Part 19
— Infatti, signore, io ho letto in non so quale libro della biblioteca di Cambridge, che in tempi remoti i mammouth abitavano la Siberia e le grandi isole dell'oceano polare.
— Non tanto remoti quanto credete, amico, — rispose il canadese. — Nel 1900, se ben ricordo, giungeva all'Accademia di Pietroburgo la strabiliante notizia che un cosacco aveva scoperto sulle spiaggie dell'oceano polare, in un luogo assolutamente deserto, il cadavere di uno di quei colossali pachidermi in uno stato di conservazione splendido.
Aveva ancora intorno alle sue ossa la carne, e la pelle era ancora coperta di peli: non gli mancava che la proboscide.
— Nel 1900 avete detto?
— Sì, Walter. Ammetto che il ghiaccio abbia conservato a lungo la carne di quel colosso, ma ammetterete pure che non l'avrà conservata per secoli e secoli.
Ciò vuol dire che i _mammouth_ se sono veramente tutti scomparsi, sono finiti molto recentemente.
Ed infatti Behering affermava di aver veduto sulle isole dello stretto degli animali giganteschi, i quali potevano benissimo essere dei pachidermi.
— E fu ricuperato quell'animalaccio?
— Il governo russo, appresa la notizia di quella scoperta, mandò subito in Siberia il conservatore delle collezioni zoologiche di Pietroburgo, ed il _mammouth_, che si era affondato in mezzo ai ghiacci, poco lontano dal villaggio di Sredne Kolynk, fu portato in Russia non senza grandi difficoltà, non esistendo allora nessuna linea ferroviaria fino agli Urali.
Oggi lo scheletro di quel bestione figura nel museo imperiale di Pietroburgo.
— Che non siano proprio tutti scomparsi?
— Chi lo sa?... Qualcuno può essere sopravvissuto.
— Corpo di Giove!... Una caccia all'elefante al Polo!... Chi ci crederebbe? Signor Gastone, seguiamo queste tracce.
— Certo, Walter.
— Ho udito narrare che la tromba degli elefanti è un vero manicaretto.
— Così si afferma.
— Corpo di tutti i fulmini di Giove!... Se potessi assaggiarla anch'io!...
— Guadagnatevela, signor ghiottone.
— È quello che tenterò di fare.
— Allora in marcia dietro le orme. —
I tre uomini esaminarono prima i fucili, trattandosi d'una caccia tutt'altro che facile, poichè se il _mammouth_ era un animale tranquillo quando non era disturbato, diventava invece, al pari degli elefanti, terribile se assalito; poi si misero in marcia risolutissimi a scovare quell'animale che fino allora si credeva scomparso da qualche centinaio d'anni se non di più.
Le larghe orme si dirigevano verso un picco isolato, contornato da colossali _ice-bergs_ alla sua base e che probabilmente doveva essere un isolotto.
Giunti a duecento metri, i tre cacciatori, con loro non poca sorpresa, scopersero due traccie.
Una si dirigeva verso ponente del picco e l'altra verso oriente. Erano due i colossali pachidermi od uno solo che aveva girato e rigirato intorno agli _ice-bergs_?
— Dik, — disse il canadese, — se vi trovaste dinanzi ad un simile animale, avreste paura? —
Un sorriso quasi sprezzante spuntò sulle labbra dello _chaffeur_.
— Un uomo che ha ucciso più di venticinque balene può affrontare un elefante, a qualunque razza appartenga, — disse. — Gli sparerò dentro il naso.
— Allora voi girate il picco verso ponente, mentre noi lo gireremo verso levante e se lo trovate spingetelo contro.
— Va bene, — rispose l'ex-baleniere.
Accese la sua pipa, quantunque avesse poche probabilità di fare molte tirate, in causa del freddo sempre intensissimo, e si allontanò col fucile sulle spalle.
Il canadese e lo studente, dopo aver esaminate nuovamente le orme, si misero a loro volta in marcia, girando il picco in senso contrario.
Un ardore bellicoso animava entrambi. La prospettiva d'una caccia così colossale li esaltava, unita alla grande curiosità di vedere, ancora vivente, un animale appartenente alla razza antidiluviana, scampato chissà per quale miracolo alla formidabile sommersione della crosta terrestre.
Le traccie continuavano, traccie profonde, formate da cinque unghie assai larghe che avevano perfino spezzato il ghiaccio.
Non si poteva ormai più dubitare che si trattasse veramente d'un _mammouth_ o di qualche altro animale simile, forse l'ultimo della sua razza sperdutosi sugli ultimi confini della terra di Ellesmore.
I due cacciatori raggiunsero l'estrema punta del picco che scendeva verso levante in forma d'uno sperone colossale, e piegarono verso il settentrione per incontrarsi con Dik che doveva procedere dal lato opposto.
Le traccie continuavano ma l'animale non compariva. Forse pascolava dall'altra parte, spaccando il ghiaccio colle robustissime zanne per mettere allo scoperto i pochi muschi ed i licheni sepolti sotto.
Già cominciavano a disperare d'incontrarsi con quel colosso, quando uno sparo rimbombò a poca distanza seguito da un urlo acutissimo che li fece trasalire.
— Aiuto!... Aiuto!...
— Dik!... La voce di Dik!... — gridò Walter, prendendo lo slancio. — Signor Gastone, accorriamo!...
— Sì, preparate il fucile!... — rispose il canadese, con voce soffocata. — Il _mammouth_ ha assalito il baleniere! —
Girarono a gran corsa una specie di bastione che si stendeva sul fianco settentrionale del picco, ed uno spettacolo terrificante si offerse ai loro sguardi.
Un animale gigantesco, assai più grosso e più alto d'un elefante, armato di due lunghissime zanne ricurve in alto, d'un avorio bianchissimo, aveva afferrato l'ex-baleniere colla sua tromba e lo scuoteva furiosamente a venti metri dal suolo, barrendo spaventosamente.
Il disgraziato _chaffeur_, semi-soffocato da quella poderosa stretta, agitava pazzamente le braccia e le gambe gettando delle grida orribili.
Il signor di Montcalm in pochi salti raggiunse il colossale pachiderma, imbracciò il fucile e sparò uno dietro l'altro, con una calma meravigliosa, sei colpi, mirando le spalle anzichè la testa.
Il pachiderma, spaventato da tutte quelle detonazioni che si succedevano senza tregua e colpito in pieno, sciolse la tromba lasciando cadere Dik in mezzo ad un ammasso di neve fortunatamente non ancora gelata, scosse le larghe orecchie, lanciò un formidabile grido di guerra che si ripercosse contro i fianchi della montagna e si scagliò innanzi, cercando di precipitarsi verso lo stretto di Smith che era poco lontano.
Altri sei colpi rimbombarono in quel momento. Walter, passato il primo istante di stupore, a sua volta vuotava il serbatoio del suo _mauser_.
Il colosso si fermò un momento lasciandosi fucilare quasi a bruciapelo, lanciò tre o quattro barriti spaventevoli, poi, quantunque avesse in corpo ben dodici palle, riprese la corsa verso la spiaggia.
Giunto però sulla ripa si fermò nuovamente lasciando penzolare, quasi inerte, la sua proboscide pelosa, scosse le orecchie, poi rovinò sul _pak_ sottostante con un cupo rimbombo.
L'ultimo _mammouth_ era morto!...
Mentre fuggiva, il canadese si era slanciato verso Dik il quale si teneva le mani strette ai fianchi.
— Siete ferito, Dik? — gli chiese premurosamente.
— Bah!... — rispose lo strano uomo con un sorriso. — I balenieri hanno le costole dure. Se però tardavate un istante a giungere, non so se avrebbero resistito ad un'altra stretta.
Quei bestioni posseggono la forza delle balene. —
Si alzò senza dimostrare alcuna sofferenza, incrociò le braccia e dopo d'aver guardato lo studente che si era precipitato dietro al _mammouth_, gli disse:
— Signor di Montcalm, vi devo la vita.
— Mi è costato ben poco a conservarvela. Al mio posto voi avreste fatto altrettanto.
— Non lo so, signore, — rispose l'ex-baleniere, con voce grave.
— Che cosa vorreste dire, Dik? — chiese il signor di Montcalm con stupore.
— Che avendomi salvata la pelle, io vi condurrò al Polo.
— Dik!... Siete impazzito? Io non riesco a comprendervi.
— Mi comprenderete subito quando vi dirò che _mister_ Torpon mi ha dato diecimila dollari per impedirvi di andare al Polo.
— Miserabile!... — gridò il canadese, levandosi la rivoltella che portava alla cintura e puntandogliela contro.
— Uccidetemi pure, — disse l'ex-baleniere. — Siete nel vostro diritto. —
Il canadese aveva subito abbassata l'arma, poi l'aveva rimessa nella guardia.
— Vi ha versato diecimila dollari!... — esclamò.
— Sì, signor di Montcalm.
— Mi aspettavo qualche brutto tiro da parte di quel yankee. Mi stupisce però che voi vi siate lasciato comperare da quell'uomo.
— Sono un miserabile, signore, — rispose Dik, con voce sorda. — Che cosa volete? Quei diecimila dollari caduti dal cielo mi avevano acciecato.
In quel momento pensavo con quella somma di armare una piccola goletta e di ritornare baleniere per mio conto.
— Confessate di aver cercato di rovinare il nostro motore?
— Lo confesso.
— Disgraziato, e non pensavate che perdendo noi nelle solitudini gelate del Polo perdevate anche voi?
— A questo non ci avevo pensato.
— Io avrei il diritto di uccidervi.
— Non ve lo contesto: se volete, armate la vostra rivoltella e finitemi. Questa vita che voi avete strappata alla proboscide di quel bestione vi appartiene.
— No, — disse il canadese. — Io non commetterò mai un assassinio così, a sangue freddo, ma vi avverto Dik, che se vi sorprendo a guastare la mia automobile vi ammazzerò come un cane, e vi avverto pure che io sono un uomo da mantenere la parola.
— E farete bene, signor di Montcalm. Dovendovi però troppa riconoscenza, siate sicuro che io farò tutti gli sforzi possibili per condurvi al Polo.
— Non se ne parli più di questo affare. Se il destino mi farà incontrare Torpon, qualche cosa di terribile succederà, e le nevi immacolate del Polo si tingeranno per la prima volta di sangue umano.
Seguitemi: andiamo a vedere l'ultimo _mammouth_, poichè sono certo che è l'ultimo della sua razza.
— Mi avete perdonato, signor di Montcalm?
— Vi ho detto di sì, — rispose un po' asciutto il canadese.
— Vi giuro che sarò da questo momento il vostro fedele marinaio.
— Vedremo. —
Raccolse il fucile e si diresse verso la spiaggia, dove si udiva lo studente strepitare come un'oca marina.
In meno di cinque minuti i due esploratori raggiunsero la ripa dalla quale era rotolato sul _pak_ il gigantesco animale.
Il ghiaccio che copriva il canale di Smith doveva avere uno spessore enorme, poichè non aveva ceduto sotto l'enorme urto, sicchè il colosso non si era sprofondato nel mare.
Giaceva rovesciato sul fianco sinistro, colla proboscide tesa dalla quale era uscita una larga pozza di sangue, colla bocca spalancata dalla quale era sfuggito l'ultimo barrito e l'ultimo rantolo. Una delle sue gigantesche zanne si era spezzata ed era rimbalzata a cinque o sei metri dal corpo; l'altra invece si ergeva ancora minacciosa, arcuata in alto, molto più bianca dei denti degli ippopotami che danno il miglior avorio, assai superiore a quello degli elefanti.
— Che sia proprio un vero _mammouth_, signor Gastone? — chiese Walter al canadese, girando e rigirando intorno alla mostruosa massa.
— Avete mai veduto degli elefanti con delle zanne così arcuate?
— Io no.
— E così coperti di pelo? Se guardate bene il pelame è di due tinte diverse: uno breve, fitto, rossastro ed il secondo più lungo e più biondastro.
— Infatti è vero.
— Anche la coda è diversa da quella degli elefanti: guardatela. È più breve, poichè non misura più di cinquanta o sessanta centimetri ed è formata esclusivamente da peli neri.
— E questi colossi devono possedere una vitalità straordinaria. Dodici palle e palle di _mauser_ e sparate, almeno da parte mia, in direzione del cuore.
— Mio caro, nel _mammouth_ scoperto a Sredne Kolynk si è potuto constatare che le pareti del cuore avevano la bagatella di cinque centimetri di spessore.
— E sono intelligenti questi animali?
— Non meno degli elefanti, avendo il loro cervello uno sviluppo quasi eguale.
— E voi dite che un tempo erano numerosissimi in queste regioni?
— Non solo qui, bensì, ma in Siberia e perfino allo Spitzberg.
— E perchè sono scomparsi? Distrutti a poco a poco dal freddo o dalla fame?
— No, gli scienziati danno una versione ben diversa. La causa che ha determinato la fine di questi colossi, che secoli indietro dovevano essere numerosissimi, a giudicarlo dalla grande quantità d'ossami che si scoprono continuamente, specialmente in Siberia, la si deve cercare nel movimento dei ghiacciai.
Rotolando questi, attraverso le valli, continuamente dei massi, vi formavano delle vere trappole sulle quali i _mammouth_ si arrischiavano per cercare i muschi ed i licheni dei quali avevano bisogno per nutrirsi.
L'enorme peso degli animali sfondava quelle croste di ghiaccio ed i disgraziati precipitavano in gran numero dentro quelle trappole senza poter poi più uscire.
Infatti tutti gli avanzi dei _mammouth_ si sono sempre trovati a dieci e perfino a quindici metri sotto lo strato attuale del ghiaccio.
Dik, andate a prendere un paio di scuri e tagliate un pezzo di proboscide, — continuò il canadese, volgendosi verso lo _chaffeur_. — Noi l'assaggeremo, è vero Walter?
— Ve la preparerò in salsa piccante.
— Come vorrete, amico, — rispose il canadese, ridendo.
Mezz'ora dopo i tre uomini tornavano al treno reggendo a grande stento mezza tromba del disgraziato animale, la quale non pesava meno di centocinquanta chilogrammi, aumentando così considerevolmente le loro provviste diventate già piuttosto scarse.
CAPITOLO XXIV.
Un duello al Polo.
Nel pomeriggio, dopo una vera scorpacciata di carne di _mammouth_ sapientemente preparata dallo studente con grande abbondanza di droghe e di pepe per toglierle quel sapore di selvatico che si riscontra in tutti i grossi animali, il treno riprendeva la sua corsa.
Ormai soli dieci gradi, ossia seicento miglia, li separavano dal Polo, una vera inezia se potevano trovare il ghiaccio sempre buono.
In tre giorni, e fors'anche in minor tempo, quella distanza poteva essere superata anche senza troppo spingere l'automobile.
Dopo essersi assicurati del buono stato del ghiaccio steso sullo stretto di Smith, lasciarono la terra di Ellesmore e scesero sul _pak_ per raggiungere la terra di Grinnell, le cui coste si profilavano distintamente sul limpido orizzonte.
Enormi _ice-bergs_ si erano radunati nel vasto canale, piantandosi saldamente sul campo di ghiaccio e formando qua e là delle barriere le quali interrompevano sovente la corsa del treno, costringendolo a perlustrare per miglia e miglia prima di poter trovare un passaggio.
Fortunatamente in quel momento le pressioni non si facevano sentire che assai leggermente.
Di quando in quando il campo di ghiaccio vibrava e muggiva e qualche _ice-berg_, perduto l'equilibrio, strapiombava sul _pak_ con un fragore assordante, aprendosi uno squarcio attraverso a cui l'acqua del mare saliva spumeggiando e rimbalzando. Gli uccelli marini, che erano tornati numerosissimi, e che nidificavano sui fianchi o sulle cime di quei colossi, scappavano via spaventati, mentre migliaia e migliaia di uova si fracassavano sul ghiaccio, gigantesche frittate perdute, come diceva, molto amaramente lo studente, il quale non aveva ancora potuto, fino allora, permettersi il lusso di regalarsene una.
Tre ore dopo l'automobile, varcato lo stretto, saliva la terra di Grinnell, una terra assai accidentata, cosparsa di profondi _fiords_ e tagliata in vari sensi da catene di montagne di considerevole altezza.
È una delle ultime conosciute, che si stende di fronte agli estremi limiti settentrionali della Groenlandia, da cui è separata dal canale di Kennedy e più oltre da quello di Robison.
Quantunque non formi che una massa sola, si divide in due terre un po' separate dalla lunga baia di Lady Franklin, chiamandosi quella più boreale terra di Grant, nome datole dagli esploratori americani in memoria del loro glorioso Presidente.
Essendo la parte occidentale piuttosto piana, il treno piegò verso quella direzione per raggiungere il Greely _fiord_ e più tardi la costa di Garfield; nondimeno dovette ben presto rallentare la corsa poichè i ghiacciai delle montagne orientali avevano già spinto molto innanzi le loro enormi masse di ghiaccio, disperdendole in tutte le direzioni.
Dik, che ormai dirigeva risolutamente la corsa, premuroso di mostrare al canadese il suo pentimento pei tradimenti passati, era costretto suo malgrado a fare delle frequenti fermate, delle quali d'altronde approfittavano i suoi compagni per sparare sugli orsi bianchi e sui buoi muschiati che si mostravano numerosissimi.
Una cosa aveva colpito gli esploratori: la improvvisa mitezza del clima.
Mentre più si avvicinavano al Grande Nord, la temperatura, invece di aumentare vertiginosamente, scemava di ora in ora.
Il sole splendeva magnifico, durante le quattro o cinque ore che rimaneva sull'orizzonte, poichè la lunga notte polare s'avvicinava a grandi passi; l'aria si manteneva sgombra di nebbie ed aveva una mollezza che contrastava stranamente coll'altezza dei paralleli, i quali ormai toccavano l'82º.
— Che esista realmente un mare libero intorno al Polo, come hanno affermato tanti navigatori, cominciando da Barentz? — si chiedeva continuamente il canadese. — Se questa temperatura continua a diminuire invece di aumentare, come sarebbe nel suo diritto, noi fra poco troveremo gli ultimi canali quasi sgombri dai ghiacci.
Fortunatamente ho portato con me un canotto di _cauciu_ e mi spingerò da solo verso il Polo.
Ah!... Io non tornerò senza averlo veduto e senza avere spiegata lassù la bandiera della vecchia Francia. —
Alla sera il treno, dopo una traversata assai laboriosa, si arrestava sulle rive del Greely _fiord_. Erano allora appena le tre pomeridiane ed il sole era già tramontato.
Non essendovi nè luna, nè stelle, nè aurora boreale, i tre esploratori si accamparono poco lungi dal _pak_, non fidandosi di attraversarlo per paura che non fosse abbastanza solido per reggere il peso del treno.
La temperatura, che diventava sempre più dolce, li costringeva ormai a diffidare del ghiaccio marino.
Alle nove del mattino, quando un leggiero barlume di luce cominciava a mostrarsi verso levante, riprendevano la marcia a piccola velocità, girando il _fiord_ il quale era formato da aspre colline non sempre accessibili, e verso le undici, al primo raggio di sole, passavano sulla terra di Grant, terra assolutamente deserta, poco nota, che spinge le sue spiaggie fino al canale di Robison, l'ultimo esplorato.
Anche l'83º parallelo era stato felicemente superato. Sette gradi ancora ed il Polo, quel terribile polo che in quattro o cinque secoli aveva divorate tante vittime umane per non lasciarsi togliere il velo misterioso che lo copriva, era vinto.
— Avanti giorno e notte, — disse il canadese a Dik, preso da un improvviso entusiasmo. — Vi offro mille dollari ogni grado che mi farete vincere.
— Ed io vi prometto di intascarli, — aveva risposto l'ex-baleniere. — _Master_ Torpon per me ora è morto!... —
Ed il treno era subito ripartito a grande velocità, salendo e scendendo le larghe ondulazioni della pianura gelata, sprofondando però talvolta entro la neve rammollita da quello strano tiepore che non aveva cessato di aumentare.
Al tramonto anche la terra di Grant, l'ultima rilevata ed osservata dagli esploratori artici, arrestatisi allo stretto di Robison ed alla baia di Morkham, era attraversata.
Malgrado i molteplici ostacoli, Dik aveva condotto meravigliosamente il treno, imprimendogli talvolta una velocità di sessanta e perfino di settanta miglia.
Al di là dell'ultima terra esplorata dagli audaci navigatori americani ed europei, si stendevano parecchie isole che sembravano picchi vulcanici emersi dal mare chissà in quali lontane epoche, congiunte fra di loro da terre basse e contornate da ghiacci ancora abbastanza solidi per reggere il treno.
Non vi era però da fidarsi gran che. La temperatura non cessava di scemare, e verso il settentrione apparivano degli ampi canali d'acqua libera, quantunque ingombri d'_ice-bergs_ natanti, vecchi forse da secoli.
— Adagio Dik e scandagliamo prima il ghiaccio, — disse il canadese, il quale temeva che da un istante all'altro il _pak_ cedesse sotto il peso del treno e li facesse scomparire nei baratri dell'oceano artico. — E noi, Walter, gonfiamo il canotto _cauciu_ e teniamolo pronto.
Non è di grande portata, tuttavia potrà, in caso disperato, reggerci. —
L'automobile ormai non avanzava che con estrema lentezza, passando da un'isola all'altra, non senza che Dik, esperto conoscitore dei ghiacci, avesse prima provata la solidità dei campi di ghiaccio.
L'89º parallelo era stato già superato quando il treno, dopo d'aver attraversato un'isoletta di mediocre vastità, si trovò improvvisamente dinanzi ad una distesa d'acqua intensamente azzurra, ingombra solamente da enormi montagne di ghiaccio che il vento del nord faceva oscillare spaventosamente ed urtare le une contro le altre con rombi che impressionavano.
Un picco aguzzo, tutto coperto di ghiaccio, forse un antico vulcano, dai fianchi quasi inaccessibili, spiccava su quel mare libero che una superba aurora boreale, sprigionatasi in quel momento, tingeva d'un rosso vivissimo.
Il canadese mandò un grido altissimo:
— Ecco uno dei due cardini del mondo!... Il Polo è là!... Dik, il canotto!...
— Il polo!... Quello è il polo!... — esclamò lo studente.
— Sì, Walter: domani a mezzodì io farò il punto, e vedrete che è proprio sul vertice di quel picco che s'incrociano tutti i meridiani del mondo.
— Possibile, signore?
— Che cosa credevate di trovare dunque voi al Polo? La luna forse, o tutti i vostri fulmini di Giove riuniti in fascio?
— Non lo so, signor Gastone, — rispose lo studente, che pareva sbalordito.
— Dik, il canotto!... — ripetè il canadese. — Metteteci dentro la gloriosa bandiera della vecchia Francia.
— Eccomi, signore, — rispose l'ex-baleniere uscendo di sotto il carrozzone, dove in un cassetto di ferro si trovava il canotto ben ripiegato, coi pezzi dell'armatura, i due remi e la pompa premente per gonfiarlo.
Lo studente era accorso in suo aiuto.
In dieci minuti la piccola imbarcazione, capace di portare non più di due uomini, fu gonfiata, armata e portata sulla spiaggia.
— Lasciate che per ora io solo prenda possesso del Polo nord, — disse il canadese con voce grave, fissando e spiegando sulla poppa una piccola bandiera coi colori di Francia.
— Ne avete il diritto, signor Gastone, — rispose lo studente. — A voi spetta pel primo di posare i piedi sul cardine boreale dell'orbe terracqueo. —
Il canadese aveva già afferrati i remi, quando un colpo di fucile rimbombò sul mare libero, ripercuotendosi fragorosamente fra i monti di ghiaccio.
— Uno sparo.... qui.... a due passi dal Polo!.... — esclamò il signor di Montcalm con vivo stupore.
Poi un nome gli sfuggì:
— Torpon!... —
Dik e Walter si erano slanciati giù dalla spiaggia, spingendo i loro sguardi al largo.
In quel momento un secondo sparo rimbombò, e sui fianchi d'un enorme _ice-berg_, il quale oscillava spaventosamente a cinque o seicento metri dalla sponda, salì una nuvoletta di fumo.
— Un uomo laggiù!... — disse l'ex-baleniere.
— Aspettatemi qui!... — gridò il canadese. — Chiunque sia cercherò di salvarlo. —
Afferrò i remi e fece volare il canotto sulle acque spingendolo verso la gigantesca montagna di ghiaccio la quale, quantunque il mare fosse calmo, continuava a rollare come se fosse lì lì per perdere l'equilibrio e rovesciarsi.
Su una specie di piattaforma che declinava verso l'acqua, una forma umana era comparsa ed agitava pazzamente le braccia, urlando a squarciagola:
— _Help!... Help!_...["Aiuto!"]. —
Il canadese, abilissimo canottiere, come tutti i suoi compatriotti del S. Lorenzo, in pochi minuti attraversò la distanza, gettò un gancio sul ghiaccio e balzò sulla piattaforma.
L'uomo che gridava era scomparso qualche istante prima dietro una sporgenza.
— Dove siete? — gridò il canadese. — Sono venuto a salvarvi!... Non abbiate alcun timore!... —
Aveva già raggiunta la cima della piattaforma, quando un uomo gli rovinò addosso, bestemmiando.
Stringeva fra le mani un fucile, impugnandolo per la canna.