Vae victis! Romanzo

Part 9

Chapter 93,852 wordsPublic domain

Le braccia di Luisa mi stringono, il suo viso è così vicino al mio che sento le sue lagrime scorrere sulle mie guancie....

E per un'ultima volta la nebbia vaga e vellutata discende sul mio spirito, cancella ogni ricordo ed ogni pensiero.

. . . . .

Quando mi sveglio sono a bordo di un battello in alto mare. Tutto all'intorno l'acqua verdognola spumeggia e mugghia, s'innalza e si sprofonda.

Tanta gente ci sta d'intorno; e sono tutti derelitti come noi. Guardano il cielo e il mare con occhi di desolazione...

Da lungi biancheggiano le scogliere d'Inghilterra...

XII.

_Diario di Chérie._

_2 Novembre -- Giorno dei Morti._

E' strano; eppure anche ora di quando in quando mi riprende quella idea fissa -- l'idea che in quella notte sia morto qualcuno.

E -- cosa più strana ancora -- non mi riesce di liberarmi dal pensiero che sono io, io stessa che fui uccisa; io, Chérie, che non esisto più.

Non posso descrivere questa sensazione. Sarà certo una forma di debolezza cerebrale, di aberrazione provocata dalla scossa morale che abbiamo sofferto. E' quello che il buon dottore inglese -- chiamato a vederci tutt'e tre, ma specialmente per tentare di guarire Mirella -- chiama «trauma psichico». Egli dice che Mirella soffre di trauma psichico: vuoi dire che la sua anima è stata ferita.

Ebbene io, talvolta, provo la sensazione che l'anima mia non solo sia stata ferita, ma uccisa, assassinata mentre ero svenuta in quella notte di terrore.

Mi pare che non sia io -- non la vera Chérie, ma un fantasma, uno spettro che mi assomiglia e porta il mio nome -- colei che passeggia per questi placidi parchi inglesi, che parla e sorride, che bacia e conforta Luisa, che prega per Claudio e per Florian.

Florian!... Florian! Dove sei? Che forse anche tu sia morto? Che questo senso d'annientamento, d'irrealità in me, non sia che un presagio, un avvertimento della tua vera morte?

Ah! mio diletto dagli occhi azzurri, mio gaio e temerario eroe, sei tu forse già fuori della vita? Se io pur andassi peregrinando per tutta la terra non ti troverei forse mai più?

Ah! fossimo anche noi raccolte sotto l'ala quieta e sicura della Morte -- Luisa ed io e la povera Mirella; tutte e tre stese nel buio e nel silenzio con gli occhi chiusi e le calme mani incrociate....

Tante volte lo penso. Che dolce cosa sarebbe se potessimo tutt'e tre fuggir via -- fuori dell'esistenza, come riuscimmo a fuggire dal bosco in quella notte! Se potessimo silenziosamente sparire dalla vita, sfuggendo ai lunghi giorni e alle notti paurose; alle estati infocate e agli squallidi inverni; alla giovinezza febbrile e alla vecchiaia desolata; sfuggire all'esilio e alla nostalgia, alla fame e alla sete, all'amore e all'odio!... Ah! dolce giacere in pace sotto gli alberi ondeggianti del piccolo cimitero di Bomal, col cuore tranquillo e gli occhi chiusi. E accanto a noi, come una marmorea statua di giovane guerriero, Florian -- Florian quale io l'ho conosciuto e amato, Florian, bello, fiero e fedele!

.... Ma Claudio? che cosa farebbe solo nel mondo il povero Claudio?

Claudio tornerà zoppicando dalla guerra, o troverà devastata la sua casa, troverà sua moglie che trema di lui, e la sua bambina che non può più parlargli, e sua sorella che, pur essendo viva, sente d'essere stata uccisa nel sonno.... Ah, povero Claudio! Meglio, forse, se non tornasse.

Oggi è venuto di nuovo il dottor Reynolds. E' stata Luisa a mandarlo a chiamare; poi, quand'è venuto, non ha voluto vederlo. Si è chiusa nella sua camera e nessuno ha potuto persuaderla a scendere.

Così ho dovuto condurre io la piccola Mirella nel salotto dove egli colla signora Whitaker ci aspettava.

Parlavano insieme con una certa animazione quando ho picchiato alla porta; certo ho sentito la voce della signora Whitaker che parlava concitata. Ma appena siamo entrate ella non ha più detto nulla. Ho notato però che mi guardava da capo a piedi in un modo molto strano. Allora m'è spiaciuto d'avere indosso la vecchia veste nera di Luisa, invece del bel costume nuovo che questa buona gente mi ha fatto fare un mese fa. E' un bel vestito, ma -- non so come mai -- non mi riesce più di agganciarlo, tanto m'è stretto al collo e alla cintura!

E a questo proposito ricordo una cosa. Quando la signora Whitaker l'altro giorno disse che desiderava mi visitasse il dottore, io risi e l'assicurai che dovevo avere ben poco male dal momento che ingrassavo tanto. Lei però non rise; anzi mi guardò fissa senza rispondere, con un'aria strana.

Certo c'è qualche cosa di nuovo, di curioso nell'atmosfera di questa casa. Non so che cosa sia. Tutti sono silenziosi, un po' freddi; direi quasi che sembrano impacciati quando ci parlano. Certo sono assai meno cordiali d'una volta. Eva, non si sa il perchè, è stata mandata via; già da due settimane si trova a Hastings in casa d'amici. Giorgio, che fa il corso d'allievo ufficiale a Aldershot, viene a casa ogni sabato e resta fino a lunedì. Ma non ci rivolge quasi mai la parola. Lo vedo girellare davanti alla casa o vagare malinconico per il giardino -- quel triste giardino tutto sgocciolante di pioggia -- sferzando collo scudiscio l'erba molle e le piante sfiorite. Sovente egli si volge a guardar su alla mia finestra, e si direbbe che voglia parlarmi; ma se io al davanzale lo saluto con un cenno del capo, o gli sorrido, egli mi fissa un momento serio serio, e poi s'allontana. Ho come un'idea che sua madre gli abbia vietato di parlare con noi. Un giorno egli aveva chiesto a Luisa e a me di leggere del francese con lui, e ne eravamo assai contente. Ma subito sua madre lo chiamò e gli parlò a lungo. D'allora in poi egli non è più tornato nel nostro salottino.

Chissà! saranno probabilmente stanchi di averci per casa. Non c'è da farsene meraviglia. Siamo delle creature così tristi e dolenti! E poi, abbiamo tutte qualche infermità. Io stessa, se non ingrassassi a questo modo, penserei che vado tisica tanto mi sento debole, affranta e svogliata. Ho orrore del cibo, ed ho dei dolori lancinanti al petto. Già, sono anemica; questo lo so. Tuttavia non ho tosse. Quindi speriamo che non sia nulla di grave.

Oggi, dunque, quando siamo entrati in salotto il buon dottore ha preso il polso di Mirella e le ha parlato con dolcezza. Ma frattanto non staccava gli occhi da me; ed anche la signora Whitaker mi guardava.

Poi il dottore mi ha fatto varie domande; e mentre gli dicevo tutto ciò che mi sentivo, lui tossicchiava e diceva: «Uhm... Già... Sicuro.»

Finalmente ho visto che dava un'occhiata alla signora Whitaker; questa si è alzata subito ed è uscita conducendo via Mirella.

Rimasto solo con me, il dottore mi ha fatto cenno d'accostarmi, poi mi ha preso con molta dolcezza la mano.

«Mia povera figliola,» disse, «avete qualche cosa da confidarmi, non è vero?»

Lo guardai spaventata e perplessa. «Perchè, perchè dice questo?»

Egli non rispose ed io m'impressionai più ancora. «Sono molto malata, dottore? Sto forse per morire?»

«Ma no, ma perchè dovreste morire?» disse lui. «Non si muore --» poi s'interruppe e tacque.

«Ma cosa c'è? Si tratta forse di Mirella? Ha qualche cosa di grave Mirella?» chiesi tremando.

«Ora parliamo di voi, non di Mirella,» ribattè il dottore è la sua voce mi parve quasi severa. E aspettò un poco ch'io parlassi, ma io non sapevo che cosa dire. Finalmente dopo aver tossito con aria impacciata riprese: «Mia povera, cara figliola. Io sono vecchio.... sono padre....» E di nuovo s'interruppe come se stentasse ad esprimersi. «Conosco tutte le miserie e tutte le tristezze della vita. Potete confidarvi in me.»

«Oh! grazie!» risposi. «Lo so. Lo credo.»

Vi fu un altro lungo silenzio. Pareva sempre ch'egli aspettasse.

Infine si alzò e il suo volto mi parve singolarmente freddo e austero.

«Forse preferite parlare colla signora Whitaker?...»

«Ma no, ma perchè?» feci io trasognata.

Ed eccolo di nuovo a fissarmi con quell'aria d'aspettativa, mentre io guardavo lui, attonita e imbambolata.

A un tratto prese i guanti e il cappello. «Ebbene, signorina, io non posso forzare le vostre confidenze. Seguite la vostra strada a modo vostro.» E uscì dalla stanza.

Io restai di sasso. Che confidenze dovevo fargli? Che strada dovevo seguire a modo mio? E perchè -- perchè sembrava in collera con me?

Nell'aprire la porta per tornare alla mia camera, lo udii che parlava nell'atrio colla signora Whitaker. «Pur troppo sono sicuro di non sbagliare» diceva; «ma non c'è modo di farla entrare nell'argomento.»

Non capisco nulla. In quale strano mondo di sogni viviamo?

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_Più tardi._

E' chiaro che tutti si aspettano che io dica qualche cosa. Io non so che cosa. La signora Whitaker mi guarda sempre con un'aria di attesa; e non lei sola: ciò che vi è di più strano è che anche Lulù ha l'aria di aspettare non so che cosa da me. Vi sono talvolta dei lunghi silenzi tra di noi, e quando alzo gli occhi la vedo che mi guarda con una strana fissità, una specie di intensa, inquieta attesa di cui non riesco ad afferrare il significato.

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_Notte tarda_.

Ed ecco la incomprensibile fine ad una giornata incomprensibile. La signora Whitaker poco fa è entrata in camera mia; non aveva bussato, ed io stavo in ginocchio a dire le mie preghiere; e piangevo.

Allora, con un gesto impulsivo di bontà e di tenerezza, mi ha presa tra le braccia. «Povera, povera bambina!» disse, e mi baciò. Poi, quasi facesse eco a ciò che aveva detto quest'oggi il dottore, soggiunse: «Chérie, io capisco tutto. Io sono mamma.....» S'interruppe commossa. «E tu non devi credermi severa e fredda come a volte voglio sembrare.»

Aveva le lacrime agli occhi; io le afferrai la mano e gliela baciai. Ella allora sedette e mi trasse a sedere su di uno sgabello vicino a lei.

«Dimmi, dimmi tutto, cara. Io comprenderò tutto.»

Allora le ho detto tutto. Le ho detto come sto in pena per Luisa e per Mirella; le ho detto di Claudio all'ospedale....

«Sì, sì, questo lo so,» disse lei con un'ombra d'impazienza negli occhi. «Prosegui.»

Allora le ho parlato anche di Florian. Ho detto quanto era buono e bello, e che eravamo fidanzati. E piansi amaramente narrandole la mia paura ch'egli possa essere morto.

Ella mi sollevò il viso tra le mani e mi guardò profondamente negli occhi.

«E' stato lui?» chiese.

Io non compresi ed ella ripetè la sua domanda.

«E' stato lui --» esitava come cercando l'espressione -- «è stato lui a farti torto?»

«Torto? Perchè?» domandai. Ella mi guardava fisso negli occhi ed anch'io la guardavo cercando di comprendere cosa intendesse dire.

«Ti ha ingannata?»

«Ingannarmi, lui? Oh, no!» esclamai..«Florian non inganna. Egli è leale e fedele come un santo!»

Ero quasi sdegnata ch'ella avesse potuto farmi una simile domanda. Florian che non ha mai guardato, non ha mai pensato ad altra donna che a me! Ingannarmi!

«Basta,» diss'ella levandosi improvvisamente, e la sua espressione di dignità un po' fredda mi ricordò di nuovo il contegno del dottor Reynolds. «Se fosse stato l'oltraggio del nemico sono certa che me l'avreste detto. Non insisterò più oltre. Questo solo vi dirò -- che mentre avrei potuto compiangere la sventura, non so perdonare la mancanza di sincerità.»

E mi lasciò.

Io mi domando se sono io che sogno, o se la gente in questo paese è incomprensibile e pazzesca?

XIII.

Luisa guardò in faccia la sua sventura -- e tremò. Non vi era più dubbio, non vi era più speranza. Novembre! Il terzo mese era passato. Ciò ch'ella aveva temuto più della morte, avveniva. L'oltraggio subito si perpetuava in lei. L'onta si era fatta eterna, la violenza si era fatta umana. Il delitto viveva -- viveva! e le pulsava in seno.

Nel cuor della notte ella si levò a sedere nel letto. La realtà orribile l'aveva colpita come una percossa al cuore.

Rimase così al buio, coi denti serrati, le mani premute alle tempia; poi scivolò dal letto e stette immobile in mezzo alla stanza. Tutta la casa dormiva. Ella era sola, sola col suo orrore e la sua disperazione.

Come poteva sottrarsi all'orribile cosa che portava in sè? Come sfuggire a sè stessa?

Accese la luce e andò con rapidi passi allo specchio. E si guardò.

Si guardò a lungo facendo cenno di sì col capo, come una mentecatta; e la sua imagine riflessa, lunga e bianca nella camicia da notte, le faceva cenno di sì. Era vero. Ecco, ella ne riconosceva tutti i noti segni: quei lineamenti stirati, quegli occhi stanchi ed irrequieti, quella faccia che sembrava già troppo piccola in confronto al corpo -- tutto tutto quell'aspetto spaurito, dolente -- era la maternità! La maternità. Ciò ch'ella e Claudio avevano tanto desiderato, tanto sospirato -- un altro figlio -- ecco, ora le veniva concesso. La natura accordava alla violenza ciò che aveva negato all'amore. Nell'esasperazione della tortura, nel parossismo dell'odio, la materia aveva risposto e fiorito.

Coi denti stretti, coi pugni chiusi ella guardava quell'imagine, guardava quel suo fragile corpo in cui si compiva l'eterno mistero della vita.

Notava la subdola preparazione della sua muliebrità per l'adempimento della sua missione: la curva già più marcata delle sue forme, e la trama delicata delle cerulee vene sul candor latteo del collo e del petto.

Con un gemito di creatura ferita ella nascose il volto tra le mani.

Mia Dio! Che cosa fare? Che cosa fare? Come in un baleno ella rivide la faccia convulsa, ubbriaca del nemico china sopra di lei... E con un grido che destò di soprassalto Chérie nella camera attigua, Luisa cadde a ginocchi presso il letto.

Liberarsene, liberarsene!... o morire!

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Allora cominciò per Luisa la disperata corsa alla liberazione, la straziante ossessione dei tentativi di scampo.

Si levava ogni giorno all'alba e camminava per ore ed ore, noncurante dell'intemperie, affannandosi per aspre salite e ripide discese, correndo per affaticarsi e stremarsi; finchè madida di sudore, esausta, si abbatteva affranta...

A nulla giovò. Allora si decise di andare a Londra. Inventò ogni sorta di scuse per andarci sola; e in quell'enorme, crudele deserto di strade ignote, di folla ignota ella vagò in cerca di oscure farmacie. Tornava portandosi a casa delle medicine venefiche, delle bevande pericolose che le davano crampi e convulsioni, che la lasciavano malata, esausta, colla bocca amara e il viso spettrale.

Tutto era vano. La natura proseguiva inesorabile il suo corso.

Allora si decise di chiedere aiuto alle donne che sui giornali promettevano assistenza; e andò tremante ad esporre a loro il suo caso.

Ma esse non la conoscevano; era straniera e probabilmente senza danaro. Nessuno volle ascoltarla, nessuno volle soccorrerla.

Finalmente Luisa si decise a consultare un medico. Il primo a cui si rivolse era un giovane svizzero, rigido, onesto e rude. Egli minacciò di denunciarla al suo Consolato, e la mise alla porta.

Allora ricorse a un dottore francese di cui qualcuno le aveva detto che era amabile e cortese. Difatti egli l'ascoltò, benevolo, se pure con un sorrisetto non scevro di malizia.

Già!... Ve n'erano molti di questi casi dolorosi.... Era quasi difficile credere che fossero tutti genuini!... Andiamo, andiamo! Si trattava qui veramente della violenza dell'odiato nemico?... O non era forse responsabile qualche _bon ami_? Qualche affascinante «Tommy» od ufficialetto inglese? Suvvia, era troppo naturale -- e il dottore le prese la mano -- quando si era _ravissante_ come lei, con quelle guancie infocate e quegli occhi ardenti.... Ah! con quegli occhi si ha _le diable au corps, n'est-ce-pas_?

Luisa, comprendendo, era balzata in piedi fremente di disgusto e d'ira. Allora egli cambiò tono e l'avvertì che se osava ripresentarsi a lui l'avrebbe denunciata alle autorità.

Col coraggio della disperazione Luisa andò da varî dottori inglesi; e quando si trovò davanti a loro non osò dire quello che desiderava. Essi le ordinarono dei calmanti e dei ricostituenti. Se mai ella osava narrare loro la sua storia, o non la credevano, o scotevano malinconicamente il capo raccontandole a loro volta dei casi che avevano conosciuti simili al suo, od altre storie di barbare atrocità. Luisa doveva interessarsi al fato dei bambini di Visè cui erano state mozzate le mani; doveva commuoversi per il soldato di Hertfordshire cui avevano strappato gli occhi.... Poi pagava cinque scellini (se era un medico della City) o due lire sterline (se era un medico di Harley Street) e se ne tornava a casa con una ricetta di sedativi e tonici.

Allora Luisa decise che bisognava morire. Non vi era rimedio, bisognava morire. Aveva paura della morte. Si sentiva legata alla vita da un duplice istinto, il suo e quello della creatura che viveva in lei. Ah! come tenacemente si aggrappava quell'essere alla vita! Non voleva morire, quell'immonda creatura -- no! non voleva morire e liberarla. Si attaccava con tutte le fibre alla sua esecrata esistenza.

Ben sapeva Luisa che cosa sarebbe accaduto se portava fino al termine questo suo martirio! Sveglia, ogni notte, ella si figurava ciò che nascerebbe da lei, immaginava vivente questo essere concepito nell'odio e nell'orrore. E lo vedeva un mostro, una cosa informe e demoniaca, una cosa fantastica e terrorizzante che a guardarlo agghiaccia il sangue!... Tale sarebbe la creatura che nascerebbe da lei, ch'ella dovrebbe carezzare e nutrire, -- e recare tra le braccia andando incontro a suo marito quand'egli tornava zoppicante dalla guerra!...

Ossessionata e pazza, ella si figurava quell'incontro in mille modi -- tutti terribili, tutti indicibilmente spaventosi.

Vedeva Claudio venirle incontro sulle sue grucce, fissarla incredulo senza capire.... Vedeva Claudio che impazziva.... Claudio che alzava la gruccia e sfracellava il cranio della creatura immonda, come era stato sfracellato il cranio di Amour.... _Amour!_ Ah! quel terribile Amour ch'ella aveva veduto morto in quell'alba nefasta...

E Luisa tentennava la testa o parlava tra sè e sè. Già... già! fu quella, quella la prima cosa che videro i suoi occhi quando uscì barcollando dalla camera dove l'oltraggio si era compiuto! E la spaventosa visione la perseguitava ancora: bastava che chiudesse gli occhi per vedere Amour -- un ammasso nero e sanguinante, col cervello che gli schizzava dal cranio -- Ah, mio Dio! E se questa visione orrenda l'avesse a tal punto impressionata che il bambino...? Silenzio! Questa era la pazzia; ella si sentiva impazzire.

Dunque bisognava morire.

Morire? Come morire? E quando fosse morta che cosa ne sarebbe di Mirella e di Chérie?

Chérie! All'idea di Chérie un nuovo torrente di pensieri invase il cervello vaneggiante di Luisa. Chérie! Che cosa aveva Chérie?

Non aveva essa pure quell'espressione irrequieta e strana, quei lineamenti stirati, quel viso ansioso e troppo piccolo in proporzione del corpo? Era possibile -- era possibile che la mala sorte avesse colpita anche lei?

Allora Luisa si sforzò di ricordare, di ricordare quegli eventi di cui pure avrebbe pagato colla vita l'oblio. Cogli occhi chiusi, le membra scosse da brividi, ella impose a sè stessa di rivivere le ore più fosche della sua vita....

L'alba del cinque agosto.

.... La casa vuota, silenziosa. Gli invasori sono partiti.

Luisa, uno spettro livido nel grigio pallore dell'aurora, esce barcollando dalla sua camera... passa con un sussulto davanti ad Amour sulla soglia della camera di Chérie.... Poi scende vacillando le scale.

Ed ecco, accasciata ai piedi della ringhiera di ferro -- Mirella! Mirella ancora colle braccia legate, colla piccola bocca aperta, ansando breve, a tratti, come un uccellino che sta per morire...

Luisa la solleva, slega e scioglie la sciarpa che la stringe, le spruzza dell'acqua sul viso.... e Mirella apre gli occhi.

Ma quelli non sono gli occhi di Mirella! Vi è delirio e frenesia in quelle pallide iridi che si volgono lente intorno alla stanza, che vagano indecise e che d'un tratto si fermano su un punto, folli, intente.

Che cosa mai guardano con quell'espressione di indicibile terrore?

La madre segue quello sguardo e vede una porta -- la porta drappeggiata da una tenda rossa che dà in una camera da letto. E' questa una camera poco usata dove talvolta un ospite o un paziente di Claudio ha dormito. Ed è su questa porta che lo sguardo allucinato di Mirella si fissa. E' aperta la porta; la tenda rossa pende strappata....

Luisa guarda -- poi guarda ancora; e non si muove. La luce elettrica là dentro è ancora accesa, una seggiola è rovesciata sul limitare, e là, là sul letto giace qualcuno.... E' Chérie! Chérie nel suo vestito di velo bianco -- Luisa vede che è tutto lacero e macchiato di sangue -- Chérie, colle braccia alzate e le mani legate alla sbarra del capo-letto. Il largo nastro rosa le è stato strappato dai capelli per legarle così le mani sopra al capo. Ha la faccia graffiata e sanguinante. E' immobile. Sembra morta.

... Ah! come trovò Luisa la forza di sollevarla, di richiamarla alla vita, piangendo su lei e su Mirella, correndo disperata, folle, dall'una all'altra delle due creature?

Le aveva vestite, inviluppate di scialli. Era riuscita, ora trascinandole, ora portandole, a scendere con loro le scale, a trarle fuori -- fuori da quella casa profanata!

Che cosa fare? Doveva chiamare aiuto? Doveva andare gridando la loro vergogna e la loro disperazione per le vie del villaggio?

No, no, no! Che nessuno le veda, che nessuno sappia mai ciò che è accaduto a loro.

.... Ma che rumore era questo -- questo galoppo di cavalli per le vie deserte del villaggio? Ah! sono loro, sono gli ulani!... bisogna fuggire! fuggire!

Gemendo, barcollando, incespicando, ella sollevò, portò quelle due creature inconscie per il viottolo sassoso che conduce ai boschi....

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E quivi, la mattina seguente, una pattuglia di soldati belgi le trovò.

XIV.

Il Ministro episcopale di Maylands, il reverendo Ambrogio Yule, era nel suo studio intento a scrivere l'articolo mensile per la «Northern Ecclesiastical Review.» Il soggetto lo interessava: «Le Nostre Domeniche Peccaminose.» Pensieri e parole gli scorrevano facili; condannava con focosa penna le conversazioni frivole, l'assenza dalla chiesa, la frequentazione dei cinematografi e, in generale, il contegno festivo deplorevole dell'anglosassone gioventù.

Scriveva rapido e fluente nella bella calligrafia nitida di cui assai si compiaceva.

Un bussar lieve alla porta l'interruppe.

«Cosa c'è?» chiese, non senza un'ombra di impazienza.

«C'è una signora che desidera parlarle,» disse Parrot, la cameriera, affacciata all'uscio.

«Una signora? Chi è? Tutti dovrebbero sapere che oggi non ricevo.»

«Scusi, signore. E' una di quelle persone forestiere che stanno in casa della signora Whitaker.»

«Ah, va bene. Fatela entrare in salotto ed avvertite la vostra padrona.»

«Scusi, signore,» insistette timidamente la cameriera, «questa signora ha chiesto proprio di Lei. Ha detto che desiderava» -- un lieve sorriso balenò sull'amabile volto di Parrot mentre citava l'inglese esotico della straniera -- «che desiderava parlare al Signor Ecclesiastico in persona.»

«Va bene,» sospirò rassegnato il Vicario. «Fatela entrare.»

Collocò un ferma-carte sulle sue cartelle, si alzò e andò al caminetto; ivi in piedi colle spalle al fuoco attese la sua visitatrice.

Questa entrò -- una figura alta, vestita di nero -- e fissò sul Vicario due pupille di fuoco e di velluto, risplendenti in un viso pallidissimo.

«Signora, vogliate accomodarvi,» disse il Reverendo. «In che cosa vi posso servire?»

«Perdoni ...» balbettò la straniera, sommesso, «posso parlarvi in francese?»

«_Mais certainement, Madame_,» fece il cortese prelato che, venti o trent'anni prima, aveva studiato _sur place_ con benevola attenzione le domeniche peccaminose del Continente.

La signora sedette e tacque. Portava dei guanti di filo nero e stringeva nervosamente tra le mani un fazzoletto, girandolo e rigirandolo fino a ridurlo una pallottola sgualcita. L'amabile ministro protestante, col capo leggermente piegato sull'omero, attese che parlasse. Ma poichè perdurava il silenzio si decise a chiederle in francese: