le membra, si trasmutò in una tenerezza spasmodica per colui che da tanto tempo era il solo, l'assiduo pensiero di tutte le ore del dì e tutto l'angòre che le tramestava l'anima, si versò in uno scoppio di pianto che scosse il Visconti. E guardando a quelle lagrime, si maravigliava della propria irresolutezza che lo faceva restar lì sempre immobile a guardare colei che piangeva. Alla fine si ricordò che v'era ancora a sciogliervi un viluppo assai misterioso, che quantunque si vedesse innanzi viva e vera quella Valenzia di cui un tempo egli s'era sentito preso con tanta violenza, ancora gli rimaneva a sapere come era avvenuto il fatto, in che modo egli e la Republica erano stati ingannati; questa curiosità gli aprì il varco alle parole, e disse:
«È inutile il disperarvi tanto, nè l'esser qui alla mia presenza vi deve metter tanto orrore. Io non voglio farvi del male, d'altra parte sappiate che se voi a quest'ora non foste qui, sareste innanzi al signori Dieci, i quali, quando hanno messo il dente sulla preda, non fia che per nessun caso mai se la lascin sfuggire; dunque vi esorto a farvi coraggio.»
Le parole del Visconti erano queste.... ma il tuono con che le accompagnava era assai aspro, per cui pochissimo si potè confortare Valenzia.
«Soltanto,» continuava il Visconti, «ho gran desiderio di schiarire un mistero in questo momento.... e per l'anima del padre mio crederei bene d'aver qualche diritto a saperne più che altri, perchè, se la memoria non mi falla, voi eravate promessa a me.»
Valenzia mandò un guizzo per tutta la persona a queste parole.
«Del resto.... nel momento ch'io vi credeva morta da quattr'anni, vi rivedo ancor viva, e per aggiunta sposa d'altrui, vogliate dunque compiacervi a raccontarmi in breve tutta la storia dell'orribile inganno.»
Qui Valenzia, essendo malissimo disposta a narrare quella storia, non che a metter fuori una sola parola, mostrò di non aver sentito, nè tampoco il tuono della voce del Visconti, e continuò a mormorare fra' denti una sua preghiera. Però crebbe la stizza al Visconti, e in tuono più alto replicò quella domanda.
Valenzia, spaventata, cominciò allora a mandar fuori qualche sconnessa parola, e d'una in altra tra singhiozzi e sospiri potè dire abbastanza perchè il Visconti potesse farsi un'idea chiara di tutto quanto era avvenuto.
Valenzia intanto, a cui l'angoscia aveva in prima ottenebrata la mente, così da farle vedere in confuso la condizione delle sue vicende, coll'esser costretta a raccontare ordinandosele in mente in successione tutti i fatti avvenuti dalla fuga da Venezia in poi, per sua sventura rinacque alla chiara cognizione di tutto, e misurato il pericolo del padre e il proprio, vide come le cose fossero giunte al punto che più non era luogo a sperare, e che uscita dalle mani del Visconti sarebbe tosto ricaduta in quelle della Republica, ove avrebbe trovata l'estrema condanna. A questo pensiero, di ginocchio balzò in piedi esterrefatta: quella immobilità, quell'atonia in cui aveva durato qualche tempo, si trasmutò improvvisamente in un dolore prorotto che teneva della forsennatezza: chiamò ad alta voce per nome il suo Fossano, il padre, e fu presa da un così prepotente delirio che parlava singhiozzando a que' due suoi cari; quasi che le fossero presenti, e invocava Dio, la Vergine, i santi, e miste alla preghiera, le imprecazioni contro a Venezia, ai Dieci e a tutti coloro che nell'agitata fantasia credeva avessero causata la di lei rovina. Finalmente dopo quello sperpero di grida, di pianti, di preghiere, d'imprecazioni, e quel violentissimo lassamento di tutte le sue forze fisiche, nell'istante che volta al Visconti con una faccia tutta stravolta e terribile stava per imprecargli, il sangue le fuggì dal cuore, nel suo volto avvenne come un altro smagrimento repentino, i nervi le sussultarono dai capo alle piante, e per la quinta volta cadde abbandonata da' sensi.
Le lagrime, le preghiere, le furibonde grida, il delirio della povera Valenzia, arrivarono a ingenerare nell'animo del Visconti qualche cosa che poteva somigliare alla compassione, e gli somigliava abbastanza per giungere a scioglierlo del tutto da ogni basso tentativo. Si fermò a contemplarla un pezzo, poi disse:
«Ma infine.... cosa mi resterebbe a fare? Se io la lascio uscire di qui.... cadrà nelle ugne di tal belva, al cui confronto io le sarò parso assai più che padre e fratello.» E gettò un'altra occhiata sulla giovane infelice, e con ribrezzo ne sentiva i singhiozzi affannosi, e il rantolo strozzato nelle fauci, la compassione s'accrebbe a più doppii nell'animo suo, e pensò.... pensò se vi poteva essere qualche aggiustato modo per trarla in salvamento e alleggerire la sua sventura.
Ma come poteva venire in mente a quel tristo un simile pensiero?--Non era forse egli più il crudele, il feroce figlio di Bernabò?--Questa domanda è assai ragionevole, e anche noi durammo assai fatica a credere a un simile mutamento nell'indole sua. Ma una considerazione che ci sorse in mente, ne condusse, o ne parve almeno ci potesse condurre, alla soluzione di un fatto così strano. Se a Carlo Visconti, quattr'anni prima, quand'era ancora nel fiore della sua potenza il terribile Bernabò suo padre, ed egli non viveva che nell'aspettazione di un ricco e vasto dominio, fosse intravvenuto una simile avventura, si fosse trovato in una circostanza pari, avrebb'egli ceduto sì di leggieri a delle lagrime, avrebb'egli saputo comprendere l'angoscia di un cuore al punto da rimanersi dalla persecuzione? Tutto c'induce a credere che avrebbe fatto il contrario. Da quell'altezza su cui la sorte avealo fatto nascere, e da cui non era disceso un momento non avendo mai potuto porsi a paro un istante col resto degli uomini, non aveva mai potuto mettersi all'unisono col loro, nè per quanta sagacia potesse mai avere, la dura esperienza non gli aveva fatto conoscere ancora il che ed il perchè di tutte le cose. Non gli aveva ancor data la giusta misura per valutare nella loro interezza i dolori che possono straziare anima d'uomo, ma da quel momento che la sventura lo ebbe assalito, e il cuor suo sentì le potenti strette dell'angoscia e della disperazione, e provò le durezze dell'esiglio, le privazioni più tormentose della vita, e l'odio contro il suo persecutore, l'anima sua oscillò per migliaia di sensazioni che fino a quel punto gli erano rimaste al tutto sconosciute.... e da quel punto, senza ch'egli se ne fosse accorto, l'indole sua subì una forte modificazione, modificazione che però non s'era mai palesata, ed aspettò a mostrarsi intera allora che una scena di sventura e d'angoscia lo ebbe fortemente colpito. La prosperità guasta gli animi, la sventura li corregge, se non sempre, certo il più delle volte.
Alla Valenzia, così come gli poteva permettere l'abituale durezza de' suoi modi, spruzzò con acqua la fronte affine di farla riavere.
«Valenzia,» cominciò poi a chiamarla per nome, «Valenzia!»
«O Fossano, perchè mi lasci tu qui?»
«Destatevi su via, fate presto che meglio per voi.» La giovane si rizzava. «Se amate il vostro meglio, v'è mestieri di coraggio; alzatevi, presto.»
«O Fossano, vieni a togliermi di qui.»
«È inutile che sprechiate il vostro fiato a chiamare chi non verrà di certo.»
«Non verrà? perchè non può venire?»
«Oh! sentite, vorrei pregarvi a non darmi più noia con queste vostre parole, e torno a ripetervi che v'è mestieri far senno, e che vi converrà prendere qualche partito prima che battino alla porta i fanti del consiglio.»
«Oh, padre mio!» esclamò allora la Valenzia. e facendo forza a sè stessa, e volgendosi al Visconti: «Oh! ditemi, che è avvenuto del padre mio?»
«Io non so nulla; ma vi consiglio a pensare a voi medesima prima di tutto, diversamente senza fare il suo vantaggio, sarete causa del vostro danno.»
Valenzia, che un momento prima guardando la faccia del Visconti aveva potuto scorgere quanto fosse volto al male, ora non sapeva credere a sè stessa accorgendosi dell'improvviso mutamento ne' suoi modi; e disse:
«Signore, abbiate pietà di me, ditemi che è del padre mio; lasciate ch'io vada presso di lui. Dov'è il Fossano? dov'è? voi lo dovete sapere. Lasciatemi tornare dov'è lui; lasciatemi uscire di qui. Io non domando, io non voglio altro.»
XII
CONTRATTEMPO.
In questa s'udì battere alla porta. Il Visconti tende l'orecchio; Valentia ricade a terra ginocchioni tutta tremante, gridando:
«Chi sarà?»
Il Visconti aprì un'impannata; guardò fuori, e domandò:
«Sei tu, Bronzino?» Ma nel domandare, vide più barche che si erano fermate, e s'accorse ch'erano le barche della Republica.
«Sono il fante del consiglio,» dice una voce. «il quale vi prega vogliate recarvi da lui sull'istante, senza aspettar altro. Ho con me venti arsenalotti, incaricati d'accompagnarvi e servirvi fino a palazzo.»
«Cosa ha bisogno il consiglio di me?»
«Voi lo sapete meglio di tutti; ma vi esorto a far presto, che i signori Dieci non possono aspettare.»
Il Visconti pensò e ripensò a quel che dovesse fare; ma di lì non era via d'uscire. Quando s'era impadronito di Valenzia, avendo allora altro disegno in mente, non aveva pensato ridursi dove la Republica non avrebbe potuto raggiungerlo.
Valenzia, che tutto aveva sentito, disse:
«Ah! io sono perduta, Iddio mi abbia misericordia!» e piegava la testa quasi aspettasse l'estremo colpo della mannaia.
Il Visconti intanto discese, e aperto l'uscio, mostrossi al fante dicendogli:
«Io sono qui, andiamo.»
«Voi saprete,» soggiunse il fante, «perchè il consiglio v'abbia mandato a chiamare.» E stava attendendo una risposta. «La Republica sa troppo bene chi si trova di presente nelle vostre stanze: il consiglio vi prega a non voler interrompere il corso della giustizia. Vogliate adunque compiacervi a rimettere nelle nostre mani chi avete ricovrato presso di voi.»
Qui Carlo Visconti manifestò quanto tenesse del carattere del padre, il quale atroce e iniquo sempre, pure per ispirito di contraddizione, pertinacia e prepotenza, inducevasi qualche volta a fare un'azione che ne' suoi effetti poteva chiamarsi benefica.
«Io non so, nè comprendo nulla di quanto mi dite; ma s'egli è vero che qualcheduno è venuto a rifuggirsi presso di me, penso ch'io non sarò vigliacco e infame così da non mantenere ciò che ho promesso. Vi prego a riportare quanto vi ho detto all'eccelso consiglio.»
«Ebbene io riporterò le vostre parole; ma voi non uscirete intanto, e costoro staranno qui a farvi compagnia.»
Il Visconti, a guadagnar tempo, accettò il partito, e disse:
«Così sia fatto; andate e v'aspetto.»
Ciò detto richiuse l'uscio, e risalì ancora nella camera ove trovavasi Valenzia.
Questa s'era alzata, e se ne stava ritta su due piedi nel mezzo della camera. All'aspetto parve che avesse ricuperato tutte le sue forze, e una subita vampa di vivo rossore le aveva acceso il volto. Qualche cosa di maraviglioso e di sublime brillava in quel punto sulla purissima sua fronte; e quando il Visconti le comparve innanzi, gli disse:
«Io vi ringrazio, Iddio ve ne renda merito; ma pur troppo tutto quanto avete fatto non potrà produrre nessun utile al mondo. Pure non è per me ch'io trema adesso, è pel padre mio, che, a vedermi contenta e felice, osò tentare e condurre a fine ciò che nessun altri avrebbe saputo. Oh! ditemi... io non voglio che salvar lui.»
«Come lo potete?»
«Perdonate, ho la mente assai scompigliata, pure ditemi, voi lo dovreste sapere: il padre mio fu già accusato a quest'ora, è già comparso innanzi ai Dieci?»
«Ieri duecento voti lo elessero doge di Venezia, non fa un'ora che lo vidi io medesimo, e sul volto di lui ho potuto scorgere segni manifesti di gioia. Vivo sicuro ch'egli è assai lontano dal credere che tanta sventura gli stia sopra.»
«Ne siete sicuro?»
«Sicurissimo.»
«Oh! sia lodato Iddio e la Vergine santissima,» e ciò dicendo cadeva ginocchioni come fuori di sè per la gioia.
Il Visconti la guardava maravigliato non sapendo comprendere la causa di quell'improvvisa e fantastica allegrezza.
«Oh! abbiate compassione di me e del padre mio,» continuava la Valenzia; «oh! vogliate correr subito in traccia di lui.»
«E poi?»
«Il consiglio lo accuserà d'aver ingannata la Republica, col dire ch'io era morta.»
«È questa appunto la sua colpa.»
«Ebbene, volate da lui: ditegli che non abbi più timore di quest'accusa, e la rigetti perchè io son morta davvero.»
In quella camera era aperta una finestretta che guardava la laguna dalla parte opposta, ove si trovavano le barche della Republica. Valenzia, un momento prima, guardatosi attorno, s'era accorta di quella finestra, ed a tal vista erale spuntato in mente un terribile pensiero; però come ebbe pronunciate quelle ultime parole, si alzò da terra, si raccolse, fece una preghiera,
«Oh, mio Fossano! oh, mio Fossano!» disse ancora, e già....
In quella si sentì un gran colpo alla porta. Il Visconti dovette ancora uscire: Valenzia rimase sola.
Basta talora una sola spinta perchè l'uomo si determini ad azioni estreme e terribili; ma più cagioni, e tutte forti, avevano per tal modo assalita l'anima della povera Valenzia, che in quel momento non le parve possibile altro disegno, fu or quello di darsi la morte da sè medesima. La persuasione in cui era entrata, esser quello l'unico mezzo a salvare la vita del generoso suo padre; il pericolo di perdere in quel momento la sola cosa che i suoi crudi destini non le avevano ancora potuto rapirle, l'onoratezza, che quantunque avesse potuto accorgersi del mutamento ne' modi e nelle parole del Visconti, non aveva per nulla saputo vincere il timore che aveva in lui; ed a ciò si aggiunga quello scompiglio della mente, quel tedio mortale della vita dopo tanti affanni e tormenti, quella debolezza dello spirito a cui par sempre più grave, più insopportabile una sventura di quello che il sia realmente.
Uscito che fu il Visconti, ella fece alcuni passi per la camera, dando volte assai rapide. Al vedere i suoi atti, i suoi moti, l'alterazione delle sue sembianze, pareva in vero ch'ella più non respirasse codesta vita. V'era nella sua persona un non so che di fantastico, di trasumanato, e tal cosa che poteva destare religiosa venerazione, mista a un sacro orrore che non è possibile a definirsi con parole. Nel muoversi descriveva così a caso molti giri col pie' leggiero e a grado a grado sempre più vacillante; e questi giri, fosse caso o che altro si fosse, si venivano a ristringere ogni qualvolta li ripeteva, finchè si trovò vicinissima alla finestra.
S'udì in quella un romore abbasso e un suono di voci. Ella s'alzò sulla punta de' piedi con un tremito convulso di tutta la persona, e battendo i denti come per brividi. Quelle voci che prima erano abbasso, le suonarono assai più dappresso. Fece uno sforzo, si aggruzzò sul davanzale.... s'udì un gran fracasso come d'una porta spinta a battersi contro d'una parte.... e in quel momento s'udì ai piedi di quella finestra un tonfo nell'acqua.... la stanza rimase vuota.
Allora si sentirono assai chiare le voci del Visconti e del fante della Republica.
«Che volete?»
«Il consiglio mi ha comandato di entrare nelle vostre stanze.»
«A far che?»
«Non so nulla, io debbo obbedire la Republica.»
E nel punto medesimo che mandò fuori quella parola, il fante, insieme a dieci arsenalotti che tenevan chiuso nel mezzo il Visconti, il quale non potè opporsi con suo gran dispetto, entrò nella stanza dov'era Valenzia. Il fante, gli arsenalotti guardano, il Visconti anch'egli vi getta uno sguardo corruccioso di sembrare un vile agli occhi d'una donna; ma la stanza è vuota.--Per Dio, dice tra sè, dove se n'è andata?--Entra col fante nelle altre stanze; ma tutte son vôte. Il Visconti già qualche cosa aveva sospettato: torna nella stanza dove aveva lasciata Valenzia; s'affaccia a quella finestra, comprende al tutto ciò che dev'essere avvenuto, e se ne sta taciturno, e stupito e percosso nel mezzo della stanza.
Gli grida il fante:
«Ma insomma dove avete trafugata colei?»
«Chi?» gli risponde il Visconti.
«Valenzia, la figlia dell'ammiraglio, credo bene ch'ella fosse qui.»
«Ma io non so nulla, vi torno a ripetere, e qui non ci sta mai altri che io solo, amici cari.»
Il fante non seppe dire più nulla, discese, e non avendo alcun ordine scritto che determinasse com'egli dovesse comportarsi col Visconti, non prese altro partito, e ritornò cogli arsenalotti a palazzo.