Una sfida al Polo

Part 12

Chapter 123,564 wordsPublic domain

— Uh!... Le botti di grascia pesano poco, — rispose lo studente, salendo a banco del canadese.

Una lunghissima nota metallica lacerò l'aria satura di nevischio, propagandosi attraverso la pianura sulle ali del vento, ed il treno si slanciò impetuosamente innanzi, sul largo solco aperto dalle pale.

Con un balzo brusco sormontò lo strato di neve che si trovava all'estremità dello squarcio e si precipitò sulla pianura rumoreggiando e traballando.

La sirena continuava a urlare coprendo gli ululati del vento e rombando dentro le capanne ed i corridoi, con poco piacere certamente degli esquimesi, già sinistramente impressionati dalla voracità di quella bestia misteriosa.

Il treno descrisse un gran circolo intorno al villaggio, poi si arrestò dietro l'ultima capanna, mentre i due esploratori gridavano a piena gola:

— Dik!... Dik!... Saltate fuori!... —

Invece dell'ex-baleniere fu il capo che si mostrò, accompagnato dall'_angekok_.

Da dove erano sbucati? Nè il canadese, nè lo studente si occuparono di saperlo.

— Briccone!... — gridò il signor di Montcalm, abbandonando il volante per afferrare la rivoltella che aveva appesa allo scudo. — Cerchi di farci pagare ancora la tua ospitalità? Dov'è l'uomo bianco? Rispondi, o ti imbottisco di piombo.

— L'uomo bianco si calmi, — rispose Karalit, tutto umile. — Io non vengo più come nemico, bensì come amico.

— Che amicizia!... — esclamò Walter. — Fidatevi di questi furfanti!... Si protestano amiconi quando le hanno prese, e non si sentono più in grado di prendersi la rivincita.

Signor di Montcalm, non vi fidate troppo di questa gente.

— Non metterò i piedi sulla trappola delle volpi, — rispose il canadese.

Karalit aveva fatto altri tre o quattro passi innanzi, studiandosi di mostrare la grossa rivoltella che non aveva affatto strappata a Dik, poichè l'aveva avuta in regalo.

— Come vi ho detto, — ripetè, — vengo da amico.

— Dammene subito una prova lasciando libero l'uomo bianco, — rispose pronto il canadese.

— Ma tu mi hai ucciso degli uomini, — ribattè con altrettanta prontezza l'esquimese.

— Ci hanno assaliti e noi ci siamo difesi. Quando i lupi assalgono le vostre slitte ed i vostri cani, che cosa fate voi? Vi lasciate divorare tranquillamente?

— Ah no!...

— E noi abbiamo fatto altrettanto contro di voi.

— Non siamo lupi però noi.

— Forse peggiori, perchè non potendo lavorare di denti, ci scagliavate contro delle freccie. Risponda l'_angekok_ che è il grande consigliere della tribù. —

Lo stregone dondolò la testa, si avvolse maestosamente nella sua pelliccia d'orso bianco e si guardò bene dal rispondere.

La logica stringente del canadese lo aveva messo certamente in grande imbarazzo e la sua lingua in quel momento si era paralizzata.

— Deciditi dunque, — disse il canadese, il quale non perdeva di vista la grossa Colt che l'esquimese impugnava, temendo qualche tradimento.

— Tu mi hai ucciso degli uomini, — ripetè Karalit, dopo una lunga riflessione.

— E così?

— Devi ricompensare la tribù di una così grave perdita.

— Sono sette i caduti, è vero?

— Sì, — rispose Karalit.

— Che cosa chiedi per loro?

— La tua bestia e tutte le tue armi da fuoco.

— Tu sei pazzo!...

— Mandiamolo da Calkraff!... — gridò lo studente. — Se fosse qui lo appiccherebbe per bene!... —

Il canadese si era bruscamente alzato. Aveva lasciata la rivoltella per afferrare il _mauser_ ed aveva puntata rapidamente l'arma contro il capo, dicendo:

— Se fai un solo passo per fuggire ti ammazzo!... A voi, Walter!... Puntate lo stregone!... —

Lo studente aveva già compreso al volo l'intenzione del canadese.

Pronto come il lampo aveva già preso di mira l'_angekok_, il quale aveva sbarrati spaventosamente gli occhi credendo che fosse giunto il suo ultimo momento.

Karalit non aveva nemmeno osato alzare la rivoltella, la quale doveva contenere ancora quattro o cinque cariche.

— Mi volete uccidere? — gridò, con voce tremante.

— Certo, se non dai subito l'ordine ai tuoi sudditi di mettere in libertà l'uomo bianco e se non getti via quell'arma che non sapresti d'altronde adoperare.

— Io sono venuto da te come amico, — balbettò il capo, il quale guardava con spavento la canna del fucile.

— Ed io ti tratto come un nemico pericoloso invece, — rispose il canadese. — O mi obbedisci o sparo.

Getta quell'arma!... —

Karalit capì benissimo che quello non era il momento di esitare nè di tentare una qualunque resistenza, e lasciò cadere la rivoltella, mentre l'_angekok_, che tremava come una foglia, gettava via la fiocina.

— Ora ordina ai tuoi uomini di mettere subito in libertà il prigioniero.

— Andrò a prenderlo io stesso.

— No, amico, — disse il canadese. — Darai l'ordine rimanendo qui.

— Ti prometto....

— Non promettere niente, perchè già non ti crederei. —

L'esquimese digrignò i denti e brontolò qualche cosa, poi finalmente si decise a lanciare delle grida che dovevano avere il loro significato, poichè pochi momenti dopo dal corridoio d'una capanna usciva una forma umana, la quale si diresse sollecitamente verso l'automobile.

— Dik!... Dik!... — gridarono ad una voce il canadese e lo studente.

— Buona sera, signori, — rispose l'ex-baleniere, colla sua solita voce tranquilla. — Spero che non vi sarete troppo inquietati della mia prigionia.

— Un po' sì, — disse lo studente. — Avrebbero potuto uccidervi.

— Ah!... Baie!... Questi uomini non sono così cattivi come credete, e se non si fossero cacciati in testa che la nostra macchina è una divoratrice d'orsi e di foche, non ci avrebbero dato nessun fastidio.

Che cosa volete, sono un po' superstiziosi. Ecco tutto.

Signor di Montcalm, regalate loro alcune bottiglie di _gin_, se non vi spiace, tanto per compensarli delle perdite subìte.

— Che hanno volute, — disse lo studente.

— Dategliele pure, — disse il canadese, — e lasciate pure al capo la vostra rivoltella. —

L'ex-baleniere aprì il carozzone, empì un canestro di bottiglie e le portò a Karalit, il quale pareva ancora istupidito.

— Va a berle alla nostra salute coi tuoi sudditi, — gli disse.

Poi aggiunse a bassa voce:

— Va a farti impiccare, minchione!... —

Ciò detto balzò sull'automobile prendendo il volante e lanciò il treno a tutta velocità, attraverso la sconfinata pianura coperta già da un buon metro di ghiaccio.

Karalit aveva raccolta prontamente la rivoltella ed aveva sparato un paio di colpi, ma ormai l'automobile era lontana.

— Ah birbante!... — esclamò lo studente, il quale aveva uditi gli spari, malgrado il fragore che produceva l'automobile. — Non credevo che quei piccoli uomini fossero così cattivi.

Che gli dia una lezione, signor Gastone?

— Lasciatelo andare. — rispose il canadese, abbassandogli il fucile che aveva già impugnato. — Non aggiungiamo un'altra vittima a quelle che abbiamo già fatte.

— Graziamolo pure, egli però se avesse potuto, non ci avrebbe risparmiati.

— Che cosa volete: sono vendicativi questi abitanti dei grandi freddi, e non meno degli abitanti dei grandi calori.

Dik, badate!... Poggiate verso la baia e state attento ai corsi d'acqua che sono ormai gelati e scomparsi sotto la neve.

Slittano le ruote?

— No, signore: mordono abbastanza bene.

— Rallentate un po'. Dobbiamo pensare anche al carrozzone, la nostra casa che ci sarà più cara dei motori, quando i grandi freddi piomberanno su di noi.

— Mi pare che comincino a prenderci già ora, — disse lo studente, stringendosi addosso la pelliccia. — Mi pare che il mio naso voglia andarsene a tener compagnia alla neve.

— E questo non è ancora nulla, — rispose il canadese. — Non abbiamo che 30° sotto, una vera inezia.

— Volete spaventarmi, signor Gastone?

— No, prepararvi.

— A sfidare....

— Una cinquantina di gradi.

— Mi sento gelare di già.

— Eppure gli esploratori polari che a migliaia e migliaia si sono avventurati fra le alte latitudini, li hanno sopportati.

— Erano di ferro quelli.

— Lo diventeremo anche noi, Walter, — rispose il canadese, ridendo. — Toh!... Ecco che ricomincia a nevicare.

La bianca dama ci accompagnerà certamente fino al Polo, se riusciremo a giungervi.

— Ne dubitereste?

— Mah!...

— Badate che lassù splendono i begli occhi di _miss_ Ellen. —

Una nube passò sulla fronte del canadese e le sue labbra si contrassero ad un sorriso ironico.

— Credo, — disse poi, con voce un po' sorda, — che gli occhi della _miss_ abbiano ben poco a che fare col Polo ormai.

Ora non si tratta più che dell'onore della bandiera: il Canadà o gli Stati dell'Unione? Spero di far impallidire le stelle di _mister_ Torpon sotto i colori della vecchia Francia.

— Non sotto il rosso infuocato dei miei compatriotti?

— No, Walter, — rispose con voce grave il signor di Montcalm. — I vecchi canadesi sono rimasti francesi.

Dik.... rallentate! La pianura diventa cattiva. —

Ed infatti la immensa pianura che costeggiava la baia dalla parte di ponente, cominciava a diventare pessima.

Le grandi raffiche che avevano soffiato nei giorni precedenti sul mare interno, avevano accumulata la neve in ammassi considerevoli i quali formavano delle vere montagnole, entro le quali l'automobile, che filava con una velocità di cinquanta chilometri all'ora, si affondava sfaldandole e seppellendovisi quasi dentro.

Per di più ricominciava a nevicare a larghi fiocchi ed un vento impetuoso e freddissimo scendeva dalle regioni boreali spazzando, di quando in quando, la sterminata pianura con una violenza inaudita.

— Brutta giornata!... — esclamò lo studente. — Purchè non veniamo bloccati in mezzo a questo deserto di neve! —

Dik aveva rallentata la velocità anche perchè gli ostacoli aumentavano continuamente e la tempesta di neve aumentava con una rabbia impressionante.

La macchina si affannava a vincere i cumuli di neve, funzionando con grande energia e riempiendo del suo fragoroso respiro la bianca pianura.

Le sue ruote anteriori, che giravano vertiginosamente, aprivano nella neve due larghe breccie, come due gigantesche ferite entro cui quelle posteriori affondavano pesantemente, seco trascinando il carrozzone il quale funzionava come una gigantesca catapulta.

Pareva che l'automobile fosse diventata una nave sbattuta dalla tempesta, poichè rollava e beccheggiava entro i crepacci che la neve aveva ormai coperti e che cedevano sotto il peso dei motori.

Intanto il vento aumentava e la neve turbinava così fitta che certe volte l'ex-baleniere non riesciva a mantenere la direzione giusta, quantunque il canadese tenesse la bussola in mano.

L'alba era ancora assai lontana, essendo le notti lunghissime in quelle regioni dei grandi freddi.

Il treno si dirigeva ormai a caso, piegando sempre verso ponente per non trovarsi improvvisamente sulle coste della grande baia e cadervi dentro. Intorno agli esploratori, rannicchiati sui loro sedili, da ogni parte imperversava la bufera di neve, piena di ululati e di fragori sinistri.

L'orizzonte si era chiuso rapidamente sotto un denso velo di nebbia il quale si avanzava coll'impeto delle onde del mare sospinte dall'uragano. Pareva che una falce gigantesca, vertiginosamente agitata, volesse precipitarsi sul treno e spazzarlo via o sminuzzarlo.

Nelle alte regioni dell'aria turbinavano migliaia di ghiacciuoli, sottili come spilli, i quali di quando in quando si abbattevano sull'automobile, colpendo senza misericordia Dik, non protetto dalla _capote_ di cuoio, pungendogli dolorosamente il viso e le mani esposte sul volante.

Di quando in quando le raffiche cessavano, come se desiderassero un po' di riposo per riprendere maggior lena, poi si scatenavano con furia indicibile, ululando o ruggendo e scagliando dentro l'automobile turbini di neve e di ghiacciuoli i quali s'ingolfavano, come una tromba, perfino dentro la _capote_, strappando al poco paziente campione di Cambridge una interminabile sfilza di maledizioni.

L'automobile correva, correva: il suo motore funzionava sempre rabbiosamente per vincere gli urti sempre più poderosi del vento. Si era affondata nella nebbia, la quale aveva finito per raggiungerlo.

Una oscurità densissima ormai l'avvolgeva. Dove andava? Attraverso la tempesta che ruggiva da tutte le parti, senza poter avere una direzione esatta.

Ad un tratto la macchina si drizzò come un cavallo che s'inalbera sotto un poderoso colpo di sperone e ricadde pesantemente, seppellendosi quasi intera in un enorme cumulo di neve che aveva sfondato col proprio peso.

La vettura di rimorchio, spinta dallo slancio, la investì con un fragore spaventevole.

— Dik!... — gridò il canadese. — Che cosa è successo?

— Una cosa semplicissima, signore, — rispose l'ex-baleniere, colla sua calma abituale, chiudendo d'un colpo i freni. — Siamo in _panne_.

— È guastata la macchina?

— Non lo so.

— Eppure il motore funziona sempre.

— Buon segno.

— Arresta ed aspettiamo l'alba.

— È fatto.

— Ed ora ritiriamoci nel carrozzone e lasciamo che la burrasca passi, giacchè non si può più andare innanzi.

— E prepariamoci la cena che ieri sera ci è mancata, — disse Walter. — Il mio stomaco la reclama imperiosamente.

Non so se quello di Dik sia stato riempito di teste di foca o di grasso di balena. —

L'ex-baleniere masticò fra i denti qualche cosa, probabilmente una bestemmia, poi balzò a terra affondando nella neve fino quasi alla cintola.

— Una notte d'inferno, è vero, mastro Dik? — chiese lo studente.

— Uh!... Ne ho vedute ben altre nello stretto di Lancashir, — rispose il marinaio, alzando le spalle.

Tolse la sbarra al carrozzone ed entrò accendendo subito la stufa e la lampada.

Il canadese e lo studente, dopo d'aver sbarazzato le pelliccie dai ghiacciuoli, l'avevano seguìto, mentre al di fuori la tempesta di neve si scatenava con violenza inaudita, ed in lontananza le grosse ondate della baia di Hudson muggivano più forte che mai, sfasciandosi contro la desolata costa.

CAPITOLO XV.

L'attacco degli orsi bianchi.

Tutta la notte fu un rombo continuo intorno al treno che affondava sempre più nella neve turbinante in tutte le direzioni, poichè pareva che tutti i venti dei quattro quadranti si fossero messi in lotta, urtandosi con rabbia folle.

I tre esploratori non avevano osato chiudere gli occhi pel timore che qualche raffica riuscisse a mandare anche il carrozzone colle ruote in aria, cosa non difficile ad accadere con tanta furia di vento.

Rannicchiati presso la stufa, colle pipe in bocca, attendevano pazientemente che spuntasse l'alba, colla speranza che anche la tempesta di neve cominciasse a decrescere e permettesse loro di riprendere la corsa.

Dopo una lunghissima attesa, il cielo cominciò finalmente ad imbiancarsi verso levante.

Una larga ferita si era aperta fra le tempestose nubi ancora gravide di neve e di ghiacciuoli, allungandosi verso l'opposto orizzonte, diventando rapidamente violacea, poi rossastra.

Il sole stava per mostrarsi fra un altro grande strappo di vapori cavalcanti sulle ali del vento, e colla comparsa dell'astro la tempesta accennava a diminuire rapidamente d'intensità.

Il canadese si era alzato, mentre lo studente preparava il _thè_, e si era affrettato a lanciare uno sguardo attraverso un finestrino.

— Perbacco!... — esclamò. — Siamo quasi sepolti sotto la neve. Avremo ben da fare per aprire una via alla nostra macchina.

Dik, preparatevi a raggiungerla e ditemi se ha sofferto.

— Subito, signore, — rispose l'ex-baleniere, gettandosi addosso una pesante pelliccia. — Con questo freddo la neve si rassoda rapidamente e non correrà il pericolo di affondare. —

Aprì la porta, ma subito si arrestò mandando un grido soffocato.

Un gigantesco orso bianco era sorto bruscamente dinanzi a lui, uscendo dall'ammasso di neve che si addossava al carrozzone, spalancando una bocca enorme armata di lunghi denti gialli, solidi forse quanto l'acciaio.

Un momento di esitazione ed il terribile carnivoro balzava dentro.

Fortunatamente l'ex-baleniere non era un uomo troppo impressionabile, tanto più che aveva avuto, durante la sua vita avventurosa fra le regioni nordiche, altri incontri con quegli abitanti dei ghiacci eterni.

Rimessosi prontamente dalla sorpresa, aveva chiusa con fragore la porta sul muso del bestione, sprangandola.

— Che cosa avete, Dik? — domandò il canadese, il quale essendo occupato a mettere a posto alcune casse, non si era avveduto di quel brutto incontro.

— Che non mi aspettavo una simile sorpresa, signore, — rispose l'ex-baleniere, con voce un po' alterata. — Credevo di doverli trovare più al nord.

— Chi?

— Gli orsi bianchi. —

Lo studente che, come abbiamo detto, stava preparando il _thè_, udendo quelle parole, aveva lasciato cadere il bricco pieno d'acqua bollente, mentre il signor di Montcalm interrogava collo sguardo il meccanico ancora pallido.

— Corpo di Giove!... Scherzate, mastro Dik? — gridò il campione di Cambridge.

— Non mi pare che questo sia il momento, signore, — rispose il baleniere. — Vi dico che quei signori dalla bianca pelliccia sono venuti a farci visita.

— Vi hanno consegnato il loro biglietto di visita? — chiese Walter. — Date qui.... Vedremo come lavorano gli stampatori polari.

— Andate a farvelo dare voi, se vi piace, — rispose Dik.

— Orsù, — disse il canadese, — spiegatevi meglio. Dove sono questi orsi?

— Davanti alla porta. Se non mi affrettavo a chiuderla il primo entrava.

— Non avrete preso un blocco di neve per un orso bianco?

— Ah no, signor di Montcalm. Aveva tanto di bocca e certi denti da far venire la pelle d'oca al più coraggioso cacciatore della Compagnia delle pelliccie.

— Erano molti? — chiese lo studente, per nulla impressionato.

— Io non ne ho veduto che uno, ma ve ne possono essere degli altri, avendo quegli animali l'abitudine di andare accompagnati e talvolta perfino a branchi.

— Vediamo, — disse il canadese, staccando un fucile dalla parete, subito imitato dallo studente.

Aprirono uno dei finestrini più vicini alla porta e guardarono fuori.

Subito una testa comparve dinanzi a loro, alitando in pieno viso ad entrambi un fiato caldo e fetente.

— Corpo di Giove!... — esclamò lo studente, balzando indietro. — È ben un orso bianco questo.

— Vi ha consegnato il suo biglietto di visita? — chiese Dik, ironicamente.

— Sarò io che gli darò il mio sotto forma d'una buona palla. —

Il canadese aveva pure fatto un passo indietro ed aveva passata la canna del _mauser_ attraverso il finestrino, ma l'orso bianco era scomparso.

— Non sparate? — chiese Walter, il quale aspettava il colpo.

— Il briccone si è nascosto sotto il carrozzone, — rispose il canadese. — Vi sono tre o quattro larghe buche scavate quasi dinanzi alla porta.

— Che in ognuna vi sia un orso?

— Lo sospetto, Walter.

— Che aspettino che usciamo per mostrarsi?

— È probabile. Che cosa dite voi, Dik?

— Che siamo assediati, — rispose l'ex-baleniere.

— E potrà durare molto questo assedio? — chiese lo studente.

— Se sono affamati non se ne andranno se prima non avranno fatto almeno una colazione colle nostre polpe.

— In quanto a questo, la vedremo, mio caro baleniere.

— Vi è poco da scherzare cogli orsi bianchi. Valgono i _grizly_ delle Montagne Rocciose.

Quello che ho veduto io era lungo non meno di due metri.

— Signor di Montcalm, che cosa pensate di fare?

— Lo domando a voi, Walter.

— Se provassimo a sparare un po' di rivoltellate per deciderli a mostrarsi?

— Si può tentare. Dik, prendete anche voi un fucile e mettetevi all'altro finestrino.

Se si alzano, non fate economia di piombo.

— Sono pronto.

— Ed io pure, — disse lo studente, impadronendosi d'una Colt. — Se sono dei coraggiosi, dovrebbero accettare subito la battaglia che loro offriamo.

— Io credo invece che non saranno tanto minchioni, — disse l'ex-baleniere. — Non devono trovarsi troppo male sotto il carrozzone, colla stufa che brucia qui dentro.

— E non vi sarà qualche pericolo per l'automobile?

— Tutt'al più divoreranno la _capote_ di cuoio, — rispose lo _chaffeur_, con un brutto sorriso.

— Provate, Walter, — disse il canadese.

Lo studente si affacciò al finestrino, allungando, prima di tutto, il braccio armato della grossa rivoltella, e guardò entro le buche che il canadese aveva notate e gli parve di vedere la neve muoversi.

— Sono lì sotto, — pensò. — Vediamo se salteranno fuori.

Si sporse più innanzi che potè e sparò, uno dietro l'altro, sei colpi, urlando:

— Fuori!... Fuori poltroni!... —

Dei grugniti minacciosi furono la sola risposta che ottenne.

— Non si mostrano? — chiese il signor di Montcalm, il quale attendeva col dito sul grilletto del _mauser_.

— Ma che!... Sono degli orsi vigliacchi, — rispose Walter. — Io al loro posto mi sarei per lo meno degnato di mostrare la punta del mio naso.

— Questa avventura da nessuno desiderata comincia ad inquietarmi.

— Quando non troveranno di che sfamarsi se ne andranno, signore.

— Uhm!... Gli orsi bianchi sono abituati ai più lunghi digiuni.

— E sono realmente terribili, signor Gastone? A vederli non si crederebbe.

— Sono ancora più pericolosi di quelli grigi delle Montagne Rocciose, poichè posseggono una forza straordinaria ed un coraggio a tutta prova.

— Questi no, signore. Lo escludo assolutamente.

— Provate a mostrarvi fuori del carozzone e mi saprete dire poi qualche cosa.

— E sono più grossi dei _grizly?_

— Sì, quando sono adulti, — rispose il canadese. — Si sono veduti dei vecchi maschi lunghi perfino due metri e mezzo, e se ne sono uccisi di quelli che non pesavano meno di quattrocento chilogrammi.

— D'ottima carne?

— Eccellente, poichè, eccettuato il fegato, che talvolta produce dei grandi dolori a chi lo mangia, tutto è buono dell'orso bianco.

— Speriamo di assaggiare questa delizia polare. Mastro Dik, che cosa fanno quei signori?

— Mi pare che russino tranquillamente, — rispose l'ex-baleniere.

— Ed allora prendiamo il nostro _thè_, — concluse lo studente. — Non vi è ragione alcuna per rinunciare alla colazione.

— Così sarete un po' più grasso se qualcuna di quelle bestiame riesce ad acciuffarvi, — brontolò l'ex-baleniere, ritirando il fucile e richiudendo il finestrino.

La presenza di quattro o cinque orsi, pronti a fare una scorpacciata di carne umana, non aveva tolto affatto l'appetito ai tre esploratori, poichè divorarono tranquillamente la loro colazione, facendo un'ampia breccia nella cassa del biscotto.

D'altronde non potevano correre alcun pericolo finchè si tenevano rinchiusi nella loro fortezza, poichè la porta era bene sbarrata, le finestre troppo piccole per permettere agli assedianti di entrare, e le pareti così solide da sfidare tutte le unghie riunite di tutti gli orsi bianchi della baia di Hudson.

C'era però il pericolo che quell'assedio si prolungasse per molti giorni, facendo loro perdere un tempo troppo prezioso.

Altri uragani di neve potevano scoppiare e seppellirli anche per delle intere settimane, e la stagione fredda era già abbastanza inoltrata per contare sulle buone giornate molto problematiche e anche troppo brevi in quelle regioni.

I tre esploratori si erano rimessi in osservazione dinanzi ai finestrini, tenendo i fucili a portata di mano, ma pareva che gli orsi bianchi si trovassero troppo bene sotto il carrozzone e che pel momento non avessero nessuna intenzione di forzare la piazza forte.

Walter, che aveva levato il grosso feltro che copriva il tavolato, accostando bene or l'uno ed ora l'altro orecchio, aveva dichiarato che le gigantesche bestie russavano beatamente, come se fossero sicure di fare, presto o tardi, una scorpacciata delle carni dei tre assediati.

A mezzodì nulla di nuovo era avvenuto. Solamente il tempo si era rimesso al cattivo, facendo sparire il sole sotto una nuvolaglia gravida di neve che pareva impaziente di scaricarsi del soverchio peso.