Part 8
Gli altri profughi accorgendosi che Chérie e Luisa ridevano si volsero a guardarle; i ragazzi Pitou cominciarono a ridacchiare, ma furono rapidamente ricondotti alla serietà da qualche ben assestato pizzicotto materno.
Il numero che seguiva era una danza; una specie di danza di Salomé -- modificata e moderata per uso inglese -- ed eseguita da Miss Tilly Prim.
Quando Miss Prim mise fuori dalle quinte pudicamente i piedi e le gambe nude, e s'avanzò angolosa e arridente negli scarsi drappeggi, anche la signora Pitou fu presa da un irrefrenabile parossismo di risa, e dovette lasciare che i piccoli Pitou si torcessero dall'allegria, mentre ella nascondeva il viso paonazzo nel fazzoletto. In breve tutti i profughi furono presi dal contagio di un'insensata ilarità. Ogni gesto di Miss Prim, ogni suo passo di danza, ogni suo sorriso svenevole e promettitore evocava nuovi convulsivi accessi di risa. Ella danzava ignara e passionale; mentre ogni sua piroetta, ogni salto che scoteva con sordo tonfo il palcoscenico faceva ondeggiare dalle risa tutti gli occupanti delle due prime file.
Quelli immediatamente dietro a loro se ne avvidero. Poi altri. Si cominciò a sussurrare per la sala che i profughi ridevano.
In breve tutto l'uditorio allungò il collo per vedere questi indegni e ingrati stranieri, a beneficio dei quali il concerto veniva dato, e che stavano scioccamente ridendo come tanti mentecatti.
La inconsapevole Miss Prim stava appunto rialzandosi da un atteggiamento di genuflessione, con un sorriso estatico e due macchie nere sulle ginocchia, allorchè scorse il ragazzo Pitou che si torceva in silenziosa allegria all'estremità della prima fila. Gli occhi di lei vagarono allora lungo tutta la prima e la seconda fila, ed ella vide tutte quelle faccie sconvolte dalle risa, tutti quegli atteggiamenti spasmodici e quelle spalle in sussulto.
Lanciando su di loro una sguardo di sdegno ineffabile, ella rientrò altezzosa, colle sue gambe nude, nelle quinte.
Il signor Mellon seguitò ad arpeggiare un pochino, trepido, sul pianoforte, e poi egli pure si alzò e si affrettò a sparire dalla più vicina uscita.
Dietro le scene gli artisti erano riuniti in un congresso d'indignazione. Vi erano sul programma altri undici numeri, ma nessuno voleva più prodursi.
Qualcuno propose che il Reverendo Smyth si presentasse e facesse un discorso breve, ma tagliente; ed egli si avanzò infatti fino a metà del proscenio, ma tornò indietro non avendo nulla di pronto da dire; ed anche perchè la vista di quei profughi che si dimenavano nelle risa lo sconvolse.
Quanto a loro, il vederlo apparire e sparire non servì certo ad alleviare la loro condizione che ora rasentava l'isterismo collettivo.
Finalmente, dopo un rapido consulto dietro le quinte, la buona Miss Johnson si lasciò persuadere a uscir fuori a cantare i «Pifferi di Pan.»
Ripassò in fretta mentalmente le parole:
_«Torna il Dio Pan_ _su questa terra in fiore..._
E poi il ritornello:
_«Quale mai suon di giubilo_ _Echeggia da lontan?_
_«Ah! Sono i folli pifferi,_ _I lieti, folli pifferi,_
_«I folli allegri pifferi,_ _I pifferi di Pan.»_
Intanto il signor Mellon, colla gola arida per il nervosismo e la paura di quanto Madame Mellon potesse avere a dirgli a concerto terminato, era andato a trangugiare un bicchiere di birra al buffet, nella sala di ginnastica.
Quando Miss Johnson si presentò alla ribalta vide che il signor Mellon non era al pianoforte per accompagnarla; lo attese qualche momento con dignitosa calma; indi rientrò nelle quinte da una parte, al momento stesso in cui il signor Mellon -- asciugandosi la bocca -- usciva frettoloso dall'altra.
Allora ci volle del bello e del buono per placare Miss Johnson, e persuaderla e spingerla fuori una seconda volta. E tutto ciò la confuse tanto che dimenticò tutte le parole e dovette contentarsi di fare dei suoni inarticolati finchè non arrivò al ritornello.
Qui si sentì salva.
_«Ah! sono i polli fifferi...»_
cominciò. C'era o non c'era qualche cosa di sbagliato in quelle parole?
_«I pieti polli fifferi --»_
Miss Johnson girò intorno gli occhi stralunati, che cosa stava cantando?
_«I polli --»_
gridò disperata sul là diesis acuto.
E la voce le mancò per il resto.
«Misericordia!» mormorò la afona Miss Slepper alla signora Whitaker che le sedeva vicino. «Che voce stridula!»
«Già,» assentì la signora Whitaker. «E che strana canzone! I polli fifferi -- che cosa saranno mai?»
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Inutile negarlo. Il concerto era un fiasco.
L'esecrabile contegno dei profughi e il contagio del loro ridere insensato aveva dato luogo ad una specie d'isterismo che si era propagato per tutta la sala. L'intero uditorio aveva finito col cedere ad una ilarità pazzesca e irrefrenabile.
Ogni numero del programma veniva accolto da risa soffocate, talvolta addirittura da strilli di risa frenetiche dalla parte più giovane del pubblico.
Il Reverendo -- che anche lui a dire del signor Mellon era stato trovato convulso ed esausto su di una panca in un'aula vuota della scuola -- fece, alla fine dello spettacolo un discorsetto breve ma caustico.
«Sarà colpa nostra e dei nostri troppo modesti talenti,» disse, «se non abbiamo saputo che destare le facoltà risive dei nostri ospiti forestieri... Ad ogni modo,» concluse, «ho il piacere di annunciare che la somma raccolta è di lire sterline 16, sette scellini, e sei pence.»
I profughi se la svignarono umiliati e vergognosi; e per molto tempo furono trattati come paria da tutta la contea di Surrey.
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Quanto agli artisti, da quel funesto giorno in poi nessuno ha mai più osato pronunciare la parola «concerto» in presenza di Madame Mellon, di Miss Johnson o di Miss Prim.
XI.
_Diario di Chérie._
Lulù è malata ed io sono molto in pensiero per lei. Ne sarà causa questo clima inglese, perchè a dir vero anch'io non mi sento bene come mi sentivo a Bomal. Provo spesso uno strano malessere, un indescrivibile senso di languore; e talvolta ho delle vertigini in cui tutto sembra turbinare intorno a me.
Poi per certe cose e certe persone provo una invincibile ed irragionevole antipatia. A pranzo mi accade che quando Mary porta in tavola delle vivande o dei dolci che nei primi giorni del mio arrivo qui mi parevano eccellenti, provo un tale orrore che devo stringere i denti e fare un grande sforzo per non alzarmi e fuggire dalla stanza.
Ma ciò che vi è di peggio è che anche verso le persone più care provo la stessa inspiegabile avversione. C'è per esempio Giorgio Whitaker, così gentile e buono.... ebbene, non so dire ciò che soffro quando egli mi si avvicina. E' come un brivido di terrore che mi percorre alla vista delle sue spalle gagliarde, delle sue mani forti ed abbronzate, de' suoi occhi grigi che pure mi guardano con tanta bontà. Non so spiegarmi questo senso di raccapriccio invincibile ed irragionevole.
Che le ansie ed angoscie patite nei mesi scorsi mi abbiano sconvolto il cervello?...
Ma torniamo a Luisa. Vedendola da qualche giorno così pallida e smarrita mi dicevo che certo stava in pena per Claudio, da cui non avevamo più notizie. Ma ecco che l'altro giorno ci è giunta da lui una cara lettera, allegra e rassicurante. Ebbene -- da quel momento in poi Lulù sembra star peggio di prima.
E' vero ch'egli è stato ferito ma -- come scrive egli stesso -- c'è quasi da rallegrarsene, poichè la ferita non è grave, e nell'Ospedale a Dunkerque egli è lontano da pericoli maggiori.
E' stato colpito al ginocchio e potrà forse rimanere zoppo. Ma -- dice lui -- questo che cosa conta? Di salute, grazie al cielo, sta perfettamente bene.
Naturalmente m'aspettavo che Lulù partisse subito per andarlo a trovare. Era facile ottenere il permesso, e Claudio le ha anche mandato i denari per il viaggio. Invece no; Luisa non ci pensa neppure. Anzi piange e si dispera ogni volta che gliene parlo.
Di notte poi non dorme mai.
Siamo vicine di stanza e quando mi accade di svegliarmi nella notte, la sento di là che piange, o che prega a bassa voce, o che cammina in su e in giù.
Oggi le ho chiesto perchè, perchè non vuole andare a vedere il povero Claudio? Ah! al suo posto, se sapessi dov'è Florian -- chi mai mi tratterrebbe dal raggiungerlo?...
Ma ella scuote il capo, e piange, e il suo viso è pieno di terrore.
Le ho chiesto se è a causa di Mirella che gliene manca il coraggio. «Hai forse paura di dovergli dire che la povera piccina non parla più?»
«Sì, sì, sì,» singhiozza lei. «Ho paura, ho paura di dirgli ciò che è accaduto per ridurla così.»
«Ma lo sa pure, cara,» insisto «che i nemici vennero a Bomal; lo sa pure che saccheggiarono la nostra casa; che uccisero il vecchio parroco ed il povero Andrea...»
«Sì, questo lo sa;» mi risponde Luisa cogli occhi stralunati fissi nei miei. «Ma non sa --» E tace.
«Che cosa non sa?»
Ella mi trae a sè stringendomi convulsamente le braccia, e i suoi occhi si sprofondano nei miei con un'insistenza di demente.
«Ma -- Chérie! -- Ma è possibile.... che tu abbia scordato?...»
Scordato? In verità ho scordato molte cose. Vi sono delle lacune nella mia memoria, dei larghi spazi vuoti che, per quanto mi torturi il cervello, non riesco a colmare. Tratto tratto un fugace ricordo, una visione sconnessa mi balena innanzi come una folgore -- ma subito tutto si confonde, si cancella, svanisce.... Ed è come se una fitta nebbia bianca mi calasse sullo spirito. Quando cerco di riafferrare ciò che ho intraveduto, non esiste più. E più non ricordo ciò che ho ricordato.
«Dimmi, Luisa! dimmi -- che cosa ho io scordato?»
Ma ella mi fissa con quegli occhi tragici, ossessionati, e susurra:
«Taci, taci, mia povera Chérie.» E mi posa la mano fredda sulle labbra come se volesse chiudermele.
Ma io voglio, voglio ricordare. Voglio riordinare i miei pensieri e scrivere in queste pagine tutto ciò che di quei giorni e di quelle notti terribili mi è rimasto nella memoria.
Da un punto in poi ricordo tutto. Non so quando nè come fuggimmo da casa nostra.... ma mi ritrovo con Luisa e Mirella nascosta nei boschi; affamata, assetata, battendo i denti per la febbre e il terrore. Il mio primo ricordo è di aver visto, attraverso gli alberi, il campanile della nostra chiesa ardere come una torcia, e vacillare, e crollare in una densa nube di fumo e di fiamme.... Eravamo appiattate in un fosso, coi ginocchi nell'acqua, le teste chine sotto a un folto di rovi che ci laceravano il viso e le mani -- udivamo da lontano il furioso galoppo degli ulani. Si avvicinavano.... si avvicinavano sempre più -- finalmente li scorgemmo tra il fogliame fermarsi a pochi passi da noi.
In un cespuglio poco discosto erano accovacciati i due bambini della vedova Duroc, Carletto e Nino.
Ebbene noi vedemmo quei soldati -- sì, li vedemmo e mi par di vederli ancora! -- stritolare col calcio dei loro fucili i piedini di quei miseri bimbi, -- beffeggiandoli poi, invitandoli con grossolane risate a «scappare a casa!...» Finchè vivo non mi uscirà dagli occhi quella visione: i due ragazzetti che si dibattevano strillando nella stretta di quegli uomini che, tenendoli per le spalle, li forzavano a star ritti -- mentre due altri colpivano, pestavano quei piccoli piedi che si affondavano sanguinanti nel terreno....
Da quel punto in poi ricordo tutto. Ma prima?... Prima?
Quella nebbia bianca mi riempie il cervello, ora si sposta un poco, ora si solleva per un attimo.... poi torna ad avvolgere tutto in una impenetrabile nebulosità.
Cosa vuol dire Luisa quando mi chiede se ho scordato? Voglio forzarmi, forzarmi a ricordare.
Ritorniamo alla sera del mio compleanno: il quattro agosto. Vengono le nostre amiche. Si canta e si balla.
_«Sur le pont_ _«D'Avignon_ _«On y danse,_ _«On y danse....»_
Poi arriva Florian. -- E riparte.
Ecco! l'ultima cosa che chiaramente, luminosamente ricordo, è quella sua partenza. Netto e preciso -- come un alto-rilievo scolpito nel mio cervello -- io lo veggo ritto in sella laggiù in fondo alla strada. Si volge, mi saluta colla mano....
Sparisce. Io resto sulla terrazza, sola. Riveggo ai miei piedi la fila dei nostri vasi di garofani rossi; e le due piante di grandi margherite che sembrano così stranamente bianche nella verdognola luce del crepuscolo; sento ancora nell'aria il fine profumo dei garofani.
Io sono lì nella mia veste di velo bianco, e sulle spalle ho la sciarpa di seta celeste regalatami quella mattina da Luisa.... Ma ecco la voce gioconda di Mirella che mi chiama! Vengono tutte correndo a cercarmi -- Lucilla e Cricri, Verveine, Cecilia e Jeannette....
Poi, d'un tratto -- _il cannone_! Ah, quel primo rombo lontano!...
Le ragazze sono fuggite pallide e tremanti alle loro case. E noi restiamo sole, Luisa, Mirella ed io -- sole, perchè Frida e Fritz --
Aspetta! Che cosa mi ricordo di Fritz? Che egli apre la porta al nemico -- ? no; non è quello. E' un'altra cosa... una cosa che mi spaventa ancora di più -- ma non so che cosa sia. Mi pare di vedere Fritz che ride....
E' strano che sempre quando ricordo Fritz, lo vedo che ride. E' appoggiato a una porta.... e c'è una tenda.... Già. Mi pare di vedere una tenda rossa, strappata, che pende accanto a lui; ed egli ride, ride rovesciando la testa all'indietro.... Perchè mai ride così? E' di me che ride? Perchè? Che cosa accade per farlo ridere di me?... Ecco! ecco la nebbia bianca che scende e ingolfa Fritz. Non lo vedo più.... E' svanito. Non mi riesce trattenerne l'imagine... tutto dilegua e svanisce.
Ma -- prima ancora di questo? Vediamo; devo pur ricordare altre cose prima di questo! Torno indietro.
I cannoni tuonano, la casa trema, un gran fascio di fiamma s'alza nel cielo.... Poi uno scroscio, un'esplosione -- ed è come se il mondo crollasse intorno a noi.
Ed ecco la casa si riempie di soldati; i nemici s'impadroniscono delle nostre stanze -- i loro cinturoni ingombrano le seggiole, i loro elmetti sono buttati sul pianoforte.... Vi è fra di loro un giovane alto, cogli occhi molto chiari....
Già. Un giovane alto, cogli occhi molto chiari....
Avanti, Chérie. Ricordati, ricordati!...
Questi uomini parlano con insolenza, ci ordinano di fare questo e quello.
Luisa piange. Uno di loro è ferito -- vedo il sangue sul cotone inumidito che Luisa gli ravvolge intorno al braccio... e adesso -- mio Dio! -- torna la confusione nella mia mente, scende quella nube bianca sul mio cervello....
Santa Vergine, sollevatela! Toglietela! e fatemi ricordare!
Due di quegli uomini mi sono vicini, mi soffiano in viso il fumo delle loro sigarette; vogliono ch'io beva nei loro bicchieri.... Io piango.... Non voglio. E loro mi forzano... minacciano non so che cosa... _Eins, zwei, drei!_...
Gli occhi chiari dell'uno sono vicinissimi ai miei.... minacciosi, impellenti.
Ho paura -- e bevo.
Essi cantano, ridono, e uno di qua, uno di là mi fanno bere, e bere ancora -- dello champagne freddo e spumante, del cognac che brucia come il fuoco -- finchè mi vengono tali vertigini che sento il pavimento ondeggiare sotto i miei piedi....
Piango e piango, e chiamo Luisa; ma ella non è più nella stanza.
Vedo Mirella appiattata in un angolo che mi fissa, bianca in viso, terrorizzata.
«Mirella! Mirella!» le grido ed ella dà un balzo e si slancia verso di me, strillando come una creatura impazzita; ma l'uomo dagli occhi chiari l'afferra per i polsi e ride.
Quell'altro -- uno degli altri, non so quanti siano -- uno che aveva i capelli rossi ed aveva declamato non so che cosa in tedesco, si sdraia sul divano e s'addormenta.
Ma un altro ancora -- ricordo che aveva una faccia tonda, ricordo che gli altri lo insultavano ed imprecavano contro di lui -- mi si avvicina e mi susurra qualche cosa all'orecchio. Non ho paura di lui.... so che cerca di aiutarmi. Ma mi sento così male, la testa mi gira a tal punto che non capisco ciò che mi dice. Egli mi spinge verso l'uscio, e mi dice in tedesco: «_Geh! Geh! Mach dass du fort kommst!_» E ancora mi spinge, gridandomi: «Ma vattene dunque! Corri -- la porta è aperta!»
Ma io mi volgo per vedere cosa fanno a Mirella.
La vedo che tiene in mano un bicchiere rotto e tenta colpirne in viso l'ufficiale alto, mirando a quegli occhi chiari, quasi volesse acciecarli. Egli ha un po' di sangue sulla gota e sul mento, ma ride ancora -- ride. Ora si china e afferra la mia sciarpa celeste ch'è caduta in terra; prende Mirella e colla sciarpa le lega le braccia dietro la schiena, e l'avvolge, l'avvolge tutta finchè ella non può più muoversi....
Poi.... Aspetta! -- Aspetta! lasciate che ricordi!... poi prende una delle cinture di cuoio rimaste sulla poltrona e con quella attacca la bambina alla ringhiera -- a quella breve ringhiera di ferro che conduce al primo pianerottolo. Ecco, sì. -- Lo vedo che la trascina e la solleva su per quei quattro gradini; butta via con un calcio il vaso da fiori cinese ch'è sull'ultimo scalino, per avvicinarsi meglio alla ringhiera... e vi attacca colla cintura di cuoio la bambina... Ah! quel piccolo viso folle che si volge verso di me! Ah, quelle braccia legate!...
Sento ch'egli dice in tedesco -- e ride, e ride -- «_Da bleibst du... und schaust zu!_» La ucciderà? Mio Dio! La ucciderà? No. Ripete ancora: «Starai a vedere -- starai a vedere!»
Che cosa vuol fare? Vuole uccidere me? Uccidermi sotto agli occhi della bimba?...
Adesso mi si avvicina.... Ancora la nebbia bianca.... la nebbia bianca mi cala sul cervello! Vedo l'altro ufficiale, quello che aveva tentato di spingermi verso la porta -- _Glotz!_ Sì! si chiamava Glotz! -- ebbene, lo vedo gettarglisi contro, afferrarlo per le braccia e cercare di fermarlo, di trattenerlo lontano da me.... Allora mi slancio in soccorso di Mirella, cerco di slegarla, di strapparla di lì, di liberarla.... Non posso, non posso, non ho forza! E lei piange, piange.....
Glotz mi grida ancora in tedesco: «Va via! Va via!» e vedo che lotta coll'altro per darmi il tempo di fuggire.
Allora fuggo. Salgo le scale inciampando e cadendo ad ogni scalino, gridando: «Luisa! Luisa!» Arrivo, non so come, alla sua porta. E' chiusa! E dentro odo dei rumori -- il respiro affannoso d'un uomo e parole rauche e concitate. Convulsa, soffocata da un indefinibile orrore mi precipito verso la mia stanza. -- Mi chiuderò dentro, aprirò le finestre e chiamerò aiuto....
Sulla soglia di camera mia, con un sussulto mi fermo. Cos'è, cos'è che giace là sul limitare? Una cosa informe, nera... in una pozza di sangue! -- Amour!
E' Amour -- morto! col cranio sfracellato.
Mentre lo sto a guardare odo dei passi che salgono correndo le scale. E' lui -- è quell'uomo dagli occhi chiari -- che viene a cercarmi! Mi getto innanzi alla cieca coi piedi che sdrucciolano nel sangue di Amour, e mi nascondo dietro le tende dell'alcova dove sono appese le mie vesti.
L'uomo si ferma sulla soglia e guarda intorno. Vede il cane morto sul limitare e con un'esclamazione di ribrezzo cerca di spingerlo in là col piede. Dà un'occhiata in giro alla stanza; gli sembra vuota; allora si volta e se ne va pel corridoio; lo sento aprire altre porte, battere col pugno all'uscio di Luisa, donde una voce d'uomo gli risponde. Poi lo sento correre su, all'ultimo piano, in cerca di me.
Striscio fuori dal mio nascondiglio, incespico in quella terribile cosa che una volta era Amour, e scendo a precipizio giù per le scale e nel salotto. Mirella è ancora lì, legata alla ringhiera, il suo viso è rovesciato all'indietro, è livida, sembra una morta.
Ed è sola. -- Non c'è che l'ufficiale dai capelli rossi che giace addormentato sul divano. Mi viene un'idea! Attraverso la stanza, che mi ondeggia sotto ai piedi come un mare, vado alla mensola dove Luisa ha lasciato la fiala del sublimato, l'afferro, l'apro, mi riempio le mani di quelle pastiglie rosse. -- poi corro alla tavola.
C'è un calice ancora quasi colmo di champagne... vi lascio cadere le pastiglie -- poi mi volto perchè sento qualcuno scendere le scale. Eccolo! E' lui. E' apparso in cima alla gradinata, accanto a Mirella. Mi vede e ride.
«Ah! la colombella che voleva sfuggirmi!...»
Io gli sorrido, indietreggiando verso la parte della tavola dove ho posato il bicchiere. Egli si passa la mano sulla fronte, sui capelli. Ha il viso acceso: certo beverà ancora --
E si accosta barcollando a me, mi cinge con un braccio la vita -- coll'altra mano -- sì!... sì!.... prende il bicchiere.
E ancora questo rivedo nella mia memoria, chiaro come se vi fosse scolpito con un coltello: quell'uomo alto che mi sta a fianco, che mi tiene stretta a sè -- ed alza il calice di champagne alle labbra. Trattengo il respiro. Beverà!
No! Si è arrestato, come impietrito e guarda dentro al bicchiere.
Il suo sguardo è fisso, senza espressione. Guarda in fondo al bicchiere quella sostanza colorata da cui salgono e si svolgono delle lenti spirali di colore, tingendo di rosa vivo il pallido vino ambrato.
Per un tempo che a me sembra un'ora, un'eternità, egli fissa così il fondo del calice, poi quelle sue iridi chiare si volgono lentamente verso di me. Ed è quella l'ultima cosa ch'io vedo.
Nel deliquio in cui piombo e m'affondo porto ancora con me il ricordo di quegli occhi chiari, di quello sguardo fisso -- odo vagamente lo scroscio del bicchiere ch'egli getta lontano da sè.... poi sulle mie braccia è la stretta delle sue mani ardenti.... E nulla più.
Odo Mirella che strilla e strilla.... mi dibatto disperatamente contro le tenebre che m'avvolgono....
Poi, più nulla....
Più nulla.
. . . . .
La nube che grava sul mio cervello, fluttua, si dirada.... si risolleva.
E' trascorso un istante?... Un'ora? Un'eternità?... L'ignoro! Sento che qualcuno mi solleva.... mi trasporta....
Mi sento la testa violentemente rovesciata all'indietro, sento i capelli tesi sulla mia fronte come se qualcuno me li strappasse....
Ed ora il mondo è pieno di orrori indefiniti, di tortura, di strazio lacerante....
E ripiombo nel nulla.
Fritz?... E' allora che lo vedo guardarmi, e ridere? Ritto, vicino a un cortinaggio rosso, mi pare che parli con qualcuno, ma i suoi occhi non si staccano da me, e ride.... ride....
Ancora una volta, l'incoscienza, come una caverna nera, m'inghiotte.
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Mi ridesta la voce di Luisa. Pare che mi chiami, mi chiami da lontano....
Poi quella voce si fa più forte... più vicina -- ecco! grida il mio nome. Ed apro gli occhi.
Sì, Luisa è china sopra di me. Mi solleva, mi ravvolge in uno scialle, mi trae con sè... Dove andiamo? Non so. Luisa mi porta fuori di casa, e via per un viottolo sassoso che conduce ai boschi.
Non è giorno e non è notte. Forse è l'alba.
Una sete terribile mi consuma, un malore indescrivibile mi dilania, e sempre Luisa mi trascina avanti, e avanti ancora. Non posso andar oltre. Appoggio la fronte al tronco d'un albero, e la sua rude corteccia mi lacera tutto il viso quando sdrucciolo e cado a terra, abbattendomi sull'erbe umide e sul musco.
Piango e mi lamento....
«Zitta! Per amor del cielo! non farti sentire!» E' la voce di Luisa. «Nasconditi,» susurra, «nasconditi. Giù!... giù!» E mi trascina dentro un fosso umido, pieno di spini.
E' allora che odo il galoppo di cavalli e un clamore di voci rudi e gutturali. Mio Dio! Eccoli. S'avvicinano. Passano --
No -- si sono fermati.
Hanno trovato i due ragazzetti della vedova Duroc nascosti nei cespugli. Carletto che ha sei anni impugna il fucile di legno, e con riso spavaldo fa il gesto di mirare.....
In un attimo tre o quattro uomini sono balzati di sella per punire i ragazzi....
I ragazzi sono puniti.
. . . . .
Ripartono.... Ma il martirio di quei bambini ha richiamato alla mia mente il ricordo di Mirella. «Mirella!» grido. «Cos'hanno fatto di Mirella?»
«Zitta, zitta! Mirella è qui.»
«Mirella è qui? Ma come?... Non è morta? E allora chi -- chi è morto?»
«Nessuno, nessuno è morto,» mi dice Luisa. «Calmati. Siamo tutte e tre qui.»
«No -- no -- no! Qualcuno è morto. So che qualcuno è stato ucciso. Io lo so. Chi è? Sono io! E' forse Chérie che è morta?»