Vae victis! Romanzo

Part 2

Chapter 23,805 wordsPublic domain

Chérie si mise a ridere. «Ma non è sempre affettuoso?» chiese, e alzò verso il suo grande fratello uno sguardo pieno di adorazione.

«Sì, sì, è affettuoso», rispose Mirella, col suo fare positivo. «Ma non così esageratamente». E risero tutt'e tre.

Frida, che li seguiva nell'ombra portando i libri, le racchette e gli ombrellini, sentì di odiarli di più perchè ridevano.

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Luisa Brandès -- una sottile figura bianca nella bianca luce lunare -- li aspettava, ritta sulla soglia di casa. Abbracciò Mirella e Chérie, salutò affettuosamente Frida; poi fece dare a tutte del latte caldo e dei biscotti e le mandò a letto.

«Ma io voglio raccontare a Papà che a momenti so nuotare, e che quasi so andare in bicicletta,» protestò Mirella attaccandosi stretta alla mano di suo padre.

«Glielo racconterai domani, tesoro mio», disse Luisa.

«Sì, domani», disse Claudio.

Ma il domani era nell'oscuro grembo degli Dei.

La mattina seguente, quando Frida e le due fanciulle scesero di buon'ora per la colazione, furono stupefatte di vedere Luisa -- ancora nell'abito bianco della sera innanzi -- seduta, sul divano, colla faccia pallida e gli occhi rossi. Alle loro domande essa rispose tremula che Claudio era partito. Due ufficiali erano venuti a chiamarlo verso la mezzanotte.... gli avevano dato appena il tempo di fare la valigia e prendere la sua borsa d'istrumenti chirurgici -- poi l'avevano condotto via in gran fretta.

«Ma dove -- dove è andato?» chiese Chérie.

«Non lo so,» rispose sua cognata e gli occhi neri le si soffusero di pianto. «Parlavano di mandarlo... non so... a un'ambulanza da campo... o al Deposito Centrale....»

«Cos'è il Deposito Centrale?» domandò Mirella.

Ma poichè nessuno lo sapeva, nessuno rispose.

A quel punto entrò Marietta, la cameriera, portando la colazione; e la seguiva sua madre, Maria, la cuoca. Tutt'e due avevano gli occhi rossi e appena interrogate si rimisero a piangere. Maria narrò che all'alba erano venuti i suoi due figli, Charles e Toinot, vestiti da soldato; avevano detto addio a lei ed a Marietta; il maggiore, Charles, che apparteneva al nono reggimento fanteria partiva per Stavelot; e Toinot, che non aveva ancora diciott'anni, s'era arruolato volontario e l'avrebbero mandato Dio sa dove.

«Certo,» soggiunse Maria, mentre le fitte lacrime le rigavano la faccia travagliata, «non c'è ragione di piangere. Si sa che non c'è alcun pericolo per il nostro paese. Ma tuttavia vedere i propri figli che se ne vanno così... cantando la Brabançonne.... come se andassero a morire» -- la voce le si ruppe in singhiozzi.

«Certo, mia buona Maria,» fece eco Luisa, «non c'è ragione di piangere.»

E piansero tutte quante, amaramente e a lungo. Anche Frida, colla faccia nel fazzoletto, singhiozzava -- un po' per fare come gli altri e un po' perchè un profondo _Weltschmerz_ le commoveva il falso e sentimentale cuore tedesco.

Dietro suggerimento di Mirella si misero finalmente a tavola, e prendendo il caffè si sentirono un po' meglio. Visto che quasi tutti gli uomini di Bomal erano partiti o dovevano partire, fu un conforto per tutti il pensiero che Fritz Hollaender, il domestico confidenziale del dottore, essendo olandese, poteva rimanere. Certo Fritz non era una persona molto amabile; era anzi quasi sempre imbronciato e taciturno; ma, come fece osservare Luisa, appunto per questo si sentiva che era una persona di cui ci si poteva fidare.

«Io» -- disse la saggia Luisa, che aveva ventott'anni ed era una fervida ammiratrice di Georges Ohnet -- «io mi fido sempre delle persone che parlano poco e vi guardano bene in faccia quando rivolgete loro la parola.»

«A me Fritz non piace niente affatto,» dichiarò Mirella. «Trovo odiosa la forma della sua testa.»

«Non dir sciocchezze.» osservò Chérie.

«E detesto le sue orecchie,» soggiunse Mirella.

Frida, che stava inzuppando un _croissant_ nel caffè, alzò il capo. «Egli ha le orecchie che Iddio gli ha date,» disse con le sottili labbra un po' tremanti.

Tutte la guardarono stupefatte, ed ella, facendosi di brace, abbassò il capo e rituffò il panino nella tazza.

Dopo colazione Luisa andò a riposare per qualche ora; Frida disse che aveva da scrivere delle lettere, e si ritirò in camera sua; mentre le due fanciulle decisero di andare alla Maisonnette des Lilas a far visita alle loro amiche, Cecilia e Jeannette Dorè. Bisognava decidere insieme che cosa avrebbero fatto per festeggiare il compleanno di Chérie il giorno 4 agosto.

Arrivate alla villetta di Madame Dorè, trovarono Cecilia e Jeannette affaccendate intorno al loro fratello Andrea, un biondo boy-scout di quattordici anni.

Cecilia gli cuciva sulla manica della blusa di tela verde una striscia colle iniziali: _S. M._

«Che cosa vuoi dire _S. M._?» domandò Mirella.

«Vuoi dire _Service Militaire_,» rispose con superbia Andrea.

«Ma guarda un po'!» esclamò Mirella, «e dire che non hai ancora quindici anni!»

Andrea si passò con aria distratta la mano nelle chiome. «Eh, già!» disse con fare di superiorità negligente, «poichè gli altri uomini se ne vanno tocca a noi di vegliare su di voi donne;» e degnò d'uno sguardo di benevola protezione la piccola Mirella che lo fissava estatica d'ammirazione.

«Tieni fermo quei braccio,» disse Cecilia, «se non vuoi ch'io ti punga!»

«Vostro padre dove è?» chiese Chérie. «E' partito anche lui?»

«Sicuro,» rispose Andrea. «Fa parte della Guardia Civica. L'hanno mandato alla Chaussée di Louvain, non lontano da Bruxelles.»

«Che confusione! che agitazione!» esclamò Jeannette, saltarellando per la stanza.

«Ma noi,» chiese Mirella -- «contro chi combattiamo?»

«Non si sa ancora,» sentenziò Andrea. «Forse contro i francesi; forse contro i tedeschi.»

«E forse contro nessuno,» concluse Cecilia tagliando coi denti il filo, e spianando colla mano il bracciale ben cucito sulla manica del fratello.

«Eh, sì, probabilmente contro nessuno,» fece eco Andrea, non senza un poco di rammarico nella voce. «Già, nessuno oserà mai invadere il nostro paese.»

«Andiamo in giardino!» disse Jeannette.

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Tale era l'anima del Belgio alla vigilia dello spaventevole suo fato. Senza dubbio, in alti lochi -- nella Place Royale e nel Palais de la Nation -- vi era chi vegliava in preda a febbrile angoscia, paventando e prevedendo l'immane calamità; ma per tutto il resto del paese non vi era che una certa irrequietezza quasi baldanzosa, un senso d'aspettazione risoluta.

Nessuno dubitava che i sacrosanti diritti della nazione non verrebbero rispettati; ciò nonostante -- si diceva -- non era un male l'essere preparati a tutto. E il paese si mobilizzava e s'armava.

Ma non v'era in quella dolce sera d'estate alcun serio allarme nei cuori; nessuno -- dall'ultimo angolo del Lussemburgo, fino al più remoto casolare delle Fiandre -- mirando tramontare quell'ultimo sole del luglio 1914 sui placidi campi di grano sognava che già nel crepuscolo stava a falce alzata la Morte, che già sulla soglia le nordiche belve appiattate e pronte al balzo fremevano, fiutando sangue.... Nessuno, nessuno sognava che di lì a quattro giorni su quelle ridenti vallate delle Ardenne l'orda delle jene germaniche sarebbe passata nel suo delirio di furore, nella sua frenesia di strage.

.... Oh, ridenti vallate delle Ardenne!...

***

Così, mentre nel villaggetto di Bomal, Chérie e Cecilia, Jeannette e Mirella correvano pel giardino soleggiato, a un lontano balcone di Berlino si affacciava in quell'ora stessa un uomo dalla barba grigia.

Ai suoi piedi ondeggiava una folla convulsa e tumultuosa. Parlava, parlava l'uomo dalla barba grigia. E prometteva sangue alle jene.

... Così, mentre le quattro soavi fanciulle progettavano sorridenti la festa che avrebbero fatta il quattro d'agosto, da quel balcone sulla Wilhelmstrasse veniva pronunciata la sentenza che determinava il loro fato e il fato dell'Europa.

«... Inviteremo Lucilla, Cricri e Verbena,» diceva Chérie.

«Distruggeremo quanti si porranno sulla nostra via!» gridava l'uomo sul balcone.

«... Faremo musica,» diceva Jeannette.

«Abbatteremo su loro il nostro pugno di ferro,» diceva l'uomo sul balcone.

«... E balleremo,» rise Mirella.

«E il nostro calcagno ferrato li schiaccerà,» disse Von Bethmann Holweg.

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E le Jene Grigie ulularono.

III.

_Dal diario di Chérie._

Oggi è il primo d'agosto. Fra tre giorni avrò diciott'anni.

A diciotto anni, dice Luisa, si è una vera signorina. Non si portano più le treccie per le spalle; anzi, io mi pettinerò come Cecilia: tutti i capelli raccolti in cima al capo con un grande pettine spagnuolo! A diciott'anni si può anche portare dei gioielli, quando se ne hanno; e si può mettersi del profumo, e pensare: chi mai amerò?....

Cecilia mi dice che stamattina ha veduto passare Florian Audet. Era a cavallo, alla testa del suo squadrone di Lancieri. Ritto in sella, così bello e severo, pareva Lohengrin, dice lei. Forse quest'anno, con tutto questo trambusto di manovre e di mobilitazione, egli non si ricorderà della mia festa.... Chissà?

Oggi fa molto caldo.

Non abbiamo alcuna notizia di Amour. Povero Amour! Che cosa gli sarà accaduto? Siamo molto rattristate pensando alla sua sorte; e stanotte Mirella è venuta in camera mia a dirmi che non poteva dormire per il pensiero di certi schiaffi che gli aveva dato quando non se li meritava.

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_Più tardi._ -- Claudio scrive che il suo reggimento ha ricevuto l'ordine di recarsi a Mons. Dice che è possibile -- ma non probabile -- una invasione del nostro paese. Ci raccomanda, qualsiasi cosa accada, di essere molto calme e coraggiose.

All'idea di dover essere calme e coraggiose ci siamo talmente spaventate che non sappiamo più dove dar della testa. Ogni qual volta il campanello suona, ci figuriamo che è il nemico che arriva, e ci mettiamo tutte a strillare.

(Sentenza da ricordarsi: Non dire mai a nessuno di aver coraggio perchè questo mette paura).

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_2 Agosto._ -- Altra giornata torrida. Ah, se si fosse a Westende! Com'era bello laggiù quando si andava in bicicletta sulla sabbia nel vestito da bagno. Un giorno, ricordo, io arrivai fino all'Yser. L'Yser è un grazioso canale azzurro che separa Westende da Nieuport; sulla sponda del canale sta un uomo con una barca che vi traghetta a Nieuport per dieci centesimi. (Veramente io quel giorno non volevo affatto andare a Nieuport, poichè ero vestita da bagno. D'altronde, non avendo tasche, non avevo neppure i dieci centesimi).

Mi pare di non scrivere delle cose di grande importanza in questo mio diario. Me lo ha regalato mio fratello Claudio dicendomi che non lo riempissi di futili sciocchezze. Ma cosa scriverci? Qui, di fatti importanti non ne accadono mai.

Non vi è nessuna notizia di Amour.

La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. (Ecco, questo sarebbe un fatto importante, ma mi pare più una notizia da giornali che una cosa da mettere nel mio diario.)

Lulù afferma che la Germania ha tutti i torti, ma noi, essendo neutrali, non dobbiamo dirlo.

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_Più tardi._ -- Questo pomeriggio -- essendo oggi domenica -- andremo a fare una gita. Si va con Frida a Roche-à-Frêne a girovagare tra le rocce. Verrà forse anche Lulù; e Fritz ci seguirà con un cesto di sandwich, latte e frutta. E' stata Mirella a suggerirlo. Ha detto stamattina a colazione: «Mammà! Adesso mi pare che siamo stati tristi abbastanza. Abbiamo pianto e strillato tutto ieri e ier l'altro. Oggi si potrebbe andare in escursione a Roche-à-Frêne.»

Mirella è intelligentissima; e sarebbe anche bella. Peccato che abbia i capelli che non si arricciano.

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_Sera, tardi._ -- Siccome niente d'importante è avvenuto quest'oggi -- eccettuata una sola cosa -- descriverò in questo diario la nostra escursione.

(Dirò subito la cosa importante: abbiamo veduto Florian e mi ha promesso di venire senza fallo a trovarci il giorno della mia festa.) Ora dunque parliamo della gita. Eravamo quasi allegre dopo essere state così tristi e spaventate in questi giorni passati a causa della guerra. Anche Lulù disse che era difficile pensare ad avvenimenti spaventosi con un sole così gaio e un cielo così bleu.

Frida per tutta la strada fu arcigna e silenziosa, e continuamente rallentava il passo per stare dietro a noi e vicino a Fritz. A proposito: Lulù ci disse che se il contegno della Germania non fosse corretto tutti i tedeschi sarebbero espulsi dal Belgio.

Questo vorrebbe dire che anche Frida se ne andrebbe. Se così fosse non ce ne dispereremmo. Essa è assai cambiata da qualche tempo in qua. Non risponde quando le si parla; quando scherziamo e ridiamo tra noi, essa ci guarda fisso coi suoi occhi tondi e vitrei, che sembrano, dice Mirella, quelli di un gatto randagio nella notte.

«Guarda Frida che fa il gatto crepuscolare,» dice Mirella ad ogni istante.

Questa similitudine di Mirella mi dà l'idea che Frida possa essere innamorata, poichè ho sentito dire che è l'amore che rende così strani e pazzeschi i gatti nella notte.

Sarebbe assai romantico e interessante se scoprissimo che Frida è innamorata!

Se non fosse che Fritz è un semplice servitore -- mentre Frida è una damigella di compagnia -- direi quasi ch'ella potrebbe essere innamorata di lui. Egli però non la guarda mai se non con un cipiglio da far paura.

A proposito di Fritz, oggi durante l'escursione lo vidi fare una cosa molto strana.

Ci eravamo scostati dalla strada e si camminava tra le roccie, quando a un dato punto scoprimmo una fonte d'acqua chiarissima, quasi nascosta tra cespugli e felci. Mentre le altre proseguivano, io ero rimasta indietro e mi arrampicavo a cercare del capelvenere; vedevo da lontano Fritz che aveva lasciato anche lui la strada e veniva lentamente dietro a noi. Appena egli scorse la fonte montanina vidi che si fermò di botto, chinandosi a guardar l'acqua. Indi si tolse rapidamente di tasca un taccuino, ne strappò un foglio e guardatosi attorno come se temesse d'essere veduto, vi scribacchiò qualche cosa. Poi tornò indietro frettoloso. Giunto al punto dove avevamo abbandonato la strada vidi che fissava il foglietto bianco sul tronco di un albero.

Mi venne in mente che potesse essere un messaggio amoroso.... forse per Frida. E appena egli fu ripassato scivolai giù per le rocce e corsi a guardare. Sul foglio erano scritte due sole parole: «_Trinkwasser -- rechts._»

Trovai la cosa molto strana. Non avevo mai pensato che Fritz sapesse il tedesco. Fantasticando ripresi il cammino e quando raggiunsi Fritz stavo per domandargli il significato di quel foglietto; ma appena egli mi vide parve così sorpreso e incollerito che non osai parlargli. Più tardi seguendo un sentiero nei boschi trovammo appiccicato su una roccia un altro foglietto di carta. Vi stava scritto: «_Trinkwasser. -- links._» Allora raccontai a Lulù ciò che avevo visto ed essa andò difilata a Fritz a chiedergliene la spiegazione. Fritz rispose che l'aveva fatto per Frida; tanto perch'ella sapesse dove trovare dell'acqua da bere. «Frida è un'anima assetata,» soggiunse ridendo e mostrando una quantità di piccoli denti da coniglio. Credo che sia la prima volta che vedo ridere Fritz in tutto questo tempo che è con noi. Confesso che non è molto bello quando ride.

Ma -- come ha detto Frida delle sue orecchie -- egli ha il sorriso che gli ha dato Iddio.

La gita a Roche-à-Frêne è grandiosa e fantastica. Dopo la nostra merenda restammo sdraiate sull'erba a guardare il cielo. Io forse sonnecchiai un pochino perchè tutt'a un tratto mi parve di essere a Westende quel giorno che l'aeroplano mi passò sopra mentre nuotavo.... Udii l'aspro ronzio del motore, ma stavolta m'impressionò lo strepito, ch'era straordinario; certo non ho mai udito un motore così rumoroso. Aprii gli occhi e vidi l'aeroplano proprio sopra di noi. Volava ad una grande altezza e aveva una strana apparenza d'insetto. Sembrava uno scarabeo. Era tutto bianco, con una larga striscia di celeste vivo sotto ogni ala. Notai anche che le ali avevano una forma curiosa; non erano diritte come quelle di tutti gli aeroplani che ho veduto, bensì si curvavano all'indietro come le ali degli uccelli.

Tutti guardavano in su e Mirella esclamò: «Com'è bello! pare uno scarabeo bianco! E vedete quelle striscie azzurre sotto le ali?...»

Allora accadde una cosa straordinaria. Fritz che stava seduto un po' discosto da noi leggendo un giornale, scattò in piedi. Egli è miope e, nel balzo che fece, gli occhiali gli caddero dal naso sull'erba. Allora si pose a gridare come un forsennato: «I miei occhiali, i miei occhiali!» E pestava i piedi; pareva impazzito. Per colmo, ecco Frida che si precipita a cercarglieli come se fosse la sua serva. Fritz gridava ancora: «Come ha detto -- come ha detto? Uno scarabeo bianco?... con striscie azzurre sotto l'ali?...» e Frida guardando in su diceva: «_Ja! ja! ja!_» Parevano due pazzi.

L'aeroplano passò ronzando e sparve. Lulù s'era levata in piedi; era pallidissima. Subito dispose che tornassimo a casa; e per tutta la strada non aprì bocca.

Fu mentre attraversavamo Luzaine che c'imbattemmo in Florian. Era a cavallo e ricordai che Cecilia lo aveva paragonato a Lohengrin. Io trovai che somigliava forse più a Carlo il Temerario o a Cid el Campeador. Egli c'informò che il suo reggimento era accampato sulle sponde della Mosa in attesa d'ordini. S'aspettava da un istante all'altro d'essere mandato alla frontiera. Mentre egli ci narrava questo, il suo cavallo -- un sauro magnifico -- s'impennava e indietreggiava capriolando con passo di danza, come un cavallo da circo. Lui stava in sella, ritto e immobile, e mi sorrideva col sole negli occhi.

Mi promise, che, se non lo mandavano al fronte, sarebbe venuto senza fallo il giorno 4 a farmi gli auguri. Anche se non gli concedevano che un'ora sola di congedo. Gli ricordai che infatti egli non aveva mai mancato di venire a trovarmi in quel giorno; fin dal primissimo anno che arrivai in casa di mio fratello Claudio.

Ricordo perfettamente quel primo compleanno. Compivo -- in quel lontano 4 di agosto -- gli otto anni, e avevo perduto un mese prima il papà e la mamma a Namur.

Lulù mi dice ancor oggi che in quell'epoca ero una piccola selvaggia, scontrosa e tremante nei miei vestitini da lutto; piangevo sempre e avevo paura di tutto e di tutti.

Ebbene, in quel giorno del mio ottavo compleanno, poichè non facevo che piangere e singhiozzare, mio fratello Claudio ebbe l'idea di mandare a prendere Florian, ch'è suo figlioccio, pregandolo di provarsi a fare amicizia con me. Ricordo, come oggi, Florian al suo entrare in questa camera -- proprio qui, in questa camera d'ingresso dove ora sto scrivendo. -- Mi par di rivederlo, un ragazzo quattordicenne, alto, coi capelli ricci e gli occhi di un azzurro d'acciaio; mi sembra che assomigliasse un poco ad Andrea; ma più in bello!

Era ciò che Lulù chiama: «un petit type très-crâne.»

«Bonjour,» mi diss'egli nella sua voce chiara e risoluta. «Io mi chiamo Florian. Detesto le ragazze.» Mi parve strano che mi dicesse questo, e smisi di piangere per dare in una risatina. «Già,» continuò Florian guardandomi con aria di disapprovazione, «le ragazze -- o stanno sempre a piagnucolare, o allora ridono come tante oche.»

Io cessai subito di ridere; e smisi poi anche di piagnucolare per non essere detestata da Florian.

.... Questi ricordi mi passavano per la mente oggi mentre lo guardavo; egli si chinava verso Luisa e le parlava a bassa voce, mentre il suo cavallo continuava a fare il _passage_, roteando e capriolando da una parte all'altra della strada.

Sì, egli somigliava davvero a un Charles le Téméraire molto giovane; od anche a quel cavaliere della leggenda che andò a svegliare la «Belle au Bois dormant»...

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_3 Agosto._ -- Siamo molto felici! Abbiamo saputo che Amour è salvo. Si trova in custodia del capo-stazione di Marche, e il nostro piccolo amico Andrea andrà domattina prestissimo a prenderlo. Andrea ci fa osservare che l'andare a cercare i cani smarriti non è precisamente un servizio militare; ma soggiunge che è dovere di ragazzo esploratore il soddisfare i desideri d'ogni dama che richieda il suo aiuto. Quindi anche il rintracciare le loro bestie favorite non è cosa indegna di un boy-scout. Ha anzi soggiunto che per questa impresa porterà i colori di Mirella; ed essa, molto lusingata, gli ha legato intorno al braccio il nastro rosa un po' sgualcito che porta in fondo alla treccia.

Abbiamo invitate Lucilla, Jeannette, Cecilia e Cricri a venire da noi domani sera. Non sarà una vera festa come l'anno scorso perchè tutto è antipatico e disagevole a cagione dei tedeschi che si comportano così male. Per quanto neutrali si sia, non si può a meno d'essere disgustati di loro.

Credo che anche Frida si vergognasse oggi a tavola, quando Lulù lesse ad alta voce ciò che la Germania ha osato di fare. Figurarsi che i tedeschi si sono permessi di mandare una nota al nostro re proponendo -- nientemeno! -- ch'egli li lasciasse passare attraverso al nostro paese per arrivare alla Francia! Che insolenza!

Naturalmente il re ha risposto: -- No! --

Siamo tutti usciti questo pomeriggio per recarci al piazzale della chiesa ad acclamare il nostro adorato sovrano. E' venuto Andrea a dirci che tutta Bomal vi accorreva; difatti è stata una bellissima dimostrazione. Eravamo tutti entusiasti. Il Borgomastro fece un gran discorso, poi cantammo la Brabançonne; ed infine Monsieur le Curé invocò la benedizione del cielo sul nostro paese e sul nostro re.

Tutti sventolavano i fazzoletti e c'era anche chi piangeva. Era accorso tutto il paese -- non mancava nessuno. Solo Frida non volle venire con noi; si tappò in casa vergognandosi, certo, di essere tedesca. C'era anche Fritz; anzi Marietta osservò ch'egli era veramente l'unico giovinetto rimasto in Bomal. E' vero. Tutti gli altri o sono stati chiamati al servizio militare o sono partiti volontari. La piazza oggi era gremita di ragazze, di bambini e di gente molto vecchia.

Confesso che mi fa piacere il fatto che Fritz appartenga a noi. Avere un uomo in casa -- come diceva bene l'altro giorno Lulù -- vi dà un certo senso di sicurezza. Gliene riparlai oggi mentre tornavamo a casa; ma Lulù scosse nervosamente il capo. Pareva agitata e inquieta. «Ma Chérie!» disse stringendomi convulsamente il braccio, «non ti sei accorta come Fritz è cambiato? Dacchè Claudio è partito egli non si comporta più da domestico; non viene mai a chiedere i miei ordini; e ier l'altro a Roche-à-Frêne pareva un pazzo. -- E pareva pazza anche Frida,» continuò Lulù, guardandosi attorno con gli occhi spauriti. «Non so, non so... vorrei che Claudio tornasse!»

E' un fatto che c'è qualche cosa di strano nel contegno di Fritz. Questa sera, per esempio, quando ci portò il giornale rimase lì a guardarci mentre l'aprivamo. Aveva un fare insolente e le mani in tasca.

Io lessi forte dal giornale: «_I tedeschi entrano nel granducato di Lussemburgo e s'impossessano delle linee ferroviarie..._» All'esclamazione costernata di Lulù alzai gli occhi, e allora scorsi Fritz che ci fissava con un risolino strano. Sotto ai nostri sguardi stupiti egli si tolse le mani di tasca; ma continuò a guardarci fisso.

«Questa è una notizia spaventosa,» mormorò Lulù.

Fritz disse: «Sissignora,» e aveva sempre sul volto quel suo strano sorriso di coniglio.

Vi fu un istante di silenzio: poi Lulù sospirò tra sè e sè: «Chi l'avrebbe mai detto?... Dieci giorni fa nessuno pensava alla guerra...»

«Oh!» fece Fritz. «La signora si sbaglia. C'era -- c'era chi ci pensava.»

«Da dieci giorni...» balbettò Lulù.

«No. _Da dieci anni!_» rispose Fritz, con un sinistro balenìo negli occhi.

Seguì un nuovo silenzio. Indi Lulù domandò con voce-un po' tremante: «Vi disse qualche cosa il padrone l'altra notte quando l'accompagnaste alla stazione?... Lo lasciaste nel treno, non è vero?»

«Sissignora,» rispose Fritz, secco.

«E che cosa vi disse?» ridomandò Luisa.

Fritz attese un gran pezzo prima di rispondere. Poi crollò le spalle. «Ne disse tante di cose.»

«Ditemele!» ordinò Luisa. «Ripetetemi le sue precise parole.»