Part 10
A' tempi a cui si riferiscono queste pagine, allorchè si annunzìava la morte del doge, venivano chiusi i tribunali e le giudicature, e temporariamente il governo della città passava nelle mani della quarantia criminale, e così erasi fatto in quel dì. Innanzi alla porta del palazzo ducale stavano a far guardia quattro arsenalotti, i quali di quando in quando lasciavano libero l'accesso ad un gruppo di persone a cui era permesso d'entrare negli appartamenti ducali a vedere la salma del doge, che vestito con tutti gli abiti della sua dignità, e col corno ducale in capo, stava esposto nella sala detta dello scudo, sopra un letto di parata. Poco mancando all'ora di vespro, entrarono in quella sala molti arsenalotti con torcie accese, e quando scoccarono le ventiquattro trasportarono il doge nella sala del publico, detta volgarmente del _piovego_; e lo deposero sovra di un gran catafalco. Per lo spazio di tre giorni doveva restare esposto colà, e due nobili in veste rossa e i canonici di San Marco, vi dovevano assistere fino al quarto dì nel quale si ordinava la sepoltura.
Se la sovranità del doge di Venezia non fosse stata elettiva, ma di successione, la morte di lui non avrebbe causato ne! popolo quella specie di tumultuosa incertezza che doveva nascere fra i cittadini, pensando a chi mai sarebbe stato il successore del doge. Ma appena in vece che si propalò la morte di lui, per non essere possibile verun'altra scossa essendo stato colui null'altro che un buon vecchio, dal quale Venezia non aveva raccolto nè troppo bene, nè troppo male, la prima parola che corse fra tutti i ceti fu:--Chi sarà ora il doge?....--e fra i senatori, e fra i membri del gran consiglio specialmente.
L'opinione del popolo però, che veniva mosso da una molla medesima, presto fu concorde. Come i selvaggi che associano l'idea della divinità al sole, pel solo motivo che s'accorgono di ricevere da lui i vantaggi più immediati e più necessari, così il popolo per lo più nella bisogna di un'elezione, volge di preferenza lo sguardo a colui che più nel corso della vita gli ha dato nell'occhio, a colui del quale ebbe a riconoscere i più segnalati servigi, e appena fu pronunciata quella parola:--Chi sarà ora il doge?....--molte voci risposero ad una: «Che gran ventura sarebbe s'ei fosse Candiano. Senza di lui forse i Genovesi e i Pisani sarebbero ora qui in Venezia; senza di lui chi sa quante volte il Turco ci avrebbe messi a mal partito.»
«Viva Candiano! se lui sarà il doge, bene sarà per Venezia, bene per tutti.»
«Viva Candiano, tanto buono, quanto prode, e che tratta il più povero di Venezia come se fosse un suo pari, e che è liberale del suo con tutti!»
«Se i destini volgono propizi per Venezia, il doge sarà Candiano.»
Queste opinioni, queste voci metteva fuori il popolo minuto; ma ben diversamente avveniva tra i senatori e i membri del gran Consiglio e i procuratori. Il popolo non aveva avuto riguardo che al publico interesse senz'altra mira, poichè sapeva che nessuno tra' plebei avrebbe potuto essere il doge. Ma i senatori e gli altri patrizi rivestiti di alcuna carica, erano mossi da passioni diverse, e da qui la diversità delle loro opinioni e de' loro giudizi.
Il senator Barbarigo, il quale, per essere uno de' più anziani de' senatori, era quello per lo più a cui si rivolgeva l'attenzione de' suoi colleghi allorchè trattavasi determinare alcuna cosa, quando fu in segreto interpellato intorno all'opinione sua, non fece altro che alzar le spalle, e far quell'atto di chi non ha ancora fermo il suo partito, e quando sentì com'era concorde l'opinione publica per Candiano, ed anche fra gli stessi suoi colleghi, e che dopo una lunga discussione i due terzi de' voti furono per l'ammiraglio, non disse mai parola nè favorevole nè contraria, e da cui potessero trapelare i suoi pensieri; essendo però assai conosciuta la cattiva disposizione dell'animo suo rispetto a Candiano, ognuno dovette credere ragionevolmente ch'egli anche in quest'occasione, come sempre, avrebbe dato il voto contrario.
Una sera nel suo palazzo medesimo, dove per caso vennero a trovarsi assieme gran parte de' senatori, s'era parlato a lungo di quella publica bisogna, e alcuni s'eran fatti leciti a richiedere palesemente il Barbarigo del suo consiglio, e il discorso era stato condotto in modo ch'egli si trovò nel punto di dover dare una decisa risposta. E, presa finalmente una risoluzione, già stava per parlare, quando un paggio gli si avvicinò ad annunciargli che un uomo gli voleva parlare. A quell'annunzio balzò in piedi il Barbarigo assai contento che per quell'improvviso accidente potesse ancora tener chiuso il proprio avviso sul conto dell'ammiraglio Candiano, e dette alcune parole di scusa agli onorevoli suoi colleghi, si recò nella stanza dove egli era aspettato.
Assai lontano dal credere chi dovesse capitargli innanzi a quell'ora, si rimase assai maravigliato quando in quell'uomo ravvisò il Malumbra:
«Sei tu!» gli disse, «e così?»
«E così, sono arrivato in questo momento a Venezia....»
«Ma che notizie mi porti, dî presto.»
«Ottime, illustrissimo, e qualcosa meglio che semplici notizie.»
«Cosa vuoi dire?»
«Valenzia è in Venezia.»
Il Barbarigo fu a un punto di abbracciare il tristo sgherro, e
«Come ti riuscì?....» gli domandò.
«Con qualche poco d'astuzia, e più che un po' d'oro si riesce a tutto, illustrissimo. Del resto ci furono molti pericoli e molti ostacoli, talchè ebbi sempre a vivere in qualche timore fino a che non toccai Venezia.»
«E dove hai tu nascosta codesta Valenzia?»
«È in luogo sicuro e ben guardato; ma temo che la poveretta non possa durar lungo tempo contro all'angoscia che non le lascia un'ora di bene.»
«Hai potuto comprendere se a lei sia trapelato nulla di quanto sappiam noi sul conto suo?»
«Con belle promesse e belle speranze io le feci percorrere gran tratto del viaggio; ma alla fine non volle più credere alle mie parole, e cominciò a disperarsi, a piangere, a scongiurarmi, poveretta, e non vi saprei narrare lo spavento da cui fu assalita quando potè accorgersi ch'io la conduceva per gli stati veneziani. E allora mi parve che le sia balenato qualche cosa in mente, quantunque io abbia adoperato ogni mezzo per farla riavere da que' timori e da quella disperazione.»
«Hai fatto bene sin qui; ed ora farai il resto.»
«Come volete, illustrissimo.»
«Siccome converrà ch'ella stia ancora nascosta per alcuni giorni, così tu la condurrai subito dove io ti dirò; e in luogo che sarà certamente più sicuro del tuo.»
«Va bene; ora vi dirò qualche cosa del Visconti.»
«Che! è forse qui esso pure?»
«No, ma ci verrà senz'altro.»
«Gli hai forse parlato?»
«No, illustrissimo, ma gli feci giungere a notizia che la Republica di Venezia lo avrebbe ospitato volentieri. E pare che questa notizia non gli sia dispiaciuta molto, che subito si mise in cammino, e forse in questo momento potrebb'essere anch'egli in Venezia.»
«È facile a comprendere che il diavolo ti ha dato il suo valido aiuto in questa circostanza!» diceva il Barbarigo quasi esaltato della gioia.
«Credo bene che la sia così, perchè io solo non poteva bastare a far tutto.»
«E il Fossano? Non mi hai detto ancor nulla di lui.»
«Del Fossano, per dirvi la verità, da quando l'ho salutato ad Angera, non so nè poco nè molto; ma s'egli è così preso di Valenzia da non saperne vivere discosto un momento, e sol che sappia fiutar da lontano, scommetterei la testa che non passerà gran tempo, e lo vedremo in qualcuna delle nostre gondole.»
«Dovrebbe succedere così appunto; ma quand'anche non ci capitasse, non è già di lui che abbiamo il maggior bisogno. Ora io ti darò un ordine scritto, e condurrai tosto Valenzia nel convento di Santa Brigida.»
E scritto l'ordine contò al Malumbra alquanti ducati d'oro, e raccomandatogli si lasciasse veder presto, ritornò nella sala dove aveva lasciati i suoi colleghi impazienti di una risposta. Se in tanti giorni non aveva mai saputo determinarsi a far chiaro il suo avviso, lo potè in quel punto, e contro all'aspettazione universale, e probabilmente contro anche quella de' nostri lettori, riuscì a dire che in quanto a lui credeva doversi assolutamente acconciarsi col voto de' più, e che l'ammiraglio Candiano gli pareva il solo che fosse degno di vestire la clamide del doge.
Alcuni giorni dopo il senato fu convocato solennemente per l'elezione del doge, e l'ammiraglio Candiano fu quegli appunto che ebbe la maggiorità de' voti. Ciò non bastava però perchè egli fosse definitivamente eletto; bisognava che il gran consiglio in solenne assemblea approvasse la proposizione del senato, al far che dovevano interporsi, com'era l'uso a que' tempi, molti giorni ancora.
Le cose in Venezia erano a questa condizione, quando vi capitò il figlio di Bernabò Visconti col Bronzino: noi lo abbiamo lasciato nelle vicinanze di Castel Seprio, timorosi che il Malumbra volesse rimettere nelle sue mani la sventurata Valenzia. Ma il tristo sgherro dopo aver molto pensato e ripensato su quello che gli restava a fare, alla fine considerò che non gli conveniva tentare quel partito, che gli ordini del senator Barbarigo erano di condurre a Venezia tanto Valenzia quanto il Visconti, ciò che forse non sarebbe avvenuto se mai lo avesse messo al possedimento di quella che avrebbe dovuto essere sua consorte. In conseguenza di questa determinazione, avendo data una svolta al discorso, quand'era venuto a far parole col Bronzino, ed assicuratosi che colui nulla aveva sospettato nè della sua condizione nè delle donne che aveva con sè, prima che spuntasse l'alba se n'era uscito di quell'osteria, e d'uno in altro inganno con belle parole, come sa il lettore per bocca del medesimo Malumbra, aveva condotto Valenzia a Venezia.
In tutto questo tempo Alberigo Fossano, dopo aver frugato per ogni terricciuola del lago, e tentato tutto che gli era parso atto a metterlo sulle traccie della sua donna, messosi in mille sospetti, e in quello soprattutto che il Malumbra, spedito dal Candiano, fosse stato inviato dalla Republica veneziana a tendere insidie alla sua Valenzia, e non vedendo altra via per venire a capo di qualche cosa, pensò ridursi a Venezia egli stesso per sincerare il tutto, e recarsi dall'ammiraglio, e domandargli di sua figlia se mai per sua volontà fosse ritornata a Venezia o in qualche luogo presso; perchè ad escludere il terribile pensiero che ci avessero mano i Dieci, e che tutto fosse scoperto. pensiero che non bastava a sopportare, s'era acconciato con una certa compiacenza al credere che il buon Candiano, fatto istrutto dalla medesima Valenzia della trista condizione di lei e delle ingiurie patite, mandato il Malumbra sotto finti colori, avesse voluto richiamare a sè la figlia diletta. Pur troppo, codesto pensiero che pure è facile a credere quanto gli dovesse riuscire molesto, gli era tuttavia un conforto, un rifugio dell'orribile sospetto che al consiglio dei Dieci fosse stato rivelato il fatale segreto.
IX
TRAMA INAUDITA.
Verso la metà del mese d'ottobre, intorno alle ore di sera, una piccola barca entrava nella veneta laguna. Era il cielo tutto bigio, eran le acque di un color cupo, e tirava un vento di tramontana così forte, che già pareva fosse inverno. Tutto avvolto in un mantello stavasi il nostro Alberigo seduto in quello schifo dalla parte di poppa; entrava in quella città, dalla quale, quattr'anni prima, erane uscito giurando non vi sarebbe tornato mai più. Era l'istess'ora, lo stesso canale, gli stessi edificii che lo circondavano, ed il cuor suo era pure in gran tempesta come allora. Quel continuo stato d'incertezza, di ansia, di crepacuore che da un mese il tormentava, gli traspariva intero nel volto d'una pallidezza mortale e così affilato, che pareva gli fosse entrato nelle vene un morbo di maligna natura.
Man mano che avanzavasi nella laguna, gli si accresceva l'affanno, gli si accresceva quel caldo febbrile che di solito si apprende a chi è travagliato dalla dubbiezza dell'evento.
Quattro anni prima usciva di là sbalordito dall'enormità della sua disgrazia, se ne usciva senza più una speranza, ma tuttavia godeva di quella tranquillità che dà l'attonitaggine e la sicurezza di non avere più nulla in questo mondo; però in que' momenti aveva pensato non esservi più sventure contro le quali potesse spezzarsi l'animo suo, e quasi si rideva del mondo e degli uomini che non avevano più armi per ferir lui. Questi confusi pensieri, che, trascorso quell'istante, non gli erano mai più tornati in mente, lo assalirono di tutta la forza adesso che ritornava in que' luoghi.
Ad uno ad uno rammentava i tormenti assaporati in quel punto con una certa voluttà misteriosa, se non che, sentendo le dure ed acute fitte dell'angoscia presente, vedeva che quelli non erano stati che fiori in confronto:--pur troppo era così. Allora gli tornava in mente le parole di Candiano,--Padova, il monastero di Santa Francesca, dove era viva, ancor viva, quella che aveva pianto come morta.... e innanzi innanzi, di fatto in fatto, ricordava l'isola di San Giulio, i suoi trascorsi, quel pianto, quella soave reintegrazione d'amore, e la notte che venne dopo, e....... Qui sentiva più e più crescersi il caldo, qui l'opprimeva l'affanno quasi gli fosse posto un enorme peso sul cuore, e una grossa goccia di pianto, che un pezzo gli era tremolata nell'occhio senza che pur egli se ne accorgesse, gli sgorgava improvvisamente, gli cadeva sulla guancia, ed egli ne sentiva la riga infuocata.
Il motivo per cui il Fossano se ne tornava a Venezia, era quello di recarsi da Candiano per vedere se colui avesse, per avventura, alcuna notizia di Valenzia. Ma quand'anche in fondo del cuore potesse nutrire un'ombra di speranza, che quando la mente vaga di dubbio in dubbio, a proprio conforto, si sforza a mettere per probabile anche ciò che è impossibile al tutto; pensi il lettore con che animo doveva presentarsi innanzi a Candiano, a domandargli conto di colei che con tanta generosità era stata affidata interamente all'amor suo, alle sue cure. Ma di questo terribile momento, per quanto pensasse, non vi essendo via d'uscire, volle affrontarlo tosto, e così, senza attender altro, si volse difilato al palazzo di Candiano. Quando però mise il piede su quegli scaglioni, un _no_ imperioso si attraversò d'improvviso a tutt'i suoi pensieri, e fu per tornare addietro e non farne altro; ma per sua sventura un servo dell'ammiraglio, che usciva in quella del palazzo, riconosciutolo lo invitò ad entrare, e a lui non fu più possibile ritrarsi.
«Saprà bene, messere, la gran novità di che oggi si parla per tutta Venezia.»
Il Fossano, a queste parole, pensando che forse si riferivano ad un avvenimento che il potesse toccar da vicino, si sentì tutto rimescolare, e rispose:
«Che novità?»
«La novità che oggi in senato si votò per l'elezione del doge.»
«Del doge? È morto l'Orseolo?»
«È morto, e l'ammiraglio Candiano sarà il suo successore.»
«L'ammiraglio?»
«Sì, messere, e tutta Venezia è ben lieta di questa elezione.»
Queste parole poterono un tratto confortare il Fossano, il quale pensò che la Serenissima Republica non si sarebbe mai più indotta ad eleggere doge il Candiano, se avesse mai saputo di che colpa era esso reo; breve conforto però, che pur sempre rimaneva l'incertezza amara intorno alla condizione di Valenzia. Con questi pensieri salì lo scalone del palazzo, e con un batticuore che gli toglieva il respiro, mise il piede su quella soglia che in lui risvegliò tante memorie, e gli confisse il petto di tante punte acutissime.
L'ammiraglio Candiano avendo sentito alcuni dì prima dalla bocca del Malumbra, che la moglie del Fossano era in buonissimo stato, e che gli mandava le sue felicitazioni, racquetato per quella parte, che l'animo schietto non gli consentiva di sospettare di nessuno, aveva potuto in quegli ultimi giorni sentire con molta compiacenza che il voto universale designava lui doge di Venezia.
Qui c'è qualche cosa, che parrà forse non affarsi appunto a quella tempra del carattere di Candiano, assai più amico della vera virtù che del fasto e dello splendore apparente; di Candiano che avvezzo al libero comando in mezzo al mare, doveva essere insofferente naturalmente a quella specie di schiavitù vestita di tutte le apparenze della grandezza e del potere. Ma, a tacere che in ciascun uomo, per quanto sia eguale e conseguente a sè stesso, v'ha pur sempre alcuna lieve contradizione; anche il settuagenario Candiano, quantunque i suoi desiderii non avessero mai trasceso i limiti, e l'anima sua fosse dotata di quel semplice candore che non ci fa invanire della fortuna di questo mondo, pure al sentire quegli applausi di tutta Venezia nella quale intera si spiegava la gratitudine di tanta popolazione verso lui, al pensare che nel senato la maggior parte dei voti erano stati a suo favore per l'elezione al dogato; gli colmò l'anima di tanta compiacenza, che quel giorno fu uno dei più felici della sua vita.
Per quell'indole sua aperta e sincera non trovando modo veruno ad infingersi pur un momento, e versandosi interamente la sua gioia in ogni suo gesto, in ogni sua parola, quando gli fu annunciato l'arrivo del cavalier Fossano, desideroso com'era, di rivederlo e di sentire da lui medesimo notizie della dilettissima figlia, gli mosse incontro con un fare di sì gioconda bonarietà e benevolenza che la maggiore non era da sperarsi da chicchefosse uomo del mondo. Le prime parole di Candiano ad Alberigo furon volte a chiedergli notizie di Valenzia, ciò ch'è facile e ragionevole a supporsi.
Il Fossano, mentre stava ascoltando l'ammiraglio, potè accorgersi del giocondo esaltamento dell'animo di lui; e pur troppo, codesta circostanza che doveva essere anche al Fossano di grandissimo contento, lo afflisse per tal modo che si sentì l'un cento più misero di quando non si era ancor presentato a Candiano. Gli parve quasi avere a commettere un grave delitto col domandare all'ammiraglio notizia della sua figlia, col funestare d'una guisa così terribile la pace di quel generoso e prode vecchio, in uno de' momenti più belli della sua vita. E tanto questo pensiero lo vinse che quando l'ammiraglio gli domandò notizie di Valenzia, egli non stette un momento in dubbio su quello che gli doveva dire, e non esitò a rispondere:
«Valenzia sta bene.»
Ma arrossì nel dir questo, e il rapido confronto che dovette fare in quel momento tra le parole che aveva pronunciate e la nuda verità, gli serrarono il cuore di una maniera orribile, e fu a un punto che non cadesse privo di sentimento. Di nulla però s'accorse l'ammiraglio, e quando entrò il valletto a dirgli che la gondola l'aspettava.
«Tu verrai con me dal Morosini,» disse ai Fossano. «Quel caro amico mio, a rammemorare il dì ch'io riportai la vittoria contro i Pisani, or fanno tre anni, ha voluto questa notte dare una festa nel suo palazzo. Tu ci verrai con me, e ti so dire che sarai il benvenuto, che tutta Venezia si ricorda assai bene della straordinaria tua virtù nel canto, e converrà che anche in questa notte voglia intertenerci dell'arte tua.»
«Permettete, ammiraglio, ch'io non venga per oggi; ho gettata più d'una notte, e dalla fatica del viaggio sono così spossato che è al tutto impossibile ch'io sia atto a far nulla non che a cantare. Lasciate, ammiraglio, ch'io mi ritiri, e abbiatemi per iscusato se non so acconciarmi ai vostri desiderii.»
«Non mi state a negare sì poca cosa, messer Fossano, che per un uomo che ha provata la polvere de' campi, come siete voi, e deve all'occasione essere disposto a fatiche ben maggiori di qualche notte vegliata, non deve mettere innanzi mai per iscusarsi dai far qualche cosa, il bisogno di riposarsi. Diversamente mi convincerete che più non avete la virtù d'una volta, e soltanto vi è rimasto l'effeminato costume de' cantori che vanno a zonzo per le corti, e non sanno far altro al mondo.»
Queste cose il Candiano le veniva dicendo con un fare così faceto e brillante che avrebbe messo di buona voglia chicchessia; ma al povero Fossano erano tormentose fitte nel cuore, ed assalendolo ancora il sospetto che il consiglio dei Dieci fosse in cognizione di tutto, sentiva una compassione per l'ammiraglio, tanto più profonda quanto più l'animo di Candiano appariva pieno di gioia; e, per quanto si schermisse, dovette accompagnare l'ammiraglio al palazzo Morosini.
Entrarono ambidue nella gondola, e non sì tosto questa s'avanzò tra le altre, che i battimani echeggiarono d'ogni dove, e il nome di Candiano era da tutti innalzato alle stelle.
Fossano silenzioso e tristissimo dava orecchio a quelle grida, a quegli evviva, e guardava con occhi di sincera commiserazione il Candiano che era lo scopo di tanti applausi.
Nè l'aver sentito dal servo dell'ammiraglio, il quale gli si era fatto incontro sugli scaglioni, che Candiano sarebbe stato eletto al dogato, bastava a toglierlo da' suoi timori, che la politica tenebrosa di Venezia, della quale forse non s'accorgeva interamente chi era nato sulle lagune, era nota assai fuori de' confini di San Marco, che anzi, per non esservi quelli che chiudevano la bocca a chi parlava, veniva dipinta con colori foschi e terribili più di quello forse che comportasse il vero.
La gondola, pervenuta alla scalea del palazzo Morosini, mise a terra Candiano e Alberigo, il quale rischiarato improvvisamente da quell'onda di splendore che riboccava dal palazzo, s'accorse allora solo che non aveva indosso le vesti più acconcie per una festa dove aveva a intervenire il fiore de' patrizi e delle gentildonne di Venezia, e veduto che quella poteva essere una scusa più forte per ritirarsi e tornare addietro, mostrò al Candiano quell'acconciatura da viaggio, dicendo:
«Ora direte anche voi che non m'è assolutamente possibile di entrare nelle sale.»
L'ammiraglio guardatolo ben bene e riso un poco,
«Perchè no?» disse, «così spiccherai meglio tra gli altri.» E di forza presolo per un braccio, lo condusse dentro.
Ai due che entrarono preceduti da un valletto di casa Morosini che li annunciò, venne incontro il senator Morosini colla moglie e gran parte dei gentiluomini e gentildonne che già erano intervenute alla festa.
Candiano presentò il Fossano al senatore dicendo che incontratolo allora appunto che arrivava in Venezia, senza por tempo in mezzo, l'aveva condotto seco, sperando far cosa grata a tutti.--E al Fossano, che tosto venne riconosciuto, furon volte da tutti parole di tanta gentilezza e cortesia, che ciascun altro se ne sarebbe tenuto e n'avrebbe gioito; ma lo poteva egli?
In mezzo a coloro però che furon cortesi di tante belle parole a Fossano, trovavasi anche quello spavaldo d'Attilio Gritti, che in vece di parlare gli volse due occhi torvi e beffardi. In quell'anima rozza e vulgare, avvolta in quel corpo di patrizio; poteva allignar mai simpatia per chi, oltre al decoro dell'avvenenza, andava adorno di mille altri pregi? Tutt'altro: che anzi, senza poter trovare la giusta ragione, non sapendo mai le anime rozze il che ed il perchè delle loro azioni; sin dal primo momento che ebbe veduto il Fossano, e sentì la virtù straordinaria di lui, ne provò una così decisa avversione, che Alberigo stesso dovette accorgesene, quando, per caso, s'era trovato a far qualche parola con lui; e di presente poi, appena rivide il Fossano, del quale l'ammiraglio mostrava avere tanta cura, quell'antipatia gli si accrebbe a cento doppi. Di quanto odio egli odiasse il Candiano dopo la sanguinosa offesa, non è mestieri che venga ridetto; svergognato in faccia a tanti, non aveva però mai potuto vendicarsi di lui, perchè tutti, anche gli amici suoi medesimi, ne lo avevano sconsigliato; anelava però ad una occasione di poter far dispiacere a quell'uomo che tanto abborriva, e col maligno ingegno tuttodì andava pensando a qualche bel modo di ottenere l'intento: ed un pensiero gli balenò alla mente appena che ebbe veduto il Fossano.
Gli amici di lui, a' quali piaceva spesso instigare il suo feroce talento,
«Oh! guarda, Attilio,» gli dissero, «che egli è ritornato, colui che tu desideravi tanto.»