# Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi

## Part 8

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Venne ammesso in qualità di stalliere al servizio del conte C*** il padrone attuale dei Paglini, ove si mostrò, bisogna dirlo a sua lode, servo attivo, fedele ed affezionato.

Crescendo sempre più cogli anni nell'animo infermo del conte quell'avversione agli uomini che noi gli abbiamo già osservata, non volendo aver più nulla affatto di comune con loro, decise vendere cavalli e carrozze e vivere solo nella sua casa, concentrato in una bizzarra misantropia.

Nicodemo cessando la ragione del suo impiego doveva essere pur lui licenziato ma seppe così bene curvar la schiena che il conte se lo creò suo domestico.

Anche in questo nuovo impiego Nicodemo diede prove di buona volontà e d'un grande attaccamento al suo padrone, quantunque spessissimo la povertà dell'ingegno lo lasciasse imbarazzato, confuso nel disimpegno delle modeste incombenze.

Scorsero alcuni anni e moriva il vecchio maggiordomo e segretario del conte C***.

Nicodemo cui la fortuna s'era incaricata del suo avvenire venne pregato d'assumerne le poche mansioni ed eccolo divenuto in una volta domestico, segretario, maggiordomo, intascandosi regolarmente ogni mese il triplice suo assegno.

Pervenuto a codesta altezza ch'egli credeva enorme considerato il punto di partenza finì coll'attribuirsi tutta a sè stesso la rapidità della sua carriera; credette possedere meriti non comuni ed il buon uomo si stupiva di non essersene mai accorto.

Allora divenne un tantino superbo; sdegnava quasi di parlare co' suoi inferiori ed allorquando non poteva farne a meno adoperava frasi e maniere ch'egli credeva proprie alle persone d'alto affare.

Voleva darsi dell'importanza.

Camminava a tal uopo diritto nella persona, a passi gravi e misurati.

La natura per altro l'aveva dotato di buon cuore e d'una certa sensibilità; togliendo quel suo sciocco orgoglio, quella fatua ostentazione di serietà, quel suo frasario ridicolosamente ricercato, Nicodemo era l'uomo il più inoquo di questo mondo.

Erano pochi minuti che Marta si trovava nel camerino de' portinaj allorquando entrava Nicodemo.

--Buon giorno signor maggiordomo, saltò su la servetta col suo fare spigliato e non curante.

Il nostro personaggio s'inchinò maestosamente, indi fermato lo sguardo in volto alla bella giovinetta parve contemplarla con compiacenza.

Lo si capiva dalla sua bocca che dilatandosi a poco a poco si atteggiava ad un sorriso forse un po' sciocco.

La servetta non potè trattenere uno scoppio d'ilarità.

--Sempre di buon umore, eh! disse galantemente Nicodemo inchinandosi una seconda volta.

Poscia il maggiordomo aggrottando ad un tratto le sopracciglia soggiunse in tuono severo:

--Ma adesso che ci penso, dimmi un poco, come mai io ti trovo qui fungendo le funzioni di portinaja mentre il tuo posto dovrebbe essere disopra, presso l'illustrissimo signor conte? Mi vedrei io forse costretto con mio malanimo richiamarti al dovere, farti conoscere dico... le incombenze che gravitano ad una camerista saggia e devota?

--Oh la non s'inquieti signor maggiordomo, rispose Marta con un po' d'ironia, s'io mi fermo quì gli è col permesso del signor padrone.

--Ah, se la cosa è legale io non parlo più, disse Nicodemo cercando ancora colla bocca il suo primiero sorriso che gli riuscì questa volta un po' più malizioso.

--Ma sai dico... che se' bella Martina? Hai un visetto molto _significante_!

--Cosa vuol dire questo? domandò la servetta meravigliata.

--Vuol dire ch'io sento in me un ardentissimo desio di deporre per un istante l'autorità di tuo superiore per _confavolare_ teco confidenzialmente, come si farebbe dico... fra pari e pari.

--Signor maggiordomo, io non capisco niente.

--Intendo; quei molti _preti_ e _pellegrini_ ond'io so condire il mio discorso proibiscono al tuo cervello grossolano ed _incivilito_ di comprendermi. Ebbene mi farò più volgare.

--Sarà forse meglio signor maggiordomo.

--Dunque ascolti Marta?

--Sono tutta orecchi.

--Bisognerà dico... che impegni un tantino anche quell'altra parte del tuo corpo che i mortali chiamano cuore.

--Oh, oh, è una questione di cuore adunque che mi fa il signor maggiordomo, disse la servetta ridendo suo malgrado.

--Già è abbastanza seria perchè tu l'ascolti senza ridere.

--Ebbene non riderò.

--Sarà un po' difficile.

--Lo credo anch'io.

--Perchè voialtre donne creature _aeree_ e _fittizie_ ridereste vedendo il volo naturalissimo d'un moscerino nello spazio.

--Ma c'è un proverbio signor maggiordomo che lei nulla sua sapienza lo conoscerà: che il riso fa buon sangue e bel viso.

--E ce n'è un altro, cara Martina che tu nella tua inscienza ignorerai: _Risum abondant_ dico... non mi ricordo più.._ Risum abondant_.

--Abbonda dove c'è dell'acqua il riso.

Nicodemo sbarrò tanto d'occhi in volto alla servetta che pareva prendersi giuoco un pochino del grave maggiordomo, indi proruppe:

--Sei una bestia, non è così. _Risum abondant_... ah, ecco qua, in _hore stultorum_. Hai capito?

--No.

--Fa niente. Dunque ritornando a bomba io diceva averti a fare rivelazioni di sommissima importanza unitamente a delle proposte che ti faranno molto onore.

--Sentiamo signor maggiordomo.

--Ecco; è dovere d'ogni mortale saggio e _provvidente_ allorquando arriva ad un certo stadio della vita procrearsi una famiglia in seno alla quale passare tranquillo gli ultimi _restanti_ della sua esistenza. Per avere questa famiglia è necessario prima di tutto cercarsi una moglie causa unica della _propaginazione_ della nostra razza e questa moglie, è naturale, la si desidera d'una certa formosità dico... ed appariscenza. Ebbene io sono fra codesti mortali, cerco una campagna onde a lei accoppiarmi legittimamente e credo d'averla trovata. Sarò breve; senza perdere il tempo--che agli uomini come noi è molto prezioso--in corteggiamenti inutili, tutte frascherie ch'io lascio ai gingillini della giornata, io ti dico schietto e netto: Marta, vuoi tu divenire mia moglie? io ti faccio l'onore di sposarti.

Marta avrebbe voluto prender tutto in ischerzo ma poscia vedendo che la fisonomia del maggiordomo aveva l'aria di chi parla sul serio e che vuole, gli si risponde pure seriamente, mutò consiglio. Riflettè in cuor suo:

--Si tratta d'accasarmi ed il partito che mi si presenta non mi pare del tutto da disprezzarsi. Il signor Nicodemo ha un buon impiego, costumi irreprensibili; ha una figura è vero... ma è un uomo e gli uomini sono sempre belli. Chissà che non riesca anche ad amarlo!

La furba servetta nondimeno finse d'abbassare gli occhi modesta e con piglio vezzosamente imbarazzato rispose:

--La sua proposta mi onora al certo, ma mi riesce cotanto inaspettata... ch'io non saprei risponderle subito qui... sui due piedi...

Voleva farsi un po' preziosa.

L'ingenuo maggiordomo parve stupirsi ed aggiunse colla sua sciocca vanità.

--Io credeva che la mia domanda non dovesse lasciarti menomamente dubbiosa, ma poichè lo vuoi ti concederò il tempo di pensarci. Io già non sono nè un nobile, dico... nè una _casa bancaria_, ma posseggo qualche cosa al sole. Il mio morale lo sai è indiscutibile ed in quanto al fisico eccomi qua; il visibile lo puoi giudicar tu stessa e dell'invisibile te ne sono garante io. Ho trentacinque anni l'età propria pel connubio, è per questo che ho pensato a prender moglie. Ci eri tu e la figlia de' portinaj, belle egualmente, egualmente amabili e degne di me; chi mai _trascegliere_, diceva in cuor mio, sono due silfidi, questa casa è un vero _sifilicomio_... Ho pensato seriamente infine ho risolto di _anteporti_. Sì, ho voluto chiamar te a dividere meco la mia vita, i frutti del mio ingegno ed il mio nome. Ti chiamerai signora Panighetti e tutti si chineranno alla metà del maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte C***, alla metà dell'ultimo rampollo d'un casato famoso, perchè la mia famiglia era illustre; _disgrazievoli_ avvenimenti politici l'hanno depredata pur troppo, ma un tempo ell'era fra le più grandi di Magenta, che dico, della Lombardia, dell'Italia...

--Magenta ha detto? io lo conosco quel bel paese posto sulla strada di Novara.

--Lo conosci? tanto meglio; ebbene io sono dell'_orizzonte_ di Magenta.

--Ella avrà certamente il castello de' suoi antenati, dei possedimenti...

--Non ho nulla, la politica si portò via tutto.

--Che peccato, mi piace così tanto la campagna!

--Cosa intendi dire Marta?

--Che ci avrei passato volentieri una parte dell'anno.

--In campagna?

--Già, con lei.

Nicodemo parve raccogliersi un istante e fare uno sforzo di riflessione, indi stralunando gli occhi e battendosi la fronte gridò:

--Ma sicuro che è così, oh non fallo io! Se tu, dico... pensi già al modo di vivere meco allorquando ti avrò solennemente impalmata è segno _chiaroveggente_ che non hai nessuna difficoltà a darmi la tua annuenza, non è vero? Ma allora noi possiamo dire che tutto è _concretato_ e _sancito_!

--No, non è così.... gli è che.... balbettava Marta arrossendo suo malgrado.

--Bene, bene, fanciulla mia, io non voglio sorprenderti, pensa pure con calma e vedrai che il vantaggio della nostra unione è tutto tuo, che tu non puoi pretendere di più.

La servetta fece un dispettuccio che sfuggì agli occhi del maggiordomo, e che si poteva tradurre così:

--Ih, quanta superbia! diventa mio marito, e te la farò dar giù io.

In questo punto si udì una lunga scampanellata che fece trasalire i nostri personaggi.

--È il signor conte che mi chiama, esclamò Marta.

--Accorri, accorri subito, disse il maggiordomo spaventato.

--E chi resterà a far la guardia alla porta?

--Ci resterò io.

--Lei?

--Sì, io, ma fa presto, che il signor conte non sappia che noi eravamo in discorsi confidenziali.

--Non dirò niente.

--Brava Martina.

--In quanto poi alla risposta....

--Sì, sì, hai tempo.

--No, gliela darò domani.

--Come vuoi.

E Marta, lanciata un'occhiatina amorosa al fidanzato, che lo fece andar in visibilio, ratta ascese lo scalone che doveva condurla negli appartamenti del conte.

Nicodemo, riavutosi dal turbamento che gli aveva cacciato addosso la improvvisa chiamata del padrone, s'accorse ch'era solo nello stanzino dei portinai.

Aggrottò le sopracciglia e riflettè:

--Diavolo, come ho fatto impegnarmi a restare in questo vil ricettacolo della bassa _moltitudine_. Se mi si vedesse supplire un portinaio sarei un uomo disonorato, perderei quel _discendente_ ch'io esercito sugli altri, la mia posizione _socialistica_ si vedrebbe compromessa.... ecco come si fa in frotta, dico.... a spregiudicarsi in un momento di debolezza; e tutto per quel diavoletto di Marta, che a dirla qui in confidenza mi ha fatto girare un poco il cervello. Adesso che ci penso, dicono che tante volte chi si lascia prendere dall'amore diventa sciocco; diavolo! con vorrei anch'io per niente affatto seguire codesta regola!... Oh, ma chi ha il mio ingegno non lo smarrisce tanto presto. Voglio prender moglie ed avere dei figli; i figli somigliano sempre al padre; dunque è mio dovere propagare una razza che deve essere il _lustro_ del paese.... sarò il _decroteur_ d'Italia.

Nicodemo aveva finito il suo monologo allorquando udì il rumore di alcuni passi sotto l'atrio della porta.

Il povero uomo fremette; egli stava per essere sorpreso in un luogo che avrebbe macchiata la sua riputazione.

Il rumore s'avvicina sempre più, la porta di strada s'apre ed entrano... i conjugi Paglini.

Emise un sospiro il maggiordomo e proruppe:

--Ah, meno male, siete voi.

--Guardalo qui quel caro signor maggiordomo, gridò Bastiano colla sua cordiale bonarietà; e noi lo credevamo all'Aquila trincando il suo solito mezzino.

--Zitto dico... fate adagio, esclamò Nicodemo girando attorno gli occhi smarriti; in tutto l'orbe terraqueo l'uomo ha i suoi capricci, ma non per questo si devono _seminare al vento_. Se qualcuno vi sentisse mi crederebbe un crapulone, un non so io...

--Cosa vuole, soggiunse Maddalena scusando suo marito; bisogna compatirlo, è il suo maledetto vizio di dire tutto quello che gli viene in mente.

--Guarda chi mi vuol correggere, ribattè Bastiano, mia moglie, lei che non sa tenere in gozzo quello che terrebbe un pulcino.

--Parlare va bene, disse la portinaja, ma a tempo debito.

--Ih, cosa ho detto infine? che credevo trovar il signor maggiordomo col mezzino in mano; è un delitto forse inumidirsi qualche volta la gola? corpo d'una ciabatta, se ciò fosse io sarei l'uomo il più malvagio di questo mondo.

--Bene, dico... non è nulla, conchiuse Nicodemo, un'altra volta abbiate più prudenza... e finiamola. Ora ditemi in che cosa io possa giovarvi, che salvo errore voi foste in traccia di me.

--Ecco qua, saltò su Bastiano, si tratterebbe... d'un matrimonio.

Nicodemo si scosse.

--Guarda, guarda, pensò egli in cuor suo, quella briccona di Marta certamente innamorata de' miei vezzi aveva già parlato ai portinaj perchè ci mettessero d'accordo.

Ed aggiunse ad alta voce:

--D'un matrimonio avete detto? e fra chi?

--Sarebbe fra due persone che pajono nate espressamente per accoppiarsi, disse il Pipélé sorridendo.

--Ah sì? ma chi sono dessi?

--Sono... eh, eh, signor maggiordomo, vorrei dirglielo d'un colpo, ma mi piacerebbe lasciarlo indovinare! Ecco, la sposina è una giovinetta bella come il sole, piena di grazia e di bontà, educata poi... nientemeno che in uno dei nostri migliori collegi...

--È la Marta certo, pensò il maggiordomo, ma però non mi sono accorto mai che avesse cotanta educazione in corpo.

--In quanto allo sposo, continuava il portinajo, è un uomo stimato da tutti per il posto eminente che occupa nella società, di profondo sapere, di molta dottrina, che parla come un libro e che scrive come... un avvocato.

--E questi son io, ripensò con compiacenza Nicodemo.

--E malgrado le sue eccellenti qualità, aggiunse Bastiano, il mio uomo è affabile con tutti e non isdegna neppure di trattare con della povera gente come per esempio saressimo noi... e figurarsi che tra noi e lui corre quella differenza che ci sarebbe fra... fra...

--Ve lo dirò io, buon Bastiano, fra il campanile della nostra parrocchia ed il famoso _picco_ della Mirandola.

--Bravo, proprio quello che voleva dir io; eh, che ne pensa signor maggiordomo, scommetto che mi ha già capito... gran bella cosa aver studiato, si piglia tutto al volo.

--Hai ragione Bastiano, noi abbiamo già _intuito_ ogni cosa.

E Nicodemo dava al suo sorriso un'aria di soddisfazione.

--Davvero, ebbene? chiese Maddalena che aveva ascoltato coll'ansia nel cuore, credendo sempre si trattasse di sua figlia.

--Vi posso dire sin da questo momento che tutto è già combinato.

--Combinato? gridarono insieme i conjugi Paglini.

--Combinato. Eh, eh, sono un uomo io che le mie cose me le faccio da solo, non ho bisogno, dico... d'intermediari. Ho favellato testè alla ragazza.

--E che le ha risposto? saltò su Maddalena con dolce impeto.

--Ha accolto la mia proposta di matrimonio con _enfasi_... con _delirio_. Soltanto che per salvare un po' la modestia mi disse che m'avrebbe data domani l'ultima, parola. Eh, ma io non ho paura io, un conjuge mio pari non faccio per dire...

--Vedi moglie mia s'io non ho colto nel segno! gridò Bastiano raggiante di gioja.

--Ma un momento, proruppe Maddalena alla quale pareva impossibile che tutto dovesse procedere così bene; di chi parla lei signor maggiordomo?

--Bella domanda in verità! di chi parlo io?

--Sì.

--Ma di Marta, dico... della camerista dell'illus...

--Oh!! interruppero i Paglini fulminati dalla sorpresa.

Quì successe un istante di silenzio nel quale i nostri tre personaggi si guardavano istupiditi senza sapere cosa aggiungere.

Finalmente Bastiano esclamò con voce velata:

--Ma non è dessa, capisce, non è Marta.

--Chi, la sposa? chiese il maggiordomo stordito.

--Sicuro, è di mia figlia ch'io le parlo.

--Vostra figlia!?

E gli occhi del maggiordomo volevano schizzar fuori dell'orbita.

--Si metta nei nostri panni, signor Nicodemo, disse la portinaja asciugandosi una lagrima e ci perdoni di aver osato farle simili proposte. Noi abbiamo un'unica figliuola che l'amiamo più ancora di noi stessi. Ci siamo sottomessi senza mormorare a stenti, a privazioni per farla crescere educata, nell'onore del mondo, onde avesse a benedir sempre la memoria de' suoi parenti ed ora, al momento di compiacersi dell'opera nostra, al momento di veder nostra figlia soddisfatta e felice un muto e misterioso dolore le avvelena ogni gioja, le consuma lentamente la vita. Vana ci rescì ogni richiesta, la poverella non sa risponderci che con lagrime. Credemmo che rimembrando gli agi e la vita signorilmente attiva del collegio le venisse a noja i costumi semplici e modesti della nostra casa e senza aver coraggio di lagnarsene si crucciasse segretamente. Bisogna dare adunque alla sua esistenza nuovo indirizzo, nuove cure, mi suggerì mio marito e queste non le può trovare che a fianco d'un compagno amato, che in mezzo ad una cara famigliuola. Allora pensammo a lei. La credemmo capace di rasserenare l'avvenire della nostra Erminia, di rifiorirle i suoi anni coll'affetto santo e cordiale di sposo. Perdoni signor Nicodemo, perdoni la mia franchezza, mia figlia è degna di lei, se lo può la faccia felice, è una madre che la supplica, una madre che non vive a questo mondo che per la sua diletta figliuola.

Il maggiordomo riavutosi appena dal primo stupore ricadde subito in un altro non meno profondo allorquando comprese chi gli veniva proposto in moglie.

Malgrado il suo ingenuo orgoglio egli non aveva mai osato sollevare gli occhi sino in volto ad Erminia.

Erminia con quella sua candida bellezza, con quella soave modestia, con quel piglio delicato e civile gli incuteva troppo rispetto e venerazione perchè potesse formar dei progetti su di lei.

Ma ora vedendo che dal lato de' suoi parenti non avrebbe incontrata alcuna difficoltà, anzi veniva da loro invitato a domandarla in isposa si ringaluzzì.

Finse nondimeno riflettere un istante ed invece pensò in cuor suo:

--Rinuncio subito a Marta; ed io bestia che non ebbi mai il coraggio... sono troppo modesto, già è il vizio di tutti gli uomini grandi.

Bastiano vedendolo indeciso gli sussurrò all'orecchio:

--Vadi là che non la sbaglia: Erminia è una brava tosa e poi non le verrà in casa a mani vuote.

--Non mi credete interessato, rispose Nicodemo; se mi vedete quì _pensante_ gli è ch'io aveva, dico... degli altri castelli in aria, ma li abbandono da questo istante e prometto sagrificarmi solo a vostra figlia.

--Che Iddio vi benedica! disse Maddalena con riconoscenza.

La povera donna era accecata da un tenero amor figliale.

--Parlerò alla ragazza; aggiunse Nicodemo con importanza.

--Bravo signor maggiordomo, proruppe Bastiano, le parli come sa parlar lei, con delle belle parolone e vedrà che quell'agnellino si lascierà tosto ammansare.

--Che diavolo mi dite, qui non si tratta di _ammazzare_, si tratta di far dell'effetto ed a questo ci penso io.

--Le facci vedere la tranquillità della vita conjugale, continuò il portinajo, l'amor tenero d'un marito, le cure soavi d'una famiglia, i figli... oh ma sa ben lei di meglio di me quello che dovrà dire.

--Vorrei vedere che mi deste una lezione di _eloquenza_!

--E mi dica, a quando il primo colloquio?

--Magari anche subito.

--Subito ha detto? Lo piglio in parola, saltò su Bastiano battendo ingenuamente le mani. Erminia è appunto sola nella sua cameretta, a lei adunque! non le mancheranno pretesti per introdurvisi.

--Lasciate fare a me e novello Cupido, senza che se ne accorga, saprò ben io piantarle la mia freccia nel bel mezzo di quel nido d'amore che si chiama, dico... cuore.

--Ma adagio però e con prudenza.

E Nicodemo con quella fiducia in sè stesso che hanno tutti gli sciocchi salì nella cameretta di Erminia.

La bella giovinetta sempre sofferente stava seduta al tavolino beandosi nella lettura di quei versi soavissimi che Petrarca scrisse nel suo Canzoniere.

Il maggiordomo bussò leggermente alla porta indi si fece avanti col cappello in mano ed inchinandosi con ossequiosa riverenza.

Erminia gli fissò in volto i suoi grandi occhi celesti e non lo conobbe; si alzò pertanto leggermente imbarazzata e mosse un passo verso il nuovo arrivato.

Nicodemo compose le labbra al suo solito sorriso e piantandosi ritto davanti alla giovinetta incominciò:

--Sicuramente io riescirò _ignoto_ alla signorina quantunque abbia l'onore di coabitare seco lei in questa medesima casa; incolperò solo il suo metodo di vita oscuro e solingo che non le permette tampoco di fare la conoscenza de' suoi umilissimi vicini. Mi permetta adunque che io mi presenti da me stesso in mancanza di persone all'uopo incaricate. Signorina, io sono il maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte nostro padrone!

Erminia s'inchinò e disse:

--In che cosa io posso servire il signor maggiordomo segretario?

--Un po' per volta. Io conosco troppo le regole dell'_incivilimento_, e della galanteria per saltare d'un tratto a modo di locusta, nel centro della questione. Mi conceda adunque che per ora io la inviti ad assidersi. Prego, signorina, s'accomodi.

E le sporse galantemente una sedia.

Erminia oltremodo infastidita tornò a sedersi al suo tavolino e siccome Nicodemo pareva volersi porre al di lei fianco ella gentilmente gli mostrò un ottomana che le stava di fronte.

Il maggiordomo dovette rassegnarsi.

Tossì il buon uomo e si spurgò il naso, intanto mulinava in mente il modo di impiantare una conversazione. Finalmente incominciò.

--La signorina stava leggendo se non erro?

--Appunto signore, rispose asciutto.

--E potrei, dico... senza mostrarmi indiscreto sapere che cosa mai leggeva di bello?

--Il Canzoniere del Petrarca.

--Diavolo, ecco qua un libro che non conosco quantunque non faccia per dire ma di libri me n'intenda un pochino; si figuri che l'illustrissimo signor conte ne possiede d'ogni sorta e in foglio e legati e grandi e piccoli, ha una biblioteca ricchissima e sono io che gliela tengo in assetto. Dunque vede bene signorina che ho il diritto di esserne perito in materia di volumi! Eppure le confesso, quel suo libro, quel... come ha detto?... _Carrozziere del Petrarca_ non mi è mai capitato sotto il naso. Sarà forse di pubblicazione recente, oppure qualche libercolaccio di quelli che ne sortono a migliaia ogni giorno, che loro signorine leggono tanto volentieri e non fanno invece che suscitarle _incendi di fuoco_ nella testa, farle credere a certe _autopsie_ impossibili, desiderare d'essere la reina di certi _anedotti_ non del tutto moralissimi, stimolarle i sensi ed altre cose che io taccio per non saperle dire.

Questa tirata invece di disporre Erminia all'ilarità la stomacò completamente.

Dotata d'una fina squisitezza e di delicato sentire abborriva quell'ignoranza superba che vuol intendersi e parlare di tutto spacciando strafalcioni che non stanno nè in cielo nè in terra.

Da questo momento Nicodemo le divenne insopportabile; la rispose adunque in modo da lasciar scorgere il di lei malumore.

--Che lei non conosca, o signore, il Canzoniere non mi meraviglio punto, ma però se vuole accettare un buon consiglio si scopra il capo in segno di devoto rispetto tutte le volte che sente nominare questo libro. Poichè si ricordi che il suo autore nato cinquecento anni prima di noi fu quegli che cooperò a prepararci questa lingua così ricca, così soavemente bella, che è perfino peccato che certuni ne facciano un uso indegno.

Il maggiordomo non comprese niente e continuava a rimanere a bocca aperta cogli occhi fissi sulla bella giovinetta.

Dopo un istante di silenzio Erminia aggiunse con visibile impazienza.

--Infine, o signore, posso sapere lo scopo della sua visita?

Nicodemo si scosse e rispose:

