Vae victis! Romanzo

Part 11

Chapter 113,756 wordsPublic domain

Poichè Luisa sapeva -- per quanto incredibile ciò potesse sembrare ad altri -- che Chérie era completamente ignara di quanto le era accaduto in quella notte, in cui il terrore, l'ebrietà e la violenza l'avevano piombata nell'incoscienza. Non un barlume della verità, non una favilla di comprensione aveva rischiarato la sua inesperienza, non un alito di dubbio aveva sfiorato la sua semplicità. Pura sebbene contaminata, candida sebbene violata -- ben di lei potevasi dire che aveva concepito senza peccato.

Luisa seguitò il suo cammino per la viottola ormai immersa nell'ombra. La sua gioia celava il volto davanti al dolore che doveva recare a Chérie, alla ferita che doveva infliggere a quell'anima innocente.

Ma ben presto ripensando al messaggio di conforto e di speranza che al tempo stesso poteva recarle, la gioia si ridestò cantando nel suo cuore.

Ed eccole -- eccole al cancello le due dilette figure aspettanti! La più alta cingeva col braccio la più piccina, e Luisa corse loro incontro, agile, colle braccia tese.

«Luisa!» esclamò Chérie, «dove sei stata? E come sei raggiante! Anche nel buio e da lontano ho visto il tuo sorriso!»

Luisa le baciò le fresche guancie, prese nella sua la manina fredda di Mirella, e si avviò tra loro verso casa. Ah, come brillavano allegre le finestre illuminate! Come placido e sicuro era questo loro asilo! Come generosi i cuori che le ospitavano! Come lieta, dolce e bella era la vita!

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«Dimmi la verità, Lulù,» disse Chérie quella sera, allorchè Luisa, avendo messo a letto Mirella, ritornò nel loro salottino; i riflessi del fuoco danzavano sulle gaie pareti e sulle tende cremisi ben chiuse. «Dimmi la verità -- tu hai avute notizie! Tu sai qualche cosa di Claudio.... qualche cosa --» Chérie si fece rossa dal niveo collo fino alla linea classica e delicata della fronte -- «di Florian! Sì, sì! Te lo leggo in viso. Tu hai avuto notizie.»

Sì; Luisa aveva avuto notizie.

«Buone notizie?...»

Sì. Buone notizie. -- Luisa sedette su di una poltroncina accanto al fuoco e disse piano: «Chérie.»

Quella venne rapida a mettersi ai suoi piedi; i bagliori della fiamma le guizzavano sui capelli fulvi e sul latteo ovale del viso.

«Chérie...» La voce di Luisa era trepida e sommessa. Le pareva d'essere un carnefice; le pareva di dover compiere un assassinio su qualcosa d'infinitamente tenero e floreale, di dover aprire a forza i petali chiusi di quell'anima ancora infantile e riempirne il calice di veleno. I vili le avevano violato il corpo; a lei pareva di doverne violare l'anima.

Chérie alzava verso di lei un viso radioso, pieno di lieta aspettativa.

Come dirle? Come dirle?....

Luisa si chinò e coprì con una mano quegli occhi fulgenti, interrogatori.

«Domani, Chérie!... Domani.»

XVI.

La mattina seguente Chérie si svegliò presto. Non le riuscì di capire che cosa l'avesse strappata d'improvviso al sonno. Certo ella si trovò desta a un tratto cogli occhi sbarrati, con ogni nervo teso e vibrante in una specie d'aspettazione intensa. Che cosa aspettava? Ella stessa non l'avrebbe saputo dire. Era accaduto qualche cosa che l'aveva svegliata, ed alla ora stava aspettando che questa cosa si rivelasse, si ripetesse; aspettava di riudire o di riprovare ciò che l'aveva così di soprassalto destata. Ma la misteriosa causa del suo improvviso risveglio, fosse suono o sensazione, non si ripetè.

Chérie si alzò rapida, infilò i piedini nelle babbuccie e andò alla finestra; appoggiò i gomiti nudi sul davanzale e guardò nel giardino. Il suo sguardo azzurro vagò sul prato luccicante di pioggia, sugli alberi spogli che si disegnavano neri e nitidi contro il cielo mattinale. Era un'alba grigio-rosata, d'una luminosità così soave che si sarebbe detta di primavera e non d'autunno. Vi era nell'aria pallida e radiosa come una promessa di giornate serene.

D'un tratto Chérie si sentì invasa da quell'onda di stordimento e vertigine che ormai era solita provare. Il pavimento ondeggiò sotto ai suoi piedi, e la mortale nausea che conosceva e temeva le serrò la gola.

Poi questi fenomeni svanirono e Chérie si sentì perfettamente bene; le parve anzi di provare uno strano e lieto senso di benessere che le era nuovo. Era una sensazione indefinita di gioia -- di gioia morale e fisica, era... che cosa era? Era come una pulsazione lieve, un fremito d'una dolcezza impossibile a definire. Ma non appena questo strano senso la scosse, che già era svanito. Allora Chérie si rammentò: ecco ciò che l'aveva svegliata! Sì, era quello stesso palpito strano ch'ella aveva sentito nel sonno -- quel lieve tremolio somigliante a un batter d'ali, quasi che un altro cuore pulsasse entro al suo.

Così strano, così nuovo, così profondo era questo brivido di gioia ch'ella pensò per un momento di correre in camera di Luisa a chiederle che cosa potesse significare. Ma già la sensazione era cessata, lo stranissimo senso di gioia fisica era svanito e a Chérie parve quasi impossibile rammentare a sè stessa, tanto meno descrivere ad altri ciò che aveva provato.

Chérie, certa di non poter più dormire, si vestì, rapida e silenziosa per non destare Luisa, avvolse le gracili spalle in uno scialletto e scese nel giardino.

Quel mattino anche Giorgio Whitaker si era svegliato di buon'ora. Erano questi i suoi ultimi giorni di licenza prima di partire per il fronte, ed egli aveva nell'animo una febbrile irrequietezza. Sua sorella Eva doveva tornare da Hastings quella mattina stessa; passerebbero insieme questi ultimi due giorni felici prima della sua partenza per quella meravigliosa e spaventosa avventura ch'è la guerra.

Aveva obbedito al desiderio di sua madre e non aveva più cercato di trovarsi o di discorrere colle loro ospiti belghe. Invero era facile -- troppo facile! pensò Giorgio con un sospiro -- evitare ogni incontro con loro, poichè sembravano farsi ogni giorno più timide e ritrose. Giorgio appena le scorgeva, apparizioni fugaci, dietro le loro finestre chiuse; tal'altra volta gli era concessa una visione del capo lucente di Chérie, chino sopra un lavoro o un libro presso il balcone dello studio.

Quel mattino mentre egli stava vigorosamente spazzolandosi i folti capelli il suo sguardo distratto errò sul giardino; allora scorse Chérie collo scialletto bianco intorno alle spalle e un libro in mano che se ne andava lenta pel viale verso il pergolato. Giorgio buttò giù le spazzole e finì di vestirsi in fretta e furia.

Dopo tutto -- riflettè -- erano queste le sue ultime quarantott'ore in Inghilterra. Poi sarebbe partito, partito per andare chissà dove, per ritornare chissà quando! Forse non avrebbe più avuto un'occasione come questa per vedere e salutare la fanciulla belga. A dir vero, era un po' presto per dirle addio; l'avrebbe poi incontrata ad ogni istante nei giorni seguenti, poichè Eva, tornando, soleva sempre tenersi d'accanto la sua piccola amica straniera. Già; Eva aveva un certo modo di passare il suo braccio sotto quello di Chérie e di portarsela via, dicendo: «Allons, Chérie!» che Giorgio, ripensandovi, trovava molto simpatico. Non sarebbe spiaciuto neppure a lui di prendere per il braccio bianco e delicato la soave creatura e dirle: «Allons, Chérie!...»

E si figurava lo stupore nei grandi occhi azzurri e il rossor vivo sulle guancia delicate -- forse un corrugar sdegnato delle ciglia.... oppure, chissà? le sarebbe brillato nel volto soave la fuggevole meraviglia del sorriso.

Corse giù per le scale e in giardino; in un attimo fu sotto al pergolato, ma Chérie non c'era più. La trovò che passeggiava lungo il laghetto artificiale nel bosco; era immersa nella lettura d'un libro.

«Buon giorno,» disse Giorgio in tono di eccessiva naturalezza, quasi fosse cosa abituale l'incontrarsi in giardino a quell'ora.

Ella, assai sorpresa, alzò il viso.

«Oh! buon giorno, Monsieur Georges!» e la morbidezza francese dei «g» nel suo nome suonò assai dolce al signor Giorgio.

«Che cosa fate levata così presto?»

«_Et vous?_» ribattè lei con quel suo breve, vivido sorriso.

«Io... io... sono venuto a dirvi addio!»

«Addio? Ma come mai? Credevo non partiste che domani sera?» esclamò Chérie.

«Perfettamente,» rispose Giorgio. «Ma io amo fare le cose senza fretta. Perciò comincio a salutare gli amici due giorni prima del tempo.»

E di nuovo gli piacque il rapido sorgere e sparire del sorriso che le arcuava la bocca e le metteva delle fossette nelle guancie.

«Allora -- addio,» fece lei guardandolo per un attimo e presentendo che quella partenza l'avrebbe lasciata più triste.

Egli le prese di mano il libro, e poi le stese la mano destra.

«Addio!»

Chérie pose in quella di lui la sua mano piccola e fredda. E Giorgio, poichè non trovava altro da dire, ripetè: «Addio!»

«Addio,» rispose lei ridendo. «Ma adesso bisogna che ve n'andiate. Non potete continuare a dirmi addio, e restar qui.»

«Già;» ammise Giorgio. «Adesso me ne vado.» Poi tossì per darsi un contegno, e soggiunse con aria che voleva essere indifferente: «Sarete ancora qui, quando ritorno dal fronte? Ho idea che non vi piacerebbe vivere sempre in Inghilterra.»

«Non lo so,» rispose Chérie, incerta. «A dir vero non ci ho mai pensato.»

«Capisco,» ribattè Giorgio con qualche insistenza. «Ma vi piace l'Inghilterra? O non vi piace?»

«_S'il vous plaît Londres?_» citò essa alzando a lui gli occhi ridenti.

Ah! certo, pensò Giorgio, non vi erano nel mondo altri occhi colle ciglia così lunghe, altre pupille così stellanti e raggianti!

«E' vero che per certe cose l'Inghilterra non mi piace,» ella osservò pensosa. «Per esempio, le donne inglesi -- non è che non mi piacciano... ma non le capisco. Sembrano -- come dire? -- così rigide, così aride d'anima....» Aveva staccato un ramoscello di bacche invernali e con esso giocherellava distratta camminando accanto a lui. «Pare sempre che abbiano paura di essere troppo espansive o troppo cortesi.»

«E' forse vero,» riflettè Giorgio.

«Appena arrivate qui, vostra sorella ce ne parlò per metterci sull'avvisato. -- Guardatevi bene -- disse -- dal far vedere ad una donna inglese che avete della simpatia per lei. Qui non si usa; e sareste fraintese.»

«Perfettamente,» osservò Giorgio. «A noi non piacciono le effusioni esagerate. Se siete molto amabile si pensa subito che avete bisogno di qualche cosa; che state per chiedere denari o qualche altro favore.»

«Che strana idea!» esclamò Chérie.

«Eppure è così. Dovreste vedere mia madre com'è squisitamente villana colla gente che incontra per la prima volta! E' questo il segreto dei suoi grandi successi in società.»

Chérie rise. Giorgio, dopo un momento di silenzio, parlò esitante:

«E.... e gli uomini di questo paese? Vi piacciono poco anche quelli?»

«A dir vero non li conosco,» disse lei. «A guardarli» -- e volse lo schietto sguardo azzurro in pieno su di lui -- «a guardarli sono belli.»

Un vivido rossore tinse la fronte abbronzata di Giorgio.

«E... e non vi verrebbe mai in mente, vero? l'idea di.... di sposare un inglese?»

Chérie scosse il capo, e le lunghe ciglia batterono sulle iridi stellanti. «Sono fidanzata,» disse piano. E con una stretta al cuore, soggiunse: «ad un soldato belga.»

«Ah. Già. Sicuro. Naturale,» disse Giorgio in fretta.

Proseguirono a fianco l'uno dell'altro in silenzio. Finalmente egli, non sapendo che cosa dire, aprì il libro che ancora teneva tra le mani.

«Che cosa leggevate?... Poesia?»

Diede un'occhiata al frontispizio e vide scritto le parole: «_Florian Audet à Chérie._» Voltò subito il foglio.

«Sì,» disse Chérie.

«Già... poesia...» ripetè Giorgio, «di Victor Hugo. -- Ma ecco un verso che pare scritto per voi:

_«Elle était pâle et pourtant rose...»_

Si volse a guardarla: «Voi siete proprio così.»

Ella non rispose. Ancora, ancora quel batter d'ali nel cuore? Cominciava ad impaurirsi. Che fosse «angina pectoris» o qualche altra strana e terribile malattia? Non le dava dolore, ma la faceva vibrare da capo a piedi.

«Siete proprio _pâle et pourtant rose_, in questo momento,» ripetè Giorgio guardandola. Poi soggiunse con un po' d'amarezza nella voce e rendendole il libro: «State pensando al giorno in cui sposerete il vostro soldato belga?»

«Forse non vivrò fino a quel giorno,» mormorò Chérie a voce spenta. Il fremito non cessava, non cessava!

«Che idea!» esclamò Giorgio.

«E quanto a lui,» continuò Chérie con un singhiozzo, «forse a quest'ora me l'avranno già ucciso.»

«Ma no!» esclamò Giorgio. «Non dite questo. Vive, vive certo. E voi vivrete. E sarete tanto felici. -- Quanto a me,» soggiunse rapido, «io vado a divertirmi un mondo. Ho idea che mi manderanno ai Dardanelli... I Dardanelli! Che bel nome allegro! Pare uno scampanellìo a festa.» E rise cacciandosi all'indietro i capelli dalla fronte chiara ed aperta. «Mi piace l'idea di andare ai Dardanelli.»

«Vi auguro fortuna,» disse Chérie guardandolo con un improvviso senso di tenerezza e di rimpianto.

Avevano fatto il giro del lago ed ora tornavano indietro sotto al pergolato in piena vista delle finestre della villa. Sul balconcino dello studio s'era affacciata Luisa. Chérie vide che le faceva cenno colla mano, e corse sotto al balcone alzando gli occhi.

«Mi chiamavi?»

«Ah, Chérie! Non sapevo dov'eri,» disse Luisa, china sovra il parapetto, «e mi sentivo in pena. Non vuoi venir su, cara? Ho da parlarti.»

«Ah, è vero! è vero!» esclamò Chérie, e i suoi occhi lampeggiarono rammentando la promessa fattale dalla cognata la sera precedente. «Ora mi dirai...» Si volse a Giorgio. «Devo entrare,» disse. «Dunque è venuto davvero il momento di dirci addio!» E rise.

«Addio!» disse Giorgio, grave e un po' pallido.

«E perchè non diremmo arrivederci?» fece Chérie colla mano in quella di lui.

«Ah, sì!» disse Giorgio guardandola intensamente. «Diciamo arrivederci!»

«Arrivederci, signor Giorgio!... Arrivederci!»

E Chérie entrò in casa.

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La sera seguente il giovane ufficiale partì.

Partì. E lo mandarono ai Dardanelli.

Nè vi fu mai su questa terra un «arrivederci» per il signor Giorgio.

XVII.

Luisa uscì sul pianerottolo per aspettare Chérie. La vide salire le scale un po' lenta e col respiro affannoso: la trasse rapidamente nello studio e chiuse l'uscio.

Mirella sedeva come al solito sulla poltrona presso la finestra, col piccolo viso tranquillo rivolto verso il cielo.

«Chérie,» disse Luisa traendola a sedere presso di sè sul divano. «Ho da parlarti.»

«Lo so, lo so,» disse gaia Chérie. «L'ho capito subito iersera quando t'ho vista tornare. Dimmi, dunque, dimmi le buone notizie.»

Luisa tacque esitante.

«Parlami, Luisa.»

«Per me.... per me....» balbettò «sono buone notizie. Per te, Chérie, sorellina mia, per te, se non ti rendi conto di quanto ci accade -- potranno essere notizie terribili!»

Chérie la guardò spaventata. «Che cosa vuoi dire?» chiese quasi senza voce.

Luisa si portò la mano alla gola; si sentiva soffocare; aveva la bocca arida. Non trovava nè parole, nè voce per dare alla fanciulla aspettante il messaggio di duplice onta.

«Chérie, mia diletta.... devo parlarti di quella notte.... la notte della tua festa --».

Chérie sussultò. «Ah, no! Non parlarmene! Hai detto quando arrivammo qui che lo dovevamo scordare! Hai detto ch'era stato un sogno.... Perchè, perchè ne riparli!»

«Chérie,» disse Luisa a voce bassa «per te, forse, per te.... è stato un sogno. Ma non per me.»

La fanciulla s'irrigidì, fissandola tesa e intenta. Che cosa intendeva dire?

«Luisa!... Hai detto che tutto era passato -- hai detto che tutto sarebbe come prima...»

«Sei certa, tu,» chiese Luisa abbassando la voce e prendendole la mano, «sei certa tu, d'essere come prima?» Chérie la guardava sbigottita, senza comprendere. «Sei certa?» ripetè ancora Luisa.

E dopo un breve silenzio quasi senza voce: «Ti senti.... come prima?»

«Sì.... credo....» mormorò Chérie, spaurita ed esitante. «Non so... forse sono ancora un poco anemica.... un poco scossa...»

«Io.... io non sono come prima.» Luisa pronunciò le parole lentamente tenendo fissi i tragici occhi sulla cognata.

«Perchè? Come? Cos'hai?» chiese Chérie agitata.

«Io devo partire. Vado questa sera stessa col dottore. Egli mi curerà. Egli mi guarirà.»

«Ti guarirà? Ma che male hai? Mi fai paura!»

Luisa si coprì il volto colle mani. «Come dirti?... come dirti?... Ah, con quale brutalità devo aprire i tuoi occhi alla vita!...»

E in quello stesso istante l'ineffabile brivido, il fremito meraviglioso scosse di nuovo Chérie e la fece balzare in piedi con gli occhi allucinati, estatici, e le mani convulse strette al cuore.

«Ancora!... Ancora!... Luisa! Che cos'ho? Che cosa sento?»

Illividita, trasecolante, Luisa la guardava.

«E' come.... un batter d'ali.... è come un palpito -- che non è.... del _mio_ cuore....»

«Chérie! Chérie!»

«Che cos'è? -- che cos'è?» balbettò Chérie smarrita.

Le braccia di Luisa la circondavano, la stringevano convulse. «E' la cosa terribile. E' la cosa nefanda!... Chérie -- tu sarai madre!»

Chérie indietreggiò vacillante, le sue braccia batterono l'aria come se stesse per cadere.

«Madre!» La sua voce era un soffio. «Madre!... Io!» E stette immobile.

Dall'aperta finestra entrava un raggio di sole, uno strale dorato che la innondava di luce e le versava sulle chiome un nimbo rutilante di luminosità. Una trasplendenza estatica era nel fulgido azzurro de' suoi occhi.

Immobile, colle pallide mani protese e il liliale volto alzato al cielo ella pareva ascoltare. Quale voce ultra-terrena giungeva a lei? Quale Annunciazione divina la trasfigurava così?

Stupita e tremante Luisa la guardava. E quasi non osava parlare.

«Chérie!... -- che cosa pensi con quel viso estatico?... Chérie, angelo innocente, non temere! Anche tu sarai salvata dall'onta e dal disonore.»

La fanciulla volse su lei le pupille splendenti. Sembrava non comprendere.

Luisa si chinò verso di lei ansante. «Tu non sarai la tragica madre d'una creatura ancor più tragica --».

Ma Chérie colle mani in croce sopra il petto, non ascoltava -- non udiva. Nel consacrato atteggiamento di verginale estasi ed umiltà, ella ascoltava un'altra voce -- la voce della creatura non nata, che a lei chiedeva il dono della vita.

E a quella voce rispondeva il suo sangue, rispondeva la sua anima, rispondeva l'istinto sublime e trionfale della Maternità.

XVIII.

Il dottor Reynolds mantenne la promessa fatta a Luisa.

A Londra, in una clinica privata, l'opera spietata e misericordiosa fu compiuta. La scintilla di vita, non anco accesa fu spenta.

Dal profondo delle tenebre, dalla Vallata della Morte, lentamente, con trepidi passi Luisa risalì verso la vita.

. . . . .

Durante i due mesi ch'ella fu nella clinica non vide nè Chérie nè Mirella; ma la signora Yule, affettuosa e tenera, veniva ogni giorno da Maylands a portargliene notizie, narrando quanto ella stessa e suo marito erano felici di ospitarle al Vicariato.

Poichè nel giorno stesso in cui Luisa era partita col dottor Reynolds dalla casa dei Whitaker, il reverendo Yule vi era andato in persona e, con amabile autorità, vincendo le deboli riluttanze della signora Whitaker, aveva preso le due derelitte fanciulle sotto la sua protezione, conducendole via con sè.

La signora Whitaker a dir vero non si era troppo vivacemente opposta alla loro partenza; ma aveva baciato colle lagrime agli occhi quelle due pallide creature che partivano come erano arrivate -- mute, smarrite, poveri fuscelli travolti dal turbine della guerra.

In casa del Vicario di Maylands le due sventurate trovarono asilo, e la innocente Mirella e la tragica Chérie furono ugualmente sacre al suo cuore generoso.

Liliana Yule, la fanciulla cieca, ben presto le adorò entrambe.

Soleva sedersi tra loro due, tenendo tra le sue la mano di Mirella, ed ascoltava estatica i racconti che Chérie le faceva della loro fanciullezza nel Belgio.

Mai non si stancava di udire la descrizione del Pensionnat des Demoiselles Thibaut, dove Chérie era andata a scuola; e voleva la narrazione di tutte le loro gite a Bruxelles, a Ostenda e ad Anversa; fremeva ascoltando gli orrori delle prigioni di Château Steen e le visite al campo di battaglia di Waterloo, dove Chérie si era seduta sulla poltrona di Lord Wellington e aveva bevuto il caffè nella storica camera da letto di quel grande generale. Chérie doveva narrarle la loro vita a Bomal; la breve vacanza a Westende, dove imparavano ad andare in bicicletta sulla sabbia, sotto la direzione dell'uomo-scimmia.... E qui i racconti di Chérie si fermavano.

Liliana coi suoi occhi chiusi e il viso intento sempre alzato verso il cielo come alla ricerca della luce, ascoltava; e la dolce espressione del piccolo viso estatico faceva quasi mancare la voce a Chérie, e le riempiva gli occhi di pianto.

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Un giorno arrivò una lettera da Claudio; egli scriveva d'essere quasi guarito della sua ferita; stava dunque per lasciare l'ospedale di Dunkerk per tornare nel Belgio, alle retrovie. Egli mandava il suo pensiero e la sua benedizione a Luisa, alla piccola Mirella, a Chérie. Si sarebbero ritrovati tutti insieme nei bei giorni che presto sarebbero tornati. Chiedeva se avessero notizie di Florian; egli stesso non ne riceveva da gran tempo; l'ultima era stata una cartolina mandata dalle trincee di Loos....

E in quello stesso giorno -- era un grigio pomeriggio di Dicembre e nevicava -- Luisa, uscita dall'ombra della Vallata della Morte venne, pallido fantasma, a battere alla porta del Vicariato.

E anche a lei fu aperta la casa ospitale e il cuore generoso di coloro che l'abitavano.

Con tenerezza pietosa i suoi passi malfermi vennero guidati al focolare, verso la piccola Mirella che vi sedeva nella sua solita inconsapevole serenità. Solo al vederla Luisa comprese di quanto affetto la sua bimba era circondata. Con un grosso cane di Terranova accucciato ai suoi piedi, la piccina sedeva nella grande poltrona di cuoio del reverendo Yule; i biondi capelli divisi sulla fronte erano legati dalla signora Yule con un nastro celeste; un braccialetto d'oro, regalo di Liliana, le brillava sull'esile polso.

Con un grido di tenerezza riconoscente Luisa le si inginocchiò accanto, baciandole le manine fredde, la bocca silenziosa, gli occhi che non la riconoscevano.

«Mirella, Mirella! Parlami! Dimmi una parola! Dimmi: Ben tornata, mamma!»

Ma le labbra della bimba restarono mute, la sua voce era ancora una fontana chiusa.

L'uscio si aprì e Chérie entrò nella stanza -- una Chérie nuova agli occhi di Luisa, quasi estranea nella sua tragica, matronale dignità.

Luisa indietreggiò colpita alla vista di quel mutamento. Poi con un singulto di appassionata pietà le andò incontro e la chiuse tra le braccia.

Chérie con un sorriso ed un sospiro le celò il volto in seno.

XIX.

Le feste Natalizie passarono calme e solenni versando il loro balsamo di pace nei cuori feriti delle esiliate.

Ma un giorno ecco arrivare ai profughi belgi rifugiati all'estero l'ordine di ritornare in patria. Era un comando perentorio del Governatore tedesco di Bruxelles a tutti coloro che possedevano case o terreni nel Belgio. Queste proprietà verrebbero confiscate se i possidenti non si presentavano a reclamarle entro un brevissimo termine di tempo.

Luisa entrò nella camera di Chérie colla lettera in mano. Era atterrita e tremante. Chérie ascoltò in silenzio la lettura.

«Ma Chérie! capisci -- capisci che ci ordinano di rientrare nel Belgio? Ti rendi conto di ciò che significa questo per noi?»

«Significa -- tornare a casa nostra,» mormorò la fanciulla con gli occhi bassi e un'improvvisa vampata di colore sulle guancie smunte.

«A casa nostra! Ma tu ricordi che cosa era la casa nostra quando la lasciammo?» gridò Luisa cogli occhi fiammeggianti.

«No,» disse Chérie. «Non ricordo.»